LA
NASCITA DELLO
STATO INDIPENDENTE CROATO
(1941)
LA
POPOLAZIONE: CITTADINI E SUDDITI
Le basi del nuovo Stato croato erano contenute negli
Ustaša Nacelna (Princìpi
Fondamentali Ustascia), pubblicati il 16 aprile 1941
in una nuova stesura (la prima risaliva al ’32).
Oltre a ribadire la specificità della etnia
croata e la sua localizzazione nel territorio della
“Grande Croazia”, i Nacelna
sottolineavano due punti in particolare: il monopolio
della direzione politica riservato ai “puri
croati”, ed il riferimento alla religione cattolica
ed alla civiltà contadina come base dello Stato.
Il primo punto introduceva – dunque –
un concetto razzistico che, se in senso lato poteva
essere riferito ai dettami del vecchio Partito del
Diritto (che prevedevano per i non croati uno status
di ospiti), subiva comunque delle contaminazioni che
denunziavano l'influenza del nuovo modello hitleriano.
Infatti, attraverso due Decreti del 30 aprile (“Protezione
del Sangue ariano e dell’Onore del popolo croato”
e “Doveri delle razze inferiori”)
veniva introdotto il principio della ripartizione
della popolazione in tre distinte categorie; i cittadini
(croati puri), i sudditi (ariani non croati) ed una
terza categoria non codificata che comprendeva sostanzialmente
gli ebrei e gli zingari; i primi godevano della pienezza
dei diritti politici, i secondi soltanto dei diritti
civili, i terzi di nessun diritto.
Tutto ciò, in teoria. All’atto pratico,
le cose erano un po’ più complesse. Innanzittutto,
c’era una etnia con precise caratteristiche
– quella bosniaca – che era ufficialmente
accreditata come parte della etnia croata; i cosiddetti
mujos, quindi, erano considerati
“croati puri” e cittadini con pieni diritti.
In secondo luogo, v’erano disparità nettissime
tra i sudditi, gli “ariani non croati”.
In particolare, i sudditi tedeschi (i volksdeutschen)
avevano pienezza di diritti politici e – in
contrasto con quanto dettato dai Nacelna
– partecipavano anche alla direzione dello Stato;
altri sudditi, invece, come i serbi pravoslavi,
non avevano – di fatto – diritti diversi
da quelli degli ebrei.
In effetti, al di là di ogni differenziazione
giuridica, lo Stato croato aveva due nemici etnici:
i serbi e gli ebrei. Dei due, a costituire un grosso
problema non erano certamente i secondi (minoranza
trascurabilissima: 75.000 unità), ma i primi,
nei cui confronti – dopo che italiani e
tedeschi erano riusciti a fermare la fase dello sterminio
– lo Stato Indipendente Croato attuava
una politica più moderata, offrendo una scelta
fra la integrazione e la emigrazione verso la Serbia;
la terza alternativa non era ufficialmente contemplata,
ma era il campo di concentramento, con conseguenze
spesso funeste.
L’integrazione dei pravoslavi nella società
croata coincideva, in un primo tempo, con la conversione
al cattolicesimo. Mile Budak – Ministro ai Culti
ed alla Pubblica Istruzione – così riassumeva
i termini del problema: «Per quanto
concerne i cosiddetti serbi che vivono qui, essi non
sono affatto serbi ma gente portata in questo Paese
dai turchi dell'oriente, che se ne servivano trattandoli
da vassalli o da schiavi. Sono rimasti uniti solo
perchè appartengono alla Chiesa ortodossa,
e solo per questo noi non siamo riusciti ad assimilarli.
È bene, pertanto, che adesso conoscano le nostre
direttive: o si inchinano di fronte alla nostra religione,
o se ne vanno.»(1)
In un secondo tempo, tuttavia, di fronte alle proteste
dell’Arcive-scovo di Zagabria monsignor Aloizije
Stepinac (contrario alle conversioni forzate),
ai serbi sarà offerta l’alternativa dell’adesione
ad una neocostituita Chiesa ortodossa croata; con
conseguente abbandono della Chiesa ortodossa serba,
considerata dalle autorità ustascia come
un cordone ombelicale che legava i pravoslavi a Belgrado.
