Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

GIULIA, ISTRIA E DALMAZIA

 
 
12 settembre 1919: l’ingresso dei legionari dannunziani a Fiume (illustrazione della Domenica del Corriere)

 

LA QUESTIONE DI FIUME
(prima parte: 1918-19)


1918: I PRODROMI DELLA QUESTIONE
Uno dei punti più controversi dell’armistizio di Villa Giusti era quello relativo all’esclusione dalle pertinenze italiane di Fiume, città portuale del Quarnaro a maggioranza italiana, posta al confine con l’Istria, appena al di là della linea armistiziale imposta all’Italia. Per l’esattezza – secondo il censimento austriaco del 1910 – la metà circa dei 50.000 abitanti era di etnia italiana; seguivano poi 15.000 croati (numerosi dei quali italofili) e – all’epoca – 10.000 ungheresi. Dopo la guerra, i numeri saranno sensibilmente diversi: 33.000 italiani, 11.000 slavi, 1.300 ungheresi.
La motivazione di questa esclusione risaliva al Patto di Londra del 1915, quando – occorre ricordare – la dissoluzione dell’impero asburgico non era prevista, e la città di Fiume ricadeva nell’àmbito della Croazia di pertinenza ungherese. Allora – in previsione di una Croazia ancòra ungherese o indipendente ma comunque non aggregata alla Serbia – era stato deciso di non attribuire la città alla sfera italiana, ma di mantenerne la funzione di sbocco portuale sull’Adriatico per l’Ungheria e per la Croazia stessa.
Adesso, tuttavia, alla vigilia dell’armistizio, nel 1918, la situazione appariva del tutto diversa da quella del 1915 (con la Croazia destinata non si sa bene da chi ad essere assorbita dalla Serbia tramite il nascente Stato artificiale “jugoslavo”) e quindi gli italiani richiedevano di poter includere anche Fiume entro la propria linea armistiziale, non essendo concepibile che si fornisse alla Serbia uno sbocco portuale pericolosamente vicino – per considerazioni di ordine commerciale ma anche di natura militare – a quello di Trieste.
Ma gli alleati erano irremovibili: Fiume era evidentemente considerata estranea alla «facilmente riconoscibile frontiera etnografica» dell’Italia, e veniva quindi assegnata alla competenza serba.
Il 29 ottobre, così, Fiume era occupata dai serbi e dai serbofili del Comitato Nazionale croato-sloveno(1). Il giorno seguente, tuttavia, l’organismo rappresentativo della città – il Consiglio Nazionale Fiumano – ne proclamava l’annessione al Regno d’Italia, invocando esplicitamente il principio di autodeterminazione dei popoli ed i Quattordici Punti. Ma – come i fatti dimostreranno poi al di là di ogni dubbio – il principio di autodeterminazione non sarebbe mai stato applicato alle popolazioni del Regno Serbo-Croato-Sloveno: e non solo alla fiumana, ma anche alla dalmata, alla croata, alla slovena, alla montenegrina, alla macedone, alla kosovara, alla bosniaca.
Ma torniamo a Fiume, dove gli occupanti serbi – sia pure con una certa prudenza – prendevano a maramaldeggiare sulla popolazione italiana, sperando forse che, secondo gli sperimentati cànoni della pulizia etnica, questa si acconciasse ad emigrare ed a togliere il disturbo.
Chiamato in soccorso dal Consiglio Nazionale Fiumano, il governo italiano mandava dapprima alcune navi da guerra (4 novembre) e poi – di fronte al perdurare degli atteggiamenti antitaliani dei serbi – il 17 novembre invadeva la città con una forza di terra di 13.000 uomini. Gli americani – nel tentativo di evitare che l’occupazione avesse una matrice univocamente italiana – inviavano anche un loro battaglione, la cui presenza serviva a dare all’occupazione di Fiume una connotazione “internazionale”. I serbi – prudentemente – evacuavano Fiume.
Ma, con un gesto di scorrettezza inaudita tra alleati, il 28 novembre i francesi invadevano a loro volta la città – con una sovrapposizione di occupazioni unica nella storia della diplomazia europea – e il 10 dicembre proclamavano Fiume come compresa nella sfera d’occupazione dell’Armée d’Orient.(2)
Iniziava una difficile convivenza fra italiani e francesi.

