| Aprile
1941: i nazionalisti albanesi rivendicano il Kosovo
e l’Epiro. |
| IL
RIASSETTO DEI BALCANI, LA “GRANDE ALBANIA”
E I CASI DEL KOSOVO E DELL’EPIRO
(1941)
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Dopo
il blitzkrieg balcanico dell’aprile
1941, l’assetto dei Balcani veniva ovviamente
stravolto.
La Grecia era divisa in tre zone d’occupazione
(tedesca, italiana e bulgara), amputata subito della
Tracia (sostanzialmente annessa alla Bulgaria), mentre
tedeschi e italiani si installavano rispettivamente
nella Macedonia Egea e nell’Epiro con propositi
non del tutto chiari.
La Jugoslavia spariva dalla carta geografica, ed in
sua vece ricompariva la piccola Serbia, sotto amministrazione
militare tedesca (Militärbefehlshaber
Serbien). La Croazia (con la Bosnia-Erzegovina)
diventava indipendente, e così – seppur
nell’ambito della Comunità
Imperiale di Roma – il Montenegro.
La Bulgaria otteneva quasi tutta la Macedonia Vardarica
e la Tracia Egea. L’Albania conquistava il Kosovo
(tranne la Mitrovica dichiarata autonoma ma sotto l’autorità
della Militärbefehlshaber Serbien,
e l’estrema fascia orientale, assegnata più
o meno provvisoriamente alla Bulgaria), nonché
la Ciamuria (Epiro centrale e meridionale), la porzione
occidentale della Macedonia e qualche pezzetto di Montenegro.
L’Italia aveva la parte meridionale della Slovenia
e quasi tutta la Dalmazia. La Germania acquisiva la
Slovenia settentrionale e la Vojvodina orientale. L’Ungheria
la Vojvodina occidentale e un angolo di Slavonia.
Queste – naturalmente – erano solo le grandi
linee del riassetto balcanico, stabilite senza eccessive
difficoltà dai cosiddetti Accordi
di Vienna, intervenuti fra Ribbentrop
e Ciano il 22 aprile, e dalle intese successivamente
intercorse anche con Ungheria e Bulgaria.
I problemi sorgevano allorquando dalle grandi linee
si passava ai dettagli. Per quel che concerneva l’Albania,
i fronti del contenzioso erano quattro: due più
difficoltosi – quello macedone (con i bulgari)
e quello kosovaro (con i tedeschi) – e due meno
ostici (lo scutarino e l’epirota) in quanto le
controparti erano sotto amministrazioni d’occupazione
italiane.
Il primo a venire al pettine era il nodo macedone. Già
il 21 aprile la Bulgaria aveva messo le mani avanti,
procedendo alla occupazione militare della Macedonia
ex-serba, ma fermandosi a Skoplje ed al Vardar; il 24
aprile il Ministro degli esteri Ivan Popov aveva convocato
l’ambasciatore italiano a Sofia, Massimo Magistrati,
cui aveva esternato tutta una serie di lagnanze circa
le rivendicazioni albanesi sulla Macedonia occidentale
e – soprattutto – sulla regione del lago
Ochrida, a sud del Dibrano propriamente detto. Per la
decisione finale – favorevole alla tesi albanese
– bisognerà attendere il 21 luglio ed un
convegno fra Mussolini ed il Primo Ministro bulgaro
Bogdan Filov.(1)
Più rapida – ma meno favorevole ai desiderata
albanesi – era la decisione sul Kosovo. I tedeschi
imponevano che la regione settentrionale di Mitrovica
(dove la presenza dell’etnia serba era più
forte) venisse mantenuta sotto l’autorità
nominale della Serbia, ma in realtà sotto il
loro diretto controllo; qui insediavano un’amministrazione
albanese che aveva tutti i caratteri di un governo locale,
con un proprio capo (l’ultranazionalista Xhafer
Deva), con un proprio partito (la Lidhja
Popullore Shqiptare, cioè Lega
Popolare Albanese) e con una propria milizia
(la Gendarmeria Albanese).
