Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

STORIA DI IERI E DI OGGI
POLEMICHE STORICHE E STORIOGRAFICHE
(CON UN PIZZICO DI POLITICA)

 
Winston Churchill

 
L’OSSESSIONE DELL’ANTIFASCISMO

Per giornalisti, politologi e, financo, per qualche ineffabile storico di scuola inglese e americana, fascismo e nazionalsocialismo sono – nella polemica politica e nei saggi “storici” – termini fungibili. Anzi, costoro solgono riferirsi ai soggetti politici fascisti e fascistoidi di mezzo mondo come ad elementi nazisti di nazionalità non tedesca. La qualcosa è chiaramente, nettamente, radicalmente sbagliata; ed è il portato di una “interpretazione anglosassone” del fascismo che ha alla sua base, da una parte, la sperimentata abilità inglese nel far passare per veritiera anche la più improbabile propaganda di guerra e, dall’altra, la proverbiale ignoranza e il disarmante pressapochismo di certi ambienti politico-giornalistici americani.
Fino ad oggi, questa singolare interpretazione anglosassone del fascismo non aveva trovato praticamente adepti in Italia, forse perché si temeva il ridicolo. Ma, da qualche tempo a questa parte, la scuola inglese e americana ha trovato proseliti anche da noi, soprattutto nel campo della politica; con una strana integrazione: quella che vuole accomunare il fascismo al nazismo anche in materia di antisemitismo e di persecuzione degli ebrei. De Felice e tutta la grande scuola del revisionismo storico italiano (e non vale neanche la pena di sottolineare che revisionismo non equivale a negazionismo) sono stati gettati allegramente alle ortiche, mentre quegli storici che – come Pansa – si permettono ancòra oggi di opporre i fatti documentati alla propaganda politica sono oggetto di un’indegna campagna di criminalizzazione.
Ed allora, un po’ di raziocinio s’impone, per evitare che la storia del fascismo italiano e dei cosiddetti “fascismi” europei venga lasciata alle pulsioni irrazionali ed ai luoghi comuni di certa politica assai poco documentata.
Iniziamo col dire che il fascismo non può essere considerato in termini a sé stanti, ma va necessariamente inquadrato in un’epoca della storia europea – quella della prima metà del XX secolo – caratterizzata dalla nascita e dall’affermarsi di forze politiche ad ampia base popolare che postulavano la dittatura ideologica, il partito unico, le milizie di parte, il ricorso alla violenza come metodo di lotta politica, e talora – ma non era il caso del fascismo – la carcerazione di massa per gli avversari (dai gulag russi ai lager tedeschi) ed il loro annientamento politico se non anche fisico. Il primo di tali fenomeni politici fu il comunismo, seguìto qualche anno appresso dal fascismo e, infine, dal nazionalsocialismo: tutti fenomeni che rappresentarono certamente delle espressioni politiche compiute, ma che – al tempo stesso – furono soprattutto gli strumenti di rivalsa e di affermazione di tre delle cinque “grandi potenze europee” sopravvissute alla Prima guerra mondiale: Russia, Italia e Germania. Conseguentemente, i rapporti tra comunismo, fascismo e nazismo furono – in larga parte – improntati alle esigenze di politica estera di quelle tre potenze.
Le altre due potenze europee (Inghilterra e Francia) finirono per scegliere di rimaner fedeli ai vecchi schemi democratico-liberali, ma non senza aver a lungo subìto il fascino di una possibile scelta in favore dei “pensieri forti”, specie del fascismo. Il fortissimo movimento nazionalista francese (filoitaliano ma antitedesco) fu ad un pelo dalla conquista violenta del potere nel 1934, ed un esponente politico filofascista – Pierre Laval – fu più volte Presidente del Consiglio negli anni ’30. E ciò, senza considerare l’esperienza del regime di Vichy durante l’occupazione tedesca.
