| LA
DEFINIZIONE DEL CONFINE GRECO-ALBANESE E LE ASPIRAZIONI
ITALIANE SULL’EPIRO:
DALL’ECCIDIO DI GIANNINA
ALL’OCCUPAZIONE DI CORFÙ
(1923)
L’ESORDIO
DELLA DIPLOMAZIA FASCISTA
Giannina, Corfù, il generale Tellini… nomi
che si perdono nella nebbia della storia, quasi che
si trattasse di luoghi e di personaggi lontani nel tempo
e nello spazio. Eppure, Giannina e l’isola di
Corfù sono a poche braccia di mare dalle nostre
coste adriatiche, e la clamorosa vicenda dell’uccisione
del generale Enrico Tellini e del suo staff risale ad
appena 85 anni fa. Gli è che, trattandosi di
uno dei primi banchi di prova (e certamente il più
impegnativo) della politica estera dell’appena
nato governo fascista, l’intero affare è
stato praticamente rimosso dalla memoria storica nazionale
o, tutt’al più, liquidato come la «prima
occasione» offertasi a Mussolini per «mostrare
i muscoli» sulla scena politica internazionale.
E’ stata dunque una piacevole sorpresa quella
di trovare in libreria un volume interamente dedicato
a quella vicenda, peraltro di buona fattura, bene articolato
e ben documentato. Si tratta de “L’eccidio
Tellini. Da Giannina all’occupazione di Corfù”
di Andrea Giannasi, pubblicato da Prospettiva Editrice
di Civitavecchia.
Naturalmente, il lavoro non sfugge allo spirito dei
tempi (dei tempi nostri, s’intende): sembra che
la preoccupazione principale dell’Autore sia quella
di chiarire che il libro non intende in alcun modo manifestare
benevolenza verso l’allora nascente regime mussoliniano,
definito «una feroce dittatura». E non solo,
giacché l’intera opera si muove nel solco
della leggenda metropolitana che costituisce la versione
ufficiale dell’esordio della diplomazia fascista.
Secondo tale leggenda (negando la quale si viene arruolati
d’ufficio nei ranghi dei “revisionisti”)
il contrasto fra Benito Mussolini – che nel primo
governo da lui presieduto occupava anche gli Esteri
– ed il segretario generale del medesimo dicastero,
Salvatore Contarini, era basato su una doppia contrapposizione:
quella fra una rozza irruenza dell’uno ed un’abile
e ordinato procedere dell’altro; e quella fra
un supposto estremismo del primo ed un supposto moderatismo
del secondo. Secondo chi scrive – assai modestamente
– il contrasto era invece dovuto alla difficile
coabitazione tra una ragionevole linea nazionalista
espressa da Mussolini ed una tendenza esasperatamente
francofila e serbofila impersonata da Contarini.
Ora, non c’è dubbio che, abbracciando la
tesi dominante, il libro di Giannasi non possa discostarsi
di molto dal cliché delle ricostruzioni di maniera.
E, tuttavia, ciò non inficia la validità
dell’opera, che – ripetiamo – è
di ottima qualità, e certamente rappresenta uno
strumento prezioso per chiunque voglia approfondire
le vicende dell’affare di Giannina-Corfù
nella sua interezza: dal mandato conferito dalla Società
delle Nazioni per la definizione della frontiera greco-albanese,
all’eccidio cosiddetto di Giannina (in realtà
avvenuto presso Kakavià), alla successiva occupazione
di Corfù da parte italiana.
Peraltro, se da un lato l’Autore bada bene ad
ostentare un atteggiamento “politicamente corretto”
sull’esordio dell’attivismo diplomatico
fascista, dall’altro accoglie in pieno la tematica
della “vittoria mutilata” che fu all’origine
dell’atteggiamento intransigente della politica
estera mussoliniana; e va addirittura oltre, riconoscendo
la sostanziale fondatezza della tesi – cara ai
revisionisti – secondo la quale il sistema dei
trattati del primo dopoguerra (da quello di Versailles
a tutti gli altri seguenti, non escluso lo stesso trattato
di Losanna) fosse stato sommamente ingiusto e penalizzante
per i Paesi soccombenti, al punto da essere «responsabile
di scelte e risultati che senza dubbio condussero l’Europa
verso la Seconda guerra mondiale».
