| Boris
III, zar dei bulgari. |
GLI
ULTIMI GIORNI DI BORIS III
(agosto1943)
Nell’estate
del 1943 la situazione bellica complessiva continuava
a registrare risultati fortemente negativi per la
Germania e i suoi alleati: dopo la conclusione disastrosa
della guerra d’Africa (12 maggio) era sopravvenuto
lo sbarco alleato in Sicilia (10 luglio), mentre
la caduta del regime fascista in Italia (25 luglio)
poneva seri interrogativi circa la permanenza di
Roma nel campo dell’Asse.
Le vicende italiane soprattutto scuotevano Sofia:
si determinava l’impressione che la guerra
vera stesse avvicinandosi pericolosamente alla Bulgaria,
e lo stesso “cuscinetto” macedone appariva
inadeguato ad ammortizzarne l’impatto. Si
erano sparse voci insistenti che davano per imminente
uno sbarco alleato anche nei Balcani, prefigurando
uno scenario drammaticamente simile a quello che
aveva determinato la tragica sconfitta della Bulgaria
nella prima guerra mondiale.
D’altro canto, la prospettiva di uno sbarco
alleato tornava a far sperare, insieme ai superstiti
della opposizione centrista filoccidentale, anche
quegli esponenti politici filotedeschi che paventavano
la sempre più probabile sconfitta del Reich
ed auspicavano un accorto sganciamento della Bulgaria:
primo tra tutti ma molto cautamente lo Zar.
Che la guerra si avvicinasse alla Bulgaria d’altro
canto era sùbito chiaro: il 1° agosto
veniva lanciato un attacco aereo alleato contro
i pozzi petroliferi di Ploiesti
in Romania e i caccia bulgari si alzavano in volo,
insieme a quelli tedeschi e rumeni, per respingere
i bombardieri nemici. (1)
Pochi giorni dopo, in seguito all’annuncio
del ritiro delle truppe italiane dai Balcani (6
agosto), i tedeschi chiedevano che venisse aumentata
la presenza bulgara nella regione.
L’Europa danubiana era in grande fermento.
I regnanti timorosi di sommovimenti politici di
matrice comunista puntavano tutte le loro carte
sulla speranza di futuri contrasti tra anglosassoni
e sovietici, e rimanevano in trepida attesa del
vagheggiato sbarco alleato. Re Michele di Romania
ed il Reggente ungherese Horthy varavano una vera
e propria diplomazia segreta parallela, per chiedere
ad inglesi e americani di fare in fretta, garantendo
che l’avanzata nell’Europa orientale
sarebbe stata una passeggiata.
Boris invece pur scrutando attentamente tutti gli
spiragli che di tanto in tanto parevano aprirsi,
non si univa al coro e non mobilitava la diplomazia
bulgara per postulare lo sbarco. Probabilmente non
avrebbe mandato le sue truppe a sbarrare il passo
agli anglo-americani, ma non li invitava. Persona
troppo intelligente per credere che bastasse una
pace separata per trarre d’impaccio la Bulgaria
e sottrarla all’incubo della dominazione comunista,
lo Zar di Sofia immaginava infatti che la sconfitta
della Germania avrebbe determinato un inevitabile
rafforzamento sovietico nell’Europa orientale,
piuttosto che un improbabile dominio anglosassone
di quell’area.
L’unica strada percorribile per la Bulgaria
era dunque quella di preservare la sua neutralità
nel conflitto tedesco-sovietico, cercando al tempo
stesso di “sterilizzare” lo stato di
guerra con USA e Gran Bretagna; ma non tradendo
e nemmeno danneggiando i tedeschi, che si supponeva
potessero comunque svolgere ancora dopo la guerra
un ruolo di contenimento nei confronti dell’URSS;
e soprattutto conservando la compattezza del fronte
interno (civile e militare) in previsione di un
dopoguerra che si preannunciava drammatico.
Era con questi intenti che il 15 agosto Boris III
giungeva a Rastenburg per quello che sarà
il suo ultimo incontro con Adolf Hitler. L’ordine-del-giorno
era abbastanza generico (“esame della situazione
politico-militare e ruolo della Bulgaria nella guerra”)
e nessuno benché al riguardo siano stati
versati fiumi d’inchiostro sa con certezza
che cosa i due statisti si siano detti: non esistono,
infatti, verbali dei colloqui, ma solo testimonianze
di seconda mano.
È lecito persino dubitare dell’unico
elemento su cui quasi tutte le fonti si trovano
d’accordo, e cioè sul fatto che Hitler
chiedesse a Boris la dichiarazione di guerra di
Sofia a Mosca. Il dittatore tedesco infatti aveva
troppa stima dell’intelligenza del monarca
bulgaro per ritenere possibile che questi potesse
accogliere adesso una richiesta che aveva respinto
in periodi assai più propizi.
