| IL
NEGAZIONISMO DELLA RICERCA STORICA |
| LEGGI
SULLA “MEMORIA”?
NO, GRAZIE |
Ho
letto con particolare attenzione, su “Storia in
Rete” di settembre, l’articolo di sostegno
alla iniziativa «Salviamo la storia» promossa
dal mensile francese “Historia”. Diversi
– secondo l’autorevole confratello d’oltralpe
– gli elementi che sembrano congiurare contro
la storia: l’ingerenza della politica, le lacune
dei programmi scolastici, le leggi “sulla memoria”,
le falsificazioni e gli errori veicolati (involontariamente?)
da internet.
Argomenti – quelli invocati dai colleghi francesi
– comuni anche alla realtà italiana, con
un’unica eccezione: quella delle leggi sulla memoria,
numerose in Francia (ben quattro!) e, fino ad oggi,
assenti in Italia. Le cosiddette leggi sulla memoria
– ricordo – sono quelle che classificano
come reato la negazione di alcuni eventi: la shoah
(in Austria, Germania e Francia); ma anche – nella
sola Francia – il genocidio turco degli ameni,
i crimini dello schiavismo, il ruolo positivo del colonialismo
francese in Nordafrica e in Indocina; o ancòra
– come a breve sarà ufficialmente sancito
in Russia – le vittorie sovietiche nella “grande
guerra patriottica” o la bontà della aggressione
stalinista contro le Repubbliche baltiche.
L’eccezione italiana, però, potrebbe avere
i mesi contati. Perché, proprio pochi giorni
dopo la pubblicazione dell’articolo in questione,
la stampa ha dato ampio rilievo alla proposta del presidente
della comunità ebraica romana di introdurre anche
nella legislazione italiana il reato di “negazionismo”.
Quindi – se l’entusiastico consenso espresso
da tutti gli schieramenti politici dovesse tramutarsi
in atti legislativi – dovrebbe diventare reato
il negare la shoah, cioè l’olocausto
ebraico per opera della Germania nazista.
Orbene, premesso che è innegabile che la shoah
ci sia stata e premesso altresì che abbia costituito
una delle pagine più vergognose mai scritte nella
storia dell’umanità, non posso fare a meno
di esprimere tutta la mia contrarietà all’ipotesi
di regolamentare per legge la materia.
E questo per una serie di motivi. Il primo e il più
evidente è che la politica debba preoccuparsi
di impedire persecuzioni ai danni di chicchessia nel
presente e nel futuro, non di dissertare sulle responsabilità
di persecuzioni avvenute in un passato remoto, peraltro
ad opera di cittadini di un altro Stato.
Il secondo motivo attiene al rigetto dei cosiddetti
reati d’opinione. È parere oramai universalmente
accettato che nessuno possa essere perseguito per le
proprie opinioni, e neppure per esternare le proprie
opinioni.
Terzo motivo: il codice penale italiano prevede già
il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie
false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine
pubblico” (art. 656 C.P.), che colpisce comportamenti
dolosi e non la libertà di pensiero o di espressione.
Ciò premesso, occorre dire che, in realtà,
il “negazionismo dell’olocausto” è
un fenomeno praticamente inesistente. Nessuno –
mi riferisco a storici accreditati – sostiene
che la persecuzione nazista degli ebrei non ci sia stata
e che non abbia avuto quelle caratteristiche crudeli
e inumane (oltre che imbecilli) che sono universalmente
note. Ci sarà forse qualche isolatissimo dilettante,
qualche ragazzotto con un paio di rotelle fuori posto;
ma per costoro sarebbe forse opportuno pensare ad un
ricovero in manicomio piuttosto che ad una legislazione
punitiva ad hoc. Anche certi recenti episodi
che sono stati additati come esempi di negazionismo
(mi riferisco soprattutto al caso del professor Claudio
Moffa) sono in effetti riconducibili a posizioni che
sarebbe più esatto definire “riduzioniste”.
La verità è – per l’appunto
– che quel che si intende colpire non è
un impalpabile “negazionismo”, ma un concreto
“riduzionismo”. E il “riduzionismo”
– si badi bene – non si riferisce soltanto
a chi sostenga che le vittime dell’olocausto siano
state meno di sei milioni, ma anche a chi neghi –
per esempio – che in un dato campo di concentramento
siano state effettuate esecuzioni mediante camere a
gas, o che contraddica una qualsiasi delle affermazioni
assunte come verità assoluta dalla storiografia
ufficiale. D’altro canto, nella lettera a “Repubblica”
del presidente della comunità ebraica romana,
Riccardo Pacifici, si fa esplicito riferimento a «una
legge che una volta per tutte in Italia renda reato
il negazionismo e il ridimensionamento dei numeri
della Shoah».
Personalmente, non ritengo che, quand’anche fosse
provato che le vittime dell’olocausto siano state
“solo” tre o quattro o cinque milioni, ciò
possa modificare il carattere criminale della persecuzione
nazista; così come non ritengo che il fatto che
non esista un ordine di sterminio firmato da Hitler,
riconduca tutte le responsabilità soltanto ad
Himmler e ad Eichmann. Ma, al tempo stesso, non posso
ammettere che, su questa o su qualsiasi altra vicenda
storica, vengano fissate per legge delle verità
intangibili, sulle quali agli storici sia impedito di
investigare e, men che meno, di rendere noti i risultati
(più o meno opinabili) delle loro investigazioni.
Ma c’è un altro aspetto che, come italiano,
come nazionalista italiano, mi preoccupa sommamente.
Da qualche tempo, infatti, noto un crescendo di richiami
al “nazi-fascismo” e – soprattutto
– il tentativo di attribuire anche all’Italia
degli anni ’30-40 una responsabilità diretta
nella persecuzione antisemita della Germania. È
una manovra insidiosa, sotterranea, portata avanti fra
mezze verità e mezze bugie, fra sceneggiati e
sceneggiate, e che in ultima analisi si allinea semplicemente
alla vecchia propaganda di guerra anglosassone, riproposta
negli ultimi anni come bibbia del “politicamente
corretto”.
Ora, non vorrei che – in un domani non so quanto
prossimo – possa essere considerato un reato anche
il sostenere, chessò, che le sorelle Lescano
siano state protette dal regime fascista (furono arrestate
dalla Gestapo nel novembre 1943), o che gli italiani
– come storicamente accertato – abbiano
salvato dalla deportazione decine di migliaia di ebrei
in tutta Europa.
Michele
Rallo
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Per
gentile concessione di Storia in Rete editoriale
articolo pubblicato sul n. 61-62 del
mensile “Storia in rete” (novembre-dicembre
2010)
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