Quanto agli ebrei, anch'essi trovavano una valida
difesa in monsi-gnor Stepinac che – pur sostenendo
il regime – non temeva di prendere apertamente
posizione contro gli eccessi ustascia, riuscendo (almeno
in un primo momento) ad evitare che le autorità
croate consegnassero gli ebrei ai tedeschi. La
persecuzione antisemita sarà – così
– attenuata per circa un anno, durante il quale
moltissimi israeliti della zona orientale (come anche
numerosi serbi pravoslavi) riusciranno a guadagnare
la zona presidiata dalla II Armata italiana e ad evitare
– con ciò – la deportazione in
Polonia.
LE BASI FONDANTI:
RELIGIONE CATTOLICA E CIVILTÀ CONTADINA
Gli Ustaša Nacelna
indicavano due fattori come fondamenti dello Stato
Indipendente Croato: la religiosità cattolica
e la tradizione del mondo contadino.
Si è già visto come l'appartenenza
alla cattolicità fosse uno degli elementi
base della identità nazionale croata, fattore
– peraltro – che costituiva una precisa
demarcazione nei confronti del mondo balcanico ortodosso.
Era dunque logico che lo Stato Indipendente Croato
istituzionalizzasse la sua vocazione cattolica e
la devozione alla Chiesa di Roma, fino ad assumere
le connotazioni di uno Stato confessionale.
Sin dal suo arrivo a Zagabria – d’altronde
– il poglavnik Ante Pavelic aveva
chiamato molti sacerdoti (e, fra questi, numerosi
esponenti del cosiddetto “ustascismo francescano”
formatisi in Italia) a ricoprire incarichi pubblici
o a svolgere funzioni di consulenza nei vari settori
della pubblica amministrazione e nella sua segreteria
personale. E le gerarchie cattoliche – dal
canto loro – avevano ufficialmente proclamato
il più convinto appoggio al regime, consacrato
da un solenne “Te Deum” di
ringraziamento officiato da monsignor Stepinac nella
Cattedrale di Zagabria. Nè i successivi attriti
fra Stepinac e il regime per i già ricordati
motivi di ordine umanitario, varranno ad incrinare
la solidarietà fra le gerarchie cattoliche
e quelle ustascia: anche se in posizione critica,
l'Arcivescovo di Zagabria resterà sempre
un convinto assertore dello Stato Indipendente Croato
(“è facile, qui, ravvisare
la mano di Dio”) e della sua
funzione storica di baluardo contro il bolscevismo
ateo; v’è peraltro da osservare che
alcuni settori dell’alto e quasi tutto il
basso clero non mostravano eccessivi scrupoli umanitari,
considerando perfettamente naturale (in una logica
tipicamente e ferocemente balcanica) che i buoni
cattolici si dedicassero di tanto in tanto al massacro
degli scismatici.
Comunque – a parte la polemica sui metodi
più o meno duri del regime e soprattutto
dei reparti ustascia “selvaggi”
– i rapporti del nuovo Stato erano ottimi
non soltanto con il clero croato, ma anche con il
Vaticano.
Al suo insediamento, Pavelic faceva atto di “filiale
sottomissione” al Sommo Pontefice e chiedeva
il riconoscimento diplomatico da parte della Santa
Sede; riconoscimento che, però, non poteva
essere accordato in termini ufficiali (per la politica
vaticana di stretta neutralità) ma solo ufficiosamente.
Il Poglavnik era ricevuto dal Papa in forma
privata (18 maggio) ed il Vaticano inviava a Zagabria
un Legato Apostolico, con l'impegno che il riconoscimento
ufficiale sarebbe intervenuto sùbito dopo
la conclusione della guerra.
