| AGOSTO
2008:
LA GUERRA NEL CAUCASO
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Purtroppo,
siamo stati facili profeti. Ci si perdoni l’autocitazione,
ma ci sembra opportuno ricordare quanto abbiamo avuto
occasione di scrivere sul numero di giugno della rivista
“Storia in Rete”,
nel contesto di un articolo dedicato alla storia del
Kosovo ed alla sua recente proclamazione di indipendenza.
Ne riportiamo alcuni passaggi:
«Speriamo che Prishtina non debba rappresentare
per l’Europa del XXI secolo ciò che Sarajevo
ha rappresentato per l’Europa del XX secolo: l’infrangersi
di equilibri risicati, l’inizio di una destabilizzazione
galoppante, il detonatore di esplosioni epocali. Già,
perché il pericolo della strana dichiarazione
d’indipendenza kosovara, voluta dagli americani,
è proprio questo: la destabilizzazione degli
assetti europei, un precedente devastante, un prevedibile
effetto “domino” che potrà investire
non soltanto la Russia (come è evidente) ma anche
altri paesi europei dell’est e dell’ovest,
fomentando separatismi e terrorismi dal Caucaso alla
penisola iberica, con l’aggravante di favorire
la nascita e il rafforzarsi di un “Islam europeo”
di cui – francamente – non si avvertiva
la mancanza. (…) Perché? Certamente per
fare un dispetto a Mosca, la “grande madre slava”
protettrice della Serbia, per provocare Putin, per rigettarlo
sulle vecchie barricate della “guerra fredda”.
Ma, forse, non soltanto per questo. Forse è l’Europa
stessa l’obiettivo delle molte azioni destabilizzatrici
di una strategia americana che – in caso contrario
– sarebbe francamente incomprensibile.»
Già. Perché questa ultima, drammatica
pagina della storia esteuropea viene scritta –
ancòra una volta – dagli americani. Sono
gli USA ad avere spinto la Georgia verso una politica
(suicida) di antagonismo, di ostilità, di crescenti
provocazioni nei confronti della Russia, fino alla goccia
che ha fatto traboccare il vaso: la pulizia etnica nelle
repubbliche autonome dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia,
il tentativo di spingere alla fuga le loro popolazioni
(russe) e di sradicare il movimento (russo) che intendeva
trasformare l’autonomia in indipendenza. Così
come sono gli USA – sempre in questi giorni –
a cercare di allargare il fronte antirusso, a tentare
di coinvolgere la Polonia con l’affare dei missili
e l’Ukraina con l’affare di Sebastopoli,
a diffondere voci allarmanti in Estonia, Lettonia e
Lituania, agitando lo spauracchio di una impossibile
rioccupazione russa delle repubbliche baltiche.
E, tutto questo, nella completa latitanza dell’Europa.
Una Europa che ancòra una volta sembra pronta
ad avallare le scelte di politica estera che gli Stati
Uniti d’America hanno a suo tempo assunto in splendido
isolamento – nel Caucaso come in Medio Oriente
– e che adesso pretendono debbano essere condivise
(e difese) dagli alleati europei. L’Europa non
tenta nemmeno di assumere una posizione autonoma, e
la stessa stanca, spompata “mediazione”
non è – in realtà – che una
riproposizione in termini meno arroganti delle richieste
americane, a incominciare dalla condicio-sine-qua-non
della “integrità di Stato sovrano”
della Georgia. Una “integrità” che,
in realtà, significherebbe la condanna senza
appello per i russi dell’Abkazia e dell’Ossezia
del Sud. Una “integrità” che nessuno
o quasi ha invocato in difesa di un altro “Stato
sovrano”, la Serbia, che appena sei mesi fa si
è vista privare di una parte del suo territorio
nazionale, il Kosovo.
Ma nessuno, in Europa, sembra porsi questa domanda:
né i governi, né le forze politiche, né
tanto meno i mezzi d’informazione, impegnati in
una stucchevole gara per avallare l’immagine di
una piccola nazione indifesa che viene aggredita da
una bieca potenza imperialista, mentre i buoni americani
– come sempre – accorrono in aiuto dei deboli
contro i prevaricatori.
Le cose – non occorre dirlo – stanno in
termini leggermente diversi. La Russia, in realtà,
è vittima della “politica d’accerchiamento”
americana e, nel caso in specie, di una sanguinosa provocazione
del regime georgiano filoamericano. Né a Mosca
può essere imputata una reazione “sproporzionata”,
perché un atteggiamento meno fermo avrebbe significato
una plateale umiliazione della Russia, la fine della
sua credibilità, della sua autorevolezza nei
confronti dei confinanti e delle sue stesse variegate
popolazioni.
Ciò avrebbe potuto determinare sviluppi difficilmente
prevedibili: e non soltanto sulla gestione di gasdotti
ed oleodotti caucasici, com’è evidente,
ma pure sugli equilibri etnici – e quindi politici
– di quella vastissima regione che va dal Baltico
al Mar Nero. Ed avrebbe potuto causare, anche, un rafforzamento
delle forze politiche russe che si rifanno al comunismo
ed alla politica di contrapposizione e di aggressione
contro l’Europa.
Ma il Presidente statunitense Bush non sembra preoccuparsi
di simili particolari, esattamente come in un recente
passato non è sembrato preoccuparsi dell’effetto
che avrebbe potuto avere sullo sviluppo del fondamentalismo
islamico la fine del regime laico baathista di Saddam
Hussein in Iraq.
Michele
Rallo
| L’articolo
sulla storia del Kosovo, cui si faceva cenno, è
riportato integralmente – per gentile concessione
della rivista “Storia in Rete” –
nella Sezione 2 / Sottosezione Albania. |
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