Per
giornalisti, politologi e, financo, per qualche ineffabile
storico di scuola inglese e americana, fascismo e nazionalsocialismo
sono – nella polemica politica e nei saggi “storici”
– termini fungibili. Anzi, costoro solgono riferirsi
ai soggetti politici fascisti e fascistoidi di mezzo
mondo come ad elementi nazisti di nazionalità
non tedesca. La qualcosa è chiaramente, nettamente,
radicalmente sbagliata; ed è il portato di una
“interpretazione anglosassone” del fascismo
che ha alla sua base, da una parte, la sperimentata
abilità inglese nel far passare per veritiera
anche la più improbabile propaganda di guerra
e, dall’altra, la proverbiale ignoranza e il disarmante
pressapochismo di certi ambienti politico-giornalistici
americani.
Fino ad oggi, questa singolare interpretazione anglosassone
del fascismo non aveva trovato praticamente adepti in
Italia, forse perché si temeva il ridicolo. Ma,
da qualche tempo a questa parte, la scuola inglese e
americana ha trovato proseliti anche da noi, soprattutto
nel campo della politica; con una strana integrazione:
quella che vuole accomunare il fascismo al nazismo anche
in materia di antisemitismo e di persecuzione degli
ebrei. De Felice e tutta la grande scuola del revisionismo
storico italiano (e non vale neanche la pena di sottolineare
che revisionismo non equivale
a negazionismo) sono stati
gettati allegramente alle ortiche, mentre quegli storici
che – come Pansa – si permettono ancòra
oggi di opporre i fatti documentati alla propaganda
politica sono oggetto di un’indegna campagna di
criminalizzazione.
Ed allora, un po’ di raziocinio s’impone,
per evitare che la storia del fascismo italiano e dei
cosiddetti “fascismi” europei venga lasciata
alle pulsioni irrazionali ed ai luoghi comuni di certa
politica assai poco documentata.
Iniziamo col dire che il fascismo non può essere
considerato in termini a sé stanti, ma va necessariamente
inquadrato in un’epoca della storia europea –
quella della prima metà del XX secolo –
caratterizzata dalla nascita e dall’affermarsi
di forze politiche ad ampia base popolare che postulavano
la dittatura ideologica, il partito unico, le milizie
di parte, il ricorso alla violenza come metodo di lotta
politica, e talora – ma non era il caso del fascismo
– la carcerazione di massa per gli avversari (dai
gulag russi ai lager tedeschi) ed il loro annientamento
politico se non anche fisico. Il primo di tali fenomeni
politici fu il comunismo, seguìto qualche anno
appresso dal fascismo e, infine, dal nazionalsocialismo:
tutti fenomeni che rappresentarono certamente delle
espressioni politiche compiute, ma che – al tempo
stesso – furono soprattutto gli strumenti di rivalsa
e di affermazione di tre delle cinque “grandi
potenze europee” sopravvissute alla Prima guerra
mondiale: Russia, Italia e Germania. Conseguentemente,
i rapporti tra comunismo, fascismo e nazismo furono
– in larga parte – improntati alle esigenze
di politica estera di quelle tre potenze.
Le altre due potenze europee (Inghilterra e Francia)
finirono per scegliere di rimaner fedeli ai vecchi schemi
democratico-liberali, ma non senza aver a lungo subìto
il fascino di una possibile scelta in favore dei “pensieri
forti”, specie del fascismo. Il fortissimo movimento
nazionalista francese (filoitaliano ma antitedesco)
fu ad un pelo dalla conquista violenta del potere nel
1934, ed un esponente politico filofascista –
Pierre Laval – fu più volte Presidente
del Consiglio negli anni ’30. E ciò, senza
considerare l’esperienza del regime di Vichy durante
l’occupazione tedesca.
