Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

AUSTRIA

 
 
Il cancelliere Schuschnigg e il principe Starhemberg ad una manifestazione del Fronte Patriottico

 

L’AUSTRIA DOPO LA MORTE DI DOLLFUSS:
IL DUELLO SCHUSCHNIGG-STARHEMBERG

La morte di Dollfuss (25 luglio 1934) poneva il Presidente della Repubblica – il cristianosociale Wilhelm Miklas – di fronte ad una scelta radicale per la nomina del nuovo Cancelliere: o affidare l’incarico al Vicecancelliere von Starhemberg – il capo della Heimwehr filoitaliana – e determinare così la completa fascistizzazione dell'Austria; ovvero optare per l'altro delfino di Dollfuss, il moderato Kurt von Schuschnigg, non rompendo in tal modo il tenue filo che ancòra legava Vienna alle democrazie occidentali.
Miklas era decisamente per la seconda ipotesi, in ciò favorito dall'assenza di Starhemberg, che quel giorno si trovava in Italia. La sera stessa del 25 luglio, quindi, chiedeva a Schuschnigg di formare un nuovo governo, ma questi chiedeva una dilazione fino al ritorno del Vicecancelliere (1).
Il principe Starhemberg, malgrado la Heimwehr premesse per la sua nomina, si lasciava convincere dell’opportunità di cedere il passo a Schuschnigg, giudicato elemento maggiormente adatto a suscitare le più ampie solidarietà internazionali in difesa dell'indipendenza austriaca.
L'accordo era presto raggiunto: Schuschnigg Cancelliere e Starhemberg vice; Starhemberg Presidente del Vaterlandische Front (il Fronte Patriottico che raggruppava tutte le forze governative) e Schuschnigg vice; al leader heimwehrista era anche attribuito il comando della federazione delle forze paramilitari (Schutzkorpsverbande), dell'organizzazione giovanile (Jung Vaterland) e di quella sportiva (Sport und Turnfront).
Il 30 luglio, così, il Governo Schuschnigg poteva insediarsi.
La prima preoccupazione del nuovo Cancelliere era quella di compulsare il tradizionale protettore dell'indipendenza austriaca. Il 22 agosto si recava a Firenze per incontrare Mussolini, ma tra i due statisti non si stabiliva quella corrente di reciproca simpatia che aveva sempre caratterizzato i rapporti tra il Duce e il Cancelliere Dollfuss. Schuschnigg si lasciava andare a dichiarazioni assai poco diplo¬matiche che malcelavano un’ostilità di fondo nei confronti dell’Italia e lasciavano intendere una marcata diffidenza verso il tentativo di fascistizzazione dell'Austria. Era il primo passo verso la rottura di quei legami privilegiati che avevano fino ad allora unito i due Stati.
Il secondo passo era la visita che – immediatamente dopo quella italiana – il Cancelliere rendeva in Francia, e quelle successive in Gran Bretagna e in Cecoslovacchia. Il significato della diplomazia itinerante di Schuschnigg era chiaro: l'Austria restava strettamente legata agli alleati dei Protocolli di Roma, ma intendeva allacciare buoni rapporti anche con le potenze democratiche.
Contemporaneamente, Schuschnigg avviava trattative per raggiungere un’intesa con la Opposizione Nazionale filotedesca, che operava dietro il paravento legalitario di tutta una serie di organismi pangermanisti “rispettabili”: Alldeutscher Verband, Deutscher Klub, Deutscher Turnerbund, eccetera. Peraltro, il governo tedesco aveva l’accortezza di inviare a Vienna come ambasciatore plenipotenziario Franz von Papen, un conservatore cattolico che godeva fama di non nutrire eccessive simpatie per il nazismo. Papen riusciva in breve tempo ad accattivarsi numerosissime simpatie, ad accreditare sè stesso ed i suoi amici dell'Opposizione Nazionale come interlocutori validi per il governo austriaco, ed a fare dell'ambasciata tedesca il più autorevole circolo politico di Vienna.
Intanto, l’accoppiata Schuschnigg Starhemberg mostrava le prime crepe: il leader heimwehrista non condivideva l'attendismo del Cancelliere in politica estera, e neppure i tentativi di raggiungere un accordo con l’Opposizione Nazionale. Il principe von Starhemberg, in effetti, si considerava ed era l'unico custode politico del nazionalismo austriaco creato da Dollfuss, e dopo la morte di questi aveva matura¬to la duplice convinzione che fra Hitler ed i terroristi austriaci non esistesse alcuna differenza, e che i rappresentanti moderati del pangermanismo fossero soltanto dei nazisti camuffati.
Nei primi di ottobre del 1935 Schuschnigg e Starhemberg si scontravano sul progetto del Cancelliere di unificare tutte le formazioni paramilitari sotto l'autorità del governo; Schuschnigg teneva duro e, dopo il rimpasto ministeriale del 27 ottobre (che segnava l'esclusione di Fey dal governo), varava la nuova organizzazione paramilitare del regime – la Frontmiliz – che avrebbe dovuto unificare le milizie e sottometterle all'autorità dei comandi militari.
Ma le organizzazioni paramilitari, al di là di una formale e forzata adesione alla Frontmiliz, rifiutavano di integrarsi nel nuovo organismo: la Heimwehr era naturalmente la più dura, ma anche la Ostmarkischen Sturmscharen – l'organizzazione squadristica fascisteggiante del Partito Cristiano Sociale – si mostrava decisa a mantenere la propria autonomia.
