Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

GRECIA

 

Un manifesto greco del 1940, che bene esprime lo spirito combattivo delle forze elleniche.

 
LE RENI DELLA GRECIA
 
28 OTTOBRE 1940:
PERCHÉ L’ITALIA ATTACCÒ LA GRECIA
 

L’ULTIMATUM

Atene, 28 ottobre 1940, ore 3 del mattino. L’ambasciatore italiano Emanuele Grazzi si faceva ricevere dal premier-dittatore greco, Ioánnis Metaxás, e gli notificava un ultimatum dai toni inaccettabili: «Il governo italiano ha dovuto ripetutamente constatare come, nel corso dell’attuale conflitto, il Governo greco abbia assunto e mantenuto un atteggiamento che è in contrasto non solamente con quelle che sono le normali relazioni di pace e di buon vicinato tra due nazioni, ma con i precisi doveri che al governo greco derivano dalla sua condizione di Stato neutrale. (…) Il governo italiano è venuto pertanto nella determinazione di chiedere al governo greco, come garanzia della neutralità della Grecia e come garanzia della sicurezza dell’Italia, la facoltà di occupare con le proprie forze armate, per la durata del presente conflitto con la Gran Bretagna, alcuni punti strategici in territorio greco. Il governo italiano chiede al governo greco che esso non si opponga a tale occupazione e non ostacoli il libero passaggio delle truppe destinate a compierla. Queste truppe non si presentano come nemiche al popolo greco, e in nessun modo il governo italiano intende con l'occupazione temporanea di alcuni punti strategici, dettata da necessità contingenti e di carattere puramente difensivo, portare pregiudizio alla sovranità e alla indipendenza della Grecia. Il governo italiano chiede al governo greco che esso dia immediatamente gli ordini necessari perché tale occupazione possa avvenire in maniera pacifica. Ove le truppe italiane dovessero incontrare resistenze, tali resistenze saranno piegate con le armi e il governo greco si assumerebbe la responsabilità delle conseguenze che ne deriverebbero.»
Tre ore più tardi, dal territorio albanese, le truppe italiane varcavano la frontiera epirota e muovevano i primi passi in territorio ellenico. Aveva così inizio un episodio tra i più funesti per i destini italiani della seconda guerra mondiale. Un episodio, allo stesso tempo, fra i meno noti al grande pubblico e fra i meno investigati dalla storiografia divulgativa. Della “guerra di Grecia” si sa soltanto che questa fu un episodio della seconda guerra mondiale, un altro capitolo della politica avventuristica del deprecato regime, e che, fino al provvidenziale intervento dei tedeschi, vide il soccombere delle armi italiane. I meglio informati aggiungono che si sia trattato di una risposta affrettata di Mussolini ad una scorrettezza commessa da Hitler, pochi giorni prima, con la quasi-invasione della Romania.
Tutto qui. Ed è sconsolante constatare come, ancòra una volta, ci si ostini a trattare vicende così importanti e così complesse con un pressappochismo sconfortante, senza altro ausilio che non sia quello della vecchia propaganda di guerra anglosassone e, nel migliore dei casi, dei diari di Ciano. In realtà, la guerra fra Italia e Grecia non si presta a ricostruzioni semplicistiche, non può essere liquidata ironizzando sulle reni che Mussolini voleva spezzare; non era un piccolo incidente di percorso, bensì l’ultimo drammatico sviluppo di un secolare antagonismo mediterraneo, di una rivalità aspra, spigolosa, accresciuta e resa irriducibile dall’ingerenza di una potenza che mediterranea non era, ma che pretendeva di dominare incontrastatamente il Mediterraneo: l’Inghilterra.

