Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
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LA DIPLOMAZIA DELL'ITALIA FASCISTA

 
 
Re Zog I con il suo stato maggiore. Si notino le divise di foggia italiana.

 
IL REVISIONISMO ITALIANO
E LA RESTAURAZIONE DELLA MONARCHIA ALBANESE
(1928-1930)

Nella prima metà del 1928 gli schieramenti e le alleanze internazionali andavano delineandosi con maggiore precisione ed acquisivano la connotazione che manterranno fino alla metà degli anni ‘30: l’Italia assumeva ufficialmente la guida del fronte revisionista, pur mantenendo ancora rapporti tutto sommato amichevoli col Governo inglese (segnatamente con il Ministro degli Esteri conservatore-unionista Austen Chamberlain); e la Gran Bretagna, a sua volta non ancora su posizioni dichiaratamente ostili all’Italia fascista, si aggregava alla Francia in un fronte antirevisionista.
Gli episodi che ufficializzavano quei due eventi erano rispettivamente l’intervista al ”Daily Mail” con cui Mussolini notificava il sostegno italiano al revisionismo ungherese (21 marzo), e l’Accordo Navale franco-inglese che nettamente prefigurava un fronte antirevisionista (14 giugno).
La radicalizzazione del quadro internazionale determinava una brusca accelerazione nell’itinerario albanese tracciato dalla diplomazia mussoliniana, itinerario che – dopo il Trattato di Tirana – prevedeva tre tappe: una convenzione militare che sancisse l’integrazione delle Forze Armate albanesi nel sistema di difesa italiano, la restaurazione monarchica e l’ascesa al trono di Zogu, ed un matrimonio che legasse la nuova Dinastia albanese a Casa Savoia o, comunque, all’Italia.
Mentre il colonnello Alberto Pariani continuava le trattative per la convenzione militare (trattative iniziate con l’avvio della stessa missione Pariani e adesso rimodulate in direzione dell’attuazione delle clausole militari del Trattato di Tirana), a giugno l’Ambasciatore italiano Ugo Sola avviava i colloqui con Zogu in vista della proclamazione della monarchia.
Alla fine, dopo le solite interminabili discussioni e dopo i patteggiamenti di rito (che però non riguardavano la restaurazione monarchica, ma una sorta di dichiarazione di sottomissione richiesta dagli italiani in cambio dell’impegno ad assicurare il mantenimento economico della Corte), Zogu accettava. Contemporaneamente, si concludeva anche la trattativa per la convenzione militare, che attribuiva all’Italia il compito di riorganizzare le Forze Armate albanesi alla stregua di un esercito moderno, essendo già stato brillantemente attuato il primo compito della missione Pariani, quello dell’adeguamento dell’Armata Nazionale alle funzioni di sicurezza interna.(1) La Convenzione veniva sottoscritta il 31 agosto.
Il giorno dopo – 1° settembre – la solita Assemblea Nazionale Costituente insediata ad hoc trasformava la Repubblica d’Albania in Regno d’Albania; il Presidente della Repubblica veniva incoronato con il nome di Zog I e con l’attribuzione del titolo non di Re d’Albania – come sarebbe stato logico – ma di Re degli Albanesi (o, come qualcuno preferirà dire, di tutti gli Albanesi), adottando cioè una formula che si rivolgeva apertamente ai kosovari e alle altre popolazioni schipetare oltre i confini nazionali.
Naturalmente, il titolo di Re degli Albanesi dava la stura ad una serie di reazioni negative, ma non necessariamente da parte di paesi che ospitavano popolazioni di etnia albanese (quella della Grecia era, tutto sommato, positiva), bensì da parte di Paesi che temevano una maggiore dipendenza dell’Albania dall’Italia. La reazione più pesante era quella del Regno Serbo-Croato-Sloveno: un paradosso, visto che proprio quel Regno coltivava il disegno di fagocitare interi popoli (dai bulgari agli albanesi del nord) e che tale disegno sarà esplicitato l’anno seguente dal mutamento del nome in Regno di Jugoslavia (cioè Slavia del Sud) con chiaro riferimento alle popolazioni di buona parte della penisola balcanica.
In verità, l’aumentata dipendenza dell’Albania dall’Italia (sottolineata da una dichiarazione di quasi-vassallaggio da parte del nuovo Sovrano) era innegabile; ed era altresì innegabile che la nazione schipetara fosse ormai del tutto integrata nel sistema di difesa di Roma, e che – conseguentemente – svanisse completamente ogni residua speranza serba di annettersi l’Albania settentrionale. Era del tutto evidente, inoltre, come malinconicamente tramontasse anche il disegno francese di accerchiamento dell’Italia e di minaccia della sua sicurezza in Adriatico.

