Sarà
un caso, ma Pristina, la capitale dell’ultimo
nato fra gli Stati europei, si trova a quattro passi
da Sarajevo: più o meno – in linea d’area
– la distanza che separa Roma da Salerno. Fino
a non molti anni or sono, le due città facevano
parte della porzione musulmana della Jugoslavia comunista,
esattamente come – fino ad un secolo fa –
appartenevano al medesimo nocciolo duro del dominio
balcanico degli ottomani.
E speriamo che simiglianze ed analogie si fermino qui.
Speriamo che Prishtina non debba rappresentare per l’Europa
del XXI secolo ciò che Sarajevo ha rappresentato
per l’Europa del XX secolo: l’infrangersi
di equilibri risicati, l’inizio di una destabilizzazione
galoppante, il detonatore di esplosioni epocali. Già,
perché il pericolo della strana dichiarazione
d’indipendenza kosovara, voluta dagli americani,
è proprio questo: la destabilizzazione degli
assetti europei, un precedente devastante, un prevedibile
effetto “domino” che potrà investire
non soltanto la Russia (come è evidente) ma anche
altri paesi europei dell’est e dell’ovest,
fomentando separatismi e terrorismi dal Caucaso alla
penisola iberica, con l’aggravante di favorire
la nascita e il rafforzarsi di un “Islam europeo”
di cui – francamente – non si avvertiva
la mancanza.
Intendiamoci: il Kosovo è una regione oggi abitata
in larghissima parte da albanesi – ancor più
dopo i sommovimenti degli ultimi anni – e quindi
la sua indipendenza dalla Serbia è un fatto teoricamente
giusto. Sul piano pratico, però, l’evento
è tutt’altro che giusto e, soprattutto,
è del tutto inopportuno e sommamente pericoloso.
Ma, tant’è: l’America ha deciso,
e l’Europa – con qualche rara eccezione
– ha chinato disciplinatamente la testa. Tra i
più solerti, naturalmente, l’Italia, che
non sembra preoccuparsi del sorgere – a poche
braccia di mare dalle sue coste adriatiche – di
un terzo Stato islamico: dopo l’Albania e la Bosnia
(altra creatura americana), il Kosovo; senza contare
le consistenti minoranze musulmane in Macedonia (30%),
in Montenegro (18%) e in Bulgaria (12%).
Gli USA ed i loro alleati europei chiudono così
l’ultimo capitolo di quella fantasiosa opera chiamata
“Jugoslavia”, un’opera che loro stessi
avevano tenuto a battesimo alla fine della Prima Guerra
Mondiale, creando uno Stato artificiale che insidiava
la sicurezza dei confini orientali (terrestri e marittimi)
dell’Italia, peraltro rinnegando le promesse con
cui l’Intesa aveva carpito la nostra alleanza
e strappandoci – con la forza del ricatto economico
– Fiume e la Dalmazia. Adesso, dimentichi di essere
stati proprio loro i principali fautori dell’utopia
jugoslavista, gli americani tolgono l’ultimo petalo
al fiore di Belgrado: dopo la Slovenia, la Croazia,
la Macedonia Vardarica, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro…
adesso il Kosovo-Methodja. Perché? Certamente
per fare un dispetto a Mosca, la “grande madre
slava” protettrice della Serbia, per provocare
Putin, per rigettarlo sulle vecchie barricate della
“guerra fredda”. Ma, forse, non soltanto
per questo. Forse è l’Europa stessa l’obiettivo
delle molte azioni destabilizzatrici di una strategia
americana che – in caso contrario – sarebbe
francamente incomprensibile.
Ma non vogliamo avventurarci sui sentieri impervi della
politica e della fantapolitica, e preferiamo tornare
sui binari della storia, nel tentativo di ricostruire
le vicende che hanno portato – oggi – all’indipendenza
del Kosovo.
