(…)
In ogni caso, la politica egea dell’Inghilterra
era quanto meno miope, perché non era l’Italia
bensì la Germania ad essere veramente una concorrente
pericolosa, come poteva chiaramente evincersi dalla
vicenda della costruenda Ferrovia Berlino-Costantinopoli-Baghdad,
la Baghdadbahn: linea concepita
ufficialmente come tratta sud-occidentale del grandioso
progetto di una Ferrovia Asiatica, ma in realtà
messo a punto dagli strateghi berlinesi e viennesi come
una sorta di continuazione del disegno austriaco di
penetrazione verso Salonicco.
Fin dall’ultimo scorcio dell’800 la Germania
si era assicurata le concessioni necessarie a costruire
la quasi totalità delle ferrovie turche, nella
convinzione – peraltro – che la penetrazione
economica fosse il veicolo ideale per una futura penetrazione
politica nell’Impero Ottomano; cosa che, in effetti,
avveniva del tutto naturalmente alla fine del primo
decennio del XX secolo, quando l’Inghilterra –
impegnata a conquistarsi le simpatie della Grecia turcofoba
– lasciava i primi spazi vuoti.
Non appena, dopo la fine delle guerre balcaniche, interveniva
una sorta di normalizzazione nei rapporti fra Costantinopoli
e le diverse potenze europee, la Gran Bretagna –
resasi conto del valore strategico delle linee ferrate
– chiedeva di poter partecipare al progetto di
costruzioni ferroviarie, riuscendo però ad ottenere
soltanto un’appendice periferica: la tratta Baghdad-Bassora.
Nello stesso modo, la Francia otteneva una concessione
per la tratta Aleppo-Damasco-Gerusalemme, mentre la
Russia aveva riconfermata una vecchia concessione nell’Armenia
ottomana, ai confini con l’Armenia russa. Nascevano
così, ai margini della presenza “forte”
della Germania sul territorio turco metropolitano, tre
zone di interessi economici delle altre potenze, zone
che – come gli avvenimenti dei prossimi anni andranno
a dimostrare – assumeranno ben presto la valenza
di zone d’influenza politica: la Mesopotamia per
la Gran Bretagna, la Siria per la Francia, l’Armenia
per la Russia.
L’Italia – oggetto ormai accertato dell’ostilità
inglese – veniva rigorosamente mantenuta estranea
al lavorìo per ottenere le briciole del bottino
tedesco e, in un primo tempo, rimaneva quasi del tutto
tagliata fuori.
Era a questo punto – dall’agosto al novembre
1913 – che avveniva il viaggio in Turchia di un
noto giornalista italiano, il futuro senatore Giuseppe
Bevione, ufficialmente per raccogliere documentazione
per un suo libro, ma in realtà – sospettiamo
noi – su incarico ufficioso del governo italiano
per meglio calibrare le iniziative nel settore delle
ferrovie.
Bevione confermava e avvalorava con dovizia di particolari
quel che era già presente ai governanti di Roma,
e cioè che rimaneva libero dalle zone d’influenza
altrui un ampio tratto di territorio turco (praticamente
quasi tutta l’Anatolia meridionale, un quarto
buono della penisola) ma che di questo territorio all’Italia
ne sarebbe stata assegnata – come vedremo –
solamente una parte, la cosiddetta regione
di Antalya. Probabilmente – sospettiamo
noi – su pressioni dell’Inghilterra, che
sperava di poter destinare prima o poi l’altra
parte (la regione di Smirne)
agli appetiti irredentistici dei greci.(1)
«Restano i territori posti a ponente
della diagonale Haidar-Adana – scriveva
il Bevione – contenuti fra il Marmara,
l’Egeo ed il Mediterraneo. (…) I vilayet
di Aidin e di Brussa, che ne formano la maggior parte,
non sono sottoposti al “noli me tangere”
di nessuna Potenza, perché nessuna Potenza vi
ha spiegato un’azione economica predominante,
o vi ha concentrato un’azione politica tendente
ad escludere amici ed avversari.» Ed
aggiungeva: «Se l’Italia vuole
essere qualcosa nell’Impero Ottomano, se vuole
(…) costituirsi una zona di prevalenza, non può
ormai più cercare in altra parte dell’Asia
Minore che qui.»(2)
Naturalmente, a prevalere erano gli inglesi, e l’Italia
doveva accontentarsi di una concessione per la costruzione
di un moderno porto attrezzato ad Antalya e per una
tratta ferroviaria di adduzione che da quel centro procedesse
verso nord fino a Burdur per congiungersi con la Baghdadbahn.
Di certo Antalya (o Adalia, come si preferiva chiamarla
in Italia), pur essendo il secondo scalo marittimo dell’Anatolia
meridionale, era meno aperta, meno “europea”,
meno prossima agli Stretti di quanto non lo fosse Smirne;
ma in compenso era più vicina al Dodecanneso
e si prestava certamente meglio al progetto italiano
di dar vita ad una “via di Rodi”che unisse
le acque dell’arcipelago alle grandi vie di comunicazione
anatoliche, quindi alla ferrovia Berlino-Baghdad. Antalya
appariva al Bevione – che la visitava nel settembre
1913 – come «un paese vergine
d’influenza europea», come
un porto di preziosa collocazione geografica ma privo
di quell’aria progredita e cosmopolita che si
respirava a Smirne o in altri grandi porti dell’Impero
Ottomano. Inoltre e fortunatamente, mancava ad Antalya
una massiccia presenza ellenista potenzialmente pericolosa,
ma vi abbondavano in compenso le vestigia dell’antica
dominazione romana, elemento che sempre solleticava
l’orgoglio italiano.
