Egregio
direttore,
seguo sin dai primi numeri i Suoi editoriali, apprezzandone
la lucidità ed il senso dell'equilibrio. Non può
che condividersi, in particolare, l'energica sottolineatura
dei torti e delle ragioni, della buona e della mala fede,
delle nefandezze e degli eroismi che sono ascrivibili
ai singoli protagonisti delle nostra storia più
recente (senza distinzione di collocazione politica),
come anche a quelli della più remota. Certamente,
è comprensibile che taluno si indigni dinanzi all’
affermazione che non tutti i partigiani fossero "buoni"
e che non tutti i repubblichini fossero "cattivi",
e che i sostenitori di una tale teoria vengano sprezzantemente
arruolati nel filone del "revisionismo": calderone
ove viene allegramente stipato di tutto, da De Felice
ai negazionisti dell'olocausto, fino ai lettori delle
memorie del barbiere di Mussolini.
Mi consenta, però, di rendere una personale testimonianza
in tema di revisionismo; una testimonianza che, come suol
dirsi, viene da lontano. Io appartengo a una certa generazione
politica che è cresciuta nelle fila delle organizzazioni
giovanili del MSI (talora anche con escursioni nell'universo
culturale della destra extraparlamentare) e nel culto
della Repubblica Sociale Italiana. Per noi, negli anni
'70, tutto quanto apparteneva alla sfera del fascismo
era positivo, tutto quanto apparteneva alla sfera dell'antifascismo
era negativo. La RSI, in particolare, in quanto espressione
del fascismo più puro, quello delle origini, era
il mito assoluto, la quintessenza degli ideali positivi
del genio italiano e della civiltà occidentale:
onore, lealtà, ardimento, ma anche umanità,
solidarietà, tolleranza. Tutti gli uomini della
RSI erano stati "buoni", e tutt'al più
qualche piccola cattiveria (giustificata dalle provocazioni
dei partigiani "cattivi") poteva essere imputata
solo agli alleati tedeschi.
Lo studio della storia e qualche anno in più mi
hanno poi portato alla "revisione", cioè
a una visione meno settaria delle vicende storiche; ma
non senza conflitti interiori. Ricordo il trauma provato
nell'apprendere che in una villa di Roma aveva operato
una "banda" repubblichina che praticava la tortura
sui sospetti di attività partigiane; e poi, via
via, la scoperta di altri tristissimi episodi di inoppugnabile
autenticità. Così, a poco a poco, mi resi
conto che una lettura della storia affidata alle "parti"
(e per "parti" intendo anche quanti si considerano
più o meno legittimamente eredi dei protagonisti
degli eventi) non poteva fare a meno di risentire delle
passioni del passato e talora anche dei calcoli relativi
al presente. Con questo, non voglio dire che la memorialistica
ed anche qualche ottima ricostruzione "di parte"
fossero menzognere; erano, e sono, solamente parziali,
o meglio parzialmente veritiere. Le mie letture giovanili
sulla Repubblica Sociale dicevano il vero sull'eroismo
dei "neri" e sulle stragi compiute dai "rossi";
ma ignoravano re¬golarmente tutti gli episodi che
testimoniavano l'eroismo dei "rossi" e le stragi
dei "neri". Un po' come ancora oggi avviene
su gran parte degli organi d'informazione, naturalmente
in termini opposti, ogni qual volta si tratti di rievocare
gli eventi degli anni '43-45.
Personalmente, non me ne scandalizzo: è naturale
che ognuno di noi desideri che la propria parte sia stata
sempre interpretata dai "buoni", e che i "cattivi"
si fossero sempre trovati dall'altro lato della barricata.
Purtroppo, però, questo desiderio non ha riscontro
alcuno con la storia di nessuna delle "parti"
che nei secoli sono state in lotta. Anche la storia della
nostra Italia (paese fortunatamente meno propenso di altri
alla crudeltà organizzata del fanatismo politico,
etnico o religioso) è talmente intrisa di sangue
da fare dubitare che sia mai esistita una causa "buona"
in assoluto: dalla maestà della Roma imperiale
(di cui il Colosseo ancor oggi ricorda il vezzo di far
sbranare i cristiani dalle bestie feroci) al messaggio
d'amore della Cristianità medioevale (che invitava
i fedeli sulle pub-bliche piazze a gioire mentre gli eretici
venivano squartati o arsi vivi); e via via nei secoli,
fortunatamente in termini decrescenti, fino al XX secolo,
con episodi di crudeltà inenarrabili che però
sono per la maggior parte ascrivibili ai singoli. Mi sembrerebbe
sbagliato, tuttavia, circoscrivere la "revisione"
della nostra storia più recente ai comportamenti
dei singoli, limitandosi a prendere atto che i "buoni"
e i "cattivi" si trovarono in ogni campo. Va
sottoposto a revisione (il più spassionatamente
possibile, anche se mi rendo conto che non è facile)
anche il comportamento delle "parti". Tanto
per non rimanere nel vago, sarebbe sbagliato adottare
l'assioma per cui tutto quanto sia riconducibile al fascismo
abbia una connotazione negativa, e tutto quanto riconducibile
all'antifascismo una connotazione positiva. Significherebbe
adottare, in termini speculari, la stessa chiave di lettura
acritica che apparteneva ai più giovani e sprovveduti
militanti dell'estrema destra di trent’anni fa.
Naturalmente, come Lei opportunamente osserva nell'editoriale
di settembre, discorso completamente diverso va fatto
per i valori. A patto, però, che si tenga ben presente
che i valori di oggi sono profondamente diversi (e per
certi versi addirittura incompatibili) da quelli degli
anni '20-40. Michele
Rallo
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