| LA
QUESTIONE DI FIUME
(seconda parte: 1920)
LA
REGGENZA DEL CARNARO
Nel 1920 la vicenda di Fiume andava assumendo un aspetto
assai interessante.
La svolta era avvenuta all’inizio dell’anno
– il 10 gennaio – quando, a sèguito
del fallimento delle trattative con il governo italiano,
D’Annunzio aveva accolto le dimissioni del Capo
del Governo fiumano Giovanni Giuriati ed aveva nominato
in sua vece il sindacalista Alceste De Ambris.
Con la nomina di De Ambris era iniziato il periodo eroico
di Fiume, divenuta meta di un’imponente migrazione
di militari e civili. Interi reparti dell’esercito
e della marina italiani disertavano e raggiungevano
la città, ove confluivano adesso non soltanto
giovani ufficiali e militari di truppa, ma anche generali
e ufficiali di stato maggiore, eroi di guerra, decorati
di medaglia d’oro, e perfino gli ultimi reduci
delle formazioni garibaldine.(1)
Dalle poche centinaia di granatieri che avevano marciato
da Ronchi, si giungeva ormai a circa 10.000 militari,
che venivano inquadrati in un Esercito Legionario e
in una Marina Legionaria.
Ma a connotare politicamente Fiume era soprattutto l’arrivo
di moltissimi civili: in primo luogo, aderenti alla
galassia dei movimenti di estrema destra;(2)
ma anche eretici della sinistra, socialisti dissidenti,
anarchici individualisti, repubblicani; ed infine –
quasi a configurare un “terzo polo” fiumano
– i sindacalisti atipici che si rifacevano a De
Ambris: sorelliani, corporativisti, nazionalsindacalisti
di destra che guardavano a sinistra, e sindacalisti-rivoluzionari
di sinistra che guardavano a destra. E non era tutto:
gran copia di avventurieri, intellettuali, borghesi
ex-combattenti, studenti fuggiti da casa, sognatori
in buona fede e trafficanti di fede incerta. Per tacere
degli stranieri, soprattutto intellettuali, giunti da
ogni angolo d’Europa e perfino dal Giappone.
Fiume diventava in breve un laboratorio politico ove
le idee più diverse confluivano, si amalgamavano,
e spesso anche confliggevano. Il momento più
difficile si attraversava da marzo a maggio, quando
il progetto deambrisiano di dar vita ad una repubblica
fiumana provocava una generale levata di scudi da parte
dei militari e dei nazionalisti.
Accantonata prudentemente – d’accordo con
lo stesso De Ambris – ogni ipotesi repubblicana,
dopo l’avvento del Governo Giolitti (certamente
meno ostile del Ministero Nitti) il Comandante avviava
un processo di normalizzazione, basato sulla trasformazione
di Fiume in uno “Stato libero” retto da
istituzioni compatibili con l’assetto monarchico
dell’Italia.
Anche la “politica estera” dannunziana veniva
normalizzata, sostituendo alla guida dell’Ufficio
Relazioni Esteriori il poeta filobolscevico
belga-polacco Léon Kochnitzky con il capitano
Eugenio Coselschi.(3)
Coselschi – con la collaborazione di Giovanni
Giuriati – inaugurava peraltro la stagione dei
cosiddetti “intrighi balcanici”, che si
sostanziavano in una serie di trattati segreti stipulati
tra il governo fiumano e i movimenti nazionalisti (e
antijugoslavi) di Montenegro, Croazia, Slovenia, Kosovo,
Macedonia e Vojvodina.(4)
Veniva infine abbandonato il progetto di una “marcia
su Roma” che avrebbe dovuto portare alla fine
del regime parlamentare ed alla instaurazione di una
dittatura nazionalista e militarista.(5)
A normalizzazione ultimata, D’Annunzio ufficializzava
il progetto di creare uno Stato libero fiumano, e poneva
mano – insieme a De Ambris – all’elaborazione
della sua costituzione, la Carta del Carnaro.
Dopo un referendum popolare che approvava il progetto
di fare di Fiume uno Stato libero (24 agosto), l’8
settembre nasceva finalmente la nuova entità
fiumana: era denominata Reggenza Italiana
del Carnaro ed aveva nella Carta del Carnaro
– entrata in vigore quello stesso giorno –
il suo statuto.
Il nuovo Stato rientrava chiaramente nell’orbita
istituzionale monarchica (la “reggenza”
era un istituto di supplenza al sovrano momentaneamente
assente o impedito) e la sua carta costituzionale, pur
se estremamente avanzata, non si spingeva – come
avrebbero voluto alcuni esponenti della “sinistra”
dannunziana – fino a mettere in discussione i
fondamenti della società civile del tempo. Erano
comunque previsti l’assoluta parità tra
i sessi, il voto alle donne, il divorzio, eccetera.
