IL
COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA
NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE:
LE RICHIESTE DI ROMA
E LE CONTROPROPOSTE DI INTESA ED AUSTRO-TEDESCHI
Fin
dallo scoppio del conflitto europeo nell’estate
del 1914 il governo italiano venne corteggiato dalle
due fazioni in lotta affinché si schierasse
con l’una delle due parti o quantomeno accettasse
una neutralità benevola. Dal punto di vista
territoriale l’Italia avrebbe potuto ricevere
dall’Intesa i territori irredenti sotto il dominio
asburgico, mentre da parte degli Imperi si ventilavano
annessioni ai danni dei francesi (Nizza, Savoia, Corsica)
e qualche piccolo aggiustamento sul confine italo-austroungarico.
Tuttavia, specialmente nei confronti dell’Austria-Ungheria,
l’Italia sentiva di avere un credito territoriale
dovuto all’applicazione del trattato di Triplice
Alleanza: Vienna infatti si era allargata nella Balcania
inglobando la Bosnia ed ora attaccando la Serbia senza
che l’Italia avesse ricevuto alcunché
per il mantenimento dell’equilibrio. Di conseguenza
le trattative si spostarono ben presto sulla ridefinizione
del confine orientale italiano, con l’Austria-Ungheria,
restia tuttavia a qualsivoglia concessione, ma pressata
dalla Germania affinché accondiscendesse ad
alcune richieste di Roma.
Dall’altra parte, gli alleati dell’Intesa
erano disposti a ben maggiore larghezza di manica,
fatte salve alcune riserve dei russi, che per il loro
panslavismo avrebbero teso a favorire maggiormente
i serbi nelle loro aspirazioni ad uno sbocco adriatico.
Al termine delle trattative, quando l’intervento
italiano era oramai improcrastinabile ulteriormente,
l’Intesa offriva il confine dello spartiacque
alpino al Brennero, la Contea di Gorizia e Gradisca
e l’Istria (il Kunstenland austriaco), la parte
settentrionale del regno di Dalmazia e la gran parte
delle isole dalmate, oltre a vari (e vaghi) compensi
in Albania, Turchia e Africa.
L’ultima offerta austrotedesca invece comprendeva
solo il Trentino nei suoi confini amministrativi,
lo spostamento del confine ad est sulla linea dell’Isonzo
e il disinteressamento per l’Albania. L’Italia
da parte sua aveva chiesto all’Austria almeno
il confine napoleonico del 1810 (con Bolzano compresa
nel Regno d’Italia, dunque), Gorizia e Gradisca
e l’arcipelago delle Curzolari. Inoltre Roma
chiedeva la costituzione di Trieste in Stato Libero
e neutralizzato, del quale si sarebbe assunto gli
oneri finanziari. La richiesta italiana comprendeva
anche per tutte le altre terre da annettersi l’accettazione
degli oneri debitori, da pagarsi in contanti a Vienna.
La maggiore congruità delle offerte dell’Intesa
a Londra, oltre alla maggiore minaccia costituita
dalla flotta anglofrancese che premeva su Sardegna,
Sicilia e coste tirreniche, convinse il governo di
Roma a scegliere la guerra contro l’Austria-Ungheria.
Si noti tuttavia che il confine orientale previsto
dal Trattato di Londra era comunque incerto (non era
chiaro se l’Italia avesse diritto alla linea
dello spartiacque come sul confine alpino oppure se
si dovesse limitare ai confini amministrativi del
Kunstenland. Peraltro la linea medesima dello spartiacque
in alcune zone del Carso orientale – per esempio
nei pressi di Longatico – è alquanto
incerta a causa della natura carsica delle acque che
vi compaiono e scompaiono senza una chiara appartenenza
al bacino balcanico o a quello adriatico) e non comprendeva
Fiume, il cui porto era previsto come sbocco al mare
di un eventuale Stato croato o di un’Austria-Ungheria
molto ridotta di potenza. In entrambi i casi, comunque,
di uno Stato che non avrebbe potuto minacciare l’Italia
nella sua primazia adriatica. Un punto che non fu
rispettato dagli alleati dell’Intesa quando
consentirono ai serbi di fondare il Regno Serbo-Croato-Sloveno
che veniva a ricreare ai confini orientali dell’Italia
quella minaccia incombente per eliminare proprio la
quale si era scelta la guerra all’Austria-Ungheria.
E.M.
Per
gentile concessione della rivista "Storia in
rete"

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