L’AUSTRIA
DOPO LA MORTE DI DOLLFUSS:
IL DUELLO SCHUSCHNIGG-STARHEMBERG
La
morte di Dollfuss (25 luglio 1934) poneva il Presidente
della Repubblica – il cristianosociale Wilhelm
Miklas – di fronte ad una scelta radicale per
la nomina del nuovo Cancelliere: o affidare l’incarico
al Vicecancelliere von Starhemberg – il capo
della Heimwehr filoitaliana –
e determinare così la completa fascistizzazione
dell'Austria; ovvero optare per l'altro delfino di
Dollfuss, il moderato Kurt von Schuschnigg, non rompendo
in tal modo il tenue filo che ancòra legava
Vienna alle democrazie occidentali.
Miklas era decisamente per la seconda ipotesi, in
ciò favorito dall'assenza di Starhemberg, che
quel giorno si trovava in Italia. La sera stessa del
25 luglio, quindi, chiedeva a Schuschnigg di formare
un nuovo governo, ma questi chiedeva una dilazione
fino al ritorno del Vicecancelliere (1).
Il principe Starhemberg, malgrado la Heimwehr
premesse per la sua nomina, si lasciava convincere
dell’opportunità di cedere il passo a
Schuschnigg, giudicato elemento maggiormente adatto
a suscitare le più ampie solidarietà
internazionali in difesa dell'indipendenza austriaca.
L'accordo era presto raggiunto: Schuschnigg Cancelliere
e Starhemberg vice; Starhemberg Presidente del Vaterlandische
Front (il Fronte Patriottico che raggruppava
tutte le forze governative) e Schuschnigg vice; al
leader heimwehrista era anche attribuito il comando
della federazione delle forze paramilitari (Schutzkorpsverbande),
dell'organizzazione giovanile (Jung Vaterland)
e di quella sportiva (Sport und Turnfront).
Il 30 luglio, così, il Governo Schuschnigg
poteva insediarsi.
La prima preoccupazione del nuovo Cancelliere era
quella di compulsare il tradizionale protettore dell'indipendenza
austriaca. Il 22 agosto si recava a Firenze per incontrare
Mussolini, ma tra i due statisti non si stabiliva
quella corrente di reciproca simpatia che aveva sempre
caratterizzato i rapporti tra il Duce e il Cancelliere
Dollfuss. Schuschnigg si lasciava andare a dichiarazioni
assai poco diplo¬matiche che malcelavano un’ostilità
di fondo nei confronti dell’Italia e lasciavano
intendere una marcata diffidenza verso il tentativo
di fascistizzazione dell'Austria. Era il primo passo
verso la rottura di quei legami privilegiati che avevano
fino ad allora unito i due Stati.
Il secondo passo era la visita che – immediatamente
dopo quella italiana – il Cancelliere rendeva
in Francia, e quelle successive in Gran Bretagna e
in Cecoslovacchia. Il significato della diplomazia
itinerante di Schuschnigg era chiaro: l'Austria restava
strettamente legata agli alleati dei Protocolli
di Roma, ma intendeva allacciare buoni rapporti
anche con le potenze democratiche.
Contemporaneamente, Schuschnigg avviava trattative
per raggiungere un’intesa con la Opposizione
Nazionale filotedesca, che operava dietro
il paravento legalitario di tutta una serie di organismi
pangermanisti “rispettabili”: Alldeutscher
Verband, Deutscher Klub, Deutscher Turnerbund,
eccetera. Peraltro, il governo tedesco aveva l’accortezza
di inviare a Vienna come ambasciatore plenipotenziario
Franz von Papen, un conservatore cattolico che godeva
fama di non nutrire eccessive simpatie per il nazismo.
Papen riusciva in breve tempo ad accattivarsi numerosissime
simpatie, ad accreditare sè stesso ed i suoi
amici dell'Opposizione Nazionale
come interlocutori validi per il governo austriaco,
ed a fare dell'ambasciata tedesca il più autorevole
circolo politico di Vienna.
Intanto, l’accoppiata Schuschnigg Starhemberg
mostrava le prime crepe: il leader heimwehrista non
condivideva l'attendismo del Cancelliere in politica
estera, e neppure i tentativi di raggiungere un accordo
con l’Opposizione Nazionale.
