Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

GRECIA

 
 

Una tavola di Achille Beltrame per “La Domenica del Corriere”: lo sbarco delle truppe italiane a Corfù nel settembre 1923

 
 

LA DEFINIZIONE DEL CONFINE GRECO-ALBANESE E LE ASPIRAZIONI ITALIANE SULL’EPIRO:
DALL’ECCIDIO DI GIANNINA
ALL’OCCUPAZIONE DI CORFÙ
(1923)

 

L’ESORDIO DELLA DIPLOMAZIA FASCISTA
Giannina, Corfù, il generale Tellini… nomi che si perdono nella nebbia della storia, quasi che si trattasse di luoghi e di personaggi lontani nel tempo e nello spazio. Eppure, Giannina e l’isola di Corfù sono a poche braccia di mare dalle nostre coste adriatiche, e la clamorosa vicenda dell’uccisione del generale Enrico Tellini e del suo staff risale ad appena 85 anni fa. Gli è che, trattandosi di uno dei primi banchi di prova (e certamente il più impegnativo) della politica estera dell’appena nato governo fascista, l’intero affare è stato praticamente rimosso dalla memoria storica nazionale o, tutt’al più, liquidato come la «prima occasione» offertasi a Mussolini per «mostrare i muscoli» sulla scena politica internazionale.
E’ stata dunque una piacevole sorpresa quella di trovare in libreria un volume interamente dedicato a quella vicenda, peraltro di buona fattura, bene articolato e ben documentato. Si tratta de “L’eccidio Tellini. Da Giannina all’occupazione di Corfù” di Andrea Giannasi, pubblicato da Prospettiva Editrice di Civitavecchia.
Naturalmente, il lavoro non sfugge allo spirito dei tempi (dei tempi nostri, s’intende): sembra che la preoccupazione principale dell’Autore sia quella di chiarire che il libro non intende in alcun modo manifestare benevolenza verso l’allora nascente regime mussoliniano, definito «una feroce dittatura». E non solo, giacché l’intera opera si muove nel solco della leggenda metropolitana che costituisce la versione ufficiale dell’esordio della diplomazia fascista. Secondo tale leggenda (negando la quale si viene arruolati d’ufficio nei ranghi dei “revisionisti”) il contrasto fra Benito Mussolini – che nel primo governo da lui presieduto occupava anche gli Esteri – ed il segretario generale del medesimo dicastero, Salvatore Contarini, era basato su una doppia contrapposizione: quella fra una rozza irruenza dell’uno ed un’abile e ordinato procedere dell’altro; e quella fra un supposto estremismo del primo ed un supposto moderatismo del secondo. Secondo chi scrive – assai modestamente – il contrasto era invece dovuto alla difficile coabitazione tra una ragionevole linea nazionalista espressa da Mussolini ed una tendenza esasperatamente francofila e serbofila impersonata da Contarini.
Ora, non c’è dubbio che, abbracciando la tesi dominante, il libro di Giannasi non possa discostarsi di molto dal cliché delle ricostruzioni di maniera. E, tuttavia, ciò non inficia la validità dell’opera, che – ripetiamo – è di ottima qualità, e certamente rappresenta uno strumento prezioso per chiunque voglia approfondire le vicende dell’affare di Giannina-Corfù nella sua interezza: dal mandato conferito dalla Società delle Nazioni per la definizione della frontiera greco-albanese, all’eccidio cosiddetto di Giannina (in realtà avvenuto presso Kakavià), alla successiva occupazione di Corfù da parte italiana.
Peraltro, se da un lato l’Autore bada bene ad ostentare un atteggiamento “politicamente corretto” sull’esordio dell’attivismo diplomatico fascista, dall’altro accoglie in pieno la tematica della “vittoria mutilata” che fu all’origine dell’atteggiamento intransigente della politica estera mussoliniana; e va addirittura oltre, riconoscendo la sostanziale fondatezza della tesi – cara ai revisionisti – secondo la quale il sistema dei trattati del primo dopoguerra (da quello di Versailles a tutti gli altri seguenti, non escluso lo stesso trattato di Losanna) fosse stato sommamente ingiusto e penalizzante per i Paesi soccombenti, al punto da essere «responsabile di scelte e risultati che senza dubbio condussero l’Europa verso la Seconda guerra mondiale».