Un’altra questione, frattanto, agitava le acque del mondo politico austriaco: quella della restaurazione monarchica. Ma la prospettiva di un ritorno asburgico registrava una generale ostilità nel campo internazionale: non solo le democrazie e la Piccola Intesa, ma anche l’Italia e soprattutto la Germania facevano sapere a Vienna che la cosa avrebbe potuto avere ripercussioni gravissime. Gli ambienti fascisti approfittavano della situazione di stallo per proporre di affidare la Corona austriaca al principe Starhemberg, ma questi rifiutava: «Nè io nè il governo sappiamo oggi se l'Austria opterà un giorno per la monarchia; comunque sia, per il momento questo problema non si pone, né si porrà per l'immediato futuro. Una cosa, però, è certa: qualora l'Austria si pronunciasse per la monarchia, come candidato al Trono andrebbe preso in considerazione soltanto l'erede legittimo, cioè il figlio dell'Imperatore Carlo. Ogni altra soluzione sarebbe assurda e deve essere energicamente respinta.» (2)
Intanto, i rapporti tra Cancelliere e Vicecancelliere continuavano a deteriorarsi. All'inizio del 1936 Starhemberg lanciava la proposta di un protocollo tra il Gruppo di Roma ed il Reich tedesco che riconoscesse e sancisse definitivamente l'indipendenza austriaca. Schuschnigg era contrario, perchè un tale accordo avrebbe creato di fatto un blocco ideologico nazi fascista, e proponeva invece un rapporto privilegiato tra Austria e Piccola Intesa, aborrito dal leader heimwehrista.
Tra marzo e aprile Starhemberg era contattato ripetutamente da Papen e poi da Hueber, che gli proponevano un accordo tra Heimwehr e Opposizione Nazionale che garantisse l'indipendenza di un'Austria filotedesca e che sventasse la prospettiva di un accordo tra Schuschnigg e gli ultranazisti (a spese degli heimwehristi e dei germanofili “nazionali”), accordo che in alcuni circoli politici era dato per scontato a non lunga scadenza.
Starhemberg nicchiava, convinto che Schuschnigg non avrebbe avuto il coraggio di rompere definitivamente con lui. Ma, il 12 maggio, il dualismo al vertice del governo austriaco esplodeva clamorosamente sulla politica estera, oltre che su un ennesimo tentativo di Schuschnigg di assoggettare la Heimwehr all’Esercito Federale.
Starhemberg puntava i piedi e, per ripicca, inviava a Mussolini un messaggio di felicitazioni per la presa di Addis Abeba, tramite un telegramma che era contemporaneamente una dichiarazione di fede fascista ed una radicale contestazione della linea diplomatica del Cancelliere: «Cosciente degli stretti vincoli che in quanto fascista mi legano profondamente al destino dell’Italia fascista, mi congratulo con tutto il cuore a nome mio e di quanti in Austria si battono per l'ideale fascista, per la splendida e gloriosa vittoria delle armi fasciste italiane sulla barbarie, per la vittoria dello spirito fascista sulla disonestà e sull'ipocrisia democratica, per la vittoria della abnegazione e della di¬sciplinata determinazione sulla mendacità demagogica. Viva l'intelligente Capo dell'Italia fascista vittoriosa, viva la vittoria dell'ideale fascista nel mondo!» (3)
Schuschnigg replicava, il giorno dopo, escludendo il Vicecancelliere dal governo e togliendogli il comando del Fronte Patriottico. Le Heimwehren minacciavano la rivolta, ma Starhemberg era ancora una volta assai cauto, scoraggiava ogni iniziativa antigovernativa e si ritirava in Italia per un'altra delle sue vacanze politiche. Era ricevuto da un Mussolini furente con Schuschnigg; nel caso di un nuovo putsch nazista, il Duce non avrebbe potuto più comportarsi come nel ’34, anche perchè le democrazie occidentali tanto care al Cancelliere non erano disposte a rischiare lo scontro con la Germania per difendere l'indipendenza austriaca: «Non posso fare da solo il gendarme dell'Europa.»
Schuschnigg, intanto, liberatosi dell'invadente Vicecancelliere, aveva mano libera per trattare con il Reich e, l’11 luglio 1936, siglava a Berchtesgaden il famoso Accordo austro tedesco che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto normalizzare definitivamente i rapporti tra i due Stati, e che invece sarebbe stato soltanto la premessa per l’Anschluss. Eccone il testo:
«Convinti di incrementare il comune sviluppo europeo teso al mantenimento della pace e fiduciosi di servire così nel modo migliore i molteplici interessi dei due Stati germanici, i governi della Repubblica Federale Austriaca e del Reich Tedesco hanno deciso di riallacciare pacifici e regolari rapporti.
Al riguardo, viene dichiarato:
1) secondo quanto stabilito dal Führer e Cancelliere del Reich il 21 maggio 1935, il governo tedesco riconosce la piena sovranità dello stato austriaco;
2) ciascuno dei due governi considera la situazione politica dell’altro Stato (compresa la questione del nazionalsocialismo austriaco) alla stregua di affari interni del Paese interessato, nei quali non vi sarà ingerenza diretta nè indiretta;
3) il governo federale austriaco manterrà la sua politica generale – e in particolare l'atteggiamento nei confronti del Reich tedesco – su una linea rispondente alla sua qualità di Stato germanico; i Protocolli di Roma del 1934 e le relative appendici del 1936 nonchè la posizione dell’Austria nei confronti di Italia e Ungheria, firmatarie di detti Protocolli, rimangono inalterati.
Considerato che la distensione da entrambe le parti auspicata potrà essere effettivamente realizzata solamente se i due governi accetteranno di soddisfare determinate condizioni, il Governo Federale e il Governo del Reich creeranno i necessari presupposti adottando una serie di misure.»