L’altro elemento indicato dagli Ustaša
Nacelna come fondamento dello Stato
Indipendente Croato era il contadinismo, fattore
questo – contrariamente al cattolicesimo –
unificante e non discriminante nei confronti del
mondo balcanico.
L’organizzazione ustascia, sorta senza una
particolare attenzione per il mondo contadino, si
era successivamente avvicinata al ruralismo –
fino ad abbracciarne totalmente i valori –
quando, da movimento minoritario, si era andata
trasformando in un partito che aspirava alla rappresentanza
totale della popolazione croata.(2)
Adesso – giunto al potere – il movimento
ustascia si presentava a tutti gli effetti come
una sorta di “fascismo contadino”, simile
ad altri dell’area danubiano balcanica. Naturalmente,
“fascismo contadino” non comportava
la prosecuzione del classismo contadino della tradizione
radicista; al contrario, introduceva una forma di
interclassismo che, pur assegnando a tutte le categorie
sociali pari dignità, riconosceva al ceto
rurale il ruolo determinante che gli proveniva dalla
sua entità (circa l'80% della popolazione)
e – soprattutto – dall'essere l'interprete
di quei valori tradizionali che costituivano l’essenza
del patrimonio spirituale della nazione. In sostanza,
se la borghesia cittadina era stata la portatrice
dello spirito indipendentistico della Croazia durante
gli anni della dominazione serba, i contadini erano
stati i custodi del secolare retaggio della nazione,
un retaggio che aveva impedito al microcosmo croato
la contaminazione dell'industrialismo e degli ideali
politici democratici e parlamentaristi.
Non era – quindi – alla classe
contadina, ma alla civiltà contadina
che gli Ustaša Nacelna
facevano riferimento come fondamento della nazione
croata. Il nuovo Stato – comunque –
indirizzava sùbito le sue energie in direzione
di un miglioramento delle condizioni di vita del
ceto contadino e di una maggiore produttività
dell’agricoltura. Tutto ciò –
peraltro – in perfetta sintonia con i dettami
del Nuovo Ordine e con il ruolo che agli Stati del
Sud-est era stato assegnato nell’àmbito
di una programmazione globale dell’economia
europea che era stata messa a punto dagli esperti
tedeschi.
Quanto al Partito Contadino Croato, la gran parte
dei suoi dirigenti e militanti si integrava subito
nella struttura ustascia. Il leader Vladko Macek
e pochi altri – pur facendo atto di lealtà
al regime – conserveranno invece un atteggiamento
distaccato e saranno discretamente tenuti lontano
dalla vita pubblica: sotto la protezione dei tedeschi,
che probabilmente pensavano di utilizzarli contro
la dirigenza ustascia filoitaliana. Comunque, il
movimento di Pavelic fagociterà rapidamente
il partito contadino: operazione portata definitivamente
a termine in agosto.
IL PARTITO UNICO
Sulla base dei Nacelna,
il giurista Eugen Sladovic elaborava la carta costituzionale
dello Stato, che veniva varata il 24 giugno sotto
l'etichetta di Legge sulla Organizzazione del
Governo dello Stato Croato. La struttura era
– ovviamente – quella comune ad altri
statuti di Stati fascistoidi dell'area danubiano
balcanica, con due caratteristiche peculiari: il
ruolo del Poglavnik e le caratteristiche
istituzionali del partito unico.
Per quanto atteneva al primo punto, il Poglavnik
assommava in sè le funzioni di Capo dello
Stato, Capo del Governo e Capo dell'Orga-nizzazione
Ustascia. I ministri erano nominati da lui, ed a
lui soltanto rispondevano del loro operato. Nessuna
prerogativa (se non di pura e semplice rappresentanza)
era riservata al Re: e la cosa suscitava le ire
degli italiani, giacchè il Sovrano designato
era il duca Aimone di Savoia Aosta (Re di Croazia
con il nome di Tomislavo II), anche se questi –
sia detto per inciso – non metterà
mai piede nel suo Regno.
