Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

BULGARIA E MACEDONIA

 
 
Aleksandur Stambolijski

 

LA STRANA DITTATURA “CONTADINA”
DI ALEKSANDUR STAMBOLIJSKI:
GLI AVVENIMENTI DELLA PRIMAVERA 1922

Fatti quadrare i conti – con metodi non proprio democratici – il 21 maggio 1920 il Primo Ministro bulgaro Stambolijski poteva finalmente varare il sospirato governo “monocolore”. Iniziava da quella data la trasformazione del governo stamboliskijano in vero e proprio regime: una dittatura personale basata talora sull’emulazione del modello bolscevico, ma più spesso sulle singolari, bislacche teorie politiche del despota.
Aleksandur Stambolijski era indubbiamente dotato di un grande carisma, di una notevole intelligenza e di una ferrea volontà, ma le sue virtù finivano lì. Per il resto, era un concentrato di tutte le qualità peggiori che un uomo politico potesse avere; peraltro, la sua sfrenata ambizione era accompagnata da un’impareggiabile presunzione che lo portava a ritenersi lo statista più intelligente della storia bulgara. Ecco come egli stesso – in sede parlamentare – dipingeva la propria azione politica: «Le genti sono bestie ed io le guido. La mia forza è stata riconosciuta. Che cosa volete più da me? Il cane abbaia ed io governo. (…) La Storia mi ha aperto le porte, ed io sono entrato nell’Eternità.» Ed ancora, riferendosi al suo governo: «Il mondo conosce solo due forme di governo: l’una esiste in Russia, l’altra in Bulgaria.» (1)
Naturalmente, Stambolijski non era in grado di elaborare un progetto politico compiuto, e si limitava a ritenere che il suo rozzo classismo contadino fosse una pietra miliare nella storia delle dottrine politiche. Uomo incolto, disprezzava profondamente i colti, gli intellettuali, i liberi professionisti, gli impiegati, i militari ed anche il clero, categorie considerate spregiativamente “cittadine”; anche l’aver ottenuto un modesto diploma scolastico bastava talora a mettere in cattiva luce il suo sfortunato detentore.(2) Gli uomini di cultura erano «parassiti sociali», la pratica artistica era «un inutile spreco d’energia», l’esercizio dell’avvocatura «serve per imbrogliare i poveri», e così via dicendo. Per Stambolijski il mondo delle città doveva scomparire – e con esso l’industria – per lasciare il campo ad una società e ad una economia basate esclusivamente sull’agricoltura. La Capitale, poi, era da lui profondamente detestata: «I cannoni che sono serviti in guerra li farò servire, se sarà necessario, contro questa nuova “Sodoma e Gomorra” che è la città di Sofia. Farò poi sorgere sulle sue rovine un villaggio, a ricordare ai posteri come venne punita la città che osò ribellarsi a chi rappresentava la volontà del popolo bulgaro.» (3)
La produzione legislativa stamboliskijana si articolava in due distinti filoni: quello dei piccoli provvedimenti in favore del mondo contadino, e quello delle grandi “riforme” della società bulgara. Il primo filone presentava – già fin dal primo dei suoi governi – un bilancio certamente positivo: il potenziamento della struttura sanitaria nelle campagne, l’aumento degli istituti scolastici nelle zone rurali, ed altri provvedimenti del genere, andavano indubbiamente nella direzione giusta, ponevano rimedio a molte ingiustizie del passato, e – naturalmente – facevano aumentare la popolarità del capo contadino nelle campagne.
Quasi del tutto negativo, invece, era il bilancio delle grandi riforme, benché spesso queste scaturissero da esigenze reali della società: così, per esempio, la legge contro i profitti di guerra si traduceva in una generalizzata sequela di espropriazioni e confische, che spesso – insieme ai colpevoli – penalizzavano indiscriminatamente intere categorie economiche.
