Nella
prima metà del 1928 gli schieramenti e le alleanze
internazionali andavano delineandosi con maggiore precisione
ed acquisivano la connotazione che manterranno fino
alla metà degli anni ‘30: l’Italia
assumeva ufficialmente la guida del fronte revisionista,
pur mantenendo ancora rapporti tutto sommato amichevoli
col Governo inglese (segnatamente con il Ministro degli
Esteri conservatore-unionista Austen Chamberlain); e
la Gran Bretagna, a sua volta non ancora su posizioni
dichiaratamente ostili all’Italia fascista, si
aggregava alla Francia in un fronte antirevisionista.
Gli episodi che ufficializzavano quei due eventi erano
rispettivamente l’intervista al ”Daily
Mail” con cui Mussolini notificava
il sostegno italiano al revisionismo ungherese (21 marzo),
e l’Accordo Navale franco-inglese che nettamente
prefigurava un fronte antirevisionista (14 giugno).
La radicalizzazione del quadro internazionale determinava
una brusca accelerazione nell’itinerario albanese
tracciato dalla diplomazia mussoliniana, itinerario
che – dopo il Trattato di Tirana – prevedeva
tre tappe: una convenzione militare che sancisse l’integrazione
delle Forze Armate albanesi nel sistema di difesa italiano,
la restaurazione monarchica e l’ascesa al trono
di Zogu, ed un matrimonio che legasse la nuova Dinastia
albanese a Casa Savoia o, comunque, all’Italia.
Mentre il colonnello Alberto Pariani continuava le trattative
per la convenzione militare (trattative iniziate con
l’avvio della stessa missione Pariani e adesso
rimodulate in direzione dell’attuazione delle
clausole militari del Trattato di Tirana), a giugno
l’Ambasciatore italiano Ugo Sola avviava i colloqui
con Zogu in vista della proclamazione della monarchia.
Alla fine, dopo le solite interminabili discussioni
e dopo i patteggiamenti di rito (che però non
riguardavano la restaurazione monarchica, ma una sorta
di dichiarazione di sottomissione richiesta dagli italiani
in cambio dell’impegno ad assicurare il mantenimento
economico della Corte), Zogu accettava. Contemporaneamente,
si concludeva anche la trattativa per la convenzione
militare, che attribuiva all’Italia il compito
di riorganizzare le Forze Armate albanesi alla stregua
di un esercito moderno, essendo già stato brillantemente
attuato il primo compito della missione Pariani, quello
dell’adeguamento dell’Armata Nazionale alle
funzioni di sicurezza interna.(1)
La Convenzione veniva sottoscritta il 31 agosto.
Il giorno dopo – 1° settembre – la solita
Assemblea Nazionale Costituente insediata ad hoc trasformava
la Repubblica d’Albania
in Regno d’Albania;
il Presidente della Repubblica veniva incoronato con
il nome di Zog I e con l’attribuzione del titolo
non di Re d’Albania
– come sarebbe stato logico – ma di Re
degli Albanesi (o, come qualcuno preferirà
dire, di tutti gli Albanesi),
adottando cioè una formula che si rivolgeva apertamente
ai kosovari e alle altre popolazioni schipetare oltre
i confini nazionali.
Naturalmente, il titolo di Re degli Albanesi
dava la stura ad una serie di reazioni negative, ma
non necessariamente da parte di paesi che ospitavano
popolazioni di etnia albanese (quella della Grecia era,
tutto sommato, positiva), bensì da parte di Paesi
che temevano una maggiore dipendenza dell’Albania
dall’Italia. La reazione più pesante era
quella del Regno Serbo-Croato-Sloveno: un paradosso,
visto che proprio quel Regno coltivava il disegno di
fagocitare interi popoli (dai bulgari agli albanesi
del nord) e che tale disegno sarà esplicitato
l’anno seguente dal mutamento del nome in Regno
di Jugoslavia (cioè Slavia
del Sud) con chiaro riferimento alle popolazioni
di buona parte della penisola balcanica.
In verità, l’aumentata dipendenza dell’Albania
dall’Italia (sottolineata da una dichiarazione
di quasi-vassallaggio da parte del nuovo Sovrano) era
innegabile; ed era altresì innegabile che la
nazione schipetara fosse ormai del tutto integrata nel
sistema di difesa di Roma, e che – conseguentemente
– svanisse completamente ogni residua speranza
serba di annettersi l’Albania settentrionale.
Era del tutto evidente, inoltre, come malinconicamente
tramontasse anche il disegno francese di accerchiamento
dell’Italia e di minaccia della sua sicurezza
in Adriatico.