Quanto al partito, il suo ruolo nello Stato Indipendente
Croato era estremamente totalizzante, e la osmosi
fra le sue strutture e quelle statali era più
simile al modello tedesco che non a quello italiano.
In realtà, la Ustaša Hrvatska
Revolucionarna Organizacija non era
l’unico partito ammesso in Croazia; diritto
di cittadinanza politica era riconosciuto anche
ad un minuscolo Partito Nazional Socialista Croato
del Lavoro (fino al 1942), alle organizzazioni delle
minoranze volksdeutsche e
mujo, alle strutture cattoliche e,
per i primi tempi, pure al Partito Contadino Croato:
tutte forze che – ad eccezione dei contadini
– saranno ammesse assieme agli ustascia a
comporre il Sabor (la Dieta croata), in
una singolare coabitazione di un sistema a partito
unico con una articolazione che non respingeva totalmente
il pluralismo politico. In realtà, dunque,
l’ustascia non era un partito unico a tutti
gli effetti e – a ben guardare – non
era neppure un “partito”, ma semplicemente
una “organizzazione” rivoluzionaria
che, giunta al potere, doveva assumere le sembianze
di partito unico per gestire la “rivoluzione
nazionale”.
Del partito unico – d’altronde –
l’UHRO assumeva
immediata-mente le sembianze, dotandosi delle tipiche
strutture parallele (gruppi giovanili, femminili,
servizi ausiliari, organizzazioni fiancheggiatrici)
e soprattutto di una Ustaša Vojnica
(Milizia Ustascia), forte – all'inizio –
di 17 battaglioni reclutati su base locale (ricorderemo
i famosi Bobanova Bojna
e Franceticeva Bojna,
da cui sorse in seguito la Crne Legije,
la temutissima Legione Nera) e di unità speciali,
come il Servizio di Sicurezza Ustascia e la Brigata
della Guardia del Poglavnik.
Naturalmente, anche in Croazia esisteva qualche
rivalità fra le mi-lizie (si ricordi che,
oltre all’ustascia, erano operanti quelle
delle mi-noranze tedesca e mussulmana) e l'esercito
regolare Domobrana (Difesa
Nazionale). La situazione – come si vedrà
– subirà poi un ulteriore peggioramento,
con l'inserimento di una terza forza, quella costituita
dai reparti locali delle Waffen SS.
Come si può notare, malgrado un monolitismo
esteriore, gli equilibri interni croati erano
tutt’altro che ben definiti.
LA CROAZIA
TRA ITALIA E GERMANIA
Nè maggiormente stabili erano gli equilibri
internazionali all’interno dei quali era costretto
a muoversi “lo Stato più
giovane d’Europa”. Assegnata
alla sfera politica italiana, la Croazia faceva
però parte della sfera economica tedesca,
come anche evidenziava un accordo economico intervenuto
con la Germania il 16 maggio; un accordo che –
se non impediva certamente all’Italia di attivarsi
anche in questo campo – assegnava indubbiamente
al Reich una funzione che era senz’altro di
primaria e privilegiata importanza, e che non era
certamente insidiabile da parte italiana.