Quanto all’Inghilterra – a parte la presenza di un vivace ma esile partito fascista locale – vi furono ampi settori della Corte e della classe dirigente che mostrarono simpatie marcate e dichiarate per il fascismo: dal re Edoardo VIII – costretto ad abdicare nel 1936 – allo stesso “campione della democrazia” Winston Churchill, collaboratore del “Popolo d’Italia” (organo ufficiale del PNF) negli anni ’20. A Churchill, peraltro, si dovevano ripetute, plateali prese di posizione in favore di Mussolini e del fascismo, ivi compresa quella che riconosceva nel Duce «il più grande legislatore vivente» e nel regime fascista italiano «un centro d’irradiamento» per la lotta antimarxista mondiale (1932).
Ma, fin dal 1928, in Inghilterra era prevalsa la vecchia politica della “grande potenza” d’inizio secolo, cosa che aveva segnato il ritorno della linea di netta contrapposizione all’Italia ed alla sua politica estera. Da qui, la scelta britannica di capitanare, con la Francia, il gruppo dei Paesi europei antirevisionisti (in contrapposizione all’Italia che guidava il fronte revisionista) e quella di contrastare ogni iniziativa che potesse rafforzare l’autorevolezza internazionale del governo di Roma. Le manifestazioni estreme di tale politica furono due: in primo luogo, il rifiuto di sostenere Roma nella sua politica di difesa dell’indipendenza dell’Austria, con apice nel 1934, quando Mussolini schierò le truppe al Brennero; e, successivamente, l’astioso atteggiamento antitaliano al tempo della guerra d’Etiopia, culminato nella decisione della Società delle Nazioni (egemonizzata da Londra) di punire con le sanzioni un’impresa coloniale che l’Italia aveva copiato dai cànoni britannici (1935).
La conseguenza diretta della linea inglese fu, nel marzo 1938, la fine dell’indipendenza dell’Austria, che Roma non era più in grado di difendere da sola. L’Anschluss austriaco segnò un mutamento epocale negli equilibri europei, mutamento che avrebbe determinato la radicale revisione della politica estera dell’Italia e della maggior parte dei Paesi dell’Europa Orientale. L’Italia, in particolare, vide sfumare il suo progetto di svolgere un ruolo egemone nell’area danubiano-balcanica e dovette ripiegare su quello di mediatore fra gli occidentali e la Germania (Conferenza di Monaco nel settembre 1938). Svanito anche questo progetto (come venne sancito dallo smembramento della Cecoslovacchia e dalla creazione del Protettorato di Boemia e Moravia nel marzo 1939), all’Italia fascista non restò che intraprendere una linea di crescente allineamento alle posizioni del Terzo Reich, che – dal canto suo – giocava con due mazzi di carte sul tavolo della diplomazia internazionale. Nell’agosto 1939, infatti, la Germania nazionalsocialista stipulava un’alleanza politico-militare (che tale era in realtà il “trattato di non aggressione”) con la Russia comunista, alleanza che preludeva all’aggressione congiunta contro la Polonia nazionalista – assolutamente non condivisa dall’Italia – ed allo scatenamento della Seconda guerra mondiale (settembre 1939).
A quel punto – sia detto per inciso – qualche tardivo ripensamento cominciava ad affiorare nei palazzi di Londra, e lo stesso Churchill, nel novembre 1939, rilasciava ad un giornalista francese questa preoccupata dichiarazione: «Indubbiamente noi abbiamo molti torti nei confronti del signor Mussolini. Ci siamo alienati l’amicizia dell’Italia e sua personale per il nostro maldestro atteggiamento al tempo della guerra d’Etiopia. In politica tutto si paga. Ma si può anche riparare…»(1)
