Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

BULGARIA E MACEDONIA

 
 
Boris III, zar dei bulgari.

 

GLI ULTIMI GIORNI DI BORIS III
(agosto1943)


Nell’estate del 1943 la situazione bellica complessiva continuava a registrare risultati fortemente negativi per la Germania e i suoi alleati: dopo la conclusione disastrosa della guerra d’Africa (12 maggio) era sopravvenuto lo sbarco alleato in Sicilia (10 luglio), mentre la caduta del regime fascista in Italia (25 luglio) poneva seri interrogativi circa la permanenza di Roma nel campo dell’Asse.
Le vicende italiane soprattutto scuotevano Sofia: si determinava l’impressione che la guerra vera stesse avvicinandosi pericolosamente alla Bulgaria, e lo stesso “cuscinetto” macedone appariva inadeguato ad ammortizzarne l’impatto. Si erano sparse voci insistenti che davano per imminente uno sbarco alleato anche nei Balcani, prefigurando uno scenario drammaticamente simile a quello che aveva determinato la tragica sconfitta della Bulgaria nella prima guerra mondiale.
D’altro canto, la prospettiva di uno sbarco alleato tornava a far sperare, insieme ai superstiti della opposizione centrista filoccidentale, anche quegli esponenti politici filotedeschi che paventavano la sempre più probabile sconfitta del Reich ed auspicavano un accorto sganciamento della Bulgaria: primo tra tutti ma molto cautamente lo Zar.
Che la guerra si avvicinasse alla Bulgaria d’altro canto era sùbito chiaro: il 1° agosto veniva lanciato un attacco aereo alleato contro i pozzi petroliferi di Ploiesti in Romania e i caccia bulgari si alzavano in volo, insieme a quelli tedeschi e rumeni, per respingere i bombardieri nemici. (1) Pochi giorni dopo, in seguito all’annuncio del ritiro delle truppe italiane dai Balcani (6 agosto), i tedeschi chiedevano che venisse aumentata la presenza bulgara nella regione.
L’Europa danubiana era in grande fermento. I regnanti timorosi di sommovimenti politici di matrice comunista puntavano tutte le loro carte sulla speranza di futuri contrasti tra anglosassoni e sovietici, e rimanevano in trepida attesa del vagheggiato sbarco alleato. Re Michele di Romania ed il Reggente ungherese Horthy varavano una vera e propria diplomazia segreta parallela, per chiedere ad inglesi e americani di fare in fretta, garantendo che l’avanzata nell’Europa orientale sarebbe stata una passeggiata.
Boris invece pur scrutando attentamente tutti gli spiragli che di tanto in tanto parevano aprirsi, non si univa al coro e non mobilitava la diplomazia bulgara per postulare lo sbarco. Probabilmente non avrebbe mandato le sue truppe a sbarrare il passo agli anglo-americani, ma non li invitava. Persona troppo intelligente per credere che bastasse una pace separata per trarre d’impaccio la Bulgaria e sottrarla all’incubo della dominazione comunista, lo Zar di Sofia immaginava infatti che la sconfitta della Germania avrebbe determinato un inevitabile rafforzamento sovietico nell’Europa orientale, piuttosto che un improbabile dominio anglosassone di quell’area.
L’unica strada percorribile per la Bulgaria era dunque quella di preservare la sua neutralità nel conflitto tedesco-sovietico, cercando al tempo stesso di “sterilizzare” lo stato di guerra con USA e Gran Bretagna; ma non tradendo e nemmeno danneggiando i tedeschi, che si supponeva potessero comunque svolgere ancora dopo la guerra un ruolo di contenimento nei confronti dell’URSS; e soprattutto conservando la compattezza del fronte interno (civile e militare) in previsione di un dopoguerra che si preannunciava drammatico.
Era con questi intenti che il 15 agosto Boris III giungeva a Rastenburg per quello che sarà il suo ultimo incontro con Adolf Hitler. L’ordine-del-giorno era abbastanza generico (“esame della situazione politico-militare e ruolo della Bulgaria nella guerra”) e nessuno benché al riguardo siano stati versati fiumi d’inchiostro sa con certezza che cosa i due statisti si siano detti: non esistono, infatti, verbali dei colloqui, ma solo testimonianze di seconda mano.
È lecito persino dubitare dell’unico elemento su cui quasi tutte le fonti si trovano d’accordo, e cioè sul fatto che Hitler chiedesse a Boris la dichiarazione di guerra di Sofia a Mosca. Il dittatore tedesco infatti aveva troppa stima dell’intelligenza del monarca bulgaro per ritenere possibile che questi potesse accogliere adesso una richiesta che aveva respinto in periodi assai più propizi.