E tuttavia la Germania non si limitava a giocare
un ruolo esclusivamente economico a Zagabria. Già
la presenza militare nella fascia orientale del
Paese testimoniava una attenzione particolare per
le cose croate e – d'altro canto – il
Ministro degli Esteri tedesco Von Ribbentrop non
aveva per nulla rinunziato a fare pressioni su Hitler
perchè la Croazia venisse inserita nello
spazio danubiano di competenza germanica (il cosiddetto
Donauraum). Ora, anche se il Führer
sembrava deciso a rispettare le sfere d’influenza
concordate con il Duce, ai rappresentanti tedeschi
a Zagabria veniva lasciato un certo margine di discrezionalità;
margine abilmente sfruttato per coltivare tutti
i malumori che covavano contro l’Italia per
la questione dalmata. Erano in molti – infatti
– a dichiarare apertamente che alla protezione
italiana sarebbe stata preferibile una protezione
tedesca, che si sarebbe certamente rivelata meno
rapace. Il Poglavnik – considerato
l’uomo di Mussolini – diveniva in breve
il bersaglio di critiche provenienti da tutti i
settori: da Macek, che veniva spedito in residenza
coatta; dal comandante delle forze armate croate,
il maresciallo Slavko Kvaternik, che a detta di
alcuni accarezzava il sogno di restaurare l’effimera
Dinastia del suo casato e di proclamarsi egli stesso
Re; da suo figlio Eugen Kvaternik, Sottosegretario
di Stato per la Sicurezza e capofila dei settori
ustascia più estremisti; dal leader nazionalsocialista
Slavko Godevic, che arruolava gli studenti delusi
dall’arrendevolezza del regime di fronte alle
pretese italiane.
Nonostante tutto, la posizione di Pavelic restava
inattaccabile, e l’Italia continuava a godere
di numerose simpatie, come testimoniato anche da
tanti episodi rivelatori; come quello – riferito
da Ciano – della scelta della prima lingua
straniera da parte dei cadetti dell'Accademia militare
di Zagabria: il 65% aveva optato per l’italiano,
e solamente il 35% per il tedesco.(3)
L’ambasciatore Raffaele Casertano e il rappresentante
del PNF a Zagabria, il generale Coselschi, profondevano
tutte le loro energie per arginare l’influenza
tedesca, almeno sul piano culturale, ma tutto quello
che riuscivano ad ottenere – dopo alcuni mesi
– era il varo di un settimanale bilingue (“Preporod
/ Rinascita”): un po’
poco rispetto ai 17 quotidíani ed ai 19 periodici
tedeschi diffusi capillarmente in Croazia.(4)
Mussolini masticava amaro, e confidava a Ciano:
«Non ha impor-tanza che i tedeschi
riconoscano sulla carta i nostri diritti in Croazia,
quando in pratica si prendono tutto ed a noi lasciano
un mucchietto di ossa.»(5)
Pavelic – comunque – si barcamenava:
il 6 giugno rendeva visita a Hitler, ma nove giorni
dopo si recava a Venezia per firmare l’adesione
solenne della Croazia al Patto Tripartito. Seguiva
l’Asse nel conflitto, dichiarando guerra all’URSS
e poi a Gran Bretagna e Stati Uniti; forniva volontari
sia alla Germania (la Legione Croata della Wehrmacht)
che all’Italia (la Legione Croata Autotrasportata
del Regio Esercito Italiano). Tutto ciò,
comunque, non gli impediva di diffidare dei tedeschi
e, più ancòra, dei loro amici croati.
|
(1)
Antony RHODES: Il Vaticano e le Dittature. 1922-1945.
Mursia & C°, Milano, 1975.
(2) L’Organizzazione
Rivoluzionaria degli Insorti Croati (“ustascia”
significa appunto insorti, ovvero risorti, risvegliati)
era nata – nel 1929 – come continuazione
del vecchio Partito del Diritto Croato, partito nazionalista
antiserbo con una netta connotazione “cittadina”.
La rappresentanza del mondo rurale era stata invece
assunta dal Partito Contadino Croato, il cui nazionalismo
era diretto più contro gli italiani che non contro
i serbi.
(3) Galeazzo
CIANO: L’Europa verso la catastrofe. 184 colloqui
verbalizzati da Galeazzo Ciano. Arnoldo
Mondadori editore, Milano, 1948.
(4) Jerzy
W. BOREJSZA: Il fascismo e l’Europa orientale.
Dalla propaganda all’aggressione.
Editori Laterza, Bari, 1981.
5) Galeazzo
CIANO: Diario, 1937-43. Rizzoli editore,
Milano, 1980
.
|