IL RUOLO DELL’EPIRO
NELLA STRATEGIA ADRIATICA DELL’ITALIA
Prima di seguire il Giannasi nella sua rievocazione,
però, vogliamo premettere alcune brevi considerazioni,
relative al ruolo dell’area di Giannina e Corfù,
e cioè dell’Epiro, nel contesto della politica
estera del Regno d’Italia; considerazioni che
riteniamo di una qualche utilità per meglio comprendere
la posizione assunta dalla diplomazia italiana nello
scenario balcanico all’indomani della prima guerra
mondiale. Tale posizione era – al momento dell’eccidio
Tellini – di totale sostegno alle posizioni del
governo albanese, in parallelo al supporto inglese alla
Grecia ed a quello francese al Regno Serbo-Croato-Sloveno;
quest’ultimo era però – in quel preciso
momento – mitigato.
In realtà, la tradizionale politica di Roma tesa
a fare dell’Adriatico un “lago italiano”
(ed anche qui è d’obbligo un richiamo,
questa volta all’analoga politica di Atene volta
a fare dell’Egeo un “lago greco”)
avrebbe potuto determinare scelte diplomatiche diverse.
Infatti, il disegno italiano di acquisizione della costa
orientale dell’Adriatico prevedeva un logico sviluppo
da nord a sud, con una catena di possedimenti e di protettorati
che iniziasse dal nostro confine orientale e si svolgesse
fino allo Ionio: Istria e Dalmazia, innanzitutto, poi
il Montenegro (meglio se un “Grande Montenegro”),
l’Albania (ma non una “Grande Albania”)
e, in ultimo, l’Epiro continentale e la dirimpettaia
grande isola di Corfù; quest’ultima, insieme
alle altre isole dell’Eptaneso, era peraltro stata
dominio della Repubblica di Venezia fino al trattato
di Campoformio.
Questo progetto aveva però subìto una
prima battuta d’arresto nel 1913, quando –
a conclusione delle guerre balcaniche – i possedimenti
ottomani della penisola balcanica erano stati scomposti
ed assegnati agli Stati vicini, seguendo confini nuovi
e assai diversi da quelli dei vecchi villayet [vedi
«Storia in Rete» n° 32 NdR]. In
tale contesto, l’Epiro (che fino a quel momento
si identificava con il villayet di Giannina, esteso
da Durazzo sino al confine greco pre-1913) era stato
diviso fra un centro-sud, annesso alla Grecia, ed un
nord, assegnato al nascente Principato d’Albania.
Questa partizione aveva una sua logica: l’Epiro
del nord, nel suo complesso, aveva una maggioranza etnica
albanese; e tuttavia, la maggioranza di quella maggioranza
albanese era di religione cristiano-ortodossa e fedele
al Patriarcato (ellenico) di Costantinopoli, la qualcosa
ne faceva un naturale prolungamento della Grecia nell’area
schipetara. Parallelamente, nell’Epiro del centro
e del sud la maggioranza etnica era nettissimamente
greca; la comunità albanese aveva dimensioni
notevoli solamente nella regione a nord di Giannina;
così come, nella regione orientale del Pindo,
viveva una consistente comunità di etnia aromena
o cuzo-valacca (e cioè di origine rumena).