Ad avere un carattere nettamente sovversivo era invece
l’Ordinamento dell’Esercito
Fiumano, concepito come una sorta di trasposizione
della Carta del Carnaro in àmbito militare, ma
in realtà ispirato ai “soviet dei soldati”
russi.(6)
Si trattava di una democratizzazione estrema delle forze
armate fiumane; democratizzazione però soltanto
teorica, giacchè queste continuavano ad essere
sotto l’autorità assoluta e apertamente
dittatoriale di Gabriele D’Annunzio. L’unica
novità rispetto al passato era che adesso il
comando su esercito e marina legionari veniva esercitato
direttamente da D’Annunzio, senza la mediazione
dello Stato Maggiore (che era abolito) e senza il tramite
degli ufficiali superiori (che venivano adibiti a funzioni
accessorie).
Il nuovo ordinamento provocava la cocente delusione
degli ufficiali, che della rivolta dannunziana erano
stati gli artefici principali e che delle forze armate
fiumane erano il nerbo. Alcuni si tiravano indietro
(il 20 novembre si dimettevano per primi il generale
Ceccherini e il colonnello Sani(7))
e moltissimi altri perdevano ogni mordente e ogni entusiasmo;
con conseguenze disastrose, che sarebbero poi chiaramente
emerse durante l’emergenza del “Natale di
sangue”.
Si complicava anche la scena civile, con l’opposizione
interna (gli “autonomisti” dell’ex-sindaco
Zanella) che adesso si appellava ai fiumani anche in
nome dei princìpi di civile normalità
che sembravano esser messi in discussione da spinte
utopistiche divenute incontrollabili.
IL “NATALE DI SANGUE”
Frattanto era iniziato un timido processo di distensione
italo-serbo, propiziato dal fatto che – a seguito
dell’Accordo di Tirana
– l’Italia aveva ritirato anche le truppe
che stazionavano al confine albanese-montenegrino.
Approfittando di ciò, Giolitti, Sforza e Contarini
avevano ritenuto di percorrere la strada della trattativa
per la questione adriatica. A prevalere era stato l’orientamento
serbofilo di una parte della diplomazia italiana (ben
rappresentata da Sforza e Contarini), che aveva però
trovato una buona sponda nel realismo di Giovanni Giolitti;
questi era fermamente convinto – con buona ragione
– che, nonostante il ritiro di Wilson dalla scena,
il punto di vista italiano non avesse ormai alcuna speranza
di prevalere.
Le trattative tra Roma e Belgrado venivano rapidamente
avviate, e l’8 novembre i rappresentanti dei due
governi si riunivano in convegno a Rapallo per la stretta
finale. Il compromesso veniva, infine, faticosamente
trovato, ed il trattato di Rapallo lo sanciva quattro
giorni appresso:
- all’Italia andavano – oltre alla Giulia
– l’Istria (secondo il confine del Patto
di Londra), Zara con quattro piccoli comuni limitrofi,
e le isole di Cherso, Lussin, Lagosta e Pelagosa;
- al Regno Serbo-Croato-Sloveno andava la Dalmazia (tranne
Zara);
- Fiume con la sua provincia rimaneva uno Stato libero,
con l’impegno di Roma e Belgardo a non insidiarne
l’indipendenza neanche in futuro.
Probabilmente – pur se l’argomento non era
disciplinato ufficialmente dal trattato – l’accordo
prevedeva ufficiosamente anche la conferma del disinteresse
del governo italiano per la sorte del Montenegro e la
promessa di scioglimento della Legione Montenegrina
in Italia.(8)
Le reazioni dell’opinione pubblica italiana erano
di moderata insoddisfazione, insoddisfazione tuttavia
temperata dalla convinzione che, in quel momento, non
si sarebbe forse potuto ottenere un risultato migliore:
Giulia ed Istria erano definitivamente acquisite, così
come Zara; e Fiume non sarebbe andata comunque alla
Serbia. Anche gli esponenti politici che avevano maggiormente
sostenuto l’impresa dannunziana erano dell’avviso
che il trattato di Rapallo dovesse essere accettato
– sia pure provvisoriamente – come il necessario
male minore, a iniziare dai capi dei partiti fascista
e nazionalista, Mussolini e Federzoni.
A Fiume, ad essere soddisfatti erano naturalmente gli
autonomisti di Zanella; la maggior parte della popolazione
– stremata da un assedio che aveva messo in ginocchio
la città – rimpiangeva di non poter ricongiungersi
all’Italia ma accoglieva la soluzione (che comunque
scongiurava l’ipotesi di annessione al Regno SHS)
con un certo sollievo; altri – civili e soprattutto
legionari – erano invece affranti ed indignati.