L’introduzione del servizio civile in sostituzione di quello militare (abolito dal Trattato di Neuilly) – per fare un altro esempio – avrebbe potuto rappresentare un momento di coesione nazionale e di esaltazione dello spirito patriottico; diventava, invece, prima un escamotage per realizzare opere pubbliche a costo zero, e successivamente una forma di lavoro forzato, particolarmente odiosa per la sua estensione anche alle donne e alle fanciulle.
Financo la più popolare delle riforme stamboliskijane – quella agraria – non otteneva risultati positivi: la proprietà fondiaria era limitata a 30 ettari, con il di più espropriato e reso disponibile per l’acquisto da parte dei piccoli contadini. Ora – a parte il fatto che la Bulgaria era il solo paese dell’Europa orientale ove il latifondo fosse praticamente inesistente – la riforma andava in direzione di un ulteriore frazionamento della proprietà terriera, cioè in una direzione opposta a quella della razionalizzazione e della modernizzazione delle aziende agricole. A ciò si cercava di porre rimedio incentivando la creazione di cooperative, ma – in ogni caso – il meno che si potesse dire era che la riforma non procedesse in direzione dell’aumento della produttività agricola.
V’erano, poi, altre riforme che non avevano nemmeno l’attenuante della buona fede, ma che muovevano soltanto dal desiderio di colpire il più duramente possibile quelle realtà economiche e sociali che – in quanto “cittadine” – si volevano semplicemente distruggere: era il caso delle nuove disposizioni in materia di pubblico impiego, della normativa per l’esproprio (sottocosto) dei grandi immobili urbani, nonché di tutta una serie di provvedimenti di natura fiscale, ad iniziare da quello che – introducendo una tassazione delle Società pari all’80% del capitale sociale – mirava semplicemente all’annientamento del settore industriale.
Il tutto, nel quadro di un regime formalmente democratico ma sostanzialmente dittatoriale, supportato dalla violenza di una milizia di partito che svolgeva le funzioni di una forza di polizia anomala, e sostenuto da una classe dirigente improvvisata, del tutto impreparata, arrogante e corrotta, dal cui seno – come una sorta di aristocrazia del peggio – prendeva vita la corte personale e la ristretta cerchia dei diretti collaboratori del capo, la tristemente nota “Conventicola”.
In altre parole, un capo come Aleksandur Stambolijski era quanto di peggio potesse capitare ad un Paese appena uscito dalla tragedia della guerra e della sconfitta. Cediamo ancòra la parola ad un attento osservatore del tempo, lo studioso italiano di letteratura bulgara Giorgio Nurigiani, che ci ha lasciato una preziosa e documentatissima testimonianza della vita politica bulgara negli anni ’20: «Il destino volle che le redini del governo venissero affidate a Stambolijski il quale, sin dal primo giorno di governo, si mostrò portato alla vendetta e alla più riprovevole dissoluzione. Travolto nel turbine della sua indomabile passione di tiranno, egli si credette forse l’unico predestinato a governare questo popolo, esausto ed avvilito dalle guerre sterminatrici. In Stambolijski mancava ogni iniziativa di solidarietà, di assistenza e di cultura, e per questo non ammetteva, non subiva e ancor meno tollerava che altri pretendessero di sapere più di lui. Egli scompaginava le solidarietà tra classe e classe, provocando e scatenando la più spietata guerra contro coloro che gli rinfacciavano le sue meschine esibizioni personali o attaccavano la sua politica avventuriera basata su una evanescente fraseologia. (…) La sua lotta contro gli intellettuali, contro i militari, contro il clero, contro i macedoni era ispirata da una ingordigia sproporzionata e mostruosa del potere assoluto. (…) Stambolijski fu non solo Presidente del Consiglio, ma anche despota in piena attività di potere. Spiccio, capriccioso, senza scrupoli, deciso e fermo, egli si venne procurando e moltiplicando i nemici, seminando abusi, vendette, rancori personali e politici, praticando