Come si può vedere, l’Epiro era una specie
di piccola Macedonia, ed era quindi logico che al suo
interno si muovessero e configgessero tendenze diverse
e forze centrifughe contrastanti. Se gli aromeni si
limitavano ad un blando autonomismo e per il resto facevano
blocco coi greci (al punto da essere sovente indicati
come ellenizontes, cioè “greci in pectore”),
gli altri tre nuclei etnico-culturali erano in perenne
competizione: gli ellenici volevano l’annessione
al Regno di Grecia del “Nord Epiro” (e in
questa definizione ricomprendevano tutta l’Albania
meridionale), i musulmani schipetari volevano l’annessione
al Principato d’Albania della Ciamuria (e in questa
definizione ricomprendevano tutto l’Epiro del
centro e del sud), mentre gli albanesi ortodossi facevano
più spesso blocco con i greci che non con i compatrioti
di fede musulmana.
Come si può immaginare, questa situazione aveva
sconvolto i vecchi disegni degli italiani, tradizionali
sostenitori dell’indipendenza di una ben delimitata
Albania musulmana. D’altro canto, all’Italia
non era rimasto che appoggiare le istanze del nazionalismo
albanese, dal momento che l’Epiro centromeridionale
era stato assegnato alla Grecia, nazione che era oramai
diventata una obbediente pedina nelle mani dell’Inghilterra;
e l’Inghilterra – si tenga presente –
era dichiaratamente nemica delle aspirazioni italiane
nel Mediterraneo.
L’ECCIDIO DELLA MISSIONE TELLINI
Questo scenario, ovviamente, non poteva che complicarsi
all’indomani della Prima guerra mondiale, con
il plateale tradimento anglo-francese di tutte le promesse
solennemente pattuite per estorcere l’intervento
in guerra dell’Italia [vedi «Storia
in Rete» n° 29 NdR]. Non soltanto, infatti,
l’Inghilterra continuava ad insidiare a pro dei
greci le posizioni e le aspirazioni italiane nell’Egeo
(Smirne, Antalya, il Dodecanneso), ma addirittura, al
confine orientale d’Italia, i francesi arringavano
i serbi e li spingevano a contenderci la Giulia, l’Istria,
Fiume e la Dalmazia, oltre a fagocitare l’italofilo
Regno del Montenegro e, financo, a tentare l’annessione
di ampie porzioni dell’alta Albania.
Orbene, era in questo drammatico contesto internazionale
che, nel novembre 1921, la Conferenza degli Ambasciatori
del Consiglio Supremo Alleato deliberava la costituzione
di una commissione per la delimitazione dei confini
albanesi, affidandone la presidenza al generale Enrico
Tellini, e che – un anno dopo – andavano
al potere in Italia i nazionalisti fascisti di Mussolini,
e pressoché contemporaneamente, in Grecia, i
nazionalisti “di sinistra” e repubblicaneggianti
del colonnello Stylianòs Gonatàs. Ed era
nel medesimo drammatico contesto (con l’Italia
stretta tra greci e serbi e tra francesi ed inglesi,
per tacere degli americani) che nell’agosto 1923
si verificava l’eccidio Tellini e, sùbito
dopo, la dura reazione di Mussolini e l’occupazione
di Corfù.
Se non si tiene ben presente tutto questo, anche un’opera
attenta e documentata come quella in argomento rischia
di passare per un’escursione “salgariana”
nel campo della diplomazia, per una semplice narrazione
di un episodio di colore della nostra storia più
recente, magari condìta con i soliti stereotipi
sulla politica avventuristica e bellicosa del governo
fascista del tempo.
Ma riprendiamo il filo degli eventi, seguendo la puntuale
ricostruzione del Giannasi. Dunque, il 19 novembre 1921
la Conferenza degli Ambasciatori (organo del Consiglio
Supremo Alleato ma di fatto espressione anche della
neonata Società delle Nazioni) deliberava di
confermare per l’Albania le frontiere delineate
nel 1913 dal Protocollo di Firenze, delegava l’esatta
fissazione dei confini albanesi ad una apposita “commissione
di delimitazione”, e chiamava alla presidenza
di tale commissione il generale italiano Enrico Tellini.