IL RUOLO DELL’EPIRO
NELLA STRATEGIA ADRIATICA DELL’ITALIA

Prima di seguire il Giannasi nella sua rievocazione, però, vogliamo premettere alcune brevi considerazioni, relative al ruolo dell’area di Giannina e Corfù, e cioè dell’Epiro, nel contesto della politica estera del Regno d’Italia; considerazioni che riteniamo di una qualche utilità per meglio comprendere la posizione assunta dalla diplomazia italiana nello scenario balcanico all’indomani della prima guerra mondiale. Tale posizione era – al momento dell’eccidio Tellini – di totale sostegno alle posizioni del governo albanese, in parallelo al supporto inglese alla Grecia ed a quello francese al Regno Serbo-Croato-Sloveno; quest’ultimo era però – in quel preciso momento – mitigato.
In realtà, la tradizionale politica di Roma tesa a fare dell’Adriatico un “lago italiano” (ed anche qui è d’obbligo un richiamo, questa volta all’analoga politica di Atene volta a fare dell’Egeo un “lago greco”) avrebbe potuto determinare scelte diplomatiche diverse. Infatti, il disegno italiano di acquisizione della costa orientale dell’Adriatico prevedeva un logico sviluppo da nord a sud, con una catena di possedimenti e di protettorati che iniziasse dal nostro confine orientale e si svolgesse fino allo Ionio: Istria e Dalmazia, innanzitutto, poi il Montenegro (meglio se un “Grande Montenegro”), l’Albania (ma non una “Grande Albania”) e, in ultimo, l’Epiro continentale e la dirimpettaia grande isola di Corfù; quest’ultima, insieme alle altre isole dell’Eptaneso, era peraltro stata dominio della Repubblica di Venezia fino al trattato di Campoformio.
Questo progetto aveva però subìto una prima battuta d’arresto nel 1913, quando – a conclusione delle guerre balcaniche – i possedimenti ottomani della penisola balcanica erano stati scomposti ed assegnati agli Stati vicini, seguendo confini nuovi e assai diversi da quelli dei vecchi villayet [vedi «Storia in Rete» n° 32 NdR]. In tale contesto, l’Epiro (che fino a quel momento si identificava con il villayet di Giannina, esteso da Durazzo sino al confine greco pre-1913) era stato diviso fra un centro-sud, annesso alla Grecia, ed un nord, assegnato al nascente Principato d’Albania. Questa partizione aveva una sua logica: l’Epiro del nord, nel suo complesso, aveva una maggioranza etnica albanese; e tuttavia, la maggioranza di quella maggioranza albanese era di religione cristiano-ortodossa e fedele al Patriarcato (ellenico) di Costantinopoli, la qualcosa ne faceva un naturale prolungamento della Grecia nell’area schipetara. Parallelamente, nell’Epiro del centro e del sud la maggioranza etnica era nettissimamente greca; la comunità albanese aveva dimensioni notevoli solamente nella regione a nord di Giannina, la Ciamuria; così come, nella regione orientale del Pindo, viveva una consistente comunità di etnia aromena o cuzo-valacca (e cioè di origine rumena).
Come si può vedere, l’Epiro era una specie di piccola Macedonia, ed era quindi logico che al suo interno si muovessero e configgessero tendenze diverse e forze centrifughe contrastanti. Se gli aromeni si limitavano ad un blando autonomismo e per il resto facevano blocco coi greci (al punto da essere sovente indicati come ellenizontes, cioè “greci in pectore”), gli altri tre nuclei etnico-culturali erano in perenne competizione: gli ellenici volevano l’annessione al Regno di Grecia del “Nord Epiro” (e in questa definizione ricomprendevano tutta l’Albania meridionale), i musulmani schipetari volevano l’annessione al Principato d’Albania della Ciamuria (ma avrebbero preferito acquisire l’intero Epiro centrale), mentre gli albanesi ortodossi facevano più spesso blocco con i greci che non con i compatrioti di fede musulmana.
Come si può immaginare, questa situazione aveva sconvolto i vecchi disegni degli italiani, tradizionali sostenitori dell’indipendenza di una ben delimitata Albania musulmana. D’altro canto, all’Italia non era rimasto che appoggiare le istanze del nazionalismo albanese, dal momento che l’Epiro centromeridionale era stato assegnato alla Grecia, nazione che era oramai diventata una obbediente pedina nelle mani dell’Inghilterra; e l’Inghilterra – si tenga presente – era dichiaratamente nemica delle aspirazioni italiane nel Mediterraneo.