Quanto all’Inghilterra – a parte la presenza
di un vivace ma esile partito fascista locale –
vi furono ampi settori della Corte e della classe dirigente
che mostrarono simpatie marcate e dichiarate per il
fascismo: dal re Edoardo VIII – costretto ad abdicare
nel 1936 – allo stesso “campione della democrazia”
Winston Churchill, collaboratore del “Popolo
d’Italia” (organo ufficiale
del PNF) negli anni ’20. A Churchill, peraltro,
si dovevano ripetute, plateali prese di posizione in
favore di Mussolini e del fascismo, ivi compresa quella
che riconosceva nel Duce «il più
grande legislatore vivente» e nel
regime fascista italiano «un centro
d’irradiamento» per la lotta
antimarxista mondiale (1932).
Ma, fin dal 1928, in Inghilterra era prevalsa la vecchia
politica della “grande potenza” d’inizio
secolo, cosa che aveva segnato il ritorno della linea
di netta contrapposizione all’Italia ed alla sua
politica estera. Da qui, la scelta britannica di capitanare,
con la Francia, il gruppo dei Paesi europei antirevisionisti
(in contrapposizione all’Italia che guidava il
fronte revisionista) e quella di contrastare ogni iniziativa
che potesse rafforzare l’autorevolezza internazionale
del governo di Roma. Le manifestazioni estreme di tale
politica furono due: in primo luogo, il rifiuto di sostenere
Roma nella sua politica di difesa dell’indipendenza
dell’Austria, con apice nel 1934, quando Mussolini
schierò le truppe al Brennero; e, successivamente,
l’astioso atteggiamento antitaliano al tempo della
guerra d’Etiopia, culminato nella decisione della
Società delle Nazioni (egemonizzata da Londra)
di punire con le sanzioni un’impresa coloniale
che l’Italia aveva copiato dai cànoni britannici
(1935).
La conseguenza diretta della linea inglese fu, nel marzo
1938, la fine dell’indipendenza dell’Austria,
che Roma non era più in grado di difendere da
sola. L’Anschluss austriaco
segnò un mutamento epocale negli equilibri europei,
mutamento che avrebbe determinato la radicale revisione
della politica estera dell’Italia e della maggior
parte dei Paesi dell’Europa Orientale. L’Italia,
in particolare, vide sfumare il suo progetto di svolgere
un ruolo egemone nell’area danubiano-balcanica
e dovette ripiegare su quello di mediatore fra gli occidentali
e la Germania (Conferenza di Monaco nel settembre 1938).
Svanito anche questo progetto (come venne sancito dallo
smembramento della Cecoslovacchia e dalla creazione
del Protettorato di Boemia e Moravia nel marzo 1939),
all’Italia fascista non restò che intraprendere
una linea di crescente allineamento alle posizioni del
Terzo Reich, che – dal canto suo – giocava
con due mazzi di carte sul tavolo della diplomazia internazionale.
Nell’agosto 1939, infatti, la Germania nazionalsocialista
stipulava un’alleanza politico-militare (che tale
era in realtà il “trattato di non aggressione”)
con la Russia comunista, alleanza che preludeva all’aggressione
congiunta contro la Polonia nazionalista – assolutamente
non condivisa dall’Italia – ed allo scatenamento
della Seconda guerra mondiale (settembre 1939).
A quel punto – sia detto per inciso – qualche
tardivo ripensamento cominciava ad affiorare nei palazzi
di Londra, e lo stesso Churchill, nel novembre 1939,
rilasciava ad un giornalista francese questa preoccupata
dichiarazione: «Indubbiamente noi
abbiamo molti torti nei confronti del signor Mussolini.
Ci siamo alienati l’amicizia dell’Italia
e sua personale per il nostro maldestro atteggiamento
al tempo della guerra d’Etiopia. In politica tutto
si paga. Ma si può anche riparare…»(1)
In realtà, la politica antitaliana dell’Inghilterra
aveva ormai prodotto danni difficilmente riparabili
e – dopo aver per quasi un anno resistito alle
sirene interventiste – Mussolini era costretto
a schierarsi: nel giugno 1940 l’Italia scendeva
in guerra al fianco della Germania contro Inghilterra
e Francia, ma non contro la Russia (ancòra alleata
del Reich) e neppure contro gli USA (ancòra estranei
al conflitto). Da quella data, per la propaganda inglese,
il fascismo italiano diventava improvvisamente “cattivo”,
dopo essere stato per lunghissimo tempo “buono”
o “quasi buono”: dalla marcia
su Roma (1922) alla guerra
di Spagna (1936-39): non soltanto, cioè,
negli anni in cui gli strateghi anglosassoni pensavano
di utilizzare l’Italia nella politica
d’accerchiamento alla Russia, ma
ancòra oltre, sino – appunto – alla
definitiva scelta di campo filotedesca.