DAL
DOMINIO TURCO AL DOMINIO SERBO
Iniziamo col dire che il Kosovo è sempre stato
una marca di confine: ieri, tra la Serbia e l’Impero
Ottomano; oggi, tra la Serbia e l’Albania; ieri
come oggi – infine – tra la Cristianità
ortodossa e la penetrazione maomettana nell’Europa
Orientale. Questa contrapposizione è simbolizzata
dalla grande battaglia di Kosovo Polje (la “piana
dei Merli”) che, nel 1389, vide lo scontro epico
e sanguinosissimo tra le armate cristiane del principe
Lazar Hrebeljanovic e quelle musulmane del sultano Murad
I.
La nostra ricostruzione muove, però da un’epoca
più recente: dal 1912, alla vigilia di quelle
Guerre Balcaniche che avrebbero drasticamente ridisegnato
la mappa dell’Europa sud-orientale. All’epoca,
i possedimenti ottomani nella penisola balcanica erano
raggruppati in cinque grandi regioni (i “vilayet”):
Kosovo, Scutari, Jiannina, Monastir e Salonicco. Il
vilayet di Kosovo comprendeva – grosso modo –
il Kosovo propriamente detto e i “sanjiaccati”
(cioè le provincie) di Skoplje, a sud, e di Novi
Pazar, a nord; quest’ultimo era formato da una
striscia che si interponeva tra il regno di Serbia e
il principato del Montenegro.
Dopo il riassetto seguìto alle Guerre Balcaniche
ed all’espulsione pressoché totale della
Turchia dall’Europa, la Serbia, il Montenegro,
la Grecia e la neonata Albania si spartivano i territori
dei vilayet. Quello di Kosovo veniva suddiviso in tre
parti: Novi Pazar era diviso a metà fra Serbia
e Montenegro (che così raggiungevano una frontiera
comune), Skoplje veniva accorpata alla “banovina”
del Vardar (cioè alla Macedonia settentrionale)
ed annessa alla Serbia, ed il Kosovo propriamente detto
(grossomodo i territori di Mitrovica, Pec, Prishtina
e Prizren) assumeva una conformazione simile all’attuale
ed era parimenti assegnato alla Serbia, malgrado una
maggioranza albanese che comprendeva circa i due terzi
degli abitanti.
Naturalmente, il fatto che la popolazione kosovara fosse
in grande maggioranza formata da albanesi non impensieriva
né la Serbia né le “potenze”
europee che avevano avallato la spartizione dei territori
ex-ottomani. Belgrado mandava in Kosovo una gran massa
di coloni serbi (“ingegneria etnica”) e
dava l’avvio alle stragi di rito (“pulizia
etnica”). Le prime vittime della colonizzazione
erano circa 20.000 kosovari di etnia albanese (e turca),
sterminati metodicamente per far posto ai nuovi arrivati
serbi. La mattanza, interrotta dallo scoppio della Prima
Guerra Mondiale, riprendeva con nuova lena (e nuove
atrocità) alla fine del conflitto, mentre gli
abitanti di interi villaggi – scacciati dalla
loro terra – varcavano il confine e si rifugiavano
nel cosiddetto “Kosovo albanese”.
La popolazione di etnia schipetara si opponeva con la
forza alla forza dei serbi. Nasceva un forte movimento
di resistenza che saldava il primo abbozzo di un partito
nazionalista borghese (gli eredi della vecchia Lega
di Prizren) ai guerriglieri Kaçak
del leggendario capo Azem Bejta (e poi
della sua vedova Shota). Parallelamente, in una Albania
che pur stentava ancòra a trovare una propria
precisa identità nazionale, i primi circoli nazionalisti
(sostenuti dagli italiani, rivali dei serbi) guardavano
al Kosovo come ad un territorio irredento di cui si
rivendicava il ritorno nel seno della madrepatria etnica.
Il primo segnale in questa direzione si aveva nel novembre
1918, quando Hasan bey Prishtina – con il discreto
patrocinio del generale Settimo Piacentini comandante
delle truppe di spedizione italiane – costituiva
a Scutari il Comitato Nazionale per la Difesa
del Kosovo.