Il principe von Starhemberg, in effetti, si considerava
ed era l'unico custode politico del nazionalismo austriaco
creato da Dollfuss, e dopo la morte di questi aveva
matura¬to la duplice convinzione che fra Hitler
ed i terroristi austriaci non esistesse alcuna differenza,
e che i rappresentanti moderati del pangermanismo
fossero soltanto dei nazisti camuffati.
Nei primi di ottobre del 1935 Schuschnigg e Starhemberg
si scontravano sul progetto del Cancelliere di unificare
tutte le formazioni paramilitari sotto l'autorità
del governo; Schuschnigg teneva duro e, dopo il rimpasto
ministeriale del 27 ottobre (che segnava l'esclusione
di Fey dal governo), varava la nuova organizzazione
paramilitare del regime – la Frontmiliz
– che avrebbe dovuto unificare le milizie e
sottometterle all'autorità dei comandi militari.
Ma le organizzazioni paramilitari, al di là
di una formale e forzata adesione alla Frontmiliz,
rifiutavano di integrarsi nel nuovo organismo: la
Heimwehr era naturalmente la più
dura, ma anche la Ostmarkischen Sturmscharen
– l'organizzazione squadristica fascisteggiante
del Partito Cristiano Sociale –
si mostrava decisa a mantenere la propria autonomia.
Un’altra questione, frattanto, agitava le acque
del mondo politico austriaco: quella della restaurazione
monarchica. Ma la prospettiva di un ritorno asburgico
registrava una generale ostilità nel campo
internazionale: non solo le democrazie e la Piccola
Intesa, ma anche l’Italia e soprattutto
la Germania facevano sapere a Vienna che la cosa avrebbe
potuto avere ripercussioni gravissime. Gli ambienti
fascisti approfittavano della situazione di stallo
per proporre di affidare la Corona austriaca al principe
Starhemberg, ma questi rifiutava:
«Nè io nè il governo
sappiamo oggi se l'Austria opterà un giorno
per la monarchia; comunque sia, per il momento questo
problema non si pone, né si porrà per
l'immediato futuro. Una cosa, però, è
certa: qualora l'Austria si pronunciasse per la monarchia,
come candidato al Trono andrebbe preso in considerazione
soltanto l'erede legittimo, cioè il figlio
dell'Imperatore Carlo. Ogni altra soluzione sarebbe
assurda e deve essere energicamente respinta.»
(2)
Intanto, i rapporti tra Cancelliere e Vicecancelliere
continuavano a deteriorarsi. All'inizio del 1936 Starhemberg
lanciava la proposta di un protocollo tra il Gruppo
di Roma ed il Reich tedesco che riconoscesse
e sancisse definitivamente l'indipendenza austriaca.
Schuschnigg era contrario, perchè un tale accordo
avrebbe creato di fatto un blocco ideologico nazi
fascista, e proponeva invece un rapporto privilegiato
tra Austria e Piccola Intesa, aborrito
dal leader heimwehrista.
Tra marzo e aprile Starhemberg era contattato ripetutamente
da Papen e poi da Hueber, che gli proponevano un accordo
tra Heimwehr e Opposizione
Nazionale che garantisse l'indipendenza di
un'Austria filotedesca e che sventasse la prospettiva
di un accordo tra Schuschnigg e gli ultranazisti (a
spese degli heimwehristi e dei germanofili “nazionali”),
accordo che in alcuni circoli politici era dato per
scontato a non lunga scadenza.
Starhemberg nicchiava, convinto che Schuschnigg non
avrebbe avuto il coraggio di rompere definitivamente
con lui. Ma, il 12 maggio, il dualismo al vertice
del governo austriaco esplodeva clamorosamente sulla
politica estera, oltre che su un ennesimo tentativo
di Schuschnigg di assoggettare la Heimwehr
all’Esercito Federale.
Starhemberg puntava i piedi e, per ripicca, inviava
a Mussolini un messaggio di felicitazioni per la presa
di Addis Abeba, tramite un telegramma che era contemporaneamente
una dichiarazione di fede fascista ed una radicale
contestazione della linea diplomatica del Cancelliere:
«Cosciente
degli stretti vincoli che in quanto fascista mi legano
profondamente al destino dell’Italia fascista,
mi congratulo con tutto il cuore a nome mio e di quanti
in Austria si battono per l'ideale fascista, per la
splendida e gloriosa vittoria delle armi fasciste
italiane sulla barbarie, per la vittoria dello spirito
fascista sulla disonestà e sull'ipocrisia democratica,
per la vittoria della abnegazione e della di¬sciplinata
determinazione sulla mendacità demagogica.