 

UN PO’ DI STORIA: L’INGHILTERRA ALLA CONQUISTA DELLA GRECIA

Non è certamente questa la sede per ricapitolare – sia pure per sommi capi – la storia dell’indipendenza della Grecia moderna, ma qualche cosa deve comunque essere detta. Si rischia, altrimenti, di non avere gli elementi necessari per una esatta valutazione dei fatti che, nella prima metà del XX secolo, videro lo scontro fra Italia e Grecia: dall’affare di Giannina e Corfù nel 1923 fino, appunto, alla guerra del 1940-41. Le origini della vicenda possono addirittura farsi risalire agli anni ’20 ed ai primi anni ’30 del XIX secolo, quando la Grecia meridionale riusciva faticosamente a staccarsi dall’Impero Ottomano ed a raggiungere l’indipendenza; con il favore della Russia, che si atteggiava a protettrice delle popolazioni cristiane “asservite” ai turchi, e con l’ostilità – sia pur diplomaticamente dissimulata – dell’Inghilterra, sostenitrice del “dogma della intangibilità dell’Impero Ottomano”.
I primi anni dell’indipendenza ellenica erano caratterizzati da conflitti intestini, congiure e sommovimenti: tutti con protagonisti assoluti gli inglesi ed i loro sostenitori locali; questi appartenevano ad uno schieramento che si definiva “liberale”, ma che – non a caso – era meglio noto con la denominazione di “partito inglese”. L’episodio più clamoroso di questa prima caotica fase dell’indipendenza ellenica era il colpo-di-Stato del 1831 contro il “governatore” del neonato Regno di Grecia, Ioánnis Kapodístrias, che cadeva ucciso dai sicari del “partito inglese”. Kapodístrias era il padre dell’indipendenza ellenica, colui che aveva dato alle regioni peloponnesiache un esercito, una burocrazia e persino una moneta; era, cioè, il creatore del moderno Stato greco. Ma Kapodístrias era il referente dei russi, ed andava perciò eliminato.
Una sorte analoga – anche se in questo caso senza esiti funesti – era riservata al primo sovrano della Grecia moderna: il giovanissimo Ottone I di Wittelsbach, figlio del re Luigi di Baviera, romantico sostenitore della causa dell’indipendenza ellenica e cultore appassionato dell’eredità della Grecia classica, salito al trono nel 1833. Se Kapodístrias era stato il fondatore dello Stato greco moderno, Ottone (che del defunto Governatore era un ammiratore dichiarato) era colui che a tale Stato dava una forma compiuta, riuscendo a superare anche le drammatiche carenze finanziarie del nuovo Regno, spossato da dodici anni di guerre interne ed esterne, preda di una povertà endemica ed oberato – già all’indomani della sua nascita – da un debito estero di proporzioni abnormi. Re Ottone, che aveva anche il torto di aver abbracciato la causa del panellenismo (e quindi di postulare un ulteriore ridimensionamento dell’Impero Ottomano), era costretto ad abdicare nel 1862. L’anno seguente, dopo una lunga trattativa tra le “grandi potenze” europee, la corona ellenica era attribuita ad un altro nobile tedesco, il principe Guglielmo Giorgio di Glücksburg (Giorgio I), capostipite di una Dinastia che – salvo rare eccezioni – sarà sempre su posizioni anglofile. Parallelamente, la Gran Bretagna portava a termine l’occupazione di tutti i gangli dell’economia ellenica: direttamente o, più spesso, indirettamente, attraverso i finanzieri del Fanár (il quartiere greco di Costantinopoli) che erano entrati in società con determinati ambienti della City londinese.
Aveva così inizio il periodo di quella che i greci chiamano “xenocrazia”, cioè il potere degli stranieri; ovvero – con linguaggio più diretto – il lungo periodo del dominio britannico in Grecia. L’Inghilterra, peraltro, giocava con due mazzi di carte: il suo punto di riferimento nell’area estmediterranea restava sempre l’Impero Ottomano, ma contemporaneamente assumeva anche il padrinaggio della Grecia, rivale storica della Turchia. Quando poi, nel primo decennio del XX secolo, la crisi della Sublime Porta si palesava come irreversibile, Londra iniziava ad abbandonare gradualmente la vecchia pedina ottomana, aumentando il suo interesse per la Grecia.