In realtà, la politica antitaliana dell’Inghilterra aveva ormai prodotto danni difficilmente riparabili e – dopo aver per quasi un anno resistito alle sirene interventiste – Mussolini era costretto a schierarsi: nel giugno 1940 l’Italia scendeva in guerra al fianco della Germania contro Inghilterra e Francia, ma non contro la Russia (ancòra alleata del Reich) e neppure contro gli USA (ancòra estranei al conflitto). Da quella data, per la propaganda inglese, il fascismo italiano diventava improvvisamente “cattivo”, dopo essere stato per lunghissimo tempo “buono” o “quasi buono”: dalla marcia su Roma (1922) alla guerra di Spagna (1936-39): non soltanto, cioè, negli anni in cui gli strateghi anglosassoni pensavano di utilizzare l’Italia nella politica d’accerchiamento alla Russia, ma ancòra oltre, sino – appunto – alla definitiva scelta di campo filotedesca.
Nel frattempo, la Russia comunista continuava ad essere alleata della Germania nazista; e tale sarebbe rimasta, probabilmente, sino alla fine della guerra, se Hitler non avesse deciso – esattamente un anno dopo, nel giugno 1941 – di sparigliare le alleanze e di invadere il territorio sovietico.
In quanto all’Italia fascista, si trovava oramai indissolubilmente legata alla Germania nazionalsocialista in un’alleanza che, in dipendenza della evidente sproporzione di forze, era fatalmente sbilanciata a pro di Berlino. Nonostante ciò, Mussolini si dimostrava un alleato piuttosto recalcitrante, ed operava – almeno fino al trauma del 25 luglio 1943 – per ritagliare un autonomo spazio politico e diplomatico per l’Italia, soprattutto nell’Europa Orientale: in questa chiave vanno letti sia l’imprudente attacco alla Grecia (ottobre 1940), sia la forzatura per imporre l’egemonia italiana in Croazia, sia gli sforzi dispiegati dagli italiani in Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia per erodere il predominio della diplomazia tedesca; sia, infine, gli attriti che – pur nel quadro di una operante collaborazione militare – si verificarono tra i comandi italiani e germanici nelle zone d’occupazione congiunta, primi fra tutti quelli relativi al trattamento delle comunità ebraiche.
Concludendo: nell’epoca dei “pensieri forti” e dei partiti unici (e cioè dalla rivoluzione d’ottobre alla fine della seconda guerra mondiale, con un’appendice durata fino alla caduta del muro di Berlino) le ideologie sono state il paravento delle politiche delle grandi potenze europee, oltre che della nuova superpotenza americana. Tali potenze hanno operato non per il trionfo del nazionalsocialismo o del comunismo, del fascismo o della democrazia, ma per difendere gli interessi della Germania o della Russia, dell’Italia o dell’accoppiata Inghilterra-USA. Le alleanze tra le ideologie, strumento di tali strategie egemoniste, sono sempre state provvisorie, strumentali e prive di una valenza politica assoluta.
Conseguentemente, oltre ad essere fenomeni politici tra loro diversissimi, fascismo e nazionalsocialismo furono si alleati durante buona parte della Seconda guerra mondiale, ma non furono mai un tutt’uno.
Il cosiddetto “nazifascismo” non esiste come categoria politica, ma solo come alleanza militare negli anni 1940-45. Anzi, se è lecito parlare di nazi-fascismo per quegli anni, sarebbe logico parlare anche di nazi-comunismo per gli anni 1939-41 e di demo-comunismo per gli anni 1941-45.
A questo punto, è lecito interrogarsi sulle motivazioni di certe incredibili campagne “antifasciste” condotte in Italia nell’anno di grazia 2008: a 63 anni di distanza dalla scomparsa del fascismo, quando nessuno dei problemi dell’odierna società italiana ed europea ha nulla a che dividere con il fascismo, e quando nessuno potrebbe ragionevolmente pensare ad una qualunque forma di restaurazione del regime fascista.
Chissà perché avviene tutto questo?

Michele Rallo

(1) Fabio ANDRIOLA: Carteggio segreto Churchill-Mussolini. Sugarco edizioni, Milano, 2007.

 

 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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