L’amministrazione filotedesca di Mitrovica –
che diventerà centro d’attrazione per la
componente indipendentista (ed antitaliana) del nazionalismo
albanese – era oggetto delle proteste di Roma
fin dall’indomani del suo insediamento. Ciano
stigmatizzava che «colla
complicità germanica è sorto un governo
minuscolo locale, con elementi fuorusciti dall’Albania;
ciò crea confusione e disordini e serve da esca
per tutti coloro che intendono intorbidire le relazioni
tra noi e i tedeschi».(2)
Quanto allo Scutarino, le inconciliabili esigenze di
entrambi i contendenti costringevano l’Italia
a varare una Commissione per la delimitazione della
frontiera albanese-montenegrina. All’inizio di
luglio la Commissione emanava un verdetto che accoglieva
parzialmente le richieste dell’Albania, ma il
20 di quello stesso mese una rivolta di Cetnici
montenegrini metteva in pericolo l’accordo per
la determinazione dei confini tra Albania e Montenegro,
dando l’avvio al susseguirsi di fasi alterne che
caratterizzerà il futuro dei rapporti italo-montenegrini.
Un caso a parte era quello della Ciamuria (cioè
la parte dell’Epiro centrale più vicina
al confine albanese), di cui gli italiani percepivano
subito la difficoltà di un’annessione all’Albania
(che già deteneva l’Epiro settentrionale).
Il Commissario Civile per il Kosovo e il Dibrano, Carlo
Umiltà, vi veniva inviato in missione esplorativa
– ai primi di luglio – e verificava subito
l’assoluta impraticabilità di ogni ipotesi
annessionista; e questo, in primo luogo, per la contrarietà
della stessa popolazione albanofona. Il diplomatico
italiano bloccava tutto, non senza aver annotato nelle
sue memorie alcuni giudizi assai espliciti: «Quali
fossero state le ragioni che avevano determinato il
nostro governo a caldeggiare un simile progetto, né
io né molti altri italiani e albanesi, a Roma
e a Tirana, siamo mai riusciti a sapere. (…) Evidentemente
a Roma, quando avevano pensato alla Ciamuria e alla
sua annessione all’Albania, erano stati sorpresi
in buona fede e non avevano una idea esatta della pericolosa
situazione.»(3)
Il 28 giugno – comunque – pur con qualche
pendenza ancora non definita (la questione di Ochrida,
il confine col Montenegro e, soprattutto, la sospensione
della annessione della Ciamurria), si procedeva alla
incorporazione dei nuovi territori all’Albania.
Tra manifestazioni di giubilo popolare e giuramenti
di imperitura riconoscenza verso l’Italia e l’Asse,
nasceva la Grande Albania,
risultante dalla unione della Piccola Albania, del Kosovo
e del Dibrano. Certo, non era l’incredibile mastodonte
vagheggiato da alcuni teorici dell’albanismo
(che avrebbe dovuto includere anche l’intero Montenegro,
l’intero Epiro e mezza Macedonia), ma era pur
sempre un risultato che realizzava i tre quarti delle
rivendicazioni tradizionali dell’irredentismo
albanese. All’appello mancava la Ciamuria, ma
oramai la generalità degli albanesi era cosciente
del fatto che gli equilibri etnici nell’Epiro
centrale e meridionale non erano più quelli di
una volta e che i pochi schipetari rimasti a sud della
frontiera inter-epirota avevano acquisito la lingua
e spesso anche la cultura greca; più vistoso
era il vuoto della Mitrovica, ma si trattava pur sempre
di una sistemazione ritenuta provvisoria e suscettibile
di revisione dopo la fine della guerra.
Gli italiani lasciavano l’amministrazione civile
del Kosovo e del Dibrano (Carlo Umiltà passerà
le consegne al suo omologo albanese Feizi bey Alizoti),
ma non quella militare: due Divisioni di Fanteria rimanevano
a presidiare i nuovi distretti albanesi; cosa che si
rivelerà particolarmente utile per evitare che
i coloni serbi – respinti brutalmente verso la
loro patria d’origine – subissero anche
lo sterminio. I soldati italiani, tuttavia, riusciranno
solamente in parte ad evitare la pulizia etnica: fra
ottobre e novembre dovranno intervenire ripetutamente
ed energicamente, ma riusciranno a bloccare lo sterminio
sistematico della popolazione serba, non la rituale,
impressionante sequela di violenze isolate e di uccisioni
mirate.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO: L’epoca
delle rivoluzioni Nazionali. Volume 4: Albania e
Kosovo. |
(1)
Federico
EICHBERG: Il Fascio Littorio e l’Aquila di
Skanderbeg. Italia e Albania, 1939-1945. Editrice
Apes, Roma, 1997.
(2)
Galeazzo
CIANO: Diario. 1937-1943. Rizzoli
editore, Milano, 1980.
(3)
Carlo
UMILTA’: Jugoslavia e Albania. Memorie di
un diplomatico. Garzanti editore, Milano,
1947.
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