Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

ROMANIA

 
 
I centri della resistenza anticomunista in Romania (1948-1960)

 
LA RESISTENZA ANTICOMUNISTA IN ROMANIA NEL SECONDO DOPOGUERRA
di Alberto Rosselli

Nel settembre del 1944, allorquando le armate sovietiche occuparono la Romania abbattendo il regime del maresciallo Antonescu, alcuni reparti dell’Esercito Regolare romeno guidati da ufficiali fedeli al Re Michele e al maresciallo decisero di darsi alla macchia e di proseguire la guerriglia contro i russi e le forze collaborazioniste del nuovo regime filo-comunista installatosi a Bucarest. Di pari passo con l’inasprirsi dei processi e delle esecuzioni sommarie indetti e ordinate dai commissari politici sovietici contro migliaia di ufficiali e soldati del vecchio esercito nazionale e con il progressivo instaurarsi di un duro regime marxista succube di Mosca, questo piccolo esercito fantasma iniziò ad ingrandirsi, accogliendo nelle proprie file anche diverse centinaia di civili, soprattutto contadini, perseguitati a causa della loro fede cristiana.
Nell’ottobre del 1945, il PCR (Partito Comunista Romeno), formazione saldamente sostenuta da Mosca, tenne la sua prima conferenza annuale e Stalin appoggiò la nomina di Gheorghiu Dej quale segretario del partito, affiancato da altri tre leader: Ana Pauker, Vasile Luca e Teohari Georgescu. Nel dicembre 1945, gli Stati Uniti denunciarono i primi soprusi del Partito Comunista Romeno ai danni delle altre formazioni politiche democratiche, reclamando Petru Groza quale incaricato per la nomina dei membri dei partiti di opposizione: richiesta che Stalin avvallò soltanto in parte.
Nella seconda metà del 1947, i comunisti, che lentamente stavano prendendo possesso del paese e delle sue istituzioni, incominciarono ad accanirsi contro gli schieramenti politici del paese, facendone arrestarne i leader e mandandone parecchi in esilio. Successivamente, il governo, ormai in pugno al movimento marxista, dissolse il Partito Nazionale Contadino e il Partito Nazionale Liberale. Nell’ottobre 1947, Iulius Maniu, il suo vice Ion Mihalache e altri collaboratori, vennero arrestati dagli uomini del braccio armato del ministero degli Interni, il Departamentul Securitatii Statului, meglio noto come Securitate, processati per presunta cospirazione ai danni del nuovo esecutivo e condannati all’ergastolo (nel 1956, il governo di Bucarest farà sapere che Maniu era morto in prigione quattro anni prima).
Alla fine del 1947, il Partito Comunista avviò la seconda fase del suo piano, facendo incarcerare anche un buon numero di esponenti socialisti che avevano collaborato con essi nella presa del potere. E dopo essersi sbarazzati di tutti i possibili oppositori esterni e interni, nel dicembre 1947 Petru Groza e Gheorghiu-Dej si incontrarono con il re Michele, intimandogli di abdicare. Il re rifiutò diverse volte, ma alla fine fu costretto ad accettare. Dopo l’esilio del re, nel paese si instaurò un regime rigidamente ispirato al modello moscovita. Sul finire degli ultimi anni ‘50 la Romania iniziò tuttavia a prendere le distanze dal Cremlino e ad intraprendere una sua politica estera indipendente, sotto la guida di Gheorghiu-Dej (1952-65) prima e di Nicolae Ceausescu (1965-1989) poi. Nel 1968, Ceausescu condannò l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, guadagnandosi le lodi e gli aiuti economici dell’Occidente. Ma se in politica estera il leader romeno si dimostrò abile, in politica interna la sua guida risultò disastrosa e particolarmente crudele nei confronti della popolazione. Quasi tutti i suoi grandiosi progetti, come la costruzione del canale Danubio-Mar Nero, si rivelarono infatti un totale fallimento. La Securitate (la polizia segreta comunista) terrorizzò il paese e soppresse tutte le voci di dissenso. Nel 1985, il sistema economico romeno entrò in una profonda crisi, e per fare fronte al crescente debito estero, Ceausescu, che nel frattempo aveva speso milioni di dollari per costruire regge e lussuosi palazzi per sé e per la sua corte di burocrati e militari, varò una serie di folli provvedimenti (come l’esportazione totale di tutti i prodotti agricoli nazionali) tali da affamare il paese.
A fronte della carestia e della spaventosa penuria di generi alimentari e di medicinali, Ceausescu, sua moglie Elena e una stretta cerchia di alti collaboratori, continuarono comunque a vivere in un lusso sfrenato e dalle connotazioni quasi patologiche. Nel 1986, quasi tutti i generi alimentari vennero razionati e in alcune regioni la gente iniziò a morire di inedia. Nel 1947, a Brasov, la Securitate soffocò nel sangue le prime manifestazioni di piazza. Il 15 dicembre del 1989, a Timisoara un religioso, padre Laslo Tokes, scagliò pesanti accuse contro il “tiranno” Ceausescu. Era il preludio della rivolta. La Chiesa Riformata di Romania cercò di rimuovere il sacerdote dal suo incarico, ma il popolo si oppose. Gli scontri tra i dimostranti e la Securitate proseguirono per quattro giorni. Il 19 dicembre parte dell’esercito aderì alla rivolta. E il 21 dicembre gli operai di Bucarest fischiarono Ceausescu durante un suo discorso ufficiale. Subito dopo iniziarono gli scontri per le strade della capitale tra i reparti della polizia e la popolazione, ormai appoggiata da parte dell’esercito. Il giorno seguente i coniugi Ceausescu cercarono di fuggire dal paese, ma furono arrestati, giudicati da una corte improvvisata e giustiziati da un plotone di esecuzione il giorno di Natale. Il resto è storia recente.

