(…)
In realtà, l’Italia era scesa nella prima
guerra mondiale con un obiettivo più ambizioso
di quello che poteva desumersi dal suo memoriale sui
confini settentrionali e orientali: questo non era che
uno degli scenari della politica di potenza di Roma,
politica che guardava certamente alle Alpi ed all’Adriatico,
ma anche ai Balcani, al bacino danubiano, all’Egeo,
all’Africa settentrionale ed al Mediterraneo nel
suo insieme. L’obiettivo finale e complessivo
era quello “storico” – diciamo così
– di diventare a tutti gli effetti una grande
potenza; e il mezzo per raggiungere tale obiettivo era
la successione all’Austria-Ungheria in una posizione
predominante nell’Europa orientale, supportata
da un’ulteriore spinta dinamica verso il Mediterraneo
orientale. D’altro canto, le aspirazioni italiane
erano state avallate da Inghilterra, Francia e Russia
fin dal 1915, quando il Patto di Londra aveva di fatto
riconosciuto all’Italia ruoli e spazi coerenti
con le sue ambizioni, riconfermati poi nel 1917 a San
Giovanni Moriana.
Sul finire del 1918 – invece – Francia e
Inghilterra si erano precipitate ad occupare tali ruoli
e tali spazi, in prima persona ovvero promuovendo l’espansione
di nazioni amiche, quali erano la Grecia, la Serbia,
la Boemia, la Romania e la Polonia. In particolare,
Francia e Serbia avevano occupato ruoli e spazi di pertinenza
italiana nei Balcani, mentre Inghilterra e Grecia avevano
fatto altrettanto (o si accingevano a farlo) nella regione
egea e anatolica.
A quelle palesi aggressioni contro le proprie esigenze
vitali, l’Italia aveva reagito con estrema moderazione,
anche perché era mantenuta sotto ricatto economico
da parte degli Stati Uniti d’America, alleato
privilegiato e complice della Gran Bretagna. E gli Stati
Uniti – per bocca di Wilson – avevano sùbito
manifestato (ufficiosamente dapprima ed ufficialmente
in quella seduta del 13 aprile che aveva visto la discussione
del memoriale italiano) la loro totale contrarietà
alle aspirazioni di Roma.
Le motivazioni ufficiali di questo radicale cambiamento
di rotta da parte degli Alleati erano due, ed erano
entrambe risibili. La prima, era che il Patto di Londra
non era stato notificato ufficialmente agli Stati Uniti
(che all’epoca non erano ancòra partecipi
della guerra), i quali adesso ne contestavano l’essenza
perché contraria allo spirito dei Quattordici
Punti wilsoniani. E la seconda era che il trattato di
San Giovanni Moriana non era stato ratificato dalla
Russia, che però non aveva potuto farlo per il
semplice fatto di essersi successivamente tirata fuori
dalla guerra.
Le vere motivazioni erano invece altre due. La prima
riguardava l’Inghilterra, da sempre ferocemente
ostile al dinamismo italiano, che voleva semplicemente
rinnegare i patti. La seconda era relativa agli Stati
Uniti, costretti – anche per non dispiacere al
Regno Unito ed alla Francia – a rimangiarsi tutte
le magniloquenti affermazioni di principio sulla libertà
delle nazioni, e quindi alla ricerca di un capro espiatorio
(che fosse comunque gradito all’Inghilterra) da
utilizzare davanti al mondo per far credere di mantenere
fede ai vecchi slogan.
Atteggiamento – quest’ultimo – del
tutto ridicolo, se si pensa che ai solenni richiami
all’Italia su Fiume e Dalmazia, faceva riscontro
un totale disinteresse per la Francia (lasciata libera
di perseguitare e umiliare la Germania), per la Serbia
(lasciata libera di colonizzare Slovenia, Croazia, Bosnia,
Kosovo e Macedonia), per la Grecia (lasciata libera
di infierire su Bulgaria, Albania e Turchia), per la
Boemia (lasciata libera di prendersi Sudeti, Slovacchia
e Rutenia), per la Romania, per la Polonia e, soprattutto,
per la Gran Bretagna, lasciata libera non soltanto di
colonizzare quasi per intero le regioni arabe, ma addirittura
di progettare un piano di totale smembramento della
Turchia.
