Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

GIULIA, ISTRIA E DALMAZIA

 
 
Motto dannunziano

 

LA QUESTIONE DI FIUME
(seconda parte: 1920)


LA REGGENZA DEL CARNARO
Nel 1920 la vicenda di Fiume andava assumendo un aspetto assai interessante.
La svolta era avvenuta all’inizio dell’anno – il 10 gennaio – quando, a sèguito del fallimento delle trattative con il governo italiano, D’Annunzio aveva accolto le dimissioni del Capo del Governo fiumano Giovanni Giuriati ed aveva nominato in sua vece il sindacalista Alceste De Ambris.
Con la nomina di De Ambris era iniziato il periodo eroico di Fiume, divenuta meta di un’imponente migrazione di militari e civili. Interi reparti dell’esercito e della marina italiani disertavano e raggiungevano la città, ove confluivano adesso non soltanto giovani ufficiali e militari di truppa, ma anche generali e ufficiali di stato maggiore, eroi di guerra, decorati di medaglia d’oro, e perfino gli ultimi reduci delle formazioni garibaldine.(1) Dalle poche centinaia di granatieri che avevano marciato da Ronchi, si giungeva ormai a circa 10.000 militari, che venivano inquadrati in un Esercito Legionario e in una Marina Legionaria.
Ma a connotare politicamente Fiume era soprattutto l’arrivo di moltissimi civili: in primo luogo, aderenti alla galassia dei movimenti di estrema destra;(2) ma anche eretici della sinistra, socialisti dissidenti, anarchici individualisti, repubblicani; ed infine – quasi a configurare un “terzo polo” fiumano – i sindacalisti atipici che si rifacevano a De Ambris: sorelliani, corporativisti, nazionalsindacalisti di destra che guardavano a sinistra, e sindacalisti-rivoluzionari di sinistra che guardavano a destra. E non era tutto: gran copia di avventurieri, intellettuali, borghesi ex-combattenti, studenti fuggiti da casa, sognatori in buona fede e trafficanti di fede incerta. Per tacere degli stranieri, soprattutto intellettuali, giunti da ogni angolo d’Europa e perfino dal Giappone.
Fiume diventava in breve un laboratorio politico ove le idee più diverse confluivano, si amalgamavano, e spesso anche confliggevano. Il momento più difficile si attraversava da marzo a maggio, quando il progetto deambrisiano di dar vita ad una repubblica fiumana provocava una generale levata di scudi da parte dei militari e dei nazionalisti.
Accantonata prudentemente – d’accordo con lo stesso De Ambris – ogni ipotesi repubblicana, dopo l’avvento del Governo Giolitti (certamente meno ostile del Ministero Nitti) il Comandante avviava un processo di normalizzazione, basato sulla trasformazione di Fiume in uno “Stato libero” retto da istituzioni compatibili con l’assetto monarchico dell’Italia.
Anche la “politica estera” dannunziana veniva normalizzata, sostituendo alla guida dell’Ufficio Relazioni Esteriori il poeta filobolscevico belga-polacco Léon Kochnitzky con il capitano Eugenio Coselschi.(3) Coselschi – con la collaborazione di Giovanni Giuriati – inaugurava peraltro la stagione dei cosiddetti “intrighi balcanici”, che si sostanziavano in una serie di trattati segreti stipulati tra il governo fiumano e i movimenti nazionalisti (e antijugoslavi) di Montenegro, Croazia, Slovenia, Kosovo, Macedonia e Vojvodina.(4)
Veniva infine abbandonato il progetto di una “marcia su Roma” che avrebbe dovuto portare alla fine del regime parlamentare ed alla instaurazione di una dittatura nazionalista e militarista.(5)
A normalizzazione ultimata, D’Annunzio ufficializzava il progetto di creare uno Stato libero fiumano, e poneva mano – insieme a De Ambris – all’elaborazione della sua costituzione, la Carta del Carnaro.
Dopo un referendum popolare che approvava il progetto di fare di Fiume uno Stato libero (24 agosto), l’8 settembre nasceva finalmente la nuova entità fiumana: era denominata Reggenza Italiana del Carnaro ed aveva nella Carta del Carnaro – entrata in vigore quello stesso giorno – il suo statuto.
Il nuovo Stato rientrava chiaramente nell’orbita istituzionale monarchica (la “reggenza” era un istituto di supplenza al sovrano momentaneamente assente o impedito) e la sua carta costituzionale, pur se estremamente avanzata, non si spingeva – come avrebbero voluto alcuni esponenti della “sinistra” dannunziana – fino a mettere in discussione i fondamenti della società civile del tempo. Erano comunque previsti l’assoluta parità tra i sessi, il voto alle donne, il divorzio, eccetera.
Ad avere un carattere nettamente sovversivo era invece l’Ordinamento dell’Esercito Fiumano, concepito come una sorta di trasposizione della Carta del Carnaro in àmbito militare, ma in realtà ispirato ai “soviet dei soldati” russi.(6) Si trattava di una democratizzazione estrema delle forze armate fiumane; democratizzazione però soltanto teorica, giacchè queste continuavano ad essere sotto l’autorità assoluta e apertamente dittatoriale di Gabriele D’Annunzio. L’unica novità rispetto al passato era che adesso il comando su esercito e marina legionari veniva esercitato direttamente da D’Annunzio, senza la mediazione dello Stato Maggiore (che era abolito) e senza il tramite degli ufficiali superiori (che venivano adibiti a funzioni accessorie).
Il nuovo ordinamento provocava la cocente delusione degli ufficiali, che della rivolta dannunziana erano stati gli artefici principali e che delle forze armate fiumane erano il nerbo. Alcuni si tiravano indietro (il 20 novembre si dimettevano per primi il generale Ceccherini e il colonnello Sani(7)) e moltissimi altri perdevano ogni mordente e ogni entusiasmo; con conseguenze disastrose, che sarebbero poi chiaramente emerse durante l’emergenza del “Natale di sangue”.
Si complicava anche la scena civile, con l’opposizione interna (gli “autonomisti” dell’ex-sindaco Zanella) che adesso si appellava ai fiumani anche in nome dei princìpi di civile normalità che sembravano esser messi in discussione da spinte utopistiche divenute incontrollabili.