L’ECCIDIO DELLA MISSIONE TELLINI
Questo scenario, ovviamente, non poteva che complicarsi all’indomani della Prima guerra mondiale, con il plateale tradimento anglo-francese di tutte le promesse solennemente pattuite per estorcere l’intervento in guerra dell’Italia [vedi «Storia in Rete» n° 29 NdR]. Non soltanto, infatti, l’Inghilterra continuava ad insidiare a pro dei greci le posizioni e le aspirazioni italiane nell’Egeo (Smirne, Antalya, il Dodecanneso), ma addirittura, al confine orientale d’Italia, i francesi arringavano i serbi e li spingevano a contenderci la Giulia, l’Istria, Fiume e la Dalmazia, oltre a fagocitare l’italofilo Regno del Montenegro e, financo, a tentare l’annessione di ampie porzioni dell’alta Albania.
Orbene, era in questo drammatico contesto internazionale che, nel novembre 1921, la Conferenza degli Ambasciatori del Consiglio Supremo Alleato deliberava la costituzione di una commissione per la delimitazione dei confini albanesi, affidandone la presidenza al generale Enrico Tellini, e che – un anno dopo – andavano al potere in Italia i nazionalisti fascisti di Mussolini, e pressoché contemporaneamente, in Grecia, i nazionalisti “di sinistra” e repubblicaneggianti del colonnello Stylianòs Gonatàs. Ed era nel medesimo drammatico contesto (con l’Italia stretta tra greci e serbi e tra francesi ed inglesi, per tacere degli americani) che nell’agosto 1923 si verificava l’eccidio Tellini e, sùbito dopo, la dura reazione di Mussolini e l’occupazione di Corfù.
Se non si tiene ben presente tutto questo, anche un’opera attenta e documentata come quella in argomento rischia di passare per un’escursione “salgariana” nel campo della diplomazia, per una semplice narrazione di un episodio di colore della nostra storia più recente, magari condìta con i soliti stereotipi sulla politica avventuristica e bellicosa del governo fascista del tempo.
Ma riprendiamo il filo degli eventi, seguendo la puntuale ricostruzione del Giannasi. Dunque, il 19 novembre 1921 la Conferenza degli Ambasciatori (organo del Consiglio Supremo Alleato ma di fatto espressione anche della neonata Società delle Nazioni) deliberava di confermare per l’Albania le frontiere delineate nel 1913 dal Protocollo di Firenze, delegava l’esatta fissazione dei confini albanesi ad una apposita “commissione di delimitazione”, e chiamava alla presidenza di tale commissione il generale italiano Enrico Tellini.
Tellini assumeva in prima persona il compito di dirigere i lavori relativi alla delimitazione del confine con la Grecia, e fissava il suo quartier generale in territorio ellenico, a Giannina. Da qui, il mattino del 27 agosto 1923, il generale italiano e il suo staff (due ufficiali, l’autista ed un coadiutore epirota) si dirigevano in macchina verso il posto di frontiera greco di Kakavià, quando cadevano in un’imboscata e venivano tutti uccisi a colpi di arma da fuoco.
Il Giannasi riferisce dettagliatamente delle indagini condotte ai vari livelli e delle diverse teorie accusatorie. Senza addentrarci nei particolari, possiamo dire che l’ipotesi dell’aggressione da parte di una delle bande di predoni, che allora infestavano il confine greco-albanese, viene considerata estremamente remota: era stato infatti accertato – a suo tempo – che non risultavano asportati né denari né oggetti. Rimane, dunque, l’ipotesi di un delitto “politico” (diretto ad impedire la fissazione di uno stabile confine greco-albanese) e le due più credibili sub-ipotesi: quella dei mandanti greci e quella dei mandanti albanesi. L’autore si muove con molta circospezione tra queste due opzioni, ma è evidente che – pur con le cautele del caso – propenda per l’ipotesi greca. E, tuttavia, questa teoria non viene spinta fino alle sue estreme conseguenze, e cioè fino a considerare che i mandanti potessero in realtà nascondersi in alcuni settori del governo dei colonnelli greci o, addirittura, in ambienti legati a servizi segreti – più o meno ufficiali – facenti capo alla Gran Bretagna.
Certo, ci rendiamo conto che, essendo trascorsi ottantacinque anni dall’eccidio, il mistero Tellini è ormai destinato a rimanere tale, per sempre. E ci rendiamo conto, altresì, che un eventuale coinvolgimento dei servizi inglesi nella vicenda – ammesso che ci sia effettivamente stato – non potrà mai essere provato. Ma ci permettiamo egualmente di aggiungere questa congettura alle altre possibili; congettura – la nostra – che si basa sul contesto politico internazionale del tempo, certamente non incompatibile (e segnatamente in quegli anni) con sviluppi clamorosamente drammatici, come appunto quelli della vicenda Tellini.