Tellini assumeva in prima persona il compito di dirigere
i lavori relativi alla delimitazione del confine con
la Grecia, e fissava il suo quartier generale in territorio
ellenico, a Giannina. Da qui, il mattino del 27 agosto
1923, il generale italiano e il suo staff (due ufficiali,
l’autista ed un coadiutore epirota) si dirigevano
in macchina verso il posto di frontiera greco di Kakavià,
quando cadevano in un’imboscata e venivano tutti
uccisi a colpi di arma da fuoco.
Il Giannasi riferisce dettagliatamente delle indagini
condotte ai vari livelli e delle diverse teorie accusatorie.
Senza addentrarci nei particolari, possiamo dire che
l’ipotesi dell’aggressione da parte di una
delle bande di predoni, che allora infestavano il confine
greco-albanese, viene considerata estremamente remota:
era stato infatti accertato – a suo tempo –
che non risultavano asportati né denari né
oggetti. Rimane, dunque, l’ipotesi di un delitto
“politico” (diretto ad impedire la fissazione
di uno stabile confine greco-albanese) e le due più
credibili sub-ipotesi: quella dei mandanti greci e quella
dei mandanti albanesi. L’autore si muove con molta
circospezione tra queste due opzioni, ma è evidente
che – pur con le cautele del caso – propenda
per l’ipotesi greca. E, tuttavia, questa teoria
non viene spinta fino alle sue estreme conseguenze,
e cioè fino a considerare che i mandanti potessero
in realtà nascondersi in alcuni settori del governo
dei colonnelli greci o, addirittura, in ambienti legati
a servizi segreti – più o meno ufficiali
– facenti capo alla Gran Bretagna.
Certo, ci rendiamo conto che, essendo trascorsi ottantacinque
anni dall’eccidio, il mistero Tellini è
ormai destinato a rimanere tale, per sempre. E ci rendiamo
conto, altresì, che un eventuale coinvolgimento
dei servizi inglesi nella vicenda – ammesso che
ci sia effettivamente stato – non potrà
mai essere provato. Ma ci permettiamo egualmente di
aggiungere questa congettura alle altre possibili; congettura
– la nostra – che si basa sul contesto politico
internazionale del tempo, certamente non incompatibile
(e segnatamente in quegli anni) con sviluppi clamorosamente
drammatici, come appunto quelli della vicenda Tellini.
I SERVIZI SEGRETI BRITANNICI
E LE TRAME NELL’AREA BALCANICA
L’Autore – a nostro parere – semplifica
eccessivamente il quadro politico-diplomatico dell’epoca:
egli ben coglie la rivalità tra Inghilterra e
Francia nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, ma
ritiene – meno fondatamente – che in quegli
anni Mussolini privilegiasse i buoni rapporti con l’Inghilterra
(«sui quali pure si fondava buona parte della
sua politica estera»); conseguentemente,
non viene percepita adeguatamente la ratio dell’irrigidimento
della diplomazia mussoliniana nei confronti della Grecia,
che della Gran Bretagna era la figlioccia prediletta.
Le cose – ci permettiamo di obiettare –
stavano in termini diversi. Nell’antagonismo tra
Francia e Inghilterra, negli anni 1922-24 l’Italia
era schierata nettamente dalla parte di Parigi e contro
la linea di Londra. In Francia, infatti, il governo
di Raymond Poincaré (leader della destra repubblicana)
aveva inaugurato una politica di riavvicinamento all’Italia,
che era stata prontamente recepita e corrisposta dal
governo di Benito Mussolini.
