Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

STORIA DI IERI E DI OGGI
POLEMICHE STORICHE E STORIOGRAFICHE
(CON UN PIZZICO DI POLITICA)

 
 
La copertina de “Le Mensonge d’Ulysses” (1950), opera prima della letteratura “riduzionista” sui campi di concentramento tedeschi. Ne era autore Paul Rassinier, esponente socialista francese, ex deporato nei lager di Buchenwald e di Dora, deputato alla Costituente del 1946, dipinto poi come un pericoloso eversore di estrema destra.

 
IL NEGAZIONISMO DELLA RICERCA STORICA
 
LEGGI SULLA “MEMORIA”?
NO, GRAZIE
 

Ho letto con particolare attenzione, su “Storia in Rete” di settembre, l’articolo di sostegno alla iniziativa «Salviamo la storia» promossa dal mensile francese “Historia”. Diversi – secondo l’autorevole confratello d’oltralpe – gli elementi che sembrano congiurare contro la storia: l’ingerenza della politica, le lacune dei programmi scolastici, le leggi “sulla memoria”, le falsificazioni e gli errori veicolati (involontariamente?) da internet.
Argomenti – quelli invocati dai colleghi francesi – comuni anche alla realtà italiana, con un’unica eccezione: quella delle leggi sulla memoria, numerose in Francia (ben quattro!) e, fino ad oggi, assenti in Italia. Le cosiddette leggi sulla memoria – ricordo – sono quelle che classificano come reato la negazione di alcuni eventi: la shoah (in Austria, Germania e Francia); ma anche – nella sola Francia – il genocidio turco degli ameni, i crimini dello schiavismo, il ruolo positivo del colonialismo francese in Nordafrica e in Indocina; o ancòra – come a breve sarà ufficialmente sancito in Russia – le vittorie sovietiche nella “grande guerra patriottica” o la bontà della aggressione stalinista contro le Repubbliche baltiche.
L’eccezione italiana, però, potrebbe avere i mesi contati. Perché, proprio pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo in questione, la stampa ha dato ampio rilievo alla proposta del presidente della comunità ebraica romana di introdurre anche nella legislazione italiana il reato di “negazionismo”. Quindi – se l’entusiastico consenso espresso da tutti gli schieramenti politici dovesse tramutarsi in atti legislativi – dovrebbe diventare reato il negare la shoah, cioè l’olocausto ebraico per opera della Germania nazista.
Orbene, premesso che è innegabile che la shoah ci sia stata e premesso altresì che abbia costituito una delle pagine più vergognose mai scritte nella storia dell’umanità, non posso fare a meno di esprimere tutta la mia contrarietà all’ipotesi di regolamentare per legge la materia.
E questo per una serie di motivi. Il primo e il più evidente è che la politica debba preoccuparsi di impedire persecuzioni ai danni di chicchessia nel presente e nel futuro, non di dissertare sulle responsabilità di persecuzioni avvenute in un passato remoto, peraltro ad opera di cittadini di un altro Stato.
Il secondo motivo attiene al rigetto dei cosiddetti reati d’opinione. È parere oramai universalmente accettato che nessuno possa essere perseguito per le proprie opinioni, e neppure per esternare le proprie opinioni.
Terzo motivo: il codice penale italiano prevede già il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico” (art. 656 C.P.), che colpisce comportamenti dolosi e non la libertà di pensiero o di espressione.
Ciò premesso, occorre dire che, in realtà, il “negazionismo dell’olocausto” è un fenomeno praticamente inesistente. Nessuno – mi riferisco a storici accreditati – sostiene che la persecuzione nazista degli ebrei non ci sia stata e che non abbia avuto quelle caratteristiche crudeli e inumane (oltre che imbecilli) che sono universalmente note. Ci sarà forse qualche isolatissimo dilettante, qualche ragazzotto con un paio di rotelle fuori posto; ma per costoro sarebbe forse opportuno pensare ad un ricovero in manicomio piuttosto che ad una legislazione punitiva ad hoc. Anche certi recenti episodi che sono stati additati come esempi di negazionismo (mi riferisco soprattutto al caso del professor Claudio Moffa) sono in effetti riconducibili a posizioni che sarebbe più esatto definire “riduzioniste”.
La verità è – per l’appunto – che quel che si intende colpire non è un impalpabile “negazionismo”, ma un concreto “riduzionismo”. E il “riduzionismo” – si badi bene – non si riferisce soltanto a chi sostenga che le vittime dell’olocausto siano state meno di sei milioni, ma anche a chi neghi – per esempio – che in un dato campo di concentramento siano state effettuate esecuzioni mediante camere a gas, o che contraddica una qualsiasi delle affermazioni assunte come verità assoluta dalla storiografia ufficiale. D’altro canto, nella lettera a “Repubblica” del presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, si fa esplicito riferimento a «una legge che una volta per tutte in Italia renda reato il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri della Shoah».
Personalmente, non ritengo che, quand’anche fosse provato che le vittime dell’olocausto siano state “solo” tre o quattro o cinque milioni, ciò possa modificare il carattere criminale della persecuzione nazista; così come non ritengo che il fatto che non esista un ordine di sterminio firmato da Hitler, riconduca tutte le responsabilità soltanto ad Himmler e ad Eichmann. Ma, al tempo stesso, non posso ammettere che, su questa o su qualsiasi altra vicenda storica, vengano fissate per legge delle verità intangibili, sulle quali agli storici sia impedito di investigare e, men che meno, di rendere noti i risultati (più o meno opinabili) delle loro investigazioni.
Ma c’è un altro aspetto che, come italiano, come nazionalista italiano, mi preoccupa sommamente. Da qualche tempo, infatti, noto un crescendo di richiami al “nazi-fascismo” e – soprattutto – il tentativo di attribuire anche all’Italia degli anni ’30-40 una responsabilità diretta nella persecuzione antisemita della Germania. È una manovra insidiosa, sotterranea, portata avanti fra mezze verità e mezze bugie, fra sceneggiati e sceneggiate, e che in ultima analisi si allinea semplicemente alla vecchia propaganda di guerra anglosassone, riproposta negli ultimi anni come bibbia del “politicamente corretto”.
Ora, non vorrei che – in un domani non so quanto prossimo – possa essere considerato un reato anche il sostenere, chessò, che le sorelle Lescano siano state protette dal regime fascista (furono arrestate dalla Gestapo nel novembre 1943), o che gli italiani – come storicamente accertato – abbiano salvato dalla deportazione decine di migliaia di ebrei in tutta Europa.

 

Michele Rallo

 
 

 

Per gentile concessione di Storia in Rete editoriale

articolo pubblicato sul n. 61-62 del mensile “Storia in rete” (novembre-dicembre 2010)

 

 


 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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