I SERVIZI SEGRETI BRITANNICI
E LE TRAME NELL’AREA BALCANICA

L’Autore – a nostro parere – semplifica eccessivamente il quadro politico-diplomatico dell’epoca: egli ben coglie la rivalità tra Inghilterra e Francia nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, ma ritiene – meno fondatamente – che in quegli anni Mussolini privilegiasse i buoni rapporti con l’Inghilterra («sui quali pure si fondava buona parte della sua politica estera»); conseguentemente, non viene percepita adeguatamente la ratio dell’irrigidimento della diplomazia mussoliniana nei confronti della Grecia, che della Gran Bretagna era la figlioccia prediletta.
Le cose – ci permettiamo di obiettare – stavano in termini diversi. Nell’antagonismo tra Francia e Inghilterra, negli anni 1922-24 l’Italia era schierata nettamente dalla parte di Parigi e contro la linea di Londra. In Francia, infatti, il governo di Raymond Poincaré (leader della destra repubblicana) aveva inaugurato una politica di riavvicinamento all’Italia, che era stata prontamente recepita e corrisposta dal governo di Benito Mussolini.
L’Inghilterra, viceversa, continuava ad esserci nettamente ostile. Il primo incontro tra Mussolini e lord Curzon era stato un disastro: il ministro degli Esteri britannico aveva dapprima riconosciuto e sùbito dopo negato pari dignità all’Italia, ed aveva poi continuato – nell’àmbito della conferenza di Losanna che si apriva pochi giorni dopo – ad osteggiare il possesso italiano dell’arcipelago del Dodecanneso, aizzando il governo ellenico e spingendolo ad esigere con protervia il nostro abbandono di quelle isole. Questa aggressione diplomatica inglese era continuata – incredibilmente – anche dopo il trattato di Losanna (firmato il 24 luglio 1923), ed era, nei giorni dell’eccidio Tellini, in pieno svolgimento. Si era, infatti, alla vigilia della solenne proclamazione della sovranità italiana sul Dodecanneso – programmata per la fine di agosto – e i servizi di Londra erano impegnati ad incitare il governo di Atene a richiedere addirittura che Roma mettesse in discussione gli esiti del trattato appena concluso; fingendo di ignorare – peraltro – che il nuovo governo kemalista turco sarebbe stato disposto anche ad un’altra guerra, pur di impedire che i greci si installassero a Rodi o a Castelrosso.
Inoltre, i nostri servizi segreti avevano accertato che, in coincidenza con la proclamazione della sovranità italiana sul Dodecanneso, in varie parti della Grecia sarebbero state attuate violente manifestazioni antitaliane. Il nostro sospetto è che quelle manifestazioni (che a seguito dell’affare Tellini saranno poi annullate) fossero state discretamente promosse dai servizi inglesi, che in Grecia si muovevano come a casa loro.
D’altro canto, anche nella vicina Albania (dove i servizi britannici parimenti imperversavano, pur senza l’assoluta libertà di movimenti di cui godevano in Grecia) la Gran Bretagna operava con grande disinvoltura e senza scrupoli di sorta: e sempre in funzione antitaliana, naturalmente. Erano stati gli agenti inglesi, con molta probabilità, a spingere il Ministro degli Interni albanese del tempo – il futuro re Zog – a scatenare contro gli italiani la rivolta di Valona del 1920. Ed erano stati gli agenti inglesi – quasi certamente – a corrompere uno dei capi cossovari che avevano cinto d’assedio Tirana nel 1922, salvando così Zog ed aprendogli la strada verso la Presidenza del Consiglio. Così come saranno sempre gli agenti inglesi (non sappiamo se direttamente o tramite la Anglo-Persian Oil Company) che poco più tardi, nel 1924, finanzieranno il solito Zog – nel frattempo riparato in Serbia – e lo sosterranno nella sua lotta al governo filoitaliano del vescovo ortodosso Fan Noli.
Non è dunque priva di solidi ancoraggi alla realtà del tempo la nostra teoria circa una qualche seppur ipotetica responsabilità nell’eccidio Tellini del governo britannico, anche se forse mediata dal governo di Atene o da altri ambienti ellenici. In ogni caso – come si diceva – è oggi praticamente impossibile venire a capo di un mistero le cui tracce sono state certo accuratamente cancellate ottantacinque anni or sono.