In realtà, le “determinate condizioni” riguardavano soltanto l’Austria che, attraverso una serie di clausole segrete, si impegnava a varare un’ampia amnistia per i prigionieri politici nazionalsocialisti ed a cooptare nel governo e nel direttivo del Fronte Patriottico alcuni esponenti di tendenza nazista o filonazista. In forza di tale accordo, il generale Glaise Horstenau veniva nominato subito Ministro senza portafoglio, mentre l'avvocato Arthur Seyss Inquart – eminenza grigia dell’ala moderata nazionalsocialista – iniziava come Commissario di Stato la scalata al ministero chiave degli Interni.
L'Austria passava così, definitivamente, dalla sfera d'influenza italiana a quella tedesca.

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: L’epoca delle rivoluzioni nazionali. Volume I: Austria, Cecoslovacchia e Ungheria.



(1)
Kurt von SCHUSCHNIGG: Autriche, ma patrie. Librairie Plon, Parigi, 1938

(2) Ernst Rüdiger von STARHEMBERG: Memorie. Giovanni Volpe editore, Roma, 1980

(3) Ludwig JEDLICKA: La Heimwehr austriaca. Un contributo alla storia del fascismo nell’Europa orientale. // Fascismo internazionale. 1920-1945. “Dialoghi del XX”, fascicolo monografico. Il Saggiatore, Milano, 1967


 


 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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