 

LA NASCITA DEL CONTRASTO ITALO-GRECO

Bisognava, però, stornare l’attenzione di Atene da alcuni obiettivi storici dell’espansionismo panellenista, obiettivi che erano in realtà appetiti dalla stessa Gran Bretagna: primi fra tutti, Costantinopoli e la regione degli Stretti. Per far ciò, la diplomazia inglese utilizzava un comodo bersaglio: l’Italia. Giunta all’indipendenza solo nel 1861, la giovane nazione latina aveva dimostrato di guardare al Mediterraneo con una attenzione assolutamente non gradita a Londra, ma neanche ad Atene. Il primo obiettivo-schermo che la diplomazia britannica additava al rivendicazionismo panellenista era il Dodecanneso, l’arcipelago ottomano (ma etnicamente greco) che Roma aveva conquistato durante la guerra italo-turca (1911-12). Secondo obiettivo-schermo era la regione anatolica di Smirne, promessa nel 1915 all’Italia fra i compensi per il suo intervento nella prima guerra mondiale e pressoché contemporaneamente offerta alla Grecia, che infatti la occuperà poi nel 1919 (con tragiche conseguenze).
A quei due oggetti di contesa, se ne aggiungeva ben presto un terzo, quando l’Italia – all’indomani della Grande Guerra – prendeva le parti del neonato Principato d’Albania nella disputa per la fissazione del confine con il Regno di Grecia. Nuovo pomo della discordia era – dunque – l’Epiro, spartito fra le due nazioni confinanti e che entrambe avrebbero voluto acquisire in toto. La questione epirota deflagrava nel 1923, con l’eccidio presso Giannina della missione guidata dal generale Tellini per la fissazione del confine greco-albanese, cresceva con la successiva occupazione italiana di Corfù (facendo balenare anche la possibilità di uno scontro navale fra Italia e Inghilterra), esaurendosi poi – momentaneamente – quando l’Italia, ottenute solenni scuse ufficiali dal governo ellenico per un supposto coinvolgimento di Atene nel tenebroso affare, poneva termine – a malincuore – alla occupazione dell’isola.
In realtà, l’area epirota-corfiota non cesserà affatto di interessare la diplomazia dell’Italia fascista, che la vedeva come l’estremo meridionale della catena di possedimenti e di protettorati che avrebbero dovuto formare la costa orientale del “lago italiano” dell’Adriatico, da Trieste in giù: l’Istria, il Quarnaro, la Dalmazia, il Montenegro, l’Albania e – appunto – l’Epiro e la dirimpettaia isola di Corfù, che si affacciavano su quel canale d’Otranto che segnava il confine fra il mar Adriatico e lo Ionio. Atene – dal canto suo – percepiva questo interesse, ne avvertiva la pericolosità e cercava di blandire Roma, affermando e continuamente ribadendo la propria amicizia per l’Italia.

 