Viva l'intelligente Capo dell'Italia fascista vittoriosa,
viva la vittoria dell'ideale fascista nel mondo!»
(3)
Schuschnigg replicava, il giorno dopo, escludendo
il Vicecancelliere dal governo e togliendogli il comando
del Fronte Patriottico. Le Heimwehren
minacciavano la rivolta, ma Starhemberg era ancora
una volta assai cauto, scoraggiava ogni iniziativa
antigovernativa e si ritirava in Italia per un'altra
delle sue vacanze politiche. Era ricevuto da un Mussolini
furente con Schuschnigg; nel caso di un nuovo putsch
nazista, il Duce non avrebbe potuto più comportarsi
come nel ’34, anche perchè le democrazie
occidentali tanto care al Cancelliere non erano disposte
a rischiare lo scontro con la Germania per difendere
l'indipendenza austriaca: «Non
posso fare da solo il gendarme dell'Europa.»
Schuschnigg, intanto, liberatosi dell'invadente Vicecancelliere,
aveva mano libera per trattare con il Reich e, l’11
luglio 1936, siglava a Berchtesgaden il famoso Accordo
austro tedesco che, nelle sue intenzioni,
avrebbe dovuto normalizzare definitivamente i rapporti
tra i due Stati, e che invece sarebbe stato soltanto
la premessa per l’Anschluss. Eccone il testo:
«Convinti
di incrementare il comune sviluppo europeo teso al
mantenimento della pace e fiduciosi di servire così
nel modo migliore i molteplici interessi dei due Stati
germanici, i governi della Repubblica Federale Austriaca
e del Reich Tedesco hanno deciso di riallacciare pacifici
e regolari rapporti.
Al riguardo, viene dichiarato:
1) secondo quanto stabilito dal Führer e Cancelliere
del Reich il 21 maggio 1935, il governo tedesco riconosce
la piena sovranità dello stato austriaco;
2) ciascuno dei due governi considera la situazione
politica dell’altro Stato (compresa la questione
del nazionalsocialismo austriaco) alla stregua di
affari interni del Paese interessato, nei quali non
vi sarà ingerenza diretta nè indiretta;
3) il governo federale austriaco manterrà la
sua politica generale – e in particolare l'atteggiamento
nei confronti del Reich tedesco – su una linea
rispondente alla sua qualità di Stato germanico;
i Protocolli di Roma del 1934 e le relative appendici
del 1936 nonchè la posizione dell’Austria
nei confronti di Italia e Ungheria, firmatarie di
detti Protocolli, rimangono inalterati.
Considerato che la distensione da entrambe le parti
auspicata potrà essere effettivamente realizzata
solamente se i due governi accetteranno di soddisfare
determinate condizioni, il Governo Federale e il Governo
del Reich creeranno i necessari presupposti adottando
una serie di misure.»
In realtà, le “determinate condizioni”
riguardavano soltanto l’Austria che, attraverso
una serie di clausole segrete, si impegnava a varare
un’ampia amnistia per i prigionieri politici
nazionalsocialisti ed a cooptare nel governo e nel
direttivo del Fronte Patriottico
alcuni esponenti di tendenza nazista o filonazista.
In forza di tale accordo, il generale Glaise Horstenau
veniva nominato subito Ministro senza portafoglio,
mentre l'avvocato Arthur Seyss Inquart – eminenza
grigia dell’ala moderata nazionalsocialista
– iniziava come Commissario di Stato la scalata
al ministero chiave degli Interni.
L'Austria passava così, definitivamente, dalla
sfera d'influenza italiana a quella tedesca.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO:
L’epoca
delle rivoluzioni nazionali. Volume I: Austria,
Cecoslovacchia e Ungheria. |
(1)
Kurt von SCHUSCHNIGG:
Autriche, ma patrie. Librairie
Plon, Parigi, 1938
(2) Ernst
Rüdiger von STARHEMBERG: Memorie.
Giovanni Volpe editore, Roma, 1980
(3) Ludwig
JEDLICKA: La Heimwehr austriaca.
Un contributo alla storia del fascismo nell’Europa
orientale. // Fascismo internazionale. 1920-1945.
“Dialoghi del XX”, fascicolo monografico.
Il Saggiatore, Milano, 1967
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