BREVE
STORIA DEI MOVIMENTI DI RESISTENZA ANTICOMUNISTA SLOVENI
E CROATI NEL SECONDO DOPOGUERRA
di
Alberto Rosselli
Dopo la fine della
Seconda Guerra Mondiale, diversi gruppi di ufficiali
e soldati appartenenti ai reparti e alle milizie slovene,
croate e cetniche riuscirono a sfuggire alla prigionia
e ai massacri perpetrati dalle formazioni del maresciallo
Tito, trovando rifugio nelle montagne e nelle foreste
centro-settentrionali dell’ex-Iugoslavia. Qui
decisero di proseguire la lotta contro il nuovo regime
comunista instauratosi a Belgrado. Ad indurre questi
ex militari, ma anche civili, ad optare per tale scelta,
apparentemente disperata, non fu soltanto l’avversità
che essi nutrivano per le forze titine e comuniste,
ma anche una sostanziale mancanza di alternative.
Negli ultimi giorni di aprile del 1945, le Brigate
appartenenti alla 1ª e alla 3ª Armata del
maresciallo Tito avevano infatti dato inizio ad una
sistematica eliminazione fisica non soltanto di decine
di migliaia tra miliziani e collaborazionisti croati
e sloveni, ma anche di moltissimi semplici cittadini
o contadini accusati di precedente connivenza con
le forze tedesche di occupazione. Come è noto,
ai primi di maggio del 1945, ben conoscendo la sorte
che li attendeva, molti reggimenti ustascia e sloveni
avevano ripiegato verso nord, in direzione del confine
austriaco per consegnarsi prigionieri alle forze britanniche
provenienti dal Veneto e dall’Austria occidentale
e centrale. Ma l’epilogo di questa ritirata
fu particolarmente drammatico poiché sulla
base di accordi precedentemente stipulati tra il generale
Montgomery e il maresciallo Tito tutti i prigionieri
croati e sloveni rifugiatisi in Austria dopo la resa
tedesca (8 maggio 1945) vennero infatti riconsegnati
alle forze comuniste iugoslave. Secondo l’archivio
militare britannico, su un gruppo di 12.000 soldati
sloveni rientrati in patria non meno di 9.000 vennero
successivamente passati per le armi, non di rado dopo
essere stati sottoposti a maltrattamenti e sevizie
di ogni tipo. Ciononostante, alcune centinaia di miliziani
riuscirono a fuggire dai provvisori campi di raccolta
dove erano stati ammassati, guadagnando le catene
montuose del nord dove la popolazione locale, gran
parte della quale di religione cattolica, provvide
alla loro sussistenza. Con il passare dei mesi, questi
nuclei sparsi di ex-combattenti iniziarono a riorganizzarsi,
rifornendosi con armi trovate in depositi abbandonati
dai tedeschi e arrivando a formare, verso la metà
del settembre 1945, le prime unità partigiane,
per una forza complessiva iniziale di circa 650 elementi.
Il primo inverno di resistenza, quello tra il 1945
e il 1946, vide queste sezioni, male organizzate ed
equipaggiate, compiere alcuni colpi di mano contro
reparti isolati o piccoli presidi del nuovo esercito
iugoslavo allo scopo di procurarsi, armi leggere e
munizioni, e nella segreta speranza che nel frattempo
le forze Alleate occidentali rompessero i legami con
l’Unione Sovietica e il governo comunista di
Belgrado. In effetti, nell’estate del 1946,
nel tentativo assai tardivo ed incostante di destabilizzare
l’ormai consolidato potere di Tito, tre squadriglie
speciali dell’USAF e della RAF di base in Austria,
Germania occidentale e, pare, Italia, effettuarono
qualche sporadica missione sui cieli della nuova Iugoslavia,
paracadutando alcuni agenti con l’incarico di
contattare i ribelli sloveni e croati, e di valutarne
la consistenza e le capacità combattive. Poco
o nulla si sa circa gli effettivi risultati di queste
missioni top secret. Anche se, nell’agosto del
1946, fu la stessa stampa iugoslava di regime a darne
notizia, citando il presunto abbattimento da parte
della caccia nel cielo di Bosnia di un bimotore da
trasporto Douglas DC3, non immatricolato e senza insegne.