IL FASCISMO GRECO DI METAXÁS

I sentimenti amichevoli della Grecia erano certamente sinceri, ma avevano un limite oggettivo: la tradizionale sudditanza politica e la dipendenza economica dalla Gran Bretagna, che dopo la prima guerra mondiale era divenuta di fatto la padrona assoluta della politica estera (e militare) di Atene. E ciò a prescindere dalla politica interna della Grecia, che – come quella degli altri paesi balcanici – si mostrava sensibile al richiamo delle nuove idee fasciste che giungevano dall’Italia: ricordiamo la dittatura fascistoide del generale Pángalos (1925-26), le simpatie mussoliniane dello stesso leader liberale Venizélos (che con l’Italia firmava nel 1928 un trattato d’amicizia e collaborazione), il proliferare di movimenti fascisti o parafascisti nella prima metà degli anni ’30, e infine – il 4 agosto del 1936 – il colpo-di-Stato del generale Ioánnis Metaxás e l’instaurazione di quello che, con qualche approssimazione, viene per lo più considerato come un vero e proprio sistema fascista: il regime autoritario-corporativista della “Terza Civiltà Ellenica”, con tanto di milizie in camicia azzurra e di saluti romani.
Il generale Metaxás era un convinto emulo del fascismo ed un sincero amico dell’Italia, dove peraltro aveva soggiornato durante il suo esilio dopo la prima guerra mondiale. Era anche un amico della Germania: aveva studiato all’Accademia militare di Berlino, e in sèguito – divenuto capo di Stato Maggiore – aveva sostenuto la politica filotedesca di re Costantino I all’epoca della Grande Guerra. D’altro canto, la stessa denominazione del suo regime – la Terza Civiltà Ellenica – riecheggiava quella del Terzo Reich germanico. Ma, nonostante tutto ciò, il radicamento del dominio britannico sulla politica ellenica era tale che il neo-dittatore filoitaliano e filotedesco era costretto a continuare nella tradizionale diplomazia filobritannica del Regno di Grecia. La linea anglofila – aggiungiamo – era peraltro impersonata ed energicamente sostenuta dal re Giorgio II. E Metaxás – che era un monarchico convinto ed appassionato – non aveva l’ardire di spingersi fino a contrastare il volere del sovrano. Tutt’al più, si sforzava di moderarne gli eccessi. E ci sarebbe forse riuscito, se sull’altra sponda dell’Adriatico avesse trovato interlocutori più comprensivi e meno intransigenti. Viceversa, il governo di Roma non sembrava ammettere mezze misure: la Grecia avrebbe dovuto abbandonare l’alleanza inglese e schierarsi totalmente dalla parte dell’Italia; altrimenti, sarebbe stata considerata automaticamente come una nazione ostile. Questa era sempre stata la linea prevalente a Roma, pur con qualche attenuazione nei periodi di distensione con Londra. D’altro canto, l’intransigenza italiana non era un capriccio, ma promanava da ragioni oggettive: se la Grecia, infatti, permaneva nella sfera d’influenza britannica, la rivale Albania gravitava nell’orbita dell’Italia, la quale era perciò portata a sostenerne le ragioni anche in relazione al vecchio contenzioso epirota.

 

L’INVASIONE ITALIANA DELL’ALBANIA

Quando poi l’Italia, nell’aprile del 1939, invadeva l’Albania e la annetteva al suo Impero, la situazione si complicava; e non per colpa di Roma né di Atene. Mussolini e Metaxás, infatti, si intendevano perfettamente: il primo si impegnava sùbito a non avallare le pretese del nazionalismo albanese sulla Ciamuria (Epiro centrale), ed il secondo accoglieva la garanzia e non frapponeva ostacoli al regolamento della questione albanese secondo la convenienza italiana. Il premier britannico Chamberlain, invece, dopo avere in un primo tempo dichiarato che l’occupazione dell’Albania da parte italiana non minacciava gli interessi britannici, era quasi sùbito costretto a cambiare posizione. Il cosiddetto “partito anti-Monaco” (e cioè lo schieramento trasversale contrario alla politica di appeasement con la Germania) prendeva in quella occasione il sopravvento, riuscendo ad imporre anche una mossa dirompente sugli equilibri internazionali: la concessione di “garanzie” del governo inglese (e di quello francese) alle frontiere di alcuni Stati che si supponeva fossero minacciati dalle potenze totalitarie: la Romania da parte della Germania, la Turchia e la Grecia da parte dell’Italia. Le garanzie erano assolutamente pretestuose: la Germania non pensava minimamente alla Romania (minacciata invece dall’URSS) e, analogamente, la Turchia non aveva nulla da temere dall’Italia.
Quanto alla Grecia, la sua frontiera epirota era stata già garantita dall’Italia; anzi, personalmente, da Mussolini. La garanzia britannica, quindi, mirava semplicemente ad intorbidare – ancòra una volta – le acque dei rapporti italo-ellenici. Cosa puntualmente riuscita. L’anglofilo Giorgio I, infatti, riteneva di accogliere le garanzie britanniche: la qualcosa costituiva uno sgarbo evidente e clamoroso nei confronti dell’Italia e del suo Duce; il quale, da quel momento, non si sentirà più vincolato dalla garanzia da lui precedentemente offerta a Metaxás. L’accettazione da parte della Grecia della garanzia inglese era, perciò, certamente una concausa dei drammatici sviluppi che – due anni più tardi – porteranno al conflitto italo-ellenico.
Quella che chiameremo la “crisi delle garanzie”, quindi, determinava un brusco peggioramento nei rapporti fra Roma ed Atene; peggioramento che aveva immediate ripercussioni sullo scenario albanese. Qui – peraltro – si era determinata una situazione particolarissima, che sarà un’altra concausa notevole – forse la principale – dei successivi drammatici sviluppi. L’egocentrico Ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, aveva deciso di fare dell’Albania il suo feudo personale; forse, anzi, la pedana di lancio per l’agognata successione al suocero. La gran parte degli albanesi – dalla rudimentale classe dirigente agli strati più poveri della popolazione – lo ammirava e forse anche lo amava, perché a lui attribuiva il merito del defenestramento di re Zog e dell’ondata di sconosciuto benessere portato in terra schipetara dagli italiani. Qualche notabile lo avrebbe voluto addirittura come Re della nuova Albania italianizzata. Per il momento, comunque il “conte genero” si accontentava di governare il Regno d’Albania per interposta persona, attraverso il fedelissimo Francesco Jacomoni di San Savino, nominato Viceré. Anche il neonato Partito Fascista Albanese era, praticamente, una diretta emanazione della cerchia cianista: il suo primo segretario era Tefiq Mbroia, esponente di una famiglia schipetara legatissima al Ministro degli Esteri italiano.