In ogni caso, benchè rappresentasse più
o meno la metà delle originarie aspirazioni italiane,
la regione di Antalya non era poca cosa. Comprendeva
tre sangiaccati (3) (quelli
di Antalya, di Burdur e di Menteshè), per un
totale di 440.000 kilometri quadrati e di 560.000 abitanti.
Di opinione diversa era il Bevione: «Un
territorio ampio quanto la Danimarca ed una popolazione
grande quanto quella di Milano. (…) Non si tratta
adunque di una grande cosa. Ma è il primo passo,
quello che è più difficile a compiersi
e che costa più fatica.»
E aggiungeva: «Ora importa stabilire
bene questo: come la concessione di Adalia non è
che un’anticamera. Adalia stessa non può
essere che una tappa della nostra marcia. I tre sangiaccati
a cui si limita la concessione di studi per la ferrovia
non sono adeguati alla nostra potenzialità, non
possono soddisfare le nostre legittime aspirazioni.
Altro bisogna cercare, altro bisogna fare, senza fretta,
con metodo, con continuità di vedute e di volontà.
(…) La prima cosa da tener presente è che
tutto il blocco occidentale dell’Anatolia, quello
che solo interessa noi italiani, ha una pupilla, uno
sbocco, un centro che si chiama Smirne. Smirne è
la seconda città dell’Impero Ottomano.
Tutta la vita del litorale egeo dell’Asia Minore
affluisce a Smirne e ne defluisce. Non si può
svolgere ad occidente della ferrovia di Anatolia un’azione
efficace senza interessarsi di Smirne. Interessarsi
di Smirne non significa (…) volerla prendere d’assalto.
Significa volervi esercitare un’azione legittima
di civiltà. (…) E’ diffusa nell’aria
la sensazione di una volontà presente e potente,
tesa a maggiori cose. Così deve essere, perchè
nulla faremo in quest’ultimo lembo di Asia Minore,
se trascurassimo Smirne. A Smirne dobbiamo lavorare
con tenacia, con fede, con sacrifici, perché
Smirne è il cervello e il cuore dell’Anatolia
occidentale. Ad Adalia abbiamo preso la prima nostra
ipoteca. Fra Smirne ed Adalia deve svolgersi l’opera
nostra. Niente altro che questo, poiché teniamo
le isole che lo comandano, ha da essere il lotto dell’Italia.
Ancora una volta dunque il destino ci mette tra Francia
ed Inghilterra, che in questa zona hanno gli interessi
dominanti.»(4)
Quindi, malgrado avesse dovuto accontentarsi di Antalya,
l’Italia continuava a guardare con non celato
interesse a Smirne, che però era una città
a prevalenza etnica greca (250.000 su 400.000 abitanti,
anche se i turchi mantenevano una scarna maggioranza
nel vilayet di pertinenza). Con molta probabilità,
comunque, il governo italiano si sarebbe volentieri
accontentato della sola fascia costiera del “lotto”
occidentale, che avrebbe voluto saldare alle acque del
Dodecanneso, penetrando all’interno solo il necessario
per congiungersi alle grandi linee di comunicazione
e rinunziando quindi alla parte più settentrionale
del lotto stesso.
Ma questo disegno confliggeva con le aspirazioni di
Londra, che – puntando segretamente al controllo
di Costantinopoli e degli Stretti – era obbligata
a favorire gli appetiti greci verso tutti gli altri
obiettivi del panellenismo in Anatolia, Smirne in primis.
Esattamente come – volendo conservare il dominio
su Cipro – l’Inghilterra era obbligata a
stornare le aspirazioni del nazionalismo greco verso
Rodi e il Dodecanneso. In ogni caso, comunque, l’Italia
doveva rimanere fuori da Smirne e possibilmente da tutta
l’Anatolia; anzi, la stessa sua fastidiosa presenza
nel Dodecanneso doveva essere resa problematica e, possibilmente,
eliminata a pro dei greci.
Tutto ciò spiega le ragioni dello scontro –
incruento ma politicamente violentissimo – che
dopo la prima guerra mondiale opporrà Italia
e Inghilterra nel teatro egeo.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO: Il
coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra
mondiale e la “Vittoria mutilata”. La
politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico
dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924. |
(1) Dopo la conquista greca di Salonicco,
nella lista delle aspirazioni della Megàli
Idèa panellenista Smirne era ormai
al secondo posto, subito dopo Costantinopoli. Si tenga
presente che Smirne, benché indubbiamente turca
dal punto di vista geografico, era prevalentemente greca
dal punto di vista etnico.
(2) Giuseppe
BEVIONE: L’Asia Minore e l’Italia.
Fratelli Bocca editori, Torino, 1914.
(3) Il
sangiaccato era costituito
da una città e dai centri minori che le facevano
corona; diciamo, grosso modo, una unità amministrativa
simile alla nostra provincia. Il vilayet,
invece, riuniva diversi sangiaccati, ed era più
o meno equivalente alla nostra regione.
(4) Giuseppe
BEVIONE: L’Asia Minore e l’Italia.
Cit.
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