Da quel momento, le vicende della lobby kosovara confluivano
totalmente nel fiume in piena della politica interna
albanese. Prishtina diventava il primo capo di una specie
di “partito italiano” (e cioè di
una sorta di unione di tutti gli ambienti albanesi che
guardavano all’Italia come punto di riferimento
internazionale), che si contrapponeva ad un “partito
serbo” che – nei primi anni ’20 –
faceva capo ad un altro giovane di grandi ambizioni:
quello Zogu Zogolli bey Mathi che ricopriva allora la
carica di Ministro degli Interni e che sarà poi
Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica
e infine – passato dal campo serbo a quello italiano
– “Re degli Albanesi”.
Non possiamo in questa sede sintetizzare l’intera
vicenda della politica albanese e delle sue connessioni
con la questione kosovara, ma alcuni dati significativi
meritano comunque di essere ricordati. Primo evento
degno di nota è la designazione di Hasan bey
Prishtina alla guida del governo albanese; il capo kosovaro
si insediava il 6 dicembre 1921, ma le truppe di Zogu
lo defenestravano dopo pochi giorni, prima ancòra
che potesse nominare i ministri del suo governo. Altro
fatto notevole è – nel 1922 – la
marcia delle truppe kosovare di bey Prishtina e del
capo Bajram Curri attraverso tutta l’Albania settentrionale
e centrale, ed il loro assedio alla capitale Tirana;
assedio fallito solo per un episodio di corruzione riconducibile
ad agenti inglesi. Ed ancòra – nel 1923
– la partecipazione del Comitato kosovaro alla
creazione del cartello d’opposizione – nazionalista-borghese
e filoitaliano – denominato Bashkimi
Kombëtar (Unione Nazionale), che
vinceva le elezioni politiche che si svolgevano tra
il mese di dicembre ed il gennaio successivo.
Nel 1924 la scalata del movimento kosovaro al vertice
della politica albanese sembrava infine trionfare: gli
uomini di Bajram Curri costituivano il nucleo delle
truppe del Bashkimi Kombëtar
che, a giugno, marciavano su Tirana, cacciavano Zogu
e portavano al potere il vescovo ortodosso Fan Stylian
Noli, il capo della coalizione nazionalista. Noli insediava
un governo dai tratti nettamente italofili ed antiserbi,
che però aveva vita breve: Zogu tornava in patria
alla testa di un esercito armato dai serbi (e dagli
inglesi della Anglo-Persian Oil Company)
e costringeva alla fuga Fan Noli ed i kosovari. Aveva
inizio, da allora, un cupo quindicennio di potere zoghista.
Il bey del Mathi si insediava saldamente al potere,
deambulando disinvoltamente fra istituzioni repubblicane
e monarchiche, fra protettori serbi, italiani ed inglesi,
fino a quando – nel 1939 – gli italiani
non lo deporranno ed uniranno il Regno d’Albania
all’Impero fascista.
LA
LOBBY KOSOVARA IN ALBANIA E IL REGIME DI ZOGU
Durante tutto l’arco di quei quindici anni, l’antagonismo
fra Zogu ed i kosovari permarrà e rappresenterà
una costante della politica albanese, sia pure con intensità
diverse a seconda dei momenti. Dal canto loro, gli italiani
– anche nei momenti di maggiore vicinanza a Zogu
– diffideranno sempre del bey del Mathi e considereranno
la comunità kosovara d’Albania come il
loro migliore alleato; in particolare, continueranno
a guardare ad Hasan bey Prishtina come al vero capo
del “partito italiano”. Viceversa, Zogu
(dal 1928 re Zog I) continuava
a guardare a Prishtina come al suo nemico numero uno,
perseguitandolo e costringendolo ad espatriare. Il bey
kosovaro si rifugiava a Vienna, divenuta patria d’adozione
di tutti gli esuli ed i cospiratori balcanici. Lì
– d’intesa con l’abilissimo agente
italiano Vittorio Mazzotti – tesseva le fila di
una grande azione comune kosovaro-macedone-croata contro
la Jugoslavia; azione, naturalmente, tenuta rigorosamente
celata al sovrano albanese.