al governo una politica di camarilla, e cercando di creare nel paese quasi una coscienza dittatoriale di classe prettamente contadina. Se gli intellettuali della Russia avevano innalzato ad insegna il binomio “operai e contadini”, il che infine voleva dire anche città e campagna, Stambolijski aveva soppresso il primo termine e diceva soltanto “contadini”. (…) Stambolijski come uomo di governo era ridicolo. Escogitò un mucchio di amenità che vanno dall’imposta sulle signore che portano la borsetta, alla riforma dell’alfabeto nazionale avvenuta per decreto ministeriale. (…) Quando non era ridicolo, era feroce. Soffocava, sferzava, schiacciava, induceva con la forza all’obbedienza e al silenzio. (…) Un giorno la guerra al bolscevismo nemico dell’ordinamento borghese, il giorno dopo l’alleanza più o meno larvata col bolscevismo. (…) L’uomo delle stranezze e delle anormalità aveva indotto il paese in uno scombussolamento impareggiabile.» (4)
In politica estera, Stambolijski si schierava al fianco degli ex nemici della Bulgaria (Russia compresa) e diventava il più strenuo assertore del vecchio progetto zarista di una federazione balcanica serbo-bulgaro-macedone, progetto che era adesso sostenuto dalla nuova diplomazia russa ma non più da quella serba. Nonostante le tentazioni espansioniste assai forti a Belgrado (dal panserbismo allo jugoslavismo, al panslavismo di varie connotazioni) la diffidenza di re Aleksandar Karajiorjievic – il più anticomunista dei sovrani europei – nei confronti della Russia e dello stesso premier bulgaro era tale da inibire totalmente ogni ipotesi “federalista”. Né sorte migliore toccava alla ventilata e poco nobile nuova profferta del leader contadino, il quale si spingeva fino ad ipotizzare – sostanzialmente – l’annessione della Bulgaria al Regno Serbo-Croato-Sloveno ed alla sua Dinastia. D’altro canto, si trattava di una scelta naturale per Aleksandur Stambolijski, contrario all’idea stessa di una nazione bulgara indipendente, fin dai giorni della sua fondazione: «L’indipendenza proclamata in questo modo – aveva dichiarato nel 1908 – rappresenta, come tutte le menzogne, un pericolo. Siamo all’inizio di una politica che ci condurrà alla guerra.» (5)
A prescindere da tutto, comunque, il premier bulgaro non aveva estimatori nel Regno SHS; faceva eccezione soltanto Stjepan Radic, leader del Partito Contadino Repubblicano Croato, detestato a Corte e sospettato di essere un cripto bolscevico, al pari del suo collega bulgaro.
In sostanza, l’accorta diplomazia serba, pur utilizzando Stambolijski per contenere il movimento macedone, non era disposta a riconoscergli dignità di alleato, ed aveva lasciato cadere nel nulla il suo piano – notificato al governo belgradese – che prevedeva la deposizione della dinastia dei Sassonia-Coburgo, e la creazione di una federazione slavomeridionale sotto la dinastia dei Karjiorjievic e con la guida di un regime contadino. (6)
Respinto sostanzialmente dalla Serbia, il Primo Ministro bulgaro si volgeva allora verso la Russia, ove in quegli anni si guardava con attenzione all’ambito della piccola proprietà contadina che – con il recente lancio della NEP o Nuova Politica Economica – aveva ottenuto diritto di cittadinanza nell’universo produttivo bolscevico, sia pure provvisoriamente (otto anni dopo scatterà, infatti, lo sterminio dei kulaki).
Il rapporto privilegiato tra Mosca e Sofia aveva avuto probabilmente inizio nel 1921, ma per circa un anno era stato – almeno parzialmente – celato alla platea internazionale: e ciò, sia perché la Russia non voleva irritare i comunisti bulgari, sia perché Stambolijski non voleva scontentare Londra e Parigi, all’epoca fortemente ostili alla nuova potenza comunista. Comunque, il rinnovato legame russo-bulgaro trapelava quasi subito, rivelato dalle iniziative parallele del Komintern e del Governo di Sofia relativamente ad una costituenda Internazionale Contadina.