L’Inghilterra, viceversa, continuava ad esserci
nettamente ostile. Il primo incontro tra Mussolini e
lord Curzon era stato un disastro: il Ministro degli
esteri e prossimo Premier britannico aveva dapprima
riconosciuto e sùbito dopo negato pari dignità
all’Italia, ed aveva poi continuato – nell’àmbito
della conferenza di Losanna che si apriva pochi giorni
dopo – ad osteggiare il possesso italiano dell’arcipelago
del Dodecanneso, aizzando il governo ellenico e spingendolo
ad esigere con protervia il nostro abbandono di quelle
isole. Questa aggressione diplomatica inglese era continuata
– incredibilmente – anche dopo il trattato
di Losanna (firmato il 24 luglio 1923), ed era, nei
giorni dell’eccidio Tellini, in pieno svolgimento.
Si era, infatti, alla vigilia della solenne proclamazione
della sovranità italiana sul Dodecanneso –
programmata per la fine di agosto – e i servizi
di Londra erano impegnati ad incitare il governo di
Atene a richiedere addirittura che Roma mettesse in
discussione gli esiti del trattato appena concluso;
fingendo di ignorare – peraltro – che il
nuovo governo kemalista turco sarebbe stato disposto
anche ad un’altra guerra, pur di impedire che
i greci si installassero a Rodi o a Castelrosso.
Inoltre, i nostri servizi segreti avevano accertato
che, in coincidenza con la proclamazione della sovranità
italiana sul Dodecanneso, in varie parti della Grecia
sarebbero state attuate violente manifestazioni antitaliane.
Il nostro sospetto è che quelle manifestazioni
(che a seguito dell’affare Tellini saranno poi
annullate) fossero state discretamente promosse dai
servizi inglesi, che in Grecia si muovevano come a casa
loro.
D’altro canto, anche nella vicina Albania (dove
i servizi britannici parimenti imperversavano, pur senza
l’assoluta libertà di movimenti di cui
godevano in Grecia) la Gran Bretagna operava con grande
disinvoltura e senza scrupoli di sorta: e sempre in
funzione antitaliana, naturalmente. Erano stati gli
agenti inglesi, con molta probabilità, a spingere
il Ministro degli Interni albanese del tempo –
il futuro re Zog – a scatenare contro gli italiani
la rivolta di Valona del 1920. Ed erano stati gli agenti
inglesi – quasi certamente – a corrompere
uno dei capi cossovari che avevano cinto d’assedio
Tirana nel 1922, salvando così Zog ed aprendogli
la strada verso la Presidenza del Consiglio. Così
come saranno sempre gli agenti inglesi (non sappiamo
se direttamente o tramite la Anglo-Persian Oil Company)
che poco più tardi, nel 1924, finanzieranno il
solito Zog – nel frattempo riparato in Serbia
– e lo sosterranno nella sua lotta al governo
filoitaliano del vescovo ortodosso Fan Noli.
Non è dunque priva di solidi ancoraggi alla realtà
del tempo la nostra teoria circa una qualche seppur
ipotetica responsabilità nell’eccidio Tellini
del governo britannico, anche se forse mediata dal governo
di Atene o da altri ambienti ellenici. In ogni caso
– come si diceva – è oggi praticamente
impossibile venire a capo di un mistero le cui tracce
sono state certo accuratamente cancellate ottantacinque
anni or sono.
LA CRISI DI CORFU’
Tornando alla ricostruzione del Giannasi, la seconda
parte – quella relativa all’ultimatum italiano
al governo ellenico ed alla occupazione di Corfù
– è certamente la più interessante
e la meglio documentata.
Mussolini – com’è noto – attribuì
sùbito la responsabilità dell’eccidio
al vertice greco, ritenuto il mandante del tragico agguato.
Ne conseguì un ultimatum al governo di Atene,
redatto in termini tali da risultare inaccettabile,
e – di fronte al rifiuto ad adempiere una parte
delle riparazioni richieste – l’occupazione
dell’isola di Corfù. L’opera segue
con puntualità tutti i passaggi della vicenda,
attingendo a solido materiale d’archivio e facendo
giustizia di numerosi luoghi comuni: la brutalità
dell’occupazione italiana, l’ostilità
della popolazione e, soprattutto, la volontà
di Mussolini di provocare una guerra con la Grecia.
