Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 
 

ALBANIA E KOSOVO

Dicembre 1941: festeggiamenti per l’annessione del Kosovo e del Dibrano alla “Grande Albania” voluta dall’Italia

 
 
BREVE STORIA DEL KOSOVO MODERNO
(1912-2008)

Sarà un caso, ma Pristina, la capitale dell’ultimo nato fra gli Stati europei, si trova a quattro passi da Sarajevo: più o meno – in linea d’area – la distanza che separa Roma da Salerno. Fino a non molti anni or sono, le due città facevano parte della porzione musulmana della Jugoslavia comunista, esattamente come – fino ad un secolo fa – appartenevano al medesimo nocciolo duro del dominio balcanico degli ottomani.
E speriamo che simiglianze ed analogie si fermino qui. Speriamo che Prishtina non debba rappresentare per l’Europa del XXI secolo ciò che Sarajevo ha rappresentato per l’Europa del XX secolo: l’infrangersi di equilibri risicati, l’inizio di una destabilizzazione galoppante, il detonatore di esplosioni epocali. Già, perché il pericolo della strana dichiarazione d’indipendenza kosovara, voluta dagli americani, è proprio questo: la destabilizzazione degli assetti europei, un precedente devastante, un prevedibile effetto “domino” che potrà investire non soltanto la Russia (come è evidente) ma anche altri paesi europei dell’est e dell’ovest, fomentando separatismi e terrorismi dal Caucaso alla penisola iberica, con l’aggravante di favorire la nascita e il rafforzarsi di un “Islam europeo” di cui – francamente – non si avvertiva la mancanza.
Intendiamoci: il Kosovo è una regione oggi abitata in larghissima parte da albanesi – ancor più dopo i sommovimenti degli ultimi anni – e quindi la sua indipendenza dalla Serbia è un fatto teoricamente giusto. Sul piano pratico, però, l’evento è tutt’altro che giusto e, soprattutto, è del tutto inopportuno e sommamente pericoloso. Ma, tant’è: l’America ha deciso, e l’Europa – con qualche rara eccezione – ha chinato disciplinatamente la testa. Tra i più solerti, naturalmente, l’Italia, che non sembra preoccuparsi del sorgere – a poche braccia di mare dalle sue coste adriatiche – di un terzo Stato islamico: dopo l’Albania e la Bosnia (altra creatura americana), il Kosovo; senza contare le consistenti minoranze musulmane in Macedonia (30%), in Montenegro (18%) e in Bulgaria (12%).
Gli USA ed i loro alleati europei chiudono così l’ultimo capitolo di quella fantasiosa opera chiamata “Jugoslavia”, un’opera che loro stessi avevano tenuto a battesimo alla fine della Prima Guerra Mondiale, creando uno Stato artificiale che insidiava la sicurezza dei confini orientali (terrestri e marittimi) dell’Italia, peraltro rinnegando le promesse con cui l’Intesa aveva carpito la nostra alleanza e strappandoci – con la forza del ricatto economico – Fiume e la Dalmazia. Adesso, dimentichi di essere stati proprio loro i principali fautori dell’utopia jugoslavista, gli americani tolgono l’ultimo petalo al fiore di Belgrado: dopo la Slovenia, la Croazia, la Macedonia Vardarica, la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro… adesso il Kosovo-Methodja. Perché? Certamente per fare un dispetto a Mosca, la “grande madre slava” protettrice della Serbia, per provocare Putin, per rigettarlo sulle vecchie barricate della “guerra fredda”. Ma, forse, non soltanto per questo. Forse è l’Europa stessa l’obiettivo delle molte azioni destabilizzatrici di una strategia americana che – in caso contrario – sarebbe francamente incomprensibile.
Ma non vogliamo avventurarci sui sentieri impervi della politica e della fantapolitica, e preferiamo tornare sui binari della storia, nel tentativo di ricostruire le vicende che hanno portato – oggi – all’indipendenza del Kosovo.