In Dalmazia – infine – la popolazione italiana
era unanime nel respingere rabbiosamente il trattato.
Anche gli abitanti di Zara, che pure realizzavano il
sogno del ricongiungimento alla Madrepatria, davano
luogo a proteste violentissime e a gravi disordini.
Ma era soprattutto D’Annunzio a respingere il
trattato, in termini di assoluta intransigenza e senza
timore alcuno per un ventilato intervento armato da
parte italiana. Riteneva che le truppe della Giulia
– incaricate di rilevare il comando di Fiume –
non avrebbero mai aperto il fuoco sui Legionari. Non
erano forse proprio quelli i reparti più vicini
allo spirito fiumano, le forze che avrebbero addirittura
dovuto partecipare ad un’ipotizzata “marcia
su Roma” dannunziana? E non era il loro comandante
– il generale Enrico Caviglia – personalmente
contrario al Trattato di Rapallo?
Ma al Comandante sfuggiva la drammatica particolarità
del momento: Caviglia aveva l’ordine perentorio
di occupare Fiume, e – sia pure a denti stretti
– era intenzionato a obbedire. A qualunque costo.
Il 1° dicembre il comando italiano poneva il blocco
navale e terrestre a Fiume. Seguivano venti giorni di
assedio incruento, durante i quali si moltiplicavano
le pressioni sul Comandante perché accettasse
l’inevitabile. In questo senso si pronunciavano
sia il governatore della Dalmazia, il più realista
ammiraglio Millo, sia lo stesso Capo del Gabinetto fiumano,
De Ambris.
La situazione precipitava. Il generale Caviglia poneva
un ultimatum per la resa, con scadenza alle ore 18 del
21 dicembre. Ma, alla scadenza, D’Annunzio rispondeva
proclamando lo stato di guerra. Lo stesso giorno, l’ammiraglio
Millo – affranto – cedeva il comando della
Dalmazia all’inviato del governo italiano.
Poi, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, iniziava
l’attacco italiano. Era quello che D’Annunzio
chiamava “il Natale di Sangue”: cinque giorni
di scontri e di bombardamenti, che facevano vittime
anche tra la popolazione civile.
Oramai era chiaro che non v’era più nulla
da fare e che resistere ulteriormente avrebbe portato
solo ad un bagno di sangue. D’Annunzio ne prendeva
atto, e decideva di cessare la resistenza per risparmiare
ulteriori lutti alla popolazione civile. Il 29 dicembre
il Comandante rassegnava le dimissioni e cedeva il potere
al sindaco Riccardo Gigante ed al Consiglio fiumano.
Il patto di Abbazia – due giorni dopo –
ufficializzava l’accettazione del trattato di
Rapallo («lo Stato di Fiume subisce,
per forza e per evitare ogni azione militare contro
la città, l’applicazione del trattato di
Rapallo») e l’abbandono di
Fiume da parte dei Legionari, cui il generale Caviglia
accordava «garanzie disciplinari complete».(9)
La questione fiumana era, per il momento, drammaticamente
se non vergognosamente conclusa. La riaprirà
Mussolini, tre anni dopo.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO: Il coinvolgimento
dell’Italia nella Prima guerra mondiale
e la “Vittoria mutilata”. La politica
estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal
Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924.
|
(1)
Mario LAZZARINI: L’impresa
di Fiume. Italia
editrice, Campobasso, 1995.
(2)
Fra questi, in ascesa,
il movimento fascista. Ad agosto verrà costituito
il Fascio fiumano, cui D’Annunzio darà
la propria adesione.
(3)
Coselschi sarà
negli anni ‘30 il segretario generale dei Comitati
per l’Universalità di Roma,
una sorta di “internazionale fascista”.
(4)
Michael A. LEDEEN: D’Annunzio
a Fiume. Editori Laterza, Bari, 1975.
(5)
Il progetto prevedeva una spedizione
di truppe fiumane e giuliane che avrebbe dovuto trovare
il sostegno di forze paramilitari nazionaliste. Un precedente
progetto – promosso dal sindacalista socialista
Giuseppe Giulietti – prevedeva lo sbarco di forze
dannunziane in Romagna ed una sollevazione repubblicana.
(6)
Mario LAZZARINI:
L’impresa di Fiume. Cit.
(7)
Mario LAZZARINI: L’impresa
di Fiume. Cit.
(8)
Antonio MADAFFARI: Italia
e Montenegro, 1918-1925: la Legione Montenegrina. “Studi
Storico-Militari”, anno 1996. Stato Maggiore dell’Esercito
- Ufficio Storico, Roma, 1998.
(9)
Mario LAZZARINI: L’impresa
di Fiume. Cit.
|