1919: LA CRISI DI FIUME E IL MEMORIALE WILSON
L’esplosiva situazione di Fiume deflagrava alla prima scintilla: dal 29 giugno al 6 luglio 1919 si verificavano una serie di piccoli scontri fra militari italiani e francesi, al termine dei quali un italiano e nove francesi restavano sul terreno. Erano i cosiddetti “Vespri Fiumani”.
Contemporaneamente – il 30 giugno – una delegazione guidata dal sindaco Grossich si recava a Roma da Gabriele d’Annunzio, chiedendogli di assumere la guida del movimento di resistenza fiumano. D’Annunzio accettava, e si conveniva di procedere all’arruolamento di volontari – all’interno dei vari raggruppamenti nazionalisti – da fare successivamente convergere a Fiume.(3)
Mentre veniva varata una commissione d’inchiesta interalleata che avrebbe dovuto indagare sulle responsabilità degli incidenti, il governo Nitti interveniva con provvedimenti pesantemente punitivi nei confronti dei settori più politicizzati delle forze armate: gli Arditi, il corpo d’èlite i cui membri erano stati tra i protagonisti degli scontri fiumani, venivano sciolti. E il 22 luglio la stessa sorte toccava ad una delle due Armate di stanza nella Giulia, la 3a Armata che era comandata dal Duca d’Aosta, Emanuele Filiberto, noto per i suoi sentimenti nazionalisti e rivendicazionisti.
Pochi giorni dopo – il 20 agosto – la commissione d’inchiesta interalleata decretava lo scioglimento del Consiglio Nazionale Fiumano e l’allontanamento dalla città di un altro corpo d’élite dell’esercito italiano, i Granatieri di Sardegna, giudicati come i responsabili primi degli incidenti.
I Granatieri lasciavano Fiume il 25 agosto, ma non raggiungevano la destinazione assegnata e si acquartieravano a Ronchi, a pochi chilometri di distanza. Da lì, guidati da D’Annunzio che li aveva frattanto raggiunti, l’11 settembre muovevano alla volta di Fiume. Il 12 settembre – insieme a numerosi Volontari Fiumani, ad ex-Arditi e ad altri militari che si erano nel frattempo aggregati – facevano il loro ingresso a Fiume, accolti dalla popolazione in delirio. Era la “marcia di Ronchi” dei “Legionari” del “Comandante” D’Annunzio, un evento che segnava l’avvio di una stagione rivoluzionaria che avrebbe poi portato alla “marcia su Roma” mussoliniana.
Sùbito, il Consiglio Nazionale nominava D’Annunzio governatore della città, e come primo atto questi proclamava la teorica annessione di Fiume all’Italia. Il Comandante insediava anche una specie di governo provvisorio, alla guida del quale – con l’incarico di Capo del Gabinetto – chiamava il maggiore Giovanni Giuriati, presidente del Comitato per le Rivendicazioni Nazionali e futuro segretario del PNF.
In Italia, il Primo ministro Nitti aveva alla Camera «parole infelici»(4) contro l’impresa dannunziana, e si precipitava a presentare costernate scuse ufficiali alla Conferenza della Pace. Ma gli alleati non si accontentavano delle scuse, e imponevano agli italiani di porre l’assedio a Fiume e di ridurla alla fame.
Seguiva un’altra breve fase di trattative, al termine della quale – il 27 ottobre – il presidente Wilson, ancòra intento a leccarsi le ferite riportate nelle battaglie parlamentari di Washington, licenziava il suo definitivo ed illuminato verdetto sul contenzioso italo-serbo: all’Italia, la Giulia e l’Istria occidentale e centrale; alla Serbia, la Dalmazia, tranne Zara da trasformare in “Stato libero”; il territorio di Fiume sarebbe stato unito all’Istria orientale in un altro “Stato libero” amministrato dalla Società delle Nazioni; pesanti limitazioni sarebbero state poste al ruolo dell’Italia in Albania. In pratica, si chiedeva all’Italia di arretrare dalle linee armistiziali in Istria fino alle nuove “linee americane” (o “linee Wilson”) e di evacuare completamente la Dalmazia; Fiume era del tutto fuori discussione.
Era il cosiddetto “memoriale Wilson”, che riportiamo integralmente perché trattasi di un documento storico importantissimo. Testimonia non soltanto, infatti, la preconcetta ostilità americana nei confronti dell’Italia, ma documenta altresì – specie nella sua parte finale – la ineducazione, la presunzione, l’arroganza, la brutalità diplomatica, il tono insultante e l’atteggiamento di prevaricazione assunto dal presidente statunitense:
«1. La frontiera orientale d'Italia, partendo da un punto situato sul fiume Arsa a ovest di Fianona e risalendo al nord fino ai Karawanken, seguirà la così detta “linea americana” ma con tali modificazioni che permettano di assegnare all'Italia la città di Albona. Il territorio costiero, che sarà per tal modo attribuito all'Italia, e che si stenderà dal canale dell'Arsa fino alla frontiera dello Stato libero di Fiume, sarà completamente neutralizzato; e nella stessa situazione dovrà trovarsi un'altra striscia di terreno che arriverà a sud fino a Capo Promontore.
2. Lo Stato indipendente di Fiume verrà contenuto nei limiti fissati dal Presidente Wilson, comprendendo la città e il suo retroterra immediato. Il confine sud-ovest di questo Stato Libero sarà modificato secondo quanto è scritto al paragrafo precedente. La Lega delle Nazioni avrà l'assoluto controllo sullo Stato libero di Fiume, e provvederà alla sua amministrazione per mezzo di un governo formato da una Commissione speciale. Il controllo sul porto e sulle ferrovie sarà devoluto alla Lega delle Nazioni. Le ferrovie e il porto saranno esercitati secondo gli interessi della città e dei paesi che se ne servono per i loro sbocchi naturali. Tutte le concessioni atte ad accrescere lo sviluppo delle ferrovie e del porto di Fiume saranno poste ugualmente sotto il controllo della Lega delle Nazioni. Nel termine di cinque anni avrà luogo un plebiscito; la popolazione intera prenderà parte al voto, che non potrà essere frammentario. È sottinteso che non sarà assegnato a Fiume alcuno statuto speciale: ma se l'Italia non potesse accettare questo plebiscito, lo Stato libero sarà lasciato alla Lega delle Nazioni, restando chiaramente stabilito che la Lega dovrà tracciare tutta la vita futura dello Stato.