L’Autore sottolinea adeguatamente i limiti –
anche propagandistici – dell’azione, riferendo
delle disposizioni volte a contenere alcune impennate
ipernazionaliste di certi organi di stampa, nonché
delle istruzioni impartite dal Governo ai Prefetti perché
le manifestazioni antielleniche segnalate in numerose
città italiane (e dovute a gruppi circoscritti
di estremisti fascisti ed ex-combattenti) venissero
contenute entro limiti ragionevoli.
La questione, infine, si concluse con una soluzione
di compromesso: la Grecia accettò sostanzialmente
di sottostare a quasi tutte le richieste dell’Italia,
che, dal canto suo, non insistette per ottenere quelle
riparazioni che maggiormente avrebbero mortificato l’orgoglio
nazionale ellenico; una commissione d’inchiesta
della Società delle Nazioni assolse il governo
greco dall’accusa di aver provocato l’eccidio,
ma lo condannò per negligenza.
La rievocazione del Giannasi finisce qui, concludendo
che l’affare di Corfù aveva rafforzato
Mussolini sul piano interno, ma ne aveva danneggiato
l’immagine sul piano internazionale.
Questa conclusione non ci trova d’accordo: l’immagine
di Mussolini e del suo governo non risultò appannata
agli occhi dell’opinione pubblica internazionale,
ma solamente agli occhi dell’Inghilterra (e degli
Stati Uniti). Per quasi tutte le cancellerie europee
– intimamente convinte della responsabilità
del governo greco nell’eccidio Tellini –
l’Italia aveva fatto valere le sue ragioni con
la forza e la determinazione che il caso richiedevano.
E non soltanto nei confronti della Grecia, ma anche
nei confronti della stessa Gran Bretagna, che nei giorni
della crisi aveva minacciato il blocco marittimo dell’Italia
e aveva addirittura fatto balenare la possibilità
di un attacco militare contro la nostra flotta (episodi
che il Giannasi sembra ignorare).
Per l’Inghilterra e per gli ambienti anglofili
di tutto il mondo, invece, lo svolgimento della crisi
di Corfù era apparso come un episodio diabolico:
l’Italia aveva smesso di subìre i ricatti
e le umiliazioni degli “alleati”, si era
dapprima tenuto il Dodecanneso esattamente come gli
inglesi si erano tenuti Cipro, aveva poi occupato per
rappresaglia Corfù esattamente come gli inglesi
avevano pochi anni prima occupato Atene e il Pireo,
e aveva addirittura avuto l’ardire di allertare
la sua flotta a Taranto per non sottostare alla minaccia
della flotta britannica.
Le cose – comunque – avevano finito per
sistemarsi, l’Italia aveva avuto la soddisfazione
che chiedeva, e il 27 settembre 1923 le forze italiane,
pur con qualche rimpianto, avevano lasciato Corfù.
Aggiungiamo – a riprova dei benèfici effetti
del nuovo corso diplomatico italiano – che il
16 settembre, durante l’occupazione di Corfù,
Mussolini aveva ordinato anche l’occupazione di
Fiume; occupazione che era stata sostanzialmente accettata
dalla comunità internazionale e, infine, dallo
stesso Regno Serbo-Croato-Sloveno, che regolerà
poi la questione con l’Italia attraverso il Patto
di Roma (gennaio 1924).
Un’ultima notazione: la crisi era stata gestita
in prima persona da Benito Mussolini. Infatti, quel
modello di equilibrio e moderazione che rispondeva al
nome di Salvatore Contarini, sùbito dopo la presentazione
dell’ultimatum alla Grecia, era andato in vacanza
a Ischia, volendo così marcare il suo dissenso
rispetto ai metodi bruschi e diretti del Presidente
del Consiglio.
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