LA CRISI DI CORFU’

Tornando alla ricostruzione del Giannasi, la seconda parte – quella relativa all’ultimatum italiano al governo ellenico ed alla occupazione di Corfù – è certamente la più interessante e la meglio documentata.
Mussolini – com’è noto – attribuì sùbito la responsabilità dell’eccidio al vertice greco, ritenuto il mandante del tragico agguato. Ne conseguì un ultimatum al governo di Atene, redatto in termini tali da risultare inaccettabile, e – di fronte al rifiuto ad adempiere una parte delle riparazioni richieste – l’occupazione dell’isola di Corfù. L’opera segue con puntualità tutti i passaggi della vicenda, attingendo a solido materiale d’archivio e facendo giustizia di numerosi luoghi comuni: la brutalità dell’occupazione italiana, l’ostilità della popolazione e, soprattutto, la volontà di Mussolini di provocare una guerra con la Grecia. L’Autore sottolinea adeguatamente i limiti – anche propagandistici – dell’azione, riferendo delle disposizioni volte a contenere alcune impennate ipernazionaliste di certi organi di stampa, nonché delle istruzioni impartite dal Governo ai Prefetti perché le manifestazioni antielleniche segnalate in numerose città italiane (e dovute a gruppi circoscritti di estremisti fascisti ed ex-combattenti) venissero contenute entro limiti ragionevoli.
La questione, infine, si concluse con una soluzione di compromesso: la Grecia accettò sostanzialmente di sottostare a quasi tutte le richieste dell’Italia, che, dal canto suo, non insistette per ottenere quelle riparazioni che maggiormente avrebbero mortificato l’orgoglio nazionale ellenico; una commissione d’inchiesta della Società delle Nazioni assolse il governo greco dall’accusa di aver provocato l’eccidio, ma lo condannò per negligenza.
La rievocazione del Giannasi finisce qui, concludendo che l’affare di Corfù aveva rafforzato Mussolini sul piano interno, ma ne aveva danneggiato l’immagine sul piano internazionale.
Questa conclusione non ci trova d’accordo: l’immagine di Mussolini e del suo governo non risultò appannata agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, ma solamente agli occhi dell’Inghilterra (e degli Stati Uniti). Per quasi tutte le cancellerie europee – intimamente convinte della responsabilità del governo greco nell’eccidio Tellini – l’Italia aveva fatto valere le sue ragioni con la forza e la determinazione che il caso richiedevano. E non soltanto nei confronti della Grecia, ma anche nei confronti della stessa Gran Bretagna, che nei giorni della crisi aveva minacciato il blocco marittimo dell’Italia e aveva addirittura fatto balenare la possibilità di un attacco militare contro la nostra flotta (episodi che il Giannasi sembra ignorare).
Per l’Inghilterra e per gli ambienti anglofili di tutto il mondo, invece, lo svolgimento della crisi di Corfù era apparso come un episodio diabolico: l’Italia aveva smesso di subìre i ricatti e le umiliazioni degli “alleati”, si era dapprima tenuto il Dodecanneso esattamente come gli inglesi si erano tenuti Cipro, aveva poi occupato per rappresaglia Corfù esattamente come gli inglesi avevano pochi anni prima occupato Atene e il Pireo, e aveva addirittura avuto l’ardire di allertare la sua flotta a Taranto per non sottostare alla minaccia della flotta britannica.
Le cose – comunque – avevano finito per sistemarsi, l’Italia aveva avuto la soddisfazione che chiedeva, e il 27 settembre 1923 le forze italiane, pur con qualche rimpianto, avevano lasciato Corfù.
Aggiungiamo – a riprova dei benèfici effetti del nuovo corso diplomatico italiano – che il 16 settembre, durante l’occupazione di Corfù, Mussolini aveva ordinato anche l’occupazione di Fiume; occupazione che era stata sostanzialmente accettata dalla comunità internazionale e, infine, dallo stesso Regno Serbo-Croato-Sloveno, che regolerà poi la questione con l’Italia attraverso il Patto di Roma (gennaio 1924).
Un’ultima notazione: la crisi era stata gestita in prima persona da Benito Mussolini. Infatti, quel modello di equilibrio e moderazione che rispondeva al nome di Salvatore Contarini, sùbito dopo la presentazione dell’ultimatum alla Grecia, era andato in vacanza a Ischia, volendo così marcare il suo dissenso rispetto ai metodi bruschi e diretti del Presidente del Consiglio.

 

 
Per gentile concessione di Storia in Rete editoriale.
Rielaborazione da:
MICHELE RALLO: La crisi di Corfù: partita a scacchi nello Jonio.
(“Storia in Rete”, a. IV n. 36, ottobre 2008)
 
 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

- Andrea GIANNASI: L’eccidio Tellini. Da Giannina all’occupazione di Corfù (agosto-settembre 1923). Prospettiva editrice, Civitavecchia, 2008.
- Michele RALLO: Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale e la Vittoria mutilata. La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal Patto di Londra al Patto di Roma (1915-1924). Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2007.
- Ennio DI NOLFO: Mussolini e la politica estera italiana (1919-1933). CEDAM, Padova, 1960.



 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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