DAL DOMINIO TURCO AL DOMINIO SERBO
Iniziamo col dire che il Kosovo è sempre stato una marca di confine: ieri, tra la Serbia e l’Impero Ottomano; oggi, tra la Serbia e l’Albania; ieri come oggi – infine – tra la Cristianità ortodossa e la penetrazione maomettana nell’Europa Orientale. Questa contrapposizione è simbolizzata dalla grande battaglia di Kosovo Polje (la “piana dei Merli”) che, nel 1389, vide lo scontro epico e sanguinosissimo tra le armate cristiane del principe Lazar Hrebeljanovic e quelle musulmane del sultano Murad I.
La nostra ricostruzione muove, però da un’epoca più recente: dal 1912, alla vigilia di quelle Guerre Balcaniche che avrebbero drasticamente ridisegnato la mappa dell’Europa sud-orientale. All’epoca, i possedimenti ottomani nella penisola balcanica erano raggruppati in cinque grandi regioni (i “vilayet”): Kosovo, Scutari, Jiannina, Monastir e Salonicco. Il vilayet di Kosovo comprendeva – grosso modo – il Kosovo propriamente detto e i “sanjiaccati” (cioè le provincie) di Skoplje, a sud, e di Novi Pazar, a nord; quest’ultimo era formato da una striscia che si interponeva tra il regno di Serbia e il principato del Montenegro.
Dopo il riassetto seguìto alle Guerre Balcaniche ed all’espulsione pressoché totale della Turchia dall’Europa, la Serbia, il Montenegro, la Grecia e la neonata Albania si spartivano i territori dei vilayet. Quello di Kosovo veniva suddiviso in tre parti: Novi Pazar era diviso a metà fra Serbia e Montenegro (che così raggiungevano una frontiera comune), Skoplje veniva accorpata alla “banovina” del Vardar (cioè alla Macedonia settentrionale) ed annessa alla Serbia, ed il Kosovo propriamente detto (grossomodo i territori di Mitrovica, Pec, Prishtina e Prizren) assumeva una conformazione simile all’attuale ed era parimenti assegnato alla Serbia, malgrado una maggioranza albanese che comprendeva circa i due terzi degli abitanti.
Naturalmente, il fatto che la popolazione kosovara fosse in grande maggioranza formata da albanesi non impensieriva né la Serbia né le “potenze” europee che avevano avallato la spartizione dei territori ex-ottomani. Belgrado mandava in Kosovo una gran massa di coloni serbi (“ingegneria etnica”) e dava l’avvio alle stragi di rito (“pulizia etnica”). Le prime vittime della colonizzazione erano circa 20.000 kosovari di etnia albanese (e turca), sterminati metodicamente per far posto ai nuovi arrivati serbi. La mattanza, interrotta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, riprendeva con nuova lena (e nuove atrocità) alla fine del conflitto, mentre gli abitanti di interi villaggi – scacciati dalla loro terra – varcavano il confine e si rifugiavano nel cosiddetto “Kosovo albanese”.
La popolazione di etnia schipetara si opponeva con la forza alla forza dei serbi. Nasceva un forte movimento di resistenza che saldava il primo abbozzo di un partito nazionalista borghese (gli eredi della vecchia Lega di Prizren) ai guerriglieri Kaçak del leggendario capo Azem Bejta (e poi della sua vedova Shota). Parallelamente, in una Albania che pur stentava ancòra a trovare una propria precisa identità nazionale, i primi circoli nazionalisti (sostenuti dagli italiani, rivali dei serbi) guardavano al Kosovo come ad un territorio irredento di cui si rivendicava il ritorno nel seno della madrepatria etnica. Il primo segnale in questa direzione si aveva nel novembre 1918, quando Hasan bey Prishtina – con il discreto patrocinio del generale Settimo Piacentini comandante delle truppe di spedizione italiane – costituiva a Scutari il Comitato Nazionale per la Difesa del Kosovo.
Da quel momento, le vicende della lobby kosovara confluivano totalmente nel fiume in piena della politica interna albanese. Prishtina diventava il primo capo di una specie di “partito italiano” (e cioè di una sorta di unione di tutti gli ambienti albanesi che guardavano all’Italia come punto di riferimento internazionale), che si contrapponeva ad un “partito serbo” che – nei primi anni ’20 – faceva capo ad un altro giovane di grandi ambizioni: quello Zogu Zogolli bey Mathi che ricopriva allora la carica di Ministro degli Interni e che sarà poi Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e infine – passato dal campo serbo a quello italiano – “Re degli Albanesi”.
Non possiamo in questa sede sintetizzare l’intera vicenda della politica albanese e delle sue connessioni con la questione kosovara, ma alcuni dati significativi meritano comunque di essere ricordati. Primo evento degno di nota è la designazione di Hasan bey Prishtina alla guida del governo albanese; il capo kosovaro si insediava il 6 dicembre 1921, ma le truppe di Zogu lo defenestravano dopo pochi giorni, prima ancòra che potesse nominare i ministri del suo governo. Altro fatto notevole è – nel 1922 – la marcia delle truppe kosovare di bey Prishtina e del capo Bajram Curri attraverso tutta l’Albania settentrionale e centrale, ed il loro assedio alla capitale Tirana; assedio fallito solo per un episodio di corruzione riconducibile ad agenti inglesi. Ed ancòra – nel 1923 – la partecipazione del Comitato kosovaro alla creazione del cartello d’opposizione – nazionalista-borghese e filoitaliano – denominato Bashkimi Kombëtar (Unione Nazionale), che vinceva le elezioni politiche che si svolgevano tra il mese di dicembre ed il gennaio successivo.
Nel 1924 la scalata del movimento kosovaro al vertice della politica albanese sembrava infine trionfare: gli uomini di Bajram Curri costituivano il nucleo delle truppe del Bashkimi Kombëtar che, a giugno, marciavano su Tirana, cacciavano Zogu e portavano al potere il vescovo ortodosso Fan Stylian Noli, il capo della coalizione nazionalista. Noli insediava un governo dai tratti nettamente italofili ed antiserbi, che però aveva vita breve: Zogu tornava in patria alla testa di un esercito armato dai serbi (e dagli inglesi della Anglo-Persian Oil Company) e costringeva alla fuga Fan Noli ed i kosovari. Aveva inizio, da allora, un cupo quindicennio di potere zoghista. Il bey del Mathi si insediava saldamente al potere, deambulando disinvoltamente fra istituzioni repubblicane e monarchiche, fra protettori serbi, italiani ed inglesi, fino a quando – nel 1939 – gli italiani non lo deporranno ed uniranno il Regno d’Albania all’Impero fascista.