3. Se questa soluzione fosse accettata, si potrà redigere uno Statuto speciale che darà al cosiddetto “corpus separatum” di Fiume un grado di autonomia esattamente simile a quello di cui godeva sotto la dominazione ungherese; ma la sovranità italiana non sarà mai esercitata, sotto alcuna forma. Lo Stato Serbo-Croato-Sloveno avrà una autorità incontestata su tutta la Dalmazia, ma sarà riservato alla città di Zara uno speciale regime. Per salvaguardare e dare un riconoscimento al carattere italiano della città, Zara verrà dichiarata Città Libera e le autorità cittadine saranno chiamate a stabilire, d'accordo con lo Stato jugoslavo, la forma e il funzionamento del governo. Il governo della città di Zara avrà la garanzia perpetua della Lega delle Nazioni e in caso di dissenso fra la città e il Regno jugoslavo, la Lega delle Nazioni deciderà sulle varie divergenze. La rappresentanza diplomatica della città libera di Zara sarà scelta dal governo della città.
4. L'Italia avrà il possesso delle seguenti isole: a) il gruppo di Pelagosa; b) Lissa e gli isolotti a ovest di Lissa; c) Lussino e Unie. Alla popolazione slava delle isole poste nel gruppo di Lissa sarà concessa, sotto la sovranità italiana, una completa autonomia locale.
5. L'Italia eserciterà il mandato sull'Albania, ma i termini del mandato stesso saranno tali da impedire che l'Italia possa sfruttare le risorse del Paese, servirsene a scopo militare e colonizzare. Il territorio posto intorno a Valona sarà completamente neutralizzato, e gli jugoslavi avranno il diritto di costruire e di gestire le ferrovie dell'Albania settentrionale a nord del parallelo 41.15, come pure di fruire di tutti i privilegi dei traffici internazionali attraverso l'Albania del nord, secondo quanto è stato stabilito nella nuova convenzione fra gli alleati e le Potenze associate. Gli jugoslavi avranno il diritto di sviluppare e migliorare la navigazione della Boiana, a condizione però che il Montenegro si unisca allo stato jugoslavo.
6. La città di Valona con un retroterra limitatissimo, tale da supplire soltanto ai bisogni economici essenziali della città e della sua sicurezza, dato all'Italia, in piena sovranità.
7. L'Italia avrà il diritto di transito senza restrizioni e con convenienti garanzie, lungo la ferrovia di Assling benché questa passi su territorio jugoslavo.
8. Una striscia di territorio a est della linea americana in Istria, i cui limiti saranno ulteriormente fissati, dovrà essere permanentemente neutralizzata, sotto la garanzia della Lega delle Nazioni. Questo territorio comprenderà, oltre lo Stato libero di Fiume, una cintura di terreno che arriverà a nord fino alla regione dei monti Karawanken e includerà il triangolo di Assling. La frontiera orientale di questa zona neutra seguirà una linea tracciata sei chilometri a est della città di Assling, che partendo dalla frontiera settentrionale della Jugoslavia (così come sarà stabilita dal plebiscito di Klagenfurt) andrà verso sud fino a Eisnern e da questo punto verso Poller, Lutschana, Podlipa, lasciando a est queste città; successivamente a sud di questo punto, la frontiera volgendo verso est, proseguirà fino ai confini dello Stato libero di Fiume, laddove essa è tagliata dalla ferrovia che va da Lubiana a Trieste. Tutte le isole della costa dalmata, come pure tutti i tratti di mare che le circondano fino alla terraferma, saranno neutralizzati. Gli estremi punti meridionali della zona neutralizzata delle isole saranno Porto di Malfi e l'isola di Calamotta. Per tal modo esisterà una zona neutra di mare d'isole e di terraferma fra la Jugoslavia e l'Italia, cominciando dalla costa della regione di Ragusa per andare, a nord, fino alla regione dei monti Karawanken. I tre gruppi di isole italiane indicati nel paragrafo 4, saranno compresi nella zona neutralizzata.
Il Governo americano ritiene che nessuna ragione, di nessuna specie, è intervenuta a modificare i suddetti punti di vista che sono stati così spesso e così fortemente sostenuti dal signor Wilson. Il Governo americano è molto dolente di constatare che il Governo italiano sembra non rendersi conto che corrisponderebbe al suo interesse l'accettazione di un accordo nei suddetti termini che sono generosi ed equi. Non è mai troppo insistere su tale constatazione; il Governo italiano dovrebbe comprendere che queste sono assolutamente le ultime condizioni che il Governo americano è disposto ad accettare, e che le concessioni di Albona, Lussino, Unie e il mandato sull'Albania che esse contengono saranno fatte soltanto alla condizione che il Governo Italiano accetti senza modificazioni ulteriori i termini sopra esposti, come un accordo completo e definitivo.
La proposta che Fiume abbia il suo proprio Statuto con le modificazioni suggerite dall'Italia, che l'Italia abbia la rappresentanza diplomatica della città di Zara e che entri in possesso dell'isola di Lagosta (come pure la recentissima proposta della concessione all'Italia di una striscia di territorio per congiungere Fiume alla regione italiana) sono completamente inammissibili, e i rappresentanti italiani, aggiungendo tali modificazioni all'accordo già proposto, hanno prodotto sul Governo Americano la più penosa impressione.»
(5)