IL “NATALE DI SANGUE”

Frattanto era iniziato un timido processo di distensione italo-serbo, propiziato dal fatto che – a seguito dell’Accordo di Tirana – l’Italia aveva ritirato anche le truppe che stazionavano al confine albanese-montenegrino.
Approfittando di ciò, Giolitti, Sforza e Contarini avevano ritenuto di percorrere la strada della trattativa per la questione adriatica. A prevalere era stato l’orientamento serbofilo di una parte della diplomazia italiana (ben rappresentata da Sforza e Contarini), che aveva però trovato una buona sponda nel realismo di Giovanni Giolitti; questi era fermamente convinto – con buona ragione – che, nonostante il ritiro di Wilson dalla scena, il punto di vista italiano non avesse ormai alcuna speranza di prevalere.
Le trattative tra Roma e Belgrado venivano rapidamente avviate, e l’8 novembre i rappresentanti dei due governi si riunivano in convegno a Rapallo per la stretta finale. Il compromesso veniva, infine, faticosamente trovato, ed il trattato di Rapallo lo sanciva quattro giorni appresso:
- all’Italia andavano – oltre alla Giulia – l’Istria (secondo il confine del Patto di Londra), Zara con quattro piccoli comuni limitrofi, e le isole di Cherso, Lussin, Lagosta e Pelagosa;
- al Regno Serbo-Croato-Sloveno andava la Dalmazia (tranne Zara);
- Fiume con la sua provincia rimaneva uno Stato libero, con l’impegno di Roma e Belgardo a non insidiarne l’indipendenza neanche in futuro.
Probabilmente – pur se l’argomento non era disciplinato ufficialmente dal trattato – l’accordo prevedeva ufficiosamente anche la conferma del disinteresse del governo italiano per la sorte del Montenegro e la promessa di scioglimento della Legione Montenegrina in Italia.(8)
Le reazioni dell’opinione pubblica italiana erano di moderata insoddisfazione, insoddisfazione tuttavia temperata dalla convinzione che, in quel momento, non si sarebbe forse potuto ottenere un risultato migliore: Giulia ed Istria erano definitivamente acquisite, così come Zara; e Fiume non sarebbe andata comunque alla Serbia. Anche gli esponenti politici che avevano maggiormente sostenuto l’impresa dannunziana erano dell’avviso che il trattato di Rapallo dovesse essere accettato – sia pure provvisoriamente – come il necessario male minore, a iniziare dai capi dei partiti fascista e nazionalista, Mussolini e Federzoni.
A Fiume, ad essere soddisfatti erano naturalmente gli autonomisti di Zanella; la maggior parte della popolazione – stremata da un assedio che aveva messo in ginocchio la città – rimpiangeva di non poter ricongiungersi all’Italia ma accoglieva la soluzione (che comunque scongiurava l’ipotesi di annessione al Regno SHS) con un certo sollievo; altri – civili e soprattutto legionari – erano invece affranti ed indignati.
In Dalmazia – infine – la popolazione italiana era unanime nel respingere rabbiosamente il trattato. Anche gli abitanti di Zara, che pure realizzavano il sogno del ricongiungimento alla Madrepatria, davano luogo a proteste violentissime e a gravi disordini.
Ma era soprattutto D’Annunzio a respingere il trattato, in termini di assoluta intransigenza e senza timore alcuno per un ventilato intervento armato da parte italiana. Riteneva che le truppe della Giulia – incaricate di rilevare il comando di Fiume – non avrebbero mai aperto il fuoco sui Legionari. Non erano forse proprio quelli i reparti più vicini allo spirito fiumano, le forze che avrebbero addirittura dovuto partecipare ad un’ipotizzata “marcia su Roma” dannunziana? E non era il loro comandante – il generale Enrico Caviglia – personalmente contrario al Trattato di Rapallo?