* * *

Il 1° dicembre veniva promulgato lo Statuto Fondamentale del Regno d’Albania, e dagli inizi del 1929 si dava avvio ad una politica di impulso ai lavori pubblici e di sviluppo del settore minerario e dell’agricoltura, utilizzando il fiume di denaro che affluiva dall’Italia, unitamente alle intelligenze ed alle tecnologie necessarie. Gli italiani non si facevano pregare, intervenendo generosamente ma con accortezza e realizzando quello che ancor oggi viene giudicato un intervento esemplare per il rapporto fra espansione politica ed economica.(2)
Parallelamente, Zog I poneva mano alle riforme che – seguendo il modello della rivoluzione nazionalista laica di Mustafà Kemal Atatürk in Turchia – avrebbero dovuto realizzare anche in Albania una decisa svolta modernizzatrice di stampo europeo. La prima ad essere avviata era la riforma della struttura giuridica schipetara: iniziava la redazione (che sarà portata a compimento nel ’32) dei primi Codici – penale, civile e commerciale – della storia albanese, che sostituivano le norme di derivazione ottomana ed i primitivi e sanguinari codici d’onore montanari (il Kanun e la Besa).
Subito dopo – in luglio – un Decreto Reale sulla disciplina delle confessioni religiose fissava i termini non soltanto di una radicale laicizzazione dello Stato (particolarmente evidente nel campo del diritto di famiglia, con l’abolizione della poligamia musulmana e con l’introduzione del divorzio), ma anche del primo passo concreto in direzione dell’unificazione morale dell’Albania e della costruzione di un vero nazionalismo.
Era questa la prima innovazione del regime zoghista che avesse dignità di autentica, radicale, epocale riforma; anzi, l’unica vera riforma, se si eccettua quella dei Codici, che però entrerà in vigore molto più tardi.
La riforma zoghista andava addirittura al di là della laicizzazione, introducendo il principio di una totale armonizzazione con lo Stato delle singole confessioni religiose, al punto da prescrivere che queste dovessero dotarsi di Statuti che ne garantissero l’autonomia dall’estero.(3) Era la codificazione della tendenza alla costituzione delle “chiese nazionali”, che – se metteva in difficoltà la Chiesa cattolica, strutturalmente legata al Papato – veniva accolta con favore dalla Comunità ortodossa e dalla musulmano-sunnita, che in agosto si dotavano dei rispettivi Statuti; gli ortodossi – anzi – davano vita ad un nuovo tentativo di creare una Chiesa Autocefala, anche se dovranno attendere fino al ’37 per ottenere la sanzione ufficiale della loro autonomia dal Patriarcato di Costantinopoli.
Ma – al di là dell’aspetto religioso – la riforma zoghista aveva una forte valenza politica: gli albanesi costituivano una nazione in forza dell’appartenenza ad un’etnia unica, e l’adesione a diverse confessioni religiose non poteva essere elemento ostativo al raggiungimento di un comune sentire nazionalista e di una piena unità nazionale.
Purtroppo, le riforme zoghiste finivano lì. Nei primi mesi del 1930 – parallelamente alla designazione a Primo Ministro dell’esponente ortodosso Pandeli Evangheli – il Sovrano albanese avviava processi riformisti anche nel campo finanziario ed in quello agrario, ma si trattava di riforme che non sarebbero mai decollate, o che sarebbero rimaste monche. La riforma delle finanze pubbliche perverrà alla creazione di strutture doganali, ma si arenerà inesorabilmente alla soglia di un sistema fiscale degno di questo nome.
Quanto alla riforma agraria – la cui progettazione veniva affidata al luminare italiano Giovanni Lorenzoni – incomberà sugli interessi dei bey sino alla fine dell’anno: poi sarà bloccata e definitivamente accantonata, provocando – come vedremo – un attrito con gli italiani che sarà forse determinante nel produrre la crisi dell’anno seguente.
Quello della mancata riforma agraria era il tratto emblematico di una politica riformista che – come felicemente sintetizza il Morozzo – «sarà occidentalista nei principi ed orientale per quanto riguarda la loro esecuzione».(4)