Quanto alla risposta che sarebbe stata data dallo
Zar, le fonti sono estremamente discordi: si va
dal netto rifiuto (secondo la testimonianza del
principe Filippo d’Assia), alla risposta positiva
(secondo il diplomatico Franz von Sonnleitner).
Tutto sommato, la ricostruzione più credibile
è quella che il Nissim ha elaborato sulla
base della testimonianza di Bogdan Filov: il Führer
non avrebbe chiesto una dichiarazione
di guerra contro l’URSS, ma soltanto altre
due Divisioni bulgare da impiegare in Grecia e in
Albania; e lo Zar avrebbe aderito solo a metà,
promettendo non due ma una sola Divisione. (2)
In ogni caso, l’ultimo incontro tra i due
statisti non si sarebbe concluso con una rottura
drammatica, come asserito da gran parte della storiografia;
in tal caso, infatti come rileva lo storico revisionista
David Irtving Hitler non avrebbe poi accompagnato
personalmente Boris III all’aeroporto di Rastenburg.
(3)
Rientrato in patria il 17 agosto, lo Zar si concedeva
un breve periodo di riposo in campagna, poi tornava
a Sofia, dove il 23 agosto era colto da una crisi
cardiaca, cui seguivano varie complicazioni. Il
sovrano bulgaro spirava il 28 agosto. La causa della
morte era ascritta ad una trombosi alla coronaria
sinistra, seguita da polmonite doppia ed edema cerebrale.
Molto probabilmente era proprio quella la causa
del decesso; ma una diagnosi di avvelenamento avanzata
da alcuni dei medici tedeschi inviati da Hitler
al capezzale dello Zar (specialmente dal professor
Franz Eppinger) ed i sospetti della regina Giovanna
(affranta per la morte del marito di cui era innamoratissima)
davano la stura ad ipotesi di assassinio mediante
avvelenamento, di cui nei mesi a venire saranno
sospettati un po’ tutti: i comunisti (accusati
dai filotedeschi), i tedeschi (accusati dai filorussi),
e perfino Casa Savoia e Filippo d’Assia (accusati
dai tedeschi). Quanto agli strumenti del veneficio,
si parlava di tutto: di un gas propinato sull’aereo
che aveva riportato in patria lo Zar, di un misterioso
fungo indiano, del veleno di un serpente tropicale
che agiva dopo molti giorni.
La tesi che oggi trova maggior credito è
quella di un delitto di matrice tedesca, ma francamente
a parte l’enorme ritardo tra la supposta somministrazione
di un veleno ed il sopraggiungere della morte non
si comprende perché Hitler avrebbe dovuto
far uccidere proprio il più affidabile ed
il meno incline al tradimento fra i suoi alleati
esteuropei, l’unico tra i monarchi danubiani
che non avesse segretamente sollecitato lo sbarco
alleato nei Balcani.
Più credibile apparirebbe una pista comunista,
giacché era evidente che Boris non avrebbe
consentito ed aveva il seguito popolare necessario
per opporvisi che la Bulgaria accogliesse l’Armata
Rossa a braccia aperte, come poi avvenne.
Probabilmente comunque la morte dello Zar bulgaro
non era ascrivibile neanche ai russi, ma soltanto
ad un grave vizio cardiaco manifestatosi repentinamente.
D’altro canto, l’assenza di una autopsia
impediva di avere una risposta certa, e consegnava
alla storia un enigma, destinato a rimanere tale.
(4)
rielaborazione
da:
MICHELE RALLO: L’epoca
delle rivoluzioni Nazionali. Volume 5: Bulgaria
e Macedonia. |
NOTE:
(1) Marzio
GOZZOLI: Popoli al bivio. Movimenti fascisti
e Resistenza nella seconda guerra mondiale.
Edizioni dell’Uomo Libero, Milano, 1989.
(2)
Gabriele
NISSIM: L’uomo che fermò Hitler.
La storia di Dimitar Pešev
che salvò gli ebrei di una nazione intera.
Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1998.
(3)
David
IRVING: La guerra di Hitler. Edizioni
Settimo Sigillo, Roma, 2001.
(4)
La
regina Giovanna aveva in un primo tempo rifiutato
il permesso per l’autopsia, concedendo l’autorizzazione
solo successivamente, quando l’avvenuta imbalsamazione
del cadavere di Boris aveva sostanzialmente reso
impraticabile l’esame autoptico. Comunque,
come affermato in una recente intervista televisiva
dal figlio Simeone II, dall’esame del cuore
dello Zar prelevato prima dell’imbalsamazione
si è avuta conferma di un quadro cardiaco
estremamente critico.
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