Ma al Comandante sfuggiva la drammatica particolarità del momento: Caviglia aveva l’ordine perentorio di occupare Fiume, e – sia pure a denti stretti – era intenzionato a obbedire. A qualunque costo.
Il 1° dicembre il comando italiano poneva il blocco navale e terrestre a Fiume. Seguivano venti giorni di assedio incruento, durante i quali si moltiplicavano le pressioni sul Comandante perché accettasse l’inevitabile. In questo senso si pronunciavano sia il governatore della Dalmazia, il più realista ammiraglio Millo, sia lo stesso Capo del Gabinetto fiumano, De Ambris.
La situazione precipitava. Il generale Caviglia poneva un ultimatum per la resa, con scadenza alle ore 18 del 21 dicembre. Ma, alla scadenza, D’Annunzio rispondeva proclamando lo stato di guerra. Lo stesso giorno, l’ammiraglio Millo – affranto – cedeva il comando della Dalmazia all’inviato del governo italiano.
Poi, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, iniziava l’attacco italiano. Era quello che D’Annunzio chiamava “il Natale di Sangue”: cinque giorni di scontri e di bombardamenti, che facevano vittime anche tra la popolazione civile.
Oramai era chiaro che non v’era più nulla da fare e che resistere ulteriormente avrebbe portato solo ad un bagno di sangue. D’Annunzio ne prendeva atto, e decideva di cessare la resistenza per risparmiare ulteriori lutti alla popolazione civile. Il 29 dicembre il Comandante rassegnava le dimissioni e cedeva il potere al sindaco Riccardo Gigante ed al Consiglio fiumano.
Il patto di Abbazia – due giorni dopo – ufficializzava l’accettazione del trattato di Rapallo («lo Stato di Fiume subisce, per forza e per evitare ogni azione militare contro la città, l’applicazione del trattato di Rapallo») e l’abbandono di Fiume da parte dei Legionari, cui il generale Caviglia accordava «garanzie disciplinari complete».(9)
La questione fiumana era, per il momento, drammaticamente se non vergognosamente conclusa. La riaprirà Mussolini, tre anni dopo.


 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924.



(1) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Italia editrice, Campobasso, 1995.

(2) Fra questi, in ascesa, il movimento fascista. Ad agosto verrà costituito il Fascio fiumano, cui D’Annunzio darà la propria adesione.

(3) Coselschi sarà negli anni ‘30 il segretario generale dei Comitati per l’Universalità di Roma, una sorta di “internazionale fascista”.

(4) Michael A. LEDEEN: D’Annunzio a Fiume. Editori Laterza, Bari, 1975.

(5) Il progetto prevedeva una spedizione di truppe fiumane e giuliane che avrebbe dovuto trovare il sostegno di forze paramilitari nazionaliste. Un precedente progetto – promosso dal sindacalista socialista Giuseppe Giulietti – prevedeva lo sbarco di forze dannunziane in Romagna ed una sollevazione repubblicana.

(6) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.

(7) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.

(8) Antonio MADAFFARI: Italia e Montenegro, 1918-1925: la Legione Montenegrina. “Studi Storico-Militari”, anno 1996. Stato Maggiore dell’Esercito - Ufficio Storico, Roma, 1998.

(9) Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.



 
 
 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

Risoluzione consigliata 1024x768
All rights reserved