Seguiva qualche ulteriore balbettamento dei delegati italiani, cui Wilson – benchè adesso seriamente ammalato – poneva brutalmente termine il 13 novembre, con una lettera a Francesco Saverio Nitti che vale egualmente la pena di riportare integralmente, richiamando l’attenzione sui contenuti apertamente ricattatori del penultimo capoverso:
«Ringrazio molto cordialmente Lei e il governo del suo grande Paese per il cordiale interessamento preso alla mia malattia. Le condizioni generali, migliorando, mi consentono lentamente la ripresa degli affari internazionali del mio Paese.
Ho ricevuto i suoi dispacci concernenti la risoluzione del problema di Fiume. Non Le so nascondere la mia meraviglia circa il nuovo progetto che la Delegazione Italiana alla Conferenza della Pace ha creduto cortesemente di sottopormi. Ella conosce esattamente come il mio pensiero sul problema di Fiume sia irremovibile, e non per considerazioni di minore simpatia verso il grande popolo italiano ma bensì per convincimento assoluto del Governo del mio Paese.
Ogni soluzione contraria a quella da me sempre sostenuta nei riguardi di Fiume contrasterebbe rudemente con l'indirizzo di politica estera che sempre ho avuto l'onore di appoggiare.
Credo così fermamente che i vostri dubbi circa l'accoglienza che il popolo italiano farebbe ad una soluzione del problema di Fiume differente da quello propugnato da una minoranza imperialista, non abbiano effettivo fondamento. La questione di Fiume non interessa seriamente il popolo italiano, che invece pensa oggi alla definizione dei maggiori problemi sociali ed economici che lo affliggono.
In ogni modo, sono spiacente di dovervi significare che la nostra attitudine in proposito non può essere assolutamente suscettibile di cambiamento alcuno. Ed io chiederò invece, per il bene dell'Umanità, a Lei ed ai Colleghi della Conferenza di Parigi, che il problema adriatico venga risolto senza ulteriori indugi. La necessità di un riassetto europeo è sentita da tutti i popoli del mondo, ed il paese che contrastasse a tale indirizzo costringerebbe il mio paese a provvedimenti non simpatici, dettati unicamente dalla decisione inflessibile presa dal Governo del mio paese di appoggiare, nella ricostruzione economica, solo i paesi che aderiscono al suo programma politico.
Mi auguro sinceramente che ben presto, risolto il problema di Fiume e della Dalmazia, i nostri due popoli possano iniziare quella collaborazione amichevole che l'avvenire immediato richiede per la salvezza della collettività.»
(6)