All’inizio del 1931, intanto, si diffondevano
voci circa un complotto italiano per esautorare Zog
e per elevare al trono albanese proprio il suo nemico
kosovaro. Le voci erano, almeno in parte, infondate;
ma un fallito attentato alla vita del Re ad opera di
un altro esponente filoitaliano – il ciamuriota
Aziz Cami – faceva precipitare la situazione.
Zog scatenava una vera e propria caccia all’uomo
che, nell’aprile 1933, si concludeva con l’uccisione
di Hasan bey Prishtina a Salonicco, altro crocevia dei
cospiratori balcanici.
Seguivano – malgrado i rapporti fra re Zog e gli
italiani continuassero ad essere quasi sempre formalmente
corretti – alcuni anni di intrighi e di lotte
feroci fra l’apparato zoghista ed il “partito
italiano” (ora guidato dal leader nazionalista-popolare
Mustafà Kruja), costellati anche da azioni violente
e da efferati fatti di sangue.
Ma la questione kosovara era adesso in minore evidenza,
soprattutto a far tempo dal 1935, quando in Jugoslavia
saliva al potere il filoitaliano Milan Stojadinovic;
ritornava in auge solo quattro anni dopo, nel 1939,
dopo la caduta di Stojadinovic e quando l’Italia
– a seguito dell’annessione dell’Albania
– si faceva ufficialmente portatrice delle istanze
del nazionalismo schipetaro.
IL
KOSOVO, L’ITALIA E LA “GRANDE ALBANIA”
L’occasione per dare concretezza al rivendicazionismo
albanese sul Kosovo si presentava infine durante la
Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, quando Berlino e
Roma scatenavano l’“operazione Maritza”
contro la Jugoslavia e la Grecia. All’attacco
contro le posizioni serbe in Kosovo e nella Macedonia
Vardarica (e contro quelle greche in Epiro) partecipavano
anche le forze militari albanesi, raggruppate in un
Gruppo Skanderbeg ed integrate
da quattro Legioni della Milizia Fascista
Albanese e dalle “bande” guerrigliere
delle Forze Irregolari Albanesi,
queste ultime rafforzate da una folta componente kosovara.
La blitzkrieg balcanica trionfava rapidamente, e l’assetto
della regione veniva radicalmente ridisegnato. La Grecia
era spartita in tre zone d’occupazione (italiana,
tedesca e bulgara) e tuttavia non veniva cancellata
dalla carta geografica. Non così la Jugoslavia,
le cui spoglie erano divise tra una rediviva Serbia
(sotto amministrazione militare tedesca), i restaurati
regni di Croazia (con la Bosnia-Erzegovina) e di Montenegro,
e le annessioni dei paesi confinanti. Tra queste ultime,
la più significativa era certamente quella del
Kosovo e del Dibrano (cioè della fascia più
occidentale della Macedonia Vardarica), che –
sotto gli auspici del governo italiano – erano
ricongiunti alla madrepatria albanese. Faceva eccezione
solamente la provincia più settentrionale di
Mitrovica (con una più densa componente etnica
serba), dichiarata autonoma e mantenuta sotto l’autorità
della Serbia (ad agosto verrà costituito il Governo
Nazionale Serbo del generale Nedic) e
dell’amministrazione militare tedesca (Militärbefehlshaber
Serbien).
