Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

CROAZIA E BOSNIA-ERZEGOVINA

 
 
Le date fondamentali della storia croata, dal 925 (regno di Tomislavo I) al 1941 (Stato Indipendente Croato). In primo piano, l'immagine di Pavelic.

 

LA NASCITA DELLO
STATO INDIPENDENTE CROATO
(1941)

 

LA POPOLAZIONE: CITTADINI E SUDDITI
Le basi del nuovo Stato croato erano contenute negli Ustaša Nacelna (Princìpi Fondamentali Ustascia), pubblicati il 16 aprile 1941 in una nuova stesura (la prima risaliva al ’32). Oltre a ribadire la specificità della etnia croata e la sua localizzazione nel territorio della “Grande Croazia”, i Nacelna sottolineavano due punti in particolare: il monopolio della direzione politica riservato ai “puri croati”, ed il riferimento alla religione cattolica ed alla civiltà contadina come base dello Stato.
Il primo punto introduceva – dunque – un concetto razzistico che, se in senso lato poteva essere riferito ai dettami del vecchio Partito del Diritto (che prevedevano per i non croati uno status di ospiti), subiva comunque delle contaminazioni che denunziavano l'influenza del nuovo modello hitleriano. Infatti, attraverso due Decreti del 30 aprile (“Protezione del Sangue ariano e dell’Onore del popolo croato” e “Doveri delle razze inferiori”) veniva introdotto il principio della ripartizione della popolazione in tre distinte categorie; i cittadini (croati puri), i sudditi (ariani non croati) ed una terza categoria non codificata che comprendeva sostanzialmente gli ebrei e gli zingari; i primi godevano della pienezza dei diritti politici, i secondi soltanto dei diritti civili, i terzi di nessun diritto.
Tutto ciò, in teoria. All’atto pratico, le cose erano un po’ più complesse. Innanzittutto, c’era una etnia con precise caratteristiche – quella bosniaca – che era ufficialmente accreditata come parte della etnia croata; i cosiddetti mujos, quindi, erano considerati “croati puri” e cittadini con pieni diritti. In secondo luogo, v’erano disparità nettissime tra i sudditi, gli “ariani non croati”. In particolare, i sudditi tedeschi (i volksdeutschen) avevano pienezza di diritti politici e – in contrasto con quanto dettato dai Nacelna – partecipavano anche alla direzione dello Stato; altri sudditi, invece, come i serbi pravoslavi, non avevano – di fatto – diritti diversi da quelli degli ebrei.
In effetti, al di là di ogni differenziazione giuridica, lo Stato croato aveva due nemici etnici: i serbi e gli ebrei. Dei due, a costituire un grosso problema non erano certamente i secondi (minoranza trascurabilissima: 75.000 unità), ma i primi, nei cui confronti – dopo che italiani e tedeschi erano riusciti a fermare la fase dello sterminio – lo Stato Indipendente Croato attuava una politica più moderata, offrendo una scelta fra la integrazione e la emigrazione verso la Serbia; la terza alternativa non era ufficialmente contemplata, ma era il campo di concentramento, con conseguenze spesso funeste.
L’integrazione dei pravoslavi nella società croata coincideva, in un primo tempo, con la conversione al cattolicesimo. Mile Budak – Ministro ai Culti ed alla Pubblica Istruzione – così riassumeva i termini del problema: «Per quanto concerne i cosiddetti serbi che vivono qui, essi non sono affatto serbi ma gente portata in questo Paese dai turchi dell'oriente, che se ne servivano trattandoli da vassalli o da schiavi. Sono rimasti uniti solo perchè appartengono alla Chiesa ortodossa, e solo per questo noi non siamo riusciti ad assimilarli. È bene, pertanto, che adesso conoscano le nostre direttive: o si inchinano di fronte alla nostra religione, o se ne vanno.»(1)
In un secondo tempo, tuttavia, di fronte alle proteste dell’Arcive-scovo di Zagabria monsignor Aloizije Stepinac (contrario alle conversioni forzate), ai serbi sarà offerta l’alternativa dell’adesione ad una neocostituita Chiesa ortodossa croata; con conseguente abbandono della Chiesa ortodossa serba, considerata dalle autorità ustascia come un cordone ombelicale che legava i pravoslavi a Belgrado.
Quanto agli ebrei, anch'essi trovavano una valida difesa in monsi-gnor Stepinac che – pur sostenendo il regime – non temeva di prendere apertamente posizione contro gli eccessi ustascia, riuscendo (almeno in un primo momento) ad evitare che le autorità croate consegnassero gli ebrei ai tedeschi. La persecuzione antisemita sarà – così – attenuata per circa un anno, durante il quale moltissimi israeliti della zona orientale (come anche numerosi serbi pravoslavi) riusciranno a guadagnare la zona presidiata dalla II Armata italiana e ad evitare – con ciò – la deportazione in Polonia.