LA LOBBY KOSOVARA IN ALBANIA E IL REGIME DI ZOGU
Durante tutto l’arco di quei quindici anni, l’antagonismo fra Zogu ed i kosovari permarrà e rappresenterà una costante della politica albanese, sia pure con intensità diverse a seconda dei momenti. Dal canto loro, gli italiani – anche nei momenti di maggiore vicinanza a Zogu – diffideranno sempre del bey del Mathi e considereranno la comunità kosovara d’Albania come il loro migliore alleato; in particolare, continueranno a guardare ad Hasan bey Prishtina come al vero capo del “partito italiano”. Viceversa, Zogu (dal 1928 re Zog I) continuava a guardare a Prishtina come al suo nemico numero uno, perseguitandolo e costringendolo ad espatriare. Il bey kosovaro si rifugiava a Vienna, divenuta patria d’adozione di tutti gli esuli ed i cospiratori balcanici. Lì – d’intesa con l’abilissimo agente italiano Vittorio Mazzotti – tesseva le fila di una grande azione comune kosovaro-macedone-croata contro la Jugoslavia; azione, naturalmente, tenuta rigorosamente celata al sovrano albanese.
All’inizio del 1931, intanto, si diffondevano voci circa un complotto italiano per esautorare Zog e per elevare al trono albanese proprio il suo nemico kosovaro. Le voci erano, almeno in parte, infondate; ma un fallito attentato alla vita del Re ad opera di un altro esponente filoitaliano – il ciamuriota Aziz Cami – faceva precipitare la situazione. Zog scatenava una vera e propria caccia all’uomo che, nell’aprile 1933, si concludeva con l’uccisione di Hasan bey Prishtina a Salonicco, altro crocevia dei cospiratori balcanici.
Seguivano – malgrado i rapporti fra re Zog e gli italiani continuassero ad essere quasi sempre formalmente corretti – alcuni anni di intrighi e di lotte feroci fra l’apparato zoghista ed il “partito italiano” (ora guidato dal leader nazionalista-popolare Mustafà Kruja), costellati anche da azioni violente e da efferati fatti di sangue.
Ma la questione kosovara era adesso in minore evidenza, soprattutto a far tempo dal 1935, quando in Jugoslavia saliva al potere il filoitaliano Milan Stojadinovic; ritornava in auge solo quattro anni dopo, nel 1939, dopo la caduta di Stojadinovic e quando l’Italia – a seguito dell’annessione dell’Albania – si faceva ufficialmente portatrice delle istanze del nazionalismo schipetaro.