* * *
Il
1° dicembre veniva promulgato lo Statuto
Fondamentale del Regno d’Albania,
e dagli inizi del 1929 si dava avvio ad una politica
di impulso ai lavori pubblici e di sviluppo del settore
minerario e dell’agricoltura, utilizzando il fiume
di denaro che affluiva dall’Italia, unitamente
alle intelligenze ed alle tecnologie necessarie. Gli
italiani non si facevano pregare, intervenendo generosamente
ma con accortezza e realizzando quello che ancor oggi
viene giudicato un intervento esemplare per il rapporto
fra espansione politica ed economica.(2)
Parallelamente, Zog I poneva mano alle riforme che –
seguendo il modello della rivoluzione nazionalista laica
di Mustafà Kemal Atatürk in Turchia –
avrebbero dovuto realizzare anche in Albania una decisa
svolta modernizzatrice di stampo europeo. La prima ad
essere avviata era la riforma della struttura giuridica
schipetara: iniziava la redazione (che sarà portata
a compimento nel ’32) dei primi Codici –
penale, civile e commerciale – della storia albanese,
che sostituivano le norme di derivazione ottomana ed
i primitivi e sanguinari codici d’onore montanari
(il Kanun e la Besa).
Subito dopo – in luglio – un Decreto Reale
sulla disciplina delle confessioni religiose fissava
i termini non soltanto di una radicale laicizzazione
dello Stato (particolarmente evidente nel campo del
diritto di famiglia, con l’abolizione della poligamia
musulmana e con l’introduzione del divorzio),
ma anche del primo passo concreto in direzione dell’unificazione
morale dell’Albania e della costruzione di un
vero nazionalismo.
Era questa la prima innovazione del regime zoghista
che avesse dignità di autentica, radicale, epocale
riforma; anzi, l’unica vera riforma,
se si eccettua quella dei Codici, che però entrerà
in vigore molto più tardi.
La riforma zoghista andava addirittura al di là
della laicizzazione, introducendo il principio di una
totale armonizzazione con lo Stato delle singole confessioni
religiose, al punto da prescrivere che queste dovessero
dotarsi di Statuti che ne garantissero l’autonomia
dall’estero.(3)
Era la codificazione della tendenza alla costituzione
delle “chiese nazionali”, che – se
metteva in difficoltà la Chiesa cattolica, strutturalmente
legata al Papato – veniva accolta con favore dalla
Comunità ortodossa e dalla musulmano-sunnita,
che in agosto si dotavano dei rispettivi Statuti; gli
ortodossi – anzi – davano vita ad un nuovo
tentativo di creare una Chiesa Autocefala,
anche se dovranno attendere fino al ’37 per ottenere
la sanzione ufficiale della loro autonomia dal Patriarcato
di Costantinopoli.
Ma – al di là dell’aspetto religioso
– la riforma zoghista aveva una forte valenza
politica: gli albanesi costituivano una nazione in forza
dell’appartenenza ad un’etnia unica, e l’adesione
a diverse confessioni religiose non poteva essere elemento
ostativo al raggiungimento di un comune sentire nazionalista
e di una piena unità nazionale.
Purtroppo, le riforme zoghiste finivano lì. Nei
primi mesi del 1930 – parallelamente alla designazione
a Primo Ministro dell’esponente ortodosso Pandeli
Evangheli – il Sovrano albanese avviava processi
riformisti anche nel campo finanziario ed in quello
agrario, ma si trattava di riforme che non sarebbero
mai decollate, o che sarebbero rimaste monche. La riforma
delle finanze pubbliche perverrà alla creazione
di strutture doganali, ma si arenerà inesorabilmente
alla soglia di un sistema fiscale degno di questo nome.
Quanto alla riforma agraria – la cui progettazione
veniva affidata al luminare italiano Giovanni Lorenzoni
– incomberà sugli interessi dei bey sino
alla fine dell’anno: poi sarà bloccata
e definitivamente accantonata, provocando – come
vedremo – un attrito con gli italiani che sarà
forse determinante nel produrre la crisi dell’anno
seguente.
Quello della mancata riforma agraria era il tratto emblematico
di una politica riformista che – come felicemente
sintetizza il Morozzo – «sarà
occidentalista nei principi ed orientale per quanto
riguarda la loro esecuzione».(4)
*
* *
Le
riforme zoghiste, comunque, potevano esordire in un’Albania
relativamente tranquilla, con il ”partito italiano”
distolto dal fronte interno e concentrato invece su
quello jugoslavo, pur nel contesto di rapporti meno
tesi fra Roma e Belgrado. L’unico attrito fra
i governi italiano ed albanese – negli anni ’29-’30
– era determinato dal frenetico attivismo dei
Komitaji macedoni, che dal
giugno ‘29 avevano moltiplicato le incursioni
dal territorio schipetaro contro le truppe serbe di
stanza nella regione vardarica. Zog aveva ordinato la
cessazione di ogni complicità delle autorità
albanesi con la VMRO, ma l’unico
risultato era stato quello di indurre ad una maggiore
prudenza il Consolato italiano di Valona, che fungeva
quasi da centro di comando per i Komitaji.