 

L’INIZIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Lo scoppio della seconda guerra mondiale (1° settembre 1939) portava, naturalmente, ad un generale rimescolamento di carte: la Grecia era attratta dal progetto di un “blocco dei neutrali” capitanato dall’Italia, ed i rapporti fra i due paesi miglioravano nettamente. Si giungeva anche – il 20 settembre – alla firma di una “dichiarazione d’amicizia”; strumento diplomatico meno impegnativo di un trattato d’amicizia, ma certamente significativo. La situazione, però, degenerava rapidamente: l’Inghilterra – che avrebbe voluto aprire un nuovo fronte contro la Germania nei Balcani – faceva di tutto per compromettere la Grecia, per farla apparire come una pedina di cui poteva disporre liberamente; e l’Italia, sentendosi minacciata, reagiva rispolverando i progetti per una occupazione dell’Epiro e di Corfù. Solo la Germania – cui Metaxás si rivolgeva per stemperare gli ardori italici – sembrava realmente intenzionata a mantenere Atene fuori dal conflitto.
Nella mente di Galeazzo Ciano, frattanto, l’Albania andava assumendo un ruolo sempre più importante per i suoi progetti. Da qui, l’esigenza di ingraziarsi i maggiorenti schipetari anche con qualche tangibile apporto alla causa del rivendicazionismo panalbanese. Ora, data la difficoltà di contendere il Kosovo alla Jugoslavia (filotedesca, almeno in quella fase), l’obiettivo più semplice era certamente la Ciamuria tenuta dalla Grecia filoinglese.
Dunque, durante le sue frequenti visite a Tirana – e segnatamente durante quella del maggio 1940 – Galeazzo Ciano impartiva disposizioni perché si varassero disordini e provocazioni nell’Epiro centrale e perché la stampa schipetara evidenziasse un asserito disagio della popolazione albanofona di quella regione. In realtà gli albanesi ciamurioti, pur mantenendo uno stretto legame sentimentale con la madrepatria, si erano perfettamente integrati nella società ellenica, anche per motivazioni d’ordine religioso (erano infatti ortodossi, mentre l’Albania era musulmana al 70%).
Più tardi – nel luglio del ’41 – quando il diplomatico italiano Carlo Umiltà visiterà la Ciamuria occupata per predisporne l’eventuale annessione alla “Grande Albania”, sconsiglierà l’operazione (che infatti non si farà) ed evidenzierà il dilettantismo di chi la aveva organizzata: «Quali fossero state – annoterà nelle sue memorie – le ragioni che avevano determinato il nostro governo a caldeggiare un simile progetto, né io né molti altri italiani e albanesi, a Roma e a Tirana, siamo mai riusciti a sapere. (…) Evidentemente a Roma, quando avevano pensato alla Ciamuria e alla sua annessione all’Albania, erano stati sorpresi in buona fede e non avevano una idea esatta della pericolosa situazione.»

