Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
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LA DIPLOMAZIA DELL'ITALIA LIBERALE

 
Una seduta della Conferenza di Parigi.

 
LA CONGIURA CONTRO GLI INTERESSI ITALIANI
ALL’INDOMANI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
(1919)

(…) In realtà, l’Italia era scesa nella prima guerra mondiale con un obiettivo più ambizioso di quello che poteva desumersi dal suo memoriale sui confini settentrionali e orientali: questo non era che uno degli scenari della politica di potenza di Roma, politica che guardava certamente alle Alpi ed all’Adriatico, ma anche ai Balcani, al bacino danubiano, all’Egeo, all’Africa settentrionale ed al Mediterraneo nel suo insieme. L’obiettivo finale e complessivo era quello “storico” – diciamo così – di diventare a tutti gli effetti una grande potenza; e il mezzo per raggiungere tale obiettivo era la successione all’Austria-Ungheria in una posizione predominante nell’Europa orientale, supportata da un’ulteriore spinta dinamica verso il Mediterraneo orientale. D’altro canto, le aspirazioni italiane erano state avallate da Inghilterra, Francia e Russia fin dal 1915, quando il Patto di Londra aveva di fatto riconosciuto all’Italia ruoli e spazi coerenti con le sue ambizioni, riconfermati poi nel 1917 a San Giovanni Moriana.
Sul finire del 1918 – invece – Francia e Inghilterra si erano precipitate ad occupare tali ruoli e tali spazi, in prima persona ovvero promuovendo l’espansione di nazioni amiche, quali erano la Grecia, la Serbia, la Boemia, la Romania e la Polonia. In particolare, Francia e Serbia avevano occupato ruoli e spazi di pertinenza italiana nei Balcani, mentre Inghilterra e Grecia avevano fatto altrettanto (o si accingevano a farlo) nella regione egea e anatolica.
A quelle palesi aggressioni contro le proprie esigenze vitali, l’Italia aveva reagito con estrema moderazione, anche perché era mantenuta sotto ricatto economico da parte degli Stati Uniti d’America, alleato privilegiato e complice della Gran Bretagna. E gli Stati Uniti – per bocca di Wilson – avevano sùbito manifestato (ufficiosamente dapprima ed ufficialmente in quella seduta del 13 aprile che aveva visto la discussione del memoriale italiano) la loro totale contrarietà alle aspirazioni di Roma.
Le motivazioni ufficiali di questo radicale cambiamento di rotta da parte degli Alleati erano due, ed erano entrambe risibili. La prima, era che il Patto di Londra non era stato notificato ufficialmente agli Stati Uniti (che all’epoca non erano ancòra partecipi della guerra), i quali adesso ne contestavano l’essenza perché contraria allo spirito dei Quattordici Punti wilsoniani. E la seconda era che il trattato di San Giovanni Moriana non era stato ratificato dalla Russia, che però non aveva potuto farlo per il semplice fatto di essersi successivamente tirata fuori dalla guerra.
Le vere motivazioni erano invece altre due. La prima riguardava l’Inghilterra, da sempre ferocemente ostile al dinamismo italiano, che voleva semplicemente rinnegare i patti. La seconda era relativa agli Stati Uniti, costretti – anche per non dispiacere al Regno Unito ed alla Francia – a rimangiarsi tutte le magniloquenti affermazioni di principio sulla libertà delle nazioni, e quindi alla ricerca di un capro espiatorio (che fosse comunque gradito all’Inghilterra) da utilizzare davanti al mondo per far credere di mantenere fede ai vecchi slogan.
Atteggiamento – quest’ultimo – del tutto ridicolo, se si pensa che ai solenni richiami all’Italia su Fiume e Dalmazia, faceva riscontro un totale disinteresse per la Francia (lasciata libera di perseguitare e umiliare la Germania), per la Serbia (lasciata libera di colonizzare Slovenia, Croazia, Bosnia, Kosovo e Macedonia), per la Grecia (lasciata libera di infierire su Bulgaria, Albania e Turchia), per la Boemia (lasciata libera di prendersi Sudeti, Slovacchia e Rutenia), per la Romania, per la Polonia e, soprattutto, per la Gran Bretagna, lasciata libera non soltanto di colonizzare quasi per intero le regioni arabe, ma addirittura di progettare un piano di totale smembramento della Turchia.
Quello contro Roma era un disegno di vecchia data. Risaliva almeno al gennaio 1918, quando l’ineffabile Woodrow Wilson aveva reso noti i suoi Quattordici Punti ed aveva affermato che l’Italia doveva essere costretta entro una frontiera etnica che egli dichiarava essere «facilmente riconoscibile». Ora, poiché anche i sassi sapevano che secoli di migrazioni e di invasioni avevano reso i confini etnici italiani tutt’altro che facilmente riconoscibili, era evidente che si fosse in presenza di un preciso disegno per attribuire all’Italia dei confini più angusti di quelli naturali. Parallelamente, l’undicesimo dei Punti wilsoniani recitava che «la Serbia deve ottenere un libero e sicuro accesso al mare».
Il gioco americano era apparso talmente evidente che – fin dai giorni precedenti l’armistizio – il Ministro degli esteri Giorgio Sidney Sonnino aveva chiesto all’Intesa di notificare agli Stati Uniti le riserve italiane sul punto 9 del programma wilsoniano: «Il governo italiano ritiene che la rettifica (readjustment) di cui è questione nell’articolo IX, non implichi una semplice modifica (rectification) delle frontiere; ma che si tratti per l’Italia di ottenere la liberazione delle provincie di nazionalità italiana, e nello stesso tempo di stabilire una frontiera tra l’Italia e l’Austria-Ungheria che presenti le condizioni necessarie di sicurezza militare sufficienti ad assicurare l’indipendenza ed il mantenimento della pace, tenendo conto delle ragioni geografiche e storiche, e applicando gli stessi principi affermati nei confronti della Germania per le delimitazioni conseguenti all’attuale guerra.»(1) Non occorre dire che la richiesta italiana era stata sùbito bloccata da inglesi e francesi, con la scusa che il Congresso americano – con la solita modestia – aveva proclamato che non avrebbe accettato modifiche agli augusti Quattordici Punti.