IL KOSOVO, L’ITALIA E LA “GRANDE ALBANIA”
L’occasione per dare concretezza al rivendicazionismo albanese sul Kosovo si presentava infine durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1941, quando Berlino e Roma scatenavano l’“operazione Maritza” contro la Jugoslavia e la Grecia. All’attacco contro le posizioni serbe in Kosovo e nella Macedonia Vardarica (e contro quelle greche in Epiro) partecipavano anche le forze militari albanesi, raggruppate in un Gruppo Skanderbeg ed integrate da quattro Legioni della Milizia Fascista Albanese e dalle “bande” guerrigliere delle Forze Irregolari Albanesi, queste ultime rafforzate da una folta componente kosovara.
La blitzkrieg balcanica trionfava rapidamente, e l’assetto della regione veniva radicalmente ridisegnato. La Grecia era spartita in tre zone d’occupazione (italiana, tedesca e bulgara) e tuttavia non veniva cancellata dalla carta geografica. Non così la Jugoslavia, le cui spoglie erano divise tra una rediviva Serbia (sotto amministrazione militare tedesca), i restaurati regni di Croazia (con la Bosnia-Erzegovina) e di Montenegro, e le annessioni dei paesi confinanti. Tra queste ultime, la più significativa era certamente quella del Kosovo e del Dibrano (cioè della fascia più occidentale della Macedonia Vardarica), che – sotto gli auspici del governo italiano – erano ricongiunti alla madrepatria albanese. Faceva eccezione solamente la provincia più settentrionale di Mitrovica (con una più densa componente etnica serba), dichiarata autonoma e mantenuta sotto l’autorità della Serbia (ad agosto verrà costituito il Governo Nazionale Serbo del generale Nedic) e dell’amministrazione militare tedesca (Militärbefehlshaber Serbien).
Naturalmente, non erano tutti rose e fiori: l’amministrazione autonoma di Mitrovica diventava un polo d’attrazione per i sussulti delle componenti antitaliane del nazionalismo albanese (incoraggiate dai tedeschi), mentre nel resto del territorio il diplomatico italiano Carlo Umiltà – nominato Commissario Civile per il Kosovo e il Dibrano – aveva il suo daffare per proteggere la popolazione serba dal rancore di quella albanese e per evitare un immenso bagno di sangue. Il 28 giugno 1941 – comunque – pur con numerose pendenze ancora non definite (oltre a Mitrovica, la Ciamurria, nonché i confini con la Bulgaria e il Montenegro), si procedeva all’incorporazione ufficiale dei nuovi territori all’Albania. Tra manifestazioni di giubilo popolare e giuramenti di imperitura riconoscenza verso l’Italia e l’Asse, nasceva la Grande Albania, risultante dall’unione della “piccola Albania”, del Kosovo e del Dibrano. Gli italiani lasciavano l’amministrazione civile del territorio (Carlo Umiltà passerà le consegne al suo omologo albanese Feizi bey Alizoti), ma non quella militare: due Divisioni di fanteria rimanevano a presidiare i nuovi distretti albanesi e, se non potranno evitare del tutto una brutale sequela di violenze e uccisioni, riusciranno comunque – con energici e ripetuti interventi – ad impedire una gigantesca pulizia etnica e ad assicurare il deflusso della parte più esposta della popolazione slava verso la Serbia e il Montenegro.

IL KOSOVO NELLA JUGOSLAVIA COMUNISTA
Naturalmente, dopo la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, si ritornava allo scenario precedente: il Kosovo era riannesso alla risorta Jugoslavia, i serbi tornavano ad essere padroni, e gli albanesi tornavano ad essere oggetto di persecuzioni e angherie, adesso condite in salsa comunista.
Una volta ritornato più o meno alla normalità, il Kosovo era costituito in “provincia autonoma” della Serbia (come la Vojvodina), gerarchicamente e costituzionalmente al di sotto delle sei repubbliche etniche costituenti la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia. Questa volta, tuttavia, gli strateghi di Belgrado decidevano di non dare avvio ad un massiccio afflusso di coloni serbi, la qualcosa determinava il progressivo accentuarsi della connotazione albanese della regione. Faceva eccezione, ancòra una volta, la Mitrovica – e segnatamente la sua porzione più settentrionale – che si confermava come una sorta di prolungamento della Serbia in territorio schipetaro. Per il resto, la popolazione kosovaro-albanese (la più prolifica dell’intera Europa) riprendeva a crescere e, di converso, quella kosovaro-serba diminuiva la propria consistenza percentuale. Peraltro, dopo una fase di feroce vendetta “antifascista” contro intere popolazioni (e gli italiani di Istria e Dalmazia ben lo ricordano!), il sistema titoista puntava decisamente sulla convivenza pacifica delle varie etnie jugoslave e, conseguentemente, la popolazione albanese del Kosovo non subiva più i rigori della violenza serba, quale si era manifestata nel periodo tra le due guerre mondiali e sùbito dopo la seconda. Anzi, paradossalmente, può dirsi che – soprattutto negli ultimi anni del regime comunista-titoista – i serbi iniziassero a sentirsi sempre più a disagio, sempre meno tutelati, progressivamente sovrastati dalla costante crescita dell’etnia schipetara.
La situazione si appesantiva nel 1980, quando la morte del maresciallo Tito (che con il suo carisma e con il suo draconiano apparato poliziesco aveva fino ad allora assicurato l’unità del paese) riportava improvvisamente la Jugoslavia all’atmosfera degli anni ’40, con le varie etnie che tornavano a rivendicare l’indipendenza e con un clima appesantito dalla crisi del comunismo mondiale, che si materializzerà negli anni seguenti. A fare precipitare le cose era poi l’inadeguato successore di Tito, Slobodan Milosevic, che indirizzava bruscamente il partito comunista jugoslavo sui binari di un imperialismo panserbista del tutto anacronistico, tentando di cavalcare il malcontento dei serbo-kosovari e di indirizzarlo verso una linea di contrapposizione frontale all’etnia schipetara. Questa politica culminava – nel 1989 – con la revoca delle prerogative autonomiste della provincia kosovara e con una serie di misure (abolizione dell’albanese come seconda lingua ufficiale della provincia, chiusura delle scuole albanesi, sostituzione dei funzionari albanesi, eccetera) del tutto assurde – se non ridicole – considerato che gli albanesi costituivano ormai circa il 90% della popolazione regionale.

