L’ANTISEMITISMO
“CRISTIANO”
NELL’UNGHERIA DEGLI ANNI 1918-32
Le
caratteristiche dell’antisemitismo ungherese
nel periodo tra le due guerre mondiali appaiono come
nettamente diverse rispetto a quelle di analoghi fenomeni
riscontrati in altri paesi della regione carpatico-danubiana.
Tale diversità era probabilmente dovuta alla
diversa connotazione della presenza ebraica in Ungheria.
Non soltanto gli ebrei magiari – infatti –
avevano adottato tutti la lingua del paese ospitante
(mentre altre comunità ebraiche esteuropee
conservavano l’yiddish
come lingua madre), ma ne avevano acquisito anche
la cultura, le abitudini, i gusti, avevano sovente
magiarizzato i loro nomi e, talora, avevano contratto
matrimoni misti; né mancavano le conversioni
alla religione cristiana. Inoltre, gli ebrei magiari
avevano aderito pure alla tendenza politica dominante
in Ungheria, una tendenza nettamente conservatrice,
ispirata ai valori patriottici di cui erano alfieri
e custodi le “classi storiche”, e cioè
l’aristocrazia e la piccola nobiltà rurale.
A questa volontà d’integrazione (piuttosto
rara nell’Europa Orientale) la popolazione magiara
aveva risposto con un analogo spirito d’apertura,
accettando la comunità ebraica e considerandola,
a tutti gli effetti, come parte della comunità
nazionale. Ciò non significa che non vi fossero
pregiudizi religiosi o riserve mentali (specie tra
le classi storiche e il clero), anche perché
il potere economico degli ebrei ungheresi era oggettivamente
sproporzionato al loro numero: infatti, a fronte di
una consistenza pari al 5% della popolazione, gli
ebrei, a detta del Reggente del Regno d’Ungheria,
ammiraglio Miklós Horthy de Nagybánya,
«disponevano di oltre un quarto
del reddito nazionale».(1)
Tutto ciò – comunque – non aveva
mai dato luogo a fenomeni persecutori né tantomeno
a pogrom, come in altri paesi dell’area.
Questo equilibrio si era rotto negli anni 1918-20,
a sèguito del verificarsi di due eventi: il
breve governo comunista di Béla Kun, e il trattato
di pace di Trianon.
Procediamo con ordine. L’11 novembre 1918 l’aristocratico
progressista Mihaly Karolyi («il
condottiero del partito dei disfattisti»(2))
proclamava la Repubblica d’Ungheria, dal cui
seno, il 21 marzo 1919, Béla Kun creava la
Repubblica dei Consigli (o Repubblica Sovietica Ungherese).
Orbene, alcuni settori dei circoli intellettuali dell’ebraismo
magiaro aderivano con entusiasmo alla repubblica progressista
prima ed alla repubblica comunista poi, andando ad
occupare numerose ed alte posizioni di responsabilità.
«Financo gli autori con tendenze
verso sinistra – scriverà
più tardi l’ammiraglio Horthy –
hanno poi constatato che nel regime di Béla
Kun i nove decimi dei posti di comando erano occupati
da ebrei.»(3)
E, infatti, ancòra in epoca piuttosto recente,
l’autorevole Tarmás Stark, membro dell’Isitituto
Storico dell’Accademia delle Scienze ungherese,
così si esprime: «La coalizione
di sinistra di Karolyi, che non riuscì a fermare
la disintegrazione dello Stato, contava in realtà
parecchi ebrei fra i suoi personaggi più illustri.»
Ed aggiunge ancòra: «Béla
Kun, capo del governo comunista, era un ungherese
della Transilvania, di origini ebraiche. (…)
In effetti, il numero di ebrei che occupò posizioni
preminenti nel governo bolscevico fu davvero notevole.