 

L’ENTRATA IN GUERRA DELL’ITALIA

Quando l’Italia entrava in guerra (10 giugno 1940), comunque, Mussolini dichiarava di non voler estendere il conflitto ai paesi vicini, citando espressamente la Grecia; ma aggiungeva che ciò sarebbe dipeso dall’atteggiamento di quei paesi. L’Inghilterra, a quel punto, accentuava le pressioni sul governo di Atene, richiedendo una ineludibile assistenza per le proprie navi in acque elleniche e facendo anche trapelare la notizia di una possibile occupazione di Corfù, a poche braccia di mare dalle coste pugliesi. La reazione italiana era immediata: il 6 luglio Mussolini varava un piano per l’occupazione di Corfù e dell’Epiro. Ciano entrava in agitazione, così come un altro aspirante guerriero, l’ex quadrumviro Cesare Maria De Vecchi che, in quanto governatore del Dodecanneso, riteneva di avere voce in capitolo su tutte le questioni relative alla Grecia. Lo spazio non ci consente di dilungarci al riguardo, ma vogliamo comunque citare due episodi emblematici: la campagna di stampa montata da Ciano per l’uccisione di un noto bandito epirota, fatto passare per un patriota albanese perseguitato dai greci; e il siluramento dell’incrociatore greco “Helli”, siluramento probabilmente riconducibile ad un ordine di De Vecchi.
Ma Hitler era deciso a mantenere la guerra lontana dai Balcani, e il 17 agosto il governo tedesco chiedeva ufficialmente a quello italiano di sospendere i preparativi per l’attacco alla Grecia. Roma onorava i doveri dell’alleanza, e fermava tutto. Era Berlino, invece, a tenere una condotta contraria agli impegni dell’Asse. L’8 ottobre la Germania firmava con la Romania un accordo militare, ed inviava a Bucarest una prima missione militare. Quattro giorni più tardi, con il pretesto di proteggere i pozzi petroliferi di Ploiesti, la Wehrmacht faceva il suo ingresso in Romania. Ai più – italiani compresi – l’operazione appariva come una occupazione mascherata e, per giunta, di una nazione che Roma considerava di proprio interesse.
In realtà, Hitler non aveva alcuna aspirazione territoriale nei confronti della Romania, ma iniziava soltanto a dislocare nel modo più opportuno le sue truppe in vista del prossimo attacco all’Unione Sovietica. Tuttavia – come in analoghe precedenti occasioni – nulla era stato comunicato a Mussolini; questi era perciò portato a ritenere che il colpo di Bucarest fosse soltanto un altro episodio della progressione tedesca verso quell’area balcanica che era l’obiettivo principale della politica diplomatica italiana. Era per questa ragione (e non per una ripicca isterica, come sembrerebbe trasparire dal diario di Ciano) che il Duce decideva l’attacco alla Grecia: con la Germania in avvicinamento rapido ai Balcani e all’Egeo, era indispensabile che l’Italia estendesse il suo controllo dall’Albania alla Grecia (non più soltanto all’Epiro), preparandosi poi a regolare la pratica jugoslava nel modo più confacente per i propri interessi.

 