Nel frattempo, la Russia comunista continuava ad essere
alleata della Germania nazista; e tale sarebbe rimasta,
probabilmente, sino alla fine della guerra, se Hitler
non avesse deciso – esattamente un anno dopo,
nel giugno 1941 – di sparigliare le alleanze e
di invadere il territorio sovietico.
In quanto all’Italia fascista, si trovava oramai
indissolubilmente legata alla Germania nazionalsocialista
in un’alleanza che, in dipendenza della evidente
sproporzione di forze, era fatalmente sbilanciata a
pro di Berlino. Nonostante ciò, Mussolini si
dimostrava un alleato piuttosto recalcitrante, ed operava
– almeno fino al trauma del 25 luglio 1943 –
per ritagliare un autonomo spazio politico e diplomatico
per l’Italia, soprattutto nell’Europa Orientale:
in questa chiave vanno letti sia l’imprudente
attacco alla Grecia (ottobre 1940), sia la forzatura
per imporre l’egemonia italiana in Croazia, sia
gli sforzi dispiegati dagli italiani in Bulgaria, Romania,
Ungheria e Slovacchia per erodere il predominio della
diplomazia tedesca; sia, infine, gli attriti che –
pur nel quadro di una operante collaborazione militare
– si verificarono tra i comandi italiani e germanici
nelle zone d’occupazione congiunta, primi fra
tutti quelli relativi al trattamento delle comunità
ebraiche.
Concludendo: nell’epoca dei “pensieri forti”
e dei partiti unici (e cioè dalla rivoluzione
d’ottobre alla fine della seconda guerra mondiale,
con un’appendice durata fino alla caduta del muro
di Berlino) le ideologie sono state il paravento delle
politiche delle grandi potenze europee, oltre che della
nuova superpotenza americana. Tali potenze hanno operato
non per il trionfo del nazionalsocialismo o del comunismo,
del fascismo o della democrazia, ma per difendere gli
interessi della Germania o della Russia, dell’Italia
o dell’accoppiata Inghilterra-USA. Le alleanze
tra le ideologie, strumento di tali strategie egemoniste,
sono sempre state provvisorie, strumentali e prive di
una valenza politica assoluta.
Conseguentemente, oltre ad essere fenomeni politici
tra loro diversissimi, fascismo e nazionalsocialismo
furono si alleati durante buona parte della Seconda
guerra mondiale, ma non furono mai un tutt’uno.
Il cosiddetto “nazifascismo” non esiste
come categoria politica, ma solo come alleanza militare
negli anni 1940-45. Anzi, se è lecito parlare
di nazi-fascismo per quegli
anni, sarebbe logico parlare anche di nazi-comunismo
per gli anni 1939-41 e di demo-comunismo
per gli anni 1941-45.
A questo punto, è lecito interrogarsi sulle motivazioni
di certe incredibili campagne “antifasciste”
condotte in Italia nell’anno di grazia 2008: a
63 anni di distanza dalla scomparsa del fascismo, quando
nessuno dei problemi dell’odierna società
italiana ed europea ha nulla a che dividere con il fascismo,
e quando nessuno potrebbe ragionevolmente pensare ad
una qualunque forma di restaurazione del regime fascista.
Chissà perché avviene tutto questo?
Michele
Rallo
(1) Fabio ANDRIOLA:
Carteggio segreto Churchill-Mussolini. Sugarco
edizioni, Milano, 2007.
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