LE BASI FONDANTI:
RELIGIONE CATTOLICA E CIVILTÀ CONTADINA

Gli Ustaša Nacelna indicavano due fattori come fondamenti dello Stato Indipendente Croato: la religiosità cattolica e la tradizione del mondo contadino.
Si è già visto come l'appartenenza alla cattolicità fosse uno degli elementi base della identità nazionale croata, fattore – peraltro – che costituiva una precisa demarcazione nei confronti del mondo balcanico ortodosso. Era dunque logico che lo Stato Indipendente Croato istituzionalizzasse la sua vocazione cattolica e la devozione alla Chiesa di Roma, fino ad assumere le connotazioni di uno Stato confessionale.
Sin dal suo arrivo a Zagabria – d’altronde – il poglavnik Ante Pavelic aveva chiamato molti sacerdoti (e, fra questi, numerosi esponenti del cosiddetto “ustascismo francescano” formatisi in Italia) a ricoprire incarichi pubblici o a svolgere funzioni di consulenza nei vari settori della pubblica amministrazione e nella sua segreteria personale. E le gerarchie cattoliche – dal canto loro – avevano ufficialmente proclamato il più convinto appoggio al regime, consacrato da un solenne “Te Deum” di ringraziamento officiato da monsignor Stepinac nella Cattedrale di Zagabria. Nè i successivi attriti fra Stepinac e il regime per i già ricordati motivi di ordine umanitario, varranno ad incrinare la solidarietà fra le gerarchie cattoliche e quelle ustascia: anche se in posizione critica, l'Arcivescovo di Zagabria resterà sempre un convinto assertore dello Stato Indipendente Croato (“è facile, qui, ravvisare la mano di Dio”) e della sua funzione storica di baluardo contro il bolscevismo ateo; v’è peraltro da osservare che alcuni settori dell’alto e quasi tutto il basso clero non mostravano eccessivi scrupoli umanitari, considerando perfettamente naturale (in una logica tipicamente e ferocemente balcanica) che i buoni cattolici si dedicassero di tanto in tanto al massacro degli scismatici.
Comunque – a parte la polemica sui metodi più o meno duri del regime e soprattutto dei reparti ustascia “selvaggi” – i rapporti del nuovo Stato erano ottimi non soltanto con il clero croato, ma anche con il Vaticano.
Al suo insediamento, Pavelic faceva atto di “filiale sottomissione” al Sommo Pontefice e chiedeva il riconoscimento diplomatico da parte della Santa Sede; riconoscimento che, però, non poteva essere accordato in termini ufficiali (per la politica vaticana di stretta neutralità) ma solo ufficiosamente. Il Poglavnik era ricevuto dal Papa in forma privata (18 maggio) ed il Vaticano inviava a Zagabria un Legato Apostolico, con l'impegno che il riconoscimento ufficiale sarebbe intervenuto sùbito dopo la conclusione della guerra.
L’altro elemento indicato dagli Ustaša Nacelna come fondamento dello Stato Indipendente Croato era il contadinismo, fattore questo – contrariamente al cattolicesimo – unificante e non discriminante nei confronti del mondo balcanico.
L’organizzazione ustascia, sorta senza una particolare attenzione per il mondo contadino, si era successivamente avvicinata al ruralismo – fino ad abbracciarne totalmente i valori – quando, da movimento minoritario, si era andata trasformando in un partito che aspirava alla rappresentanza totale della popolazione croata.(2) Adesso – giunto al potere – il movimento ustascia si presentava a tutti gli effetti come una sorta di “fascismo contadino”, simile ad altri dell’area danubiano balcanica. Naturalmente, “fascismo contadino” non comportava la prosecuzione del classismo contadino della tradizione radicista; al contrario, introduceva una forma di interclassismo che, pur assegnando a tutte le categorie sociali pari dignità, riconosceva al ceto rurale il ruolo determinante che gli proveniva dalla sua entità (circa l'80% della popolazione) e – soprattutto – dall'essere l'interprete di quei valori tradizionali che costituivano l’essenza del patrimonio spirituale della nazione. In sostanza, se la borghesia cittadina era stata la portatrice dello spirito indipendentistico della Croazia durante gli anni della dominazione serba, i contadini erano stati i custodi del secolare retaggio della nazione, un retaggio che aveva impedito al microcosmo croato la contaminazione dell'industrialismo e degli ideali politici democratici e parlamentaristi.
Non era – quindi – alla classe contadina, ma alla civiltà contadina che gli Ustaša Nacelna facevano riferimento come fondamento della nazione croata. Il nuovo Stato – comunque – indirizzava sùbito le sue energie in direzione di un miglioramento delle condizioni di vita del ceto contadino e di una maggiore produttività dell’agricoltura. Tutto ciò – peraltro – in perfetta sintonia con i dettami del Nuovo Ordine e con il ruolo che agli Stati del Sud-est era stato assegnato nell’àmbito di una programmazione globale dell’economia europea che era stata messa a punto dagli esperti tedeschi.
Quanto al Partito Contadino Croato, la gran parte dei suoi dirigenti e militanti si integrava subito nella struttura ustascia. Il leader Vladko Macek e pochi altri – pur facendo atto di lealtà al regime – conserveranno invece un atteggiamento distaccato e saranno discretamente tenuti lontano dalla vita pubblica: sotto la protezione dei tedeschi, che probabilmente pensavano di utilizzarli contro la dirigenza ustascia filoitaliana. Comunque, il movimento di Pavelic fagociterà rapidamente il partito contadino: operazione portata definitivamente a termine in agosto.