Nel settembre del 1946, alcune unità slovene,
che nel maggio dell’anno precedente si erano
rifugiate sui monti della Carinzia, rientrarono clandestinamente
in Slovenia per unirsi alle bande anticomuniste già
operanti nella regione di Gorenjska, nel nord-ovest
del paese. Proprio in quest’area, che nell’aprile
del 1941 era stata incorporata dalla Germania, nel
1942 la Gestapo aveva creato un reparto per la difesa
territoriale composto da elementi locali, la Oberkrainer
Selbstschutz. Secondo i servizi segreti iugoslavi,
nel luglio 1946 ex-appartenenti a questa formazione
collaborazionista risultavano ancora operativi attorno
alla città di Kranj; mentre un altro contingente
di 200 uomini, al comando dell’ex-ufficiale
delle SS Andrei Noc, era molto attivo nelle foreste
della zona montagnosa della Mezakla, proprio a ridosso
del confine austriaco. Sempre secondo fonti titine,
più a sud, lungo la catena Pokluka, sembra
che un reparto di circa 60 ex-membri della Guardia
Nazionale Slovena (un’altra nota compagine ex
collaborazionista) effettuasse frequenti e riusciti
attacchi contro le isolate caserme iugoslave. E’
da notare che l’attività di questo gruppo
si rivelerà talmente efficace da costringere
l’esercito regolare a scatenare una violenta
rappresaglia che verso la fine del ’46 porterà
all’annientamento dell’intero nucleo partigiano.
Secondo informazioni raccolte nell’autunno 1946
dallo spionaggio statunitense e inglese, un altro
gruppo di 40 ribelli sloveni rimase per molte settimane
annidato lungo il confine austriaco con il compito
di mantenere i contatti con tutti i fuoriusciti che
avevano intenzione di rientrare in patria ad arruolarsi
nelle unità combattenti anti-comuniste. Questo
raggruppamento pare che operasse nei pressi del fiume
Sava, attorno alla città di Radovljica, in
collegamento con un secondo contingente di 50 uomini
accampato nei boschi che circondano la città
di Kranj. A dimostrazione della determinazione che
animava questi nuclei combattenti della Iugoslavia
del nord, basti pensare che nell’agosto del
‘46, nei pressi di Trzic, località a
nord di Kranj, un contingente di 70-80 partigiani
armati di fucili mitragliatori e bombe a mano diede
battaglia ad un reparto di 80 soldati regolari iugoslavi
appartenenti alle Forze di Sicurezza, causando al
nemico pesanti perdite e costringendolo alla fuga.
Nonostante i successi riportati, a partire dal settembre
1946 i ribelli sloveni (parimenti a quelli croati
che operavano più a sud) subirono una serie
di duri colpi da parte dell’Armata iugoslava
che, verso la fine dell’estate, aveva dispiegato
non meno di 50.000 soldati appartenenti alle varie
armi e alle Forze Speciali e di polizia. Cinquantamila
uomini per stanare non più di 4/5.000 partigiani,
metà dei quali facenti parte dei reparti ausiliari
o non combattenti. Secondo i resoconti dell’Armata
iugoslava, tra l’agosto del 1945 e il settembre
del 1946, vennero catturati o eliminati non meno di
2.900 sloveni. Pressati dall’Esercito e praticamente
abbandonati dall’Occidente, nel dicembre 1946
gli ultimi gruppi di ribelli sloveni (ridotti a poche
centinaia di uomini in tutto) dovettero arrendersi
alle forze titine che ne passarono per le armi la
quasi totalità senza o dopo sommari processi.
Come si è accennato, contestualmente alla lotta
partigiana slovena, anche in Croazia dopo la fine
della Seconda Guerra Mondiale si sviluppò un
movimento di resistenza anticomunista che trovò
nelle formazioni Krizari (Crociati) - composte per
lo più da elementi ex-ustascia ed ex-domobrani
- il suo zoccolo più duro. Dopo le stragi del
maggio-giugno 1945 perpetrate dai titini ai danni
dell’esercito croato rifugiatosi in Austria,
alcune migliaia di ufficiali e soldati ex-ustascia
sfuggiti alle fucilazioni di massa trovarono rifugio
nelle foreste della Bosnia settentrionale. Ma va detto
che le truppe che confluirono nel movimento krizaro
non furono mai numerose o particolarmente attive sotto
il profilo militare. Questi scarni gruppi, male organizzati,
equipaggiati e armati erano anche privi di una vera
e propria guida militare e politica e, proprio per
questo motivo, non furono mai in grado di sviluppare
un’efficace guerriglia secondo i necessari criteri
tattici. Operando in quasi totale isolamento ed usufruendo
di pochi aiuti inviati dall’Occidente, i gruppi
krizari divennero facile preda delle efficienti UDB
(Unutrasnja Drzavna Bezbednost), le unità scelte
per la Sicurezza Interna di Stato iugoslave.