LA GUERRA DI CIANO

Ciano era raggiante: non si prospettava più soltanto un accrescimento della “sua” Albania, ma addirittura la creazione di un secondo feudo balcanico, che egli era fermamente intenzionato a signoreggiare come il primo. Spediva, perciò, i suoi più fidati collaboratori albanesi ad Atene, con l’incarico di blandire e, occorrendo, anche di corrompere il maggior numero possibile di maggiorenti e di generali ellenici, di convincerli che l’arrivo degli italiani sarebbe stato per la Grecia l’inizio di una nuova fase di prosperità e di benessere, come per l’Albania. Ma l’effetto di queste ambascerie era del tutto controproducente, perché serviva soltanto ad accrescere l’allarme e l’ostilità nei confronti dell’Italia, anche da parte di quegli ambienti nazionalisti civili e militari che avversavano l’alleanza con la Gran Bretagna. Venivano al pettine, d’un colpo, tutti i nodi della secolare propaganda antitaliana alimentata dagli inglesi, ma anche quelli del pluridecennale contenzioso italo-ellenico: il Dodecanneso, l’occupazione di Giannina durante la prima guerra mondiale, un certo filokemalismo italico ai tempi della guerra in Asia Minore, il confine epirota, lo sbarco a Corfù, il perdurante sostegno alle rivendicazioni del nazionalismo albanese e, in ultimo, la serie di incidenti e qualche aggressione mascherata nei mari prospicienti le coste elleniche.
Ma tutto ciò non sembrava preoccupare minimamente il Ministro degli Esteri italiano né i suoi collaboratori albanesi. Ciano lasciava intendere che i generali greci fossero stati comprati e che alle truppe italiane sarebbe stata opposta una resistenza poco più che simbolica, mentre la Ciamuria sarebbe insorta come un sol uomo per accogliere a braccia aperte le truppe liberatrici. Tutto falso, tutto sbagliato, come i fatti dimostreranno inequivocabilmente nel giro di qualche settimana.
L’unico a mantenere la lucidità necessaria era il nostro ambasciatore ad Atene, Emanuele Grazzi, che ripetutamente segnalava al Ministero degli Esteri la difficoltà, la complessità e la pericolosità della situazione. Tutto inutile: il “generissimo” non teneva in alcun conto il parere dell’ambasciatore, ed anzi affidava a Curzio Malaparte (inviato ad Atene dal “Corriere della Sera” pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità) un messaggio assai poco protocollare: «Dì a Grazzi che lui può scrivere quello che vuole, ma tanto io la guerra alla Grecia gliela farò lo stesso.»
Il 28 ottobre 1940, così, l’Italia attaccava la Grecia, e Galeazzo Ciano aveva la “sua” guerra. Era un errore gravissimo, da cui sarebbero scaturite una serie di conseguenze fortemente negative: tra le altre, quella di sancire il nostro stato d’inferiorità nei confronti del potente alleato germanico, che sei mesi più tardi sarà costretto ad intervenire per toglierci da una situazione assai imbarazzante. La vulgata storiografica dominante non imputa con troppa severità la vicenda alla responsabilità del ministro degli Esteri, che viene assolto fra le righe, forse perché rappresentante di quell’anima “moderata” e filoinglese del regime che aveva talora assunto posizioni di fronda.
Più facile, certamente, attribuire tutte le responsabilità a Mussolini. Così come è certamente più facile e più comodo imputare all’Italia tutti i torti, facendo finta di ignorare le gravi colpe dell’Inghilterra, responsabile di una secolare azione volta a scavare un fossato incolmabile fra Italia e Grecia: due nazioni che, invece, avrebbero avuto tutto l’interesse a collaborare e ad operare di comune accordo nel Mediterraneo.

 
 
 
Per gentile concessione di Storia in Rete editoriale.
Rielaborazione da:

MICHELE RALLO: Perché andare a “spezzare le reni” alla Grecia?
(“Storia in Rete”, a. VI, n. 60, ottobre 2010)
 
 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

- Galeazzo CIANO: Diario (1937-1943). A cura di Renzo DE FELICE. Rizzoli, Milano, 1980.
- Emanuele GRAZZI: Il principio della fine. L’impresa di Grecia. Faro, Roma, 1945.
- Sebastiano VISCONTI-PRASCA: Io ho aggredito la Grecia. Rizzoli, Milano, 1946.
- Carlo UMILTÀ: Jugoslavia e Albania. Memorie di un diplomatico. Garzanti, Milano, 1947.
- Mario CERVI: Storia della guerra di Grecia. Sugar, Milano, 1966.
- Richard CLOGG: Storia della Grecia moderna. Bompiani RCS Libri, Milano, 1996.
- Michele RALLO: La Grecia, il panellenismo e il risorgimento balcanico (1814-1918). Settimo Sigillo, Roma, 2004.



 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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