Quello contro Roma era un disegno di vecchia data. Risaliva
almeno al gennaio 1918, quando l’ineffabile Woodrow
Wilson aveva reso noti i suoi Quattordici Punti ed aveva
affermato che l’Italia doveva essere costretta
entro una frontiera etnica che egli dichiarava essere
«facilmente riconoscibile».
Ora, poiché anche i sassi sapevano che secoli
di migrazioni e di invasioni avevano reso i confini
etnici italiani tutt’altro che facilmente riconoscibili,
era evidente che si fosse in presenza di un preciso
disegno per attribuire all’Italia dei confini
più angusti di quelli naturali. Parallelamente,
l’undicesimo dei Punti wilsoniani recitava che
«la Serbia deve ottenere un libero
e sicuro accesso al mare».
Il gioco americano era apparso talmente evidente che
– fin dai giorni precedenti l’armistizio
– il Ministro degli esteri Giorgio Sidney Sonnino
aveva chiesto all’Intesa di notificare agli Stati
Uniti le riserve italiane sul punto 9 del programma
wilsoniano: «Il governo italiano ritiene
che la rettifica (readjustment) di cui è questione
nell’articolo IX, non implichi una semplice modifica
(rectification) delle frontiere; ma che si tratti per
l’Italia di ottenere la liberazione delle provincie
di nazionalità italiana, e nello stesso tempo
di stabilire una frontiera tra l’Italia e l’Austria-Ungheria
che presenti le condizioni necessarie di sicurezza militare
sufficienti ad assicurare l’indipendenza ed il
mantenimento della pace, tenendo conto delle ragioni
geografiche e storiche, e applicando gli stessi principi
affermati nei confronti della Germania per le delimitazioni
conseguenti all’attuale guerra.»(1)
Non occorre dire che la richiesta italiana era stata
sùbito bloccata da inglesi e francesi, con la
scusa che il Congresso americano – con la solita
modestia – aveva proclamato che non avrebbe accettato
modifiche agli augusti Quattordici Punti.
E’ sconcertante come – ancòra oggi
– il giro-di-valzer intesista sulle aspirazioni
italiane venga ammesso con candida noncuranza dalla
storiografia anglofila: «Le pretese
italiane sull’adempimento di questi impegni stavano
quasi per far saltare la conferenza di pace di Parigi.
(…) Dare corso alle rivendicazioni italiane sull’Istria
e sulle regioni costiere della Dalmazia avrebbe costituito
non solo una grave violazione del diritto all’autodeterminazione
della popolazione slava residente, ma anche un affronto
alla Serbia alleata.»(2)
Nessun problema, invece, a ledere il
diritto all’autodeterminazione della popolazione
italica residente ed a muovere un affronto all’Italia
alleata.
In realtà, agli americani e al presidente Wilson
non importava nulla né dell’Italia né
della Serbia. Semplicemente, seguivano alla lettera
i suggerimenti degli inglesi, giacché tra USA
e UK esisteva un’alleanza di ferro, un’assoluta
comunanza politica, etnica, culturale e di interessi.
Non si trattava soltanto di due paesi amici, ma di due
nazioni che – pur in antagonismo tra loro per
l’attribuzione del primato assoluto – erano
entrambe parte di quel blocco anglosassone che intendeva
soppiantare il “concerto europeo” alla guida
del mondo civile. Tutto questo, naturalmente, senza
che la Francia facesse una piega. Parigi continuava
a svolgere disciplinatamente il ruolo di “utile
idiota” degli anglosassoni, accettando anche di
subire l’arroganza inglese per la spartizione
del bottino arabo, e rifiutandosi di imboccare l’unica
strada percorribile per tentare di fermare la deriva
anglica: quella di un’attiva, operante solidarietà
latina con l’altra vittima delle mene anglo-americane,
l’Italia.