LA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA E L’INDIPENDENZA DEL KOSOVO
La puerile gestione della crisi kosovara da parte di Milosevic segnava l’inizio della disgregazione della Jugoslavia, con una serie ininterrotta di eventi drammatici e clamorosi: una prima seppur inefficace dichiarazione d’indipendenza da parte del Kosovo, riconosciuta solo dall’Albania (luglio 1990); l’indipendenza di Slovenia e Croazia (giugno 1991) che dava la stura al quinquennio delle “guerre jugoslave” (1991-1995); l’indipendenza della Macedonia (settembre 1991); quella della Bosnia-Erzegovina (aprile 1992) con la successiva suddivisione tra una Repubblica Serba di Bosnia ed una Federazione che bene o male rappresentava le componenti bosniaca e croata (maggio 1994); la rivolta dell’UCK e l’inizio della “guerra del Kosovo”, che seguìva immediatamente la fine delle “guerre jugoslave” (1995); l’intervento della NATO contro la Serbia e la proclamazione del protettorato internazionale sul Kosovo (1999); la fine di quel che restava della Jugoslavia e la sua sostituzione con la confederazione di “Serbia e Montenegro” (febbraio 2003); gli attacchi alle chiese e ai monasteri cristiano-ortodossi in Kosovo da parte di elementi musulmani (2004); la proclamazione d’indipendenza del Montenegro e il ritorno della Serbia ad un assetto territoriale simile a quello che aveva preceduto le guerre mondiali (giugno 2006); e, infine, la seconda dichiarazione d’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, indipendenza questa volta riconosciuta dagli americani e dai loro seguaci oltre che dai paesi islamici (17 febbraio 2008).
Si concludeva definitivamente – così – l’esistenza dello Stato artificiale “jugoslavo” che, al pari di quello “cecoslovacco”, era stato creato dagli anglosassoni e dai francesi all’indomani della Prima guerra mondiale, in totale dispregio al tanto sbandierato “principio di nazionalità” che avrebbe dovuto presiedere alla definizione delle frontiere europee. Il Presidente statunitense del tempo – Woodrow Wilson – era stato colui che aveva tenacemente propugnato la nascita dello “Stato trino” serbo-croato-sloveno, imponendo anche che questo inglobasse vasti territori popolati da italiani. Oggi, un altro Presidente statunitense – George W. Bush – ha definitivamente sotterrato il corpo mutilato della Jugoslavia.
La storia dirà quale dei due leader americani potrà essere considerato il più nefasto per gli equilibri e per gli interessi europei.

Per gentile concessione di Storia in Rete Editoriale Srl, tratto da:
MICHELE RALLO: Cossovo: Storia di una bomba a orologeria.
pubblicato sul n. 32 del mensile “Storia in Rete” (giugno 2008)

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Carlo UMILTA’: Jugoslavia e Albania. Memorie di un diplomatico. Garzanti editore, Milano, 1947.
Noel MALCOLM: Storia del Kosovo. Dalle origini ai giorni nostri. Bompiani / RCS Libri, Milano, 1999.
Michele RALLO: L’epoca delle rivoluzioni nazionali, 1919-45. Volume 4: Albania e Kosovo. Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2002.

 


 

 

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