IL PARTITO UNICO
Sulla base dei Nacelna, il giurista Eugen Sladovic elaborava la carta costituzionale dello Stato, che veniva varata il 24 giugno sotto l'etichetta di Legge sulla Organizzazione del Governo dello Stato Croato. La struttura era – ovviamente – quella comune ad altri statuti di Stati fascistoidi dell'area danubiano balcanica, con due caratteristiche peculiari: il ruolo del Poglavnik e le caratteristiche istituzionali del partito unico.
Per quanto atteneva al primo punto, il Poglavnik assommava in sè le funzioni di Capo dello Stato, Capo del Governo e Capo dell'Orga-nizzazione Ustascia. I ministri erano nominati da lui, ed a lui soltanto rispondevano del loro operato. Nessuna prerogativa (se non di pura e semplice rappresentanza) era riservata al Re: e la cosa suscitava le ire degli italiani, giacchè il Sovrano designato era il duca Aimone di Savoia Aosta (Re di Croazia con il nome di Tomislavo II), anche se questi – sia detto per inciso – non metterà mai piede nel suo Regno.
Quanto al partito, il suo ruolo nello Stato Indipendente Croato era estremamente totalizzante, e la osmosi fra le sue strutture e quelle statali era più simile al modello tedesco che non a quello italiano.
In realtà, la Ustaša Hrvatska Revolucionarna Organizacija non era l’unico partito ammesso in Croazia; diritto di cittadinanza politica era riconosciuto anche ad un minuscolo Partito Nazional Socialista Croato del Lavoro (fino al 1942), alle organizzazioni delle minoranze volksdeutsche e mujo, alle strutture cattoliche e, per i primi tempi, pure al Partito Contadino Croato: tutte forze che – ad eccezione dei contadini – saranno ammesse assieme agli ustascia a comporre il Sabor (la Dieta croata), in una singolare coabitazione di un sistema a partito unico con una articolazione che non respingeva totalmente il pluralismo politico. In realtà, dunque, l’ustascia non era un partito unico a tutti gli effetti e – a ben guardare – non era neppure un “partito”, ma semplicemente una “organizzazione” rivoluzionaria che, giunta al potere, doveva assumere le sembianze di partito unico per gestire la “rivoluzione nazionale”.
Del partito unico – d’altronde – l’UHRO assumeva immediata-mente le sembianze, dotandosi delle tipiche strutture parallele (gruppi giovanili, femminili, servizi ausiliari, organizzazioni fiancheggiatrici) e soprattutto di una Ustaša Vojnica (Milizia Ustascia), forte – all'inizio – di 17 battaglioni reclutati su base locale (ricorderemo i famosi Bobanova Bojna e Franceticeva Bojna, da cui sorse in seguito la Crne Legije, la temutissima Legione Nera) e di unità speciali, come il Servizio di Sicurezza Ustascia e la Brigata della Guardia del Poglavnik.
Naturalmente, anche in Croazia esisteva qualche rivalità fra le mi-lizie (si ricordi che, oltre all’ustascia, erano operanti quelle delle mi-noranze tedesca e mussulmana) e l'esercito regolare Domobrana (Difesa Nazionale). La situazione – come si vedrà – subirà poi un ulteriore peggioramento, con l'inserimento di una terza forza, quella costituita dai reparti locali delle Waffen SS.
Come si può notare, malgrado un monolitismo esteriore, gli equilibri interni croati erano tutt’altro che ben definiti.