* * *

Le riforme zoghiste, comunque, potevano esordire in un’Albania relativamente tranquilla, con il ”partito italiano” distolto dal fronte interno e concentrato invece su quello jugoslavo, pur nel contesto di rapporti meno tesi fra Roma e Belgrado. L’unico attrito fra i governi italiano ed albanese – negli anni ’29-’30 – era determinato dal frenetico attivismo dei Komitaji macedoni, che dal giugno ‘29 avevano moltiplicato le incursioni dal territorio schipetaro contro le truppe serbe di stanza nella regione vardarica. Zog aveva ordinato la cessazione di ogni complicità delle autorità albanesi con la VMRO, ma l’unico risultato era stato quello di indurre ad una maggiore prudenza il Consolato italiano di Valona, che fungeva quasi da centro di comando per i Komitaji.
Mentre la questione macedone andava riacutizzandosi (provocando fra l’altro un riavvicinamento fra Belgrado e Atene ed un netto peggioramento nei rapporti fra Belgrado e Sofia), l’Italia accennava a smussare certe asperità nei confronti della Jugoslavia.
Favorita dalle tendenze filofasciste di re Aleksandar Karajiorjievic e dalla breve stagione del regime dello jugoslavismo integrale, maturava la politica italiana del “calmare le acque”, sancita dall’incontro fra i nuovi Ministri degli Esteri italiano e jugoslavo (Dino Grandi e Vojslav Marinkovic) nel maggio 1930.
Pochi mesi ancora e – verso la fine dell’anno – in Albania maturavano i primi dissidi con gli italiani: Zog I, infatti, sembrava sempre di più orientato a rivendicare spazi di manovra via via più ampi, e non soltanto – com’era legittimo – nell’ambito della difesa di una giusta autonomia che salvaguardasse la dignità nazionale, quanto piuttosto nella ricerca di un ruolo che prescindesse dai vincoli che legavano la nazione schipetara all’Italia e poco si curasse di assumere posizioni incompatibili: per esempio (come abbiamo appena visto) in relazione alla questione macedone; ovvero, sabotando la convenzione militare italo-albanese del ‘28 con la pretesa di affiancare alla missione militare italiana presso l’Armata Nazionale una sia pur modesta missione militare inglese presso la Gendarmeria.
Altro motivo di contrasto – come abbiamo già accennato – era relativo alla tematica della riforma agraria, su cui è però opportuno soffermarsi brevemente al fine di percepire alcuni aspetti significativi della vicenda.
Fino al progetto Lorenzoni, in Albania la riforma agraria era stata intesa come semplice distribuzione ai contadini di quella parte di latifondo che era lasciata incolta dai proprietari: l’ipotesi era lodevole – perché avrebbe comunque consentito lo sfruttamento di terreni improduttivi ed un relativo miglioramento delle miserevoli condizioni di vita dei contadini – ma non sarebbe stata certamente sufficiente per quel salto di qualità che necessitava per strappare l’Albania al sottosviluppo.
Ora, quando Zog – all’inizio dell’anno – aveva preso in considerazione l’ipotesi di una parziale riforma agraria, aveva pensato a quella riforma agraria, probabilmente con l’intento di utilizzare la minaccia di espropri per tenere sotto ricatto quella parte dei bey che simpatizzava con il ”partito italiano”.
La riforma agraria concepita dagli italiani, invece, era ben altra cosa: non ipotizzava la frantumazione della grande proprietà terriera e l’affidamento ai singoli contadini di piccoli appezzamenti di terreno che non sarebbero forse stati sufficienti neanche al sostentamento di un nucleo familiare, ma postulava invece la bonifica delle proprietà latifondiste e la loro trasformazione in grandi e moderne aziende agricole, suscettibili di produrre redditi adeguati sia per i proprietari che per un elevato numero di lavoratori dipendenti: e non soltanto della prevista aliquota di coloni italiani, ma in primo luogo della gran massa dei contadini albanesi, specie i più poveri.
Questo tipo di riforma agraria – però – non piaceva a Re Zog, sia perché non si prestava a ricattare i bey, sia – soprattutto – perché non era un mistero che gli italiani mirassero al controllo del comparto agricolo albanese proprio attraverso le ipotizzate grandi aziende del settore.
Lo stop alla riforma agraria, quindi, assumeva un valore che andava ben al di là delle scelte di ordine sociale: era un atto di dichiarata ostilità nei confronti degli italiani, il primo che investisse contemporaneamente la sfera politica e quella economica.

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: L’epoca delle rivoluzioni Nazionali. Volume 4: Albania e Kosovo.


(1) Sergio PELAGALLI: L’attività politico-militare italiana in Albania tra il 1927 ed il 1933 nelle carte del generale Alberto Pariani. “Storia Contemporanea”, V/1991.
(2) Enzo COLLOTTI: Fascismo e politica di potenza. Politica estera, 1922-1939. La Nuova Italia editrice, Milano 2000.
(3) Roberto MOROZZO DELLA ROCCA: Nazione e religione in Albania. 1920-1944. Società editrice Il Mulino, Bologna, 1990.
(4) Roberto MOROZZO DELLA ROCCA: Albania: le radici della crisi. Edizioni Angelo Guerrini & associati, Milano, 1997.



 

 

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