E’ sconcertante come – ancòra oggi – il giro-di-valzer intesista sulle aspirazioni italiane venga ammesso con candida noncuranza dalla storiografia anglofila: «Le pretese italiane sull’adempimento di questi impegni stavano quasi per far saltare la conferenza di pace di Parigi. (…) Dare corso alle rivendicazioni italiane sull’Istria e sulle regioni costiere della Dalmazia avrebbe costituito non solo una grave violazione del diritto all’autodeterminazione della popolazione slava residente, ma anche un affronto alla Serbia alleata.»(2) Nessun problema, invece, a ledere il diritto all’autodeterminazione della popolazione italica residente ed a muovere un affronto all’Italia alleata.
In realtà, agli americani e al presidente Wilson non importava nulla né dell’Italia né della Serbia. Semplicemente, seguivano alla lettera i suggerimenti degli inglesi, giacché tra USA e UK esisteva un’alleanza di ferro, un’assoluta comunanza politica, etnica, culturale e di interessi. Non si trattava soltanto di due paesi amici, ma di due nazioni che – pur in antagonismo tra loro per l’attribuzione del primato assoluto – erano entrambe parte di quel blocco anglosassone che intendeva soppiantare il “concerto europeo” alla guida del mondo civile. Tutto questo, naturalmente, senza che la Francia facesse una piega. Parigi continuava a svolgere disciplinatamente il ruolo di “utile idiota” degli anglosassoni, accettando anche di subire l’arroganza inglese per la spartizione del bottino arabo, e rifiutandosi di imboccare l’unica strada percorribile per tentare di fermare la deriva anglica: quella di un’attiva, operante solidarietà latina con l’altra vittima delle mene anglo-americane, l’Italia.
Ovviamente, tutto il lavorìo antitaliano iniziava pian piano a far capolino dalla ristretta cerchia diplomatica verso settori sempre più ampi di opinione pubblica, ingenerando in Italia un forte movimento di reazione politica. Il primo a prendere posizione era stato il leader interventista Gabriele d’Annunzio, sùbito seguito dall’Associazione Nazionalista Italiana di Enrico Corradini. Adesso – nei primi mesi del 1919 – nuovi movimenti nazionalisti si aggiungevano ai più vecchi: gli ex combattenti ed i social-nazionalisti dei Fasci di Combattimento di Benito Mussolini, i rivendicazionisti del Comitato per le Rivendicazioni Nazionali di Giovanni Giuriati, gli ex-combattenti “arditi” dei Volontari Fiumani di Giovanni Host-Venturi; tutti movimenti che postulavano la difesa a oltranza della vittoria italiana, “mutilata” dalla congiura intesista.
Naturalmente, le aspirazioni di questi movimenti si rivolgevano innanzitutto al teatro adriatico-balcanico, ma un’attenzione crescente cominciava ad essere riservata anche all’altro settore d’interesse italiano, quello egeo-anatolico. Qui era in atto il tentativo inglese di rimangiarsi, insieme a quanto stabilito a San Giovanni Moriana (con la scusa della mancata ratifica da parte russa), ciò che era stato previsto dal Patto di Londra, che non necessitava ovviamente di alcuna ratifica. Quel che si voleva rinnegare era non soltanto la previsione di specifici compensi territoriali per l’Italia, ma anche e soprattutto il concetto della partecipazione italiana alla divisione dei territori ottomani in posizione paritaria rispetto a Inghilterra e Francia.
Liberatasi dell’ipoteca russa sugli Stretti, la Gran Bretagna voleva adesso liberarsi di quella italiana sulla costa anatolica, demandandone le competenze ai fidi greci. Per Roma si voleva prevedere una presenza poco più che simbolica ad Antalya, rimettendo tutto il restante territorio di spettanza ex-italiana alla sovranità di Atene, dalla cui presenza nell’area egea Londra non traeva motivi di preoccupazione.
Ma non era tutto, perché l’Inghilterra voleva che l’Italia rinunziasse anche a Rodi e al Dodecanneso, accampando la scusa che l’occupazione italiana dell’arcipelago era stata stabilita – nel lontano 1912 – “a titolo provvisorio”. Naturalmente, Londra fingeva di ignorare che lo stato di guerra aveva successivamente cancellato la provvisorietà dell’occupazione italiana del Dodecanneso, esattamente come quelle britanniche – parimenti “provvisorie” – dell’Egitto e di Cipro.
Ma l’idea di paragoni irriverenti non sfiorava nemmeno i governanti inglesi, coerenti solo nel pretendere che l’Italia abbandonasse del tutto una regione che – forse per diritto divino – doveva essere considerata di esclusiva pertinenza britannica.

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924.


(1)
Maria Grazia MELCHIONNI: Il confine orientale italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio 1919).
Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981.
(2) Edgar HÖSCH: Storia dei popoli balcanici. Dalle origini ai nostri giorni. Giulio Einaudi editore, Torino, 2005.

 



 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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