Naturalmente, non erano tutti rose e fiori: l’amministrazione
autonoma di Mitrovica diventava un polo d’attrazione
per i sussulti delle componenti antitaliane del nazionalismo
albanese (incoraggiate dai tedeschi), mentre nel resto
del territorio il diplomatico italiano Carlo Umiltà
– nominato Commissario Civile per il Kosovo e
il Dibrano – aveva il suo daffare per proteggere
la popolazione serba dal rancore di quella albanese
e per evitare un immenso bagno di sangue. Il 28 giugno
1941 – comunque – pur con numerose pendenze
ancora non definite (oltre a Mitrovica, la Ciamurria,
nonché i confini con la Bulgaria e il Montenegro),
si procedeva all’incorporazione ufficiale dei
nuovi territori all’Albania. Tra manifestazioni
di giubilo popolare e giuramenti di imperitura riconoscenza
verso l’Italia e l’Asse, nasceva la Grande
Albania, risultante dall’unione
della “piccola Albania”, del Kosovo e del
Dibrano. Gli italiani lasciavano l’amministrazione
civile del territorio (Carlo Umiltà passerà
le consegne al suo omologo albanese Feizi bey Alizoti),
ma non quella militare: due Divisioni di fanteria rimanevano
a presidiare i nuovi distretti albanesi e, se non potranno
evitare del tutto una brutale sequela di violenze e
uccisioni, riusciranno comunque – con energici
e ripetuti interventi – ad impedire una gigantesca
pulizia etnica e ad assicurare il deflusso della parte
più esposta della popolazione slava verso la
Serbia e il Montenegro.
IL
KOSOVO NELLA JUGOSLAVIA COMUNISTA
Naturalmente, dopo la sconfitta dell’Italia nella
seconda guerra mondiale, si ritornava allo scenario
precedente: il Kosovo era riannesso alla risorta Jugoslavia,
i serbi tornavano ad essere padroni, e gli albanesi
tornavano ad essere oggetto di persecuzioni e angherie,
adesso condite in salsa comunista.
Una volta ritornato più o meno alla normalità,
il Kosovo era costituito in “provincia autonoma”
della Serbia (come la Vojvodina), gerarchicamente e
costituzionalmente al di sotto delle sei repubbliche
etniche costituenti la Repubblica Federativa Popolare
di Jugoslavia. Questa volta, tuttavia, gli strateghi
di Belgrado decidevano di non dare avvio ad un massiccio
afflusso di coloni serbi, la qualcosa determinava il
progressivo accentuarsi della connotazione albanese
della regione. Faceva eccezione, ancòra una volta,
la Mitrovica – e segnatamente la sua porzione
più settentrionale – che si confermava
come una sorta di prolungamento della Serbia in territorio
schipetaro. Per il resto, la popolazione kosovaro-albanese
(la più prolifica dell’intera Europa) riprendeva
a crescere e, di converso, quella kosovaro-serba diminuiva
la propria consistenza percentuale. Peraltro, dopo una
fase di feroce vendetta “antifascista” contro
intere popolazioni (e gli italiani di Istria e Dalmazia
ben lo ricordano!), il sistema titoista puntava decisamente
sulla convivenza pacifica delle varie etnie jugoslave
e, conseguentemente, la popolazione albanese del Kosovo
non subiva più i rigori della violenza serba,
quale si era manifestata nel periodo tra le due guerre
mondiali e sùbito dopo la seconda. Anzi, paradossalmente,
può dirsi che – soprattutto negli ultimi
anni del regime comunista-titoista – i serbi iniziassero
a sentirsi sempre più a disagio, sempre meno
tutelati, progressivamente sovrastati dalla costante
crescita dell’etnia schipetara.
La situazione si appesantiva nel 1980, quando la morte
del maresciallo Tito (che con il suo carisma e con il
suo draconiano apparato poliziesco aveva fino ad allora
assicurato l’unità del paese) riportava
improvvisamente la Jugoslavia all’atmosfera degli
anni ’40, con le varie etnie che tornavano a rivendicare
l’indipendenza e con un clima appesantito dalla
crisi del comunismo mondiale, che si materializzerà
negli anni seguenti. A fare precipitare le cose era
poi l’inadeguato successore di Tito, Slobodan
Milosevic, che indirizzava bruscamente il partito comunista
jugoslavo sui binari di un imperialismo panserbista
del tutto anacronistico, tentando di cavalcare il malcontento
dei serbo-kosovari e di indirizzarlo verso una linea
di contrapposizione frontale all’etnia schipetara.