Ma da Fiume e da Zara giungevano segnali tutt’altro che rassicuranti: il 14 novembre, alla testa di un piccolo corpo di spedizione, D’Annunzio sbarcava a Zara e la occupava, annettendola sostanzialmente a Fiume. Era accolto dal delirio della popolazione, che finalmente vedeva un segnale rassicurante. Ad accoglierlo a braccia aperte era anche il governatore militare della Dalmazia, ammiraglio Enrico Millo di Casalgiate (l’artefice dell’impresa dei Dardanelli nel 1912) che telegrafava a Roma: «Ho dato la mia parola di soldato che la Dalmazia del patto di Londra non sarà abbandonata.»(7)
C’era di che inquietare Wilson e Nitti.


 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924.



(1) Il Comitato Nazionale (Narodno Vijece) era una sorta di governo provvisorio di Croazia e Slovenia, sorto dagli ambienti serbofili e favorevoli alla creazione di uno Stato jugoslavo.

(2) Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Garzanti editore, Milano, 1948.

(3) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Italia editrice, Campobasso, 1995.

(4) Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Cit.

(5) Thomas Woodrow WILSON: Memoriale Wilson del 27 ottobre e 13 novembre 1919 sui confini da assegnare all’Italia. www.cronologia.it/ [2006].

(6) Thomas Woodrow WILSON: Memoriale Wilson del 27 ottobre e 13 novembre 1919 sui confini da assegnare all’Italia. Cit.

(7) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.


 
 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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