Non c’è abbastanza spazio in questa sede
per approfondire il problema della rappresentanza
ebraica; ciononostante, va sottolineato il fatto che
la maggioranza della comunità ebraica, essenzialmente
appartenente al ceto medio, si oppose fortemente al
dominio comunista.»(4)
Era questo il primo dei fattori scatenanti dell’antisemitismo
magiaro: siccome molti si rifiutavano di credere che
il tentativo di importare il comunismo nella terra
di Santo Stefano (con il sanguinosissimo corollario
del ”terrore rosso”) fosse ascrivibile
ad ungheresi ”di cuore e di razza”,
era facile e comodo attribuirne la responsabilità
ad altri e, nella fattispecie, agli ebrei. In realtà
– come ricorda lo Stark – la gran parte
degli ebrei magiari era tutt’altro che favorevole
all’esperimento bolscevico di Béla Kun.
Il secondo evento che determinava la nascita di un
diffuso stato d’animo antisemita era il flusso
migratorio conseguente al trattato di pace di Trianon,
trattato che sottraeva all’Ungheria circa due
terzi dei suoi territori. Molti magiari abbandonavano
allora le regioni che erano state assegnate alla Cecoslovacchia,
alla Romania ed al Regno Serbo-Croato-Sloveno, e si
rifugiavano nel residuo territorio nazionale. Gran
parte di questa massa migratoria apparteneva ai ceti
borghesi (professionisti, impiegati, commercianti)
e si riversava su Budapest e sulle altre grandi città
nella speranza di trovarvi decorose occasioni di lavoro.
Qui incontrava, però, una situazione occupazionale
”chiusa”, con una presenza di elementi
ebrei certamente sproporzionata rispetto alla consistenza
numerica della comunità israelitica; sproporzione,
peraltro, ulteriormente appesantita dall’aumentato
degli elementi ”cristiani” conseguente
alle recenti migrazioni. Su una presenza che –
come abbiamo visto – si aggirava attorno al
5% della popolazione magiara, gli ebrei occupavano
un’aliquota di posti di lavoro assolutamente
sovradimensionata.
Non disponiamo di statistiche relative agli anni 1918-20,
ma riteniamo che non dovessero discostarsi molto dai
dati rilevati nel 1930 e riportati in un articolo
apparso su un’autorevolissima rivista cattolica
del tempo: «Particolarmente rilevante
è la posizione degli ebrei nel commercio. Su
83.671 commercianti 38.072 sono ebrei; inoltre il
52% degli impiegati commerciali hanno posti direttivi
ed il 30,3% di quelli d'ordine inferiore. Ma dove
gli ebrei occupano veramente una posizione di privilegio
è nelle Banche e negli istituti di credito.
Su 324 Banche ed Istituti di credito 223 sono nelle
mani degli ebrei, e circa il 40% degli impiegati sono
tali. (…) Soltanto nella città di Budapest
sono ebrei: il 47% degli avvocati, il 62% dei veterinari,
il 37% dei farmacisti, il 40% degli ingegneri. Anche
la stampa ha una grande percentuale di ebrei: il 36%
dei giornalisti sono ebrei e nella città di
Budapest il 67%. Ebrei sono 14 dei 18 quotidiani e
5 dei 6 settimanali; delle 263 tipografie 163 sono
ebree e delle 271 librerie 198, mentre su 6 Case Editrici
4 sono ebree.»(5)
Percentuali di questo genere non potevano che favorire
l’affermarsi di sentimenti antisemiti nel ceto
medio ungherese, pesantemente colpito dalla crisi
economica e dalla disoccupazione. Questo nuovo antisemitismo
”borghese” andava a saldarsi con quello
”cristiano” degli aristocratici e della
piccola nobiltà rurale, ed entrambi convergevano
con l’antisemitismo ”politico”,
quello che imputava agli ebrei la responsabilità
del conato comunista di Béla Kun.
Un solo ceto restava immune dall’antisemitismo
nell’Ungheria degli anni ’20: quello più
basso, segnatamente nei settori operai che subivano
l’influenza dei sindacati a guida socialdemocratica.
Con gli effetti della crisi economica mondiale, agli
inizi degli anni ’30, veniva però meno
anche la forza di condizionamento dei sindacati (e
dei partiti di sinistra), e si assisteva alla nascita
di un nuovissimo antisemitismo di stampo nettamente
“popolare”.