Questa politica culminava – nel 1989 – con
la revoca delle prerogative autonomiste della provincia
kosovara e con una serie di misure (abolizione dell’albanese
come seconda lingua ufficiale della provincia, chiusura
delle scuole albanesi, sostituzione dei funzionari albanesi,
eccetera) del tutto assurde – se non ridicole
– considerato che gli albanesi costituivano ormai
circa il 90% della popolazione regionale.
LA
DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA E L’INDIPENDENZA
DEL KOSOVO
La puerile gestione della crisi kosovara da parte di
Milosevic segnava l’inizio della disgregazione
della Jugoslavia, con una serie ininterrotta di eventi
drammatici e clamorosi: una prima seppur inefficace
dichiarazione d’indipendenza da parte del Kosovo,
riconosciuta solo dall’Albania (luglio 1990);
l’indipendenza di Slovenia e Croazia (giugno 1991)
che dava la stura al quinquennio delle “guerre
jugoslave” (1991-1995); l’indipendenza della
Macedonia (settembre 1991); quella della Bosnia-Erzegovina
(aprile 1992) con la successiva suddivisione tra una
Repubblica Serba di Bosnia ed una Federazione che bene
o male rappresentava le componenti bosniaca e croata
(maggio 1994); la rivolta dell’UCK e l’inizio
della “guerra del Kosovo”, che seguìva
immediatamente la fine delle “guerre jugoslave”
(1995); l’intervento della NATO contro la Serbia
e la proclamazione del protettorato internazionale sul
Kosovo (1999); la fine di quel che restava della Jugoslavia
e la sua sostituzione con la confederazione di “Serbia
e Montenegro” (febbraio 2003); gli attacchi alle
chiese e ai monasteri cristiano-ortodossi in Kosovo
da parte di elementi musulmani (2004); la proclamazione
d’indipendenza del Montenegro e il ritorno della
Serbia ad un assetto territoriale simile a quello che
aveva preceduto le guerre mondiali (giugno 2006); e,
infine, la seconda dichiarazione d’indipendenza
del Kosovo dalla Serbia, indipendenza questa volta riconosciuta
dagli americani e dai loro seguaci oltre che dai paesi
islamici (17 febbraio 2008).
Si concludeva definitivamente – così –
l’esistenza dello Stato artificiale “jugoslavo”
che, al pari di quello “cecoslovacco”, era
stato creato dagli anglosassoni e dai francesi all’indomani
della Prima guerra mondiale, in totale dispregio al
tanto sbandierato “principio di nazionalità”
che avrebbe dovuto presiedere alla definizione delle
frontiere europee. Il Presidente statunitense del tempo
– Woodrow Wilson – era stato colui che aveva
tenacemente propugnato la nascita dello “Stato
trino” serbo-croato-sloveno, imponendo anche che
questo inglobasse vasti territori popolati da italiani.
Oggi, un altro Presidente statunitense – George
W. Bush – ha definitivamente sotterrato il corpo
mutilato della Jugoslavia.
La storia dirà quale dei due leader americani
potrà essere considerato il più nefasto
per gli equilibri e per gli interessi europei.
Per
gentile concessione di Storia in Rete Editoriale
Srl, tratto da:
MICHELE RALLO: Cossovo: Storia di una bomba a orologeria.
pubblicato sul n. 32 del mensile “Storia in
Rete” (giugno 2008) |
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Carlo UMILTA’: Jugoslavia
e Albania. Memorie di un diplomatico.
Garzanti editore, Milano, 1947.
Noel MALCOLM: Storia del Kosovo. Dalle origini
ai giorni nostri. Bompiani /
RCS Libri, Milano, 1999.
Michele RALLO: L’epoca delle rivoluzioni
nazionali, 1919-45. Volume 4: Albania e Kosovo.
Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2002.
|