Mentre la questione macedone andava riacutizzandosi
(provocando fra l’altro un riavvicinamento fra
Belgrado e Atene ed un netto peggioramento nei rapporti
fra Belgrado e Sofia), l’Italia accennava a smussare
certe asperità nei confronti della Jugoslavia.
Favorita dalle tendenze filofasciste di re Aleksandar
Karajiorjievic e dalla breve stagione del regime dello
jugoslavismo integrale, maturava
la politica italiana del “calmare le acque”,
sancita dall’incontro fra i nuovi Ministri degli
Esteri italiano e jugoslavo (Dino Grandi e Vojslav Marinkovic)
nel maggio 1930.
Pochi mesi ancora e – verso la fine dell’anno
– in Albania maturavano i primi dissidi con gli
italiani: Zog I, infatti, sembrava sempre di più
orientato a rivendicare spazi di manovra via via più
ampi, e non soltanto – com’era legittimo
– nell’ambito della difesa di una giusta
autonomia che salvaguardasse la dignità nazionale,
quanto piuttosto nella ricerca di un ruolo che prescindesse
dai vincoli che legavano la nazione schipetara all’Italia
e poco si curasse di assumere posizioni incompatibili:
per esempio (come abbiamo appena visto) in relazione
alla questione macedone; ovvero, sabotando la convenzione
militare italo-albanese del ‘28 con la pretesa
di affiancare alla missione militare italiana presso
l’Armata Nazionale una sia pur modesta missione
militare inglese presso la Gendarmeria.
Altro motivo di contrasto – come abbiamo già
accennato – era relativo alla tematica della riforma
agraria, su cui è però opportuno soffermarsi
brevemente al fine di percepire alcuni aspetti significativi
della vicenda.
Fino al progetto Lorenzoni,
in Albania la riforma agraria era stata intesa come
semplice distribuzione ai contadini di quella parte
di latifondo che era lasciata incolta dai proprietari:
l’ipotesi era lodevole – perché avrebbe
comunque consentito lo sfruttamento di terreni improduttivi
ed un relativo miglioramento delle miserevoli condizioni
di vita dei contadini – ma non sarebbe stata certamente
sufficiente per quel salto di qualità che necessitava
per strappare l’Albania al sottosviluppo.
Ora, quando Zog – all’inizio dell’anno
– aveva preso in considerazione l’ipotesi
di una parziale riforma agraria, aveva pensato a quella
riforma agraria, probabilmente con l’intento di
utilizzare la minaccia di espropri per tenere sotto
ricatto quella parte dei bey che simpatizzava con il
”partito italiano”.
La riforma agraria concepita dagli italiani, invece,
era ben altra cosa: non ipotizzava la frantumazione
della grande proprietà terriera e l’affidamento
ai singoli contadini di piccoli appezzamenti di terreno
che non sarebbero forse stati sufficienti neanche al
sostentamento di un nucleo familiare, ma postulava invece
la bonifica delle proprietà latifondiste e la
loro trasformazione in grandi e moderne aziende agricole,
suscettibili di produrre redditi adeguati sia per i
proprietari che per un elevato numero di lavoratori
dipendenti: e non soltanto della prevista aliquota di
coloni italiani, ma in primo luogo della gran massa
dei contadini albanesi, specie i più poveri.
Questo tipo di riforma agraria – però –
non piaceva a Re Zog, sia perché non si prestava
a ricattare i bey, sia – soprattutto – perché
non era un mistero che gli italiani mirassero al controllo
del comparto agricolo albanese proprio attraverso le
ipotizzate grandi aziende del settore.
Lo stop alla riforma agraria, quindi, assumeva un valore
che andava ben al di là delle scelte di ordine
sociale: era un atto di dichiarata ostilità nei
confronti degli italiani, il primo che investisse contemporaneamente
la sfera politica e quella economica.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO: L’epoca
delle rivoluzioni Nazionali. Volume 4: Albania e
Kosovo. |
(1)
Sergio PELAGALLI: L’attività
politico-militare italiana in Albania tra il 1927 ed
il 1933 nelle carte del generale Alberto Pariani.
“Storia Contemporanea”, V/1991.
(2) Enzo
COLLOTTI: Fascismo e politica di potenza. Politica
estera, 1922-1939. La Nuova Italia editrice,
Milano 2000.
(3) Roberto
MOROZZO DELLA ROCCA: Nazione e religione in Albania.
1920-1944. Società editrice Il
Mulino, Bologna, 1990.
(4) Roberto
MOROZZO DELLA ROCCA: Albania: le radici della crisi.
Edizioni Angelo Guerrini & associati, Milano,
1997.
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