Probabilmente – a nostro parere – quello dell’Internazionale Contadina non era che un dettaglio nell’ambito della strategia diplomatica leninista, che lanciava la formula della “alleanza dei governi operai e contadini” dell’Europa orientale, formula che – a sua volta – non era che il paravento di un disegno strategico più vasto: la creazione di una confederazione di Stati comunisti o filocomunisti balcanici, che avrebbe dovuto sorgere subito dopo la costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (che avverrà il 30 dicembre 1922). Una tale confederazione – verosimilmente – avrebbe dovuto basarsi sulla Bulgaria stamboliskijana e su una Macedonia “federalista”, strappata all’abbraccio sia dei nazionalisti della VMRO che dei colonizzatori serbi (e anticomunisti) del temuto Karajiorjievic. Ora, nell’ambito di un tale disegno, la creazione di un’Internazionale Contadina aveva – con ogni probabilità – il duplice scopo di blandire l’egocentrismo di Stambolijski e di mettere in piedi una rete di alleanze anche nei paesi dell’Europa orientale che si erano dimostrati poco permeabili alla penetrazione comunista, utilizzando quei partiti contadini che – come il croato – non erano schierati alla destra o al centro-destra dello scacchiere politico.
In ogni caso, l’idea di un’Internazionale Contadina filocomunista (il Krestintern) era stata promossa nell’ambito del Komintern nel 1921 (anche se sarà ufficializzata solo due anni dopo); e all’inizio del 1922 (quando si era alla vigilia della trasformazione del regime bulgaro in una dittatura istituzionalizzata) Stambolijski aveva lanciato l’idea di un’Internazionale Verde che avrebbe dovuto – sotto la sua guida – riunire alcuni partiti contadini dell’Europa orientale.
La svolta avveniva proprio in coincidenza con la transizione stambolijskiana, quando (dopo la Conferenza Economica di Genova ed il Trattato di Rapallo russo-tedesco) Mosca riusciva a rompere l’isolamento diplomatico: il premier bulgaro prendeva coraggio, e scopriva maggiormente le proprie carte.
A giugno Stambolijski convocava un ennesimo Congresso dell’Unione Contadina Bulgara (il precedente si era tenuto soltanto quattro mesi prima), cui partecipavano anche alcune delegazioni di partiti contadini stranieri. Dalla tribuna congressuale il leader bulgaro smentiva l’esistenza di un trattato segreto con la Russia, ma non mancavano i segnali rivelatori del nuovo corso diplomatico, come gli slogan in favore dell’unità tra i popoli slavi e gli inviti alla cacciata dei russi “bianchi” del generale Wrangel che erano riparati in Bulgaria (e che infatti saranno espulsi il mese seguente).(7)
Ma erano tuttavia i temi di politica interna a dominare il Congresso, utilizzato da Stambolijski per disegnare con precisione lo scenario di una rapida transizione verso la repubblica e verso una dittatura istituzionalizzata.
Le cose, però, avrebbero preso una piega diversa.

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO:
L’epoca delle rivoluzioni Nazionali. Volume 5: Bulgaria e Macedonia.

 

NOTE
(1) Giorgio NURIGIANI: Dieci anni di vita bulgara. 1920-1930. Pravo, Sofia, 1931.
(2) Gabriele NISSIM: L’uomo che fermò Hitler. La storia di Dimit?r Pešev che salvò gli ebrei di una nazione intera. Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1998.
(3) Giorgio NURIGIANI: Dieci anni di vita bulgara. Cit.
(4) Giorgio NURIGIANI: Dieci anni di vita bulgara. Cit.
(5) Carlo SFORZA: Jugoslavia. Storia e ricordi. Rizzoli editore, Milano, 1948.
(6) Mathias BERNATH: Gli Slavi meridionali. // Il mondo degli Slavi. A cura di Hans KOHN. Cappelli editore, Bologna, 1970.
(7) Philippe BOURRINET: Les turbulences bulgares. Le coup d’Etat du 9 juin 1923. A partir d’un dépouillement des Archives de l’Armée de Terre. Vincennes 1993.


 
 

 

 

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