Negli anni ’30, dunque, l’Ungheria poteva
ormai essere considerata una nazione accentuatamente
antisemita in tutte le sue articolazioni sociali.
Antisemiti erano un po’ tutti, anche coloro
che, negli anni della guerra e dell’occupazione
tedesca, si batteranno per sottrarre quanti più
ebrei possibile alla deportazione verso i campi di
concentramento. Antisemita era lo stesso Reggente,
l’ammiraglio Horthy, colui che salverà
migliaia di ebrei da un destino tragico. Lo ricorda
anche il giornalista italiano Deaglio, in un recente
lavoro di grande successo: «i nobili,
ognuno dei quali, Horthy in testa, si dichiarava ”antisemita”
...» E, più avanti, citando
una frase di Miklós Horthy jr, figlio del Reggente:
«Per nascita ed educazione, io sono
un antisemita. E non potrei essere diverso, visto
come si parlava degli ebrei in casa mia.»(6)
I tanti antisemiti ungheresi, tuttavia, non erano
violenti, rifuggivano dalle tentazioni persecutorie,
miravano più a tutelare interessi economici
piuttosto che a preservare la purezza della razza.
Erano in tanti a pensarla in questo modo; ma qualcuno
cominciava a prestare orecchio ai clamori che provenivano
dalla Germania.
* * *
Il
regime vigente in Ungheria tra le due guerre mondiali
non era né un sistema fascista, né un
sistema democratico-parlamentare, ma una via di mezzo:
uno Stato autoritario al cui vertice v’era un
militare che esercitava un ruolo a metà strada
fra quello del monarca costituzionale e quello del
dittatore pseudofascista alla Salazar; niente partito
unico, ma un sistema multipartitico che consentiva
l’attività di partiti d’opposizione
(di destra e di sinistra), anche se si riservava il
diritto di mettere al bando le forze politiche che
rappresentassero una concreta minaccia per l’ordine
sociale esistente. Stante la marginalità e
la marginalizzazione della sinistra moderata (cui
si rimproverava sempre di aver tenuto a battesimo
la repubblica e la rivoluzione comunista), il regime
magiaro aveva visto – in un primo tempo –
la contrapposizione fra una componente aristocratico-conservatrice
maggioritaria (facente capo all’ammiraglio Horthy)
ed una componente nazionalista-riformista e fascisteggiante
che faceva riferimento al maggiore Gyula Gömbös,
poi Presidente del Consiglio dal 1932 al 1936.
La terza componente, quella nazionalsocialista, esordirà
più o meno in coincidenza con l’ascesa
al potere di Gömbös e si rafforzerà
soprattutto a far tempo dal 1936, quando la morte
del ”Mussolini ungherese” segnerà
sostanzialmente la fine di un fascismo magiaro di
derivazione italiana.
Per
gentile concessione del mensile “Storia
del Novecento”.
Tratto da:
MICHELE
RALLO: L’antisemitismo
“cristiano” nell’Ungheria
degli anni 1918-32.
(“Storia del Novecento”,
anno V, n. 92, dicembre 2008)
|
(1)
Miklós HORTHY: Memorie.
Una vita per l’Ungheria. Editrice Corso, Roma,
1956.
(2)
Miklós HORTHY:
Memorie. Cit.
(3)
Miklós HORTHY:
Memorie. Cit.
(4)
Tarmás STARK: La
legislazione antiebraica in Ungheria dal 1920 al 1944.
// Antisemitismo in Europa negli Anni Trenta. Legislazioni
a confronto. A cura di Anna CAPELLI
e Renata BROGINI. Franco Angeli editore, Milano, 2001.
(5)
Mario BARBERA (S.I.):
La questione dei Giudei in Ungheria.
”La Civiltà Cattolica”, a. 89,
vol. III, quad. 2114. Roma, 16 luglio 1938. [www.cdec.it/dsca/vaticano/CC2114]
(6)
Enrico DEAGLIO: La banalità del Bene.
Storia di Giorgio Perlasca. Giangiacomo Feltrinelli
editore, Milano, 1991. 11a edizione: 2002.