Comunque sia, alcuni reparti krizari formati da veterani
ustascia evidenziarono una certa intraprendenza, organizzando
qualche riuscita azione offensiva fino alla fine del
1948, quando l’ultimo partigiano venne catturato
ed impiccato dai titini.
L’Operazione
Gvardijan.
All’inizio del 1947, elementi croati anticomunisti
residenti all’estero (in gran parte ex-ufficiali
ustascia o domobrani) ipotizzarono di scatenare, con
l’appoggio britannico, una rivolta in grande stile
nella Croazia controllata dai comunisti. Le cellule
operanti fuori dai confini erano al corrente dell’esistenza
dei reparti krizari, ma ne conoscevano anche la loro
intrinseca debolezza organizzativa e militare. Ciononostante,
nel dicembre 1946, alcuni rapporti di seconda mano giunti
dalle zone occupate sembrarono confermare l’approssimarsi
di una vasta ribellione organizzata dai krizari. Fu
per questa ragione che il Comitato Nazionale Croato,
formato nel 1946 per iniziativa degli ex-ufficiali ustascia
Bozidar Kavran e Lovro Susic, fece di tutto per inviare
i necessari aiuti ai ribelli.
Nella seconda metà del 1947, sulla scorta di
informazioni poco attendibili, il Comitato decise di
inviare in Croazia, con l’aiuto dei servizi segreti
anglo-americani, un gruppo di ufficiali addestrati ed
equipaggiati con armi moderne ed impianti radio, con
lo scopo di stabilire un contatto diretto con i capi
krizari. Ma le notizie ricevute dai membri del Comitato
circa i preparativi della rivolta risultarono essere
in realtà completamente false o fuorvianti, anche
perché create ad arte dagli agenti del controspionaggio
iugoslavo UDB. Nella fattispecie, questa trappola (chiamata
in codice Operazione Gvardijan) era stata approntata
da Ivan Krajacic, un ufficiale comunista croato che
durante la Seconda Guerra Mondiale aveva avuto modo
di distinguersi per coraggio ed intelligenza. Lo scopo
dell’Operazione era quello di attirare in Iugoslavia
gli alti gradi del Comitato Nazionale Croato e di eliminarli.
Abboccando all’inganno, nel luglio 1947 il maggiore
ex-ustascia Bojnik, Ljubo Milos (ex-vicecomandante del
campo di concentramento di Jasenova, ed ex-comandante
della prigione di Lepoglava, cugino del colonnello Vjekoslav
“Maks” Luburic) e i sottufficiali ex-ustascia
Rojnik e Luka Grgic rientrarono segretamente in Croazia
attraversando i confini austriaco e ungherese. Il gruppo,
dopo essersi messo in contatto con una piccola sezione
krizara operante sulle montagne Papuk (vicino a Slavonska
Pozega, Croazia), avrebbe dovuto ricongiungersi con
una seconda squadra e dare il via ad una serie di operazioni
di sabotaggio. Ma ad attendere i fuoriusciti non furono
i partigiani, ma una robusta compagnia della UDB che
catturò l’intero reparto. Milos e Vrban
vennero arrestati, mentre Grgic, che tentò una
resistenza, venne ucciso. Utilizzando l’apparecchiatura
radio e i cifrari in possesso del commando, gli agenti
della UDB riuscirono anche a contattare il Comitato
e ad ingannarlo nuovamente, assicurandolo della buona
riuscita dell’operazione e richiedendo l’invio
in Iugoslavia di altri guerriglieri. Alla fine di agosto
1948, quando l’Operazione Gvardijan ebbe termine,
la polizia segreta iugoslava era riuscita ad arrestare
96 anticomunisti croati, tra cui Bozidar Kavran, fondatore
dello stesso Comitato Nazionale Croato. Tutti i prigionieri
furono trasferiti a Zagabria, nel carcere di Savska
Ulica e successivamente sottoposti ad un processo che
venne celebrato nel 1948 nella stessa città.
Il tribunale militare decretò la condanna di
43 partigiani anticomunisti, venti dei quali (tra cui
Ljubo Milos, Ante Vrban, Bozidar Kavran, Mime Rosandic)
vennero impiccati; ventitré condannati alla fucilazione;
due mandati all’ergastolo e nove destinati a pene
detentive di 15 e 20 anni. Terminava così la
breve, dura, ma assai poco nota storia della Resistenza
anticomunista del dopo guerra in Iugoslavia. |