LA CROAZIA TRA ITALIA E GERMANIA
Nè maggiormente stabili erano gli equilibri internazionali all’interno dei quali era costretto a muoversi “lo Stato più giovane d’Europa”. Assegnata alla sfera politica italiana, la Croazia faceva però parte della sfera economica tedesca, come anche evidenziava un accordo economico intervenuto con la Germania il 16 maggio; un accordo che – se non impediva certamente all’Italia di attivarsi anche in questo campo – assegnava indubbiamente al Reich una funzione che era senz’altro di primaria e privilegiata importanza, e che non era certamente insidiabile da parte italiana.
E tuttavia la Germania non si limitava a giocare un ruolo esclusivamente economico a Zagabria. Già la presenza militare nella fascia orientale del Paese testimoniava una attenzione particolare per le cose croate e – d'altro canto – il Ministro degli Esteri tedesco Von Ribbentrop non aveva per nulla rinunziato a fare pressioni su Hitler perchè la Croazia venisse inserita nello spazio danubiano di competenza germanica (il cosiddetto Donauraum). Ora, anche se il Führer sembrava deciso a rispettare le sfere d’influenza concordate con il Duce, ai rappresentanti tedeschi a Zagabria veniva lasciato un certo margine di discrezionalità; margine abilmente sfruttato per coltivare tutti i malumori che covavano contro l’Italia per la questione dalmata. Erano in molti – infatti – a dichiarare apertamente che alla protezione italiana sarebbe stata preferibile una protezione tedesca, che si sarebbe certamente rivelata meno rapace. Il Poglavnik – considerato l’uomo di Mussolini – diveniva in breve il bersaglio di critiche provenienti da tutti i settori: da Macek, che veniva spedito in residenza coatta; dal comandante delle forze armate croate, il maresciallo Slavko Kvaternik, che a detta di alcuni accarezzava il sogno di restaurare l’effimera Dinastia del suo casato e di proclamarsi egli stesso Re; da suo figlio Eugen Kvaternik, Sottosegretario di Stato per la Sicurezza e capofila dei settori ustascia più estremisti; dal leader nazionalsocialista Slavko Godevic, che arruolava gli studenti delusi dall’arrendevolezza del regime di fronte alle pretese italiane.
Nonostante tutto, la posizione di Pavelic restava inattaccabile, e l’Italia continuava a godere di numerose simpatie, come testimoniato anche da tanti episodi rivelatori; come quello – riferito da Ciano – della scelta della prima lingua straniera da parte dei cadetti dell'Accademia militare di Zagabria: il 65% aveva optato per l’italiano, e solamente il 35% per il tedesco.(3)
L’ambasciatore Raffaele Casertano e il rappresentante del PNF a Zagabria, il generale Coselschi, profondevano tutte le loro energie per arginare l’influenza tedesca, almeno sul piano culturale, ma tutto quello che riuscivano ad ottenere – dopo alcuni mesi – era il varo di un settimanale bilingue (“Preporod / Rinascita”): un po’ poco rispetto ai 17 quotidíani ed ai 19 periodici tedeschi diffusi capillarmente in Croazia.(4)
Mussolini masticava amaro, e confidava a Ciano: «Non ha impor-tanza che i tedeschi riconoscano sulla carta i nostri diritti in Croazia, quando in pratica si prendono tutto ed a noi lasciano un mucchietto di ossa.»(5)
Pavelic – comunque – si barcamenava: il 6 giugno rendeva visita a Hitler, ma nove giorni dopo si recava a Venezia per firmare l’adesione solenne della Croazia al Patto Tripartito. Seguiva l’Asse nel conflitto, dichiarando guerra all’URSS e poi a Gran Bretagna e Stati Uniti; forniva volontari sia alla Germania (la Legione Croata della Wehrmacht) che all’Italia (la Legione Croata Autotrasportata del Regio Esercito Italiano). Tutto ciò, comunque, non gli impediva di diffidare dei tedeschi e, più ancòra, dei loro amici croati.

 
 
rielaborazione da:
MICHELE RALLO: L’epoca delle rivoluzioni Nazionali. Volume 2: Jugoslavia.
 

(1) Antony RHODES: Il Vaticano e le Dittature. 1922-1945. Mursia & C°, Milano, 1975.
(2) L’Organizzazione Rivoluzionaria degli Insorti Croati (“ustascia” significa appunto insorti, ovvero risorti, risvegliati) era nata – nel 1929 – come continuazione del vecchio Partito del Diritto Croato, partito nazionalista antiserbo con una netta connotazione “cittadina”. La rappresentanza del mondo rurale era stata invece assunta dal Partito Contadino Croato, il cui nazionalismo era diretto più contro gli italiani che non contro i serbi.
(3) Galeazzo CIANO: L’Europa verso la catastrofe. 184 colloqui verbalizzati da Galeazzo Ciano. Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1948.
(4) Jerzy W. BOREJSZA: Il fascismo e l’Europa orientale. Dalla propaganda all’aggressione. Editori Laterza, Bari, 1981.
5) Galeazzo CIANO: Diario, 1937-43. Rizzoli editore, Milano, 1980
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Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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