Ovviamente, tutto il lavorìo antitaliano iniziava
pian piano a far capolino dalla ristretta cerchia diplomatica
verso settori sempre più ampi di opinione pubblica,
ingenerando in Italia un forte movimento di reazione
politica. Il primo a prendere posizione era stato il
leader interventista Gabriele d’Annunzio, sùbito
seguito dall’Associazione Nazionalista
Italiana di Enrico Corradini. Adesso –
nei primi mesi del 1919 – nuovi movimenti nazionalisti
si aggiungevano ai più vecchi: gli ex combattenti
ed i social-nazionalisti dei Fasci di Combattimento
di Benito Mussolini, i rivendicazionisti del Comitato
per le Rivendicazioni Nazionali di Giovanni
Giuriati, gli ex-combattenti “arditi” dei
Volontari Fiumani di Giovanni
Host-Venturi; tutti movimenti che postulavano la difesa
a oltranza della vittoria italiana, “mutilata”
dalla congiura intesista.
Naturalmente, le aspirazioni di questi movimenti si
rivolgevano innanzitutto al teatro adriatico-balcanico,
ma un’attenzione crescente cominciava ad essere
riservata anche all’altro settore d’interesse
italiano, quello egeo-anatolico. Qui era in atto il
tentativo inglese di rimangiarsi, insieme a quanto stabilito
a San Giovanni Moriana (con la scusa della mancata ratifica
da parte russa), ciò che era stato previsto dal
Patto di Londra, che non necessitava ovviamente di alcuna
ratifica. Quel che si voleva rinnegare era non soltanto
la previsione di specifici compensi territoriali per
l’Italia, ma anche e soprattutto il concetto della
partecipazione italiana alla divisione dei territori
ottomani in posizione paritaria rispetto a Inghilterra
e Francia.
Liberatasi dell’ipoteca russa sugli Stretti, la
Gran Bretagna voleva adesso liberarsi di quella italiana
sulla costa anatolica, demandandone le competenze ai
fidi greci. Per Roma si voleva prevedere una presenza
poco più che simbolica ad Antalya, rimettendo
tutto il restante territorio di spettanza ex-italiana
alla sovranità di Atene, dalla cui presenza nell’area
egea Londra non traeva motivi di preoccupazione.
Ma non era tutto, perché l’Inghilterra
voleva che l’Italia rinunziasse anche a Rodi e
al Dodecanneso, accampando la scusa che l’occupazione
italiana dell’arcipelago era stata stabilita –
nel lontano 1912 – “a titolo provvisorio”.
Naturalmente, Londra fingeva di ignorare che lo stato
di guerra aveva successivamente cancellato la provvisorietà
dell’occupazione italiana del Dodecanneso, esattamente
come quelle britanniche – parimenti “provvisorie”
– dell’Egitto e di Cipro.
Ma l’idea di paragoni irriverenti non sfiorava
nemmeno i governanti inglesi, coerenti solo nel pretendere
che l’Italia abbandonasse del tutto una regione
che – forse per diritto divino – doveva
essere considerata di esclusiva pertinenza britannica.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO: Il
coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra
mondiale e la “Vittoria mutilata”. La
politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico
dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924. |
(1) Maria Grazia MELCHIONNI: Il confine orientale
italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata.
Problemi ed incertezze della politica estera italiana
sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio
1919). Edizioni di Storia e Letteratura,
Roma, 1981.
(2) Edgar
HÖSCH: Storia dei popoli balcanici. Dalle origini
ai nostri giorni. Giulio Einaudi
editore, Torino, 2005.
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