Quanto alla risposta che sarebbe stata data dallo Zar, le fonti sono estremamente discordi: si va dal netto rifiuto (secondo la testimonianza del principe Filippo d’Assia), alla risposta positiva (secondo il diplomatico Franz von Sonnleitner).
Tutto sommato, la ricostruzione più credibile è quella che il Nissim ha elaborato sulla base della testimonianza di Bogdan Filov: il Führer non avrebbe chiesto una dichiarazione di guerra contro l’URSS, ma soltanto altre due Divisioni bulgare da impiegare in Grecia e in Albania; e lo Zar avrebbe aderito solo a metà, promettendo non due ma una sola Divisione. (2)
In ogni caso, l’ultimo incontro tra i due statisti non si sarebbe concluso con una rottura drammatica, come asserito da gran parte della storiografia; in tal caso, infatti come rileva lo storico revisionista David Irtving Hitler non avrebbe poi accompagnato personalmente Boris III all’aeroporto di Rastenburg. (3)
Rientrato in patria il 17 agosto, lo Zar si concedeva un breve periodo di riposo in campagna, poi tornava a Sofia, dove il 23 agosto era colto da una crisi cardiaca, cui seguivano varie complicazioni. Il sovrano bulgaro spirava il 28 agosto. La causa della morte era ascritta ad una trombosi alla coronaria sinistra, seguita da polmonite doppia ed edema cerebrale.
Molto probabilmente era proprio quella la causa del decesso; ma una diagnosi di avvelenamento avanzata da alcuni dei medici tedeschi inviati da Hitler al capezzale dello Zar (specialmente dal professor Franz Eppinger) ed i sospetti della regina Giovanna (affranta per la morte del marito di cui era innamoratissima) davano la stura ad ipotesi di assassinio mediante avvelenamento, di cui nei mesi a venire saranno sospettati un po’ tutti: i comunisti (accusati dai filotedeschi), i tedeschi (accusati dai filorussi), e perfino Casa Savoia e Filippo d’Assia (accusati dai tedeschi). Quanto agli strumenti del veneficio, si parlava di tutto: di un gas propinato sull’aereo che aveva riportato in patria lo Zar, di un misterioso fungo indiano, del veleno di un serpente tropicale che agiva dopo molti giorni.
La tesi che oggi trova maggior credito è quella di un delitto di matrice tedesca, ma francamente a parte l’enorme ritardo tra la supposta somministrazione di un veleno ed il sopraggiungere della morte non si comprende perché Hitler avrebbe dovuto far uccidere proprio il più affidabile ed il meno incline al tradimento fra i suoi alleati esteuropei, l’unico tra i monarchi danubiani che non avesse segretamente sollecitato lo sbarco alleato nei Balcani.
Più credibile apparirebbe una pista comunista, giacché era evidente che Boris non avrebbe consentito ed aveva il seguito popolare necessario per opporvisi che la Bulgaria accogliesse l’Armata Rossa a braccia aperte, come poi avvenne.
Probabilmente comunque la morte dello Zar bulgaro non era ascrivibile neanche ai russi, ma soltanto ad un grave vizio cardiaco manifestatosi repentinamente. D’altro canto, l’assenza di una autopsia impediva di avere una risposta certa, e consegnava alla storia un enigma, destinato a rimanere tale. (4)

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: L’epoca delle rivoluzioni Nazionali. Volume 5: Bulgaria e Macedonia.

 

NOTE:
(1)
Marzio GOZZOLI: Popoli al bivio. Movimenti fascisti e Resistenza nella seconda guerra mondiale. Edizioni dell’Uomo Libero, Milano, 1989.
(2)
Gabriele NISSIM: L’uomo che fermò Hitler. La storia di Dimitar Pešev che salvò gli ebrei di una nazione intera. Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1998.
(3)
David IRVING: La guerra di Hitler. Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2001.
(4)
La regina Giovanna aveva in un primo tempo rifiutato il permesso per l’autopsia, concedendo l’autorizzazione solo successivamente, quando l’avvenuta imbalsamazione del cadavere di Boris aveva sostanzialmente reso impraticabile l’esame autoptico. Comunque, come affermato in una recente intervista televisiva dal figlio Simeone II, dall’esame del cuore dello Zar prelevato prima dell’imbalsamazione si è avuta conferma di un quadro cardiaco estremamente critico.

 

 
 


 

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