La guerriglia anticomunista in Romania 1944-1956
Tra la fine del 1944 e la primavera del 1945, la regione montuosa della Transilvania divenne il centro di raccolta di svariati nuclei di resistenza antisovietica composti da ex-militari del vecchio esercito e anche da civili. In questi gruppi confluirono molti elementi della folte minoranze etniche ungherese e tedesca presenti in Romania. Già nell’autunno del ‘44, dopo la ritirata della Wehrmacht, centinaia di contadini e allevatori di origine germanica si erano armati e rifugiati nelle foreste di questa selvaggia regione, per sfuggire alle rappresaglie del nuovo esercito romeno schieratosi con i russi. E per un breve periodo, queste anomale formazioni erano riuscite, via radio, a mantenere i contatti con la Germania. Tanto è vero che attraverso un’operazione aerea segreta (Fallschirmschpringer-Aktion) la Luftwaffe cercò per un certo periodo di sostenerle mediante aviolanci di armi, munizioni e rifornimenti. Anche i servizi segreti tedeschi, avvalendosi dei reparti FAK (Front Aufklarungs Kommando) che in precedenza, tra il 1942 e il 1944, avevano appoggiato la guerriglia dei nazionalisti e anticomunisti delle regioni caucasiche, riuscirono a fare pervenire ai ribelli della Transilvania qualche aiuto, più alcuni agenti ed istruttori militari.
Diversa rilevanza e specificità assunsero invece, nel dopoguerra, le analoghe operazioni di soccorso elaborate dai servizi segreti anglo-americani. Queste iniziarono ad essere studiate allorquando il giovane re Michele esautorò il maresciallo Antonescu (personaggio ormai troppo compromesso ed inviso sia ai russi che alle potenze occidentali) nel tentativo di riavvicinare la Romania agli alleati democratici, preservandola così dal pericolo marxista. Nell’agosto del 1944, Washington incaricò il funzionario dell’OSS Frank Wisner di varare un piano preliminare (chiamato in codice Hammerhead) avente come scopo la raccolta di tutte le informazioni inerenti la situazione politica interna romena e i possibili collegamenti da avviare con gruppi politici e militari filo-occidentali presenti nel paese. Tuttavia, fu soltanto nel 1946 che questo materiale venne opportunamente rielaborato dagli analisti dell’intelligence statunitense. A quel punto Washington fu in grado di avvallare la pianificazione di 14 operazioni segrete da effettuare in determinate aree geografiche della Romania con l’utilizzo di agenti occidentali e mezzi aerei di supporto. Nel febbraio dello stesso anno, il maggiore Thomas Hall e il tenente Ira Hamilton, inviati all’uopo a Bucarest, passarono alla seconda fase del piano, scandagliando, in barba ai servizi di sicurezza sovietici, la Transilvania e la Bucovina, e riuscendo a localizzare e a contattare per la prima volta alcuni esponenti di gruppi armati clandestini disposti a scatenare nel paese, al momento opportuno, e con il concorso occidentale, una vera e propria rivolta anticomunista.
L’opportunità di stabilire solidi collegamenti tra i servizi anglo-americani e i gruppi resistenziali già presenti sul territorio ed anche alcuni esponenti politici di Bucarest contrari alla sovietizzazione del paese, giunse all’inizio del 1948 quando l’ultimo capo di gabinetto “bianco”, il generale Nicolae Radescu (fuggito in Occidente nel 1946) si rivolse ai vertici del Dipartimento di Stato statunitense, dichiarandosi disposto a partecipare e coordinare un’eventuale guerriglia antigovernativa. Radescu, la cui proposta venne però considerata prematura, stilò un dettagliato rapporto in cui, tra le altre cose, egli lasciava intravedere il possibile reclutamento ed inserimento di “circa 20.000 romeni in fase di fuga in Occidente” in una forza combattente da utilizzare in operazioni di infiltrazione ed affiancamento alle forze ribelli già presenti nel paese. Come annotò lo stesso Radescu, la cooptazione di almeno una parte di questi fuggiaschi sarebbe risultata di grande utilità, senza considerare che avrebbe salvato questi ultimi dal degrado morale e materiale conseguente il loro stato di esuli. Radescu propose ai servizi statunitensi di selezionare i profughi trasferendoli in speciali campi di addestramento per militarizzarli e prepararli a future azioni di guerriglia. Contestualmente, il leader non ebbe difficoltà nell’ammettere che buona parte di questi elementii, oltre ad appartenere alla folta minoranza tedesca presente in Romania, in passato avevano anche manifestato forti simpatie per la Germania. A tal punto che, tra il 1941 e il 1944, alcune migliaia di essi avevano militato in formazioni della Wehrmacht e delle SS (e prima ancora nel corpo delle Guardie di Ferro). Annotazione, quest’ultima, che lasciò abbastanza indifferenti gli americani, già al corrente della cosa. Come annotò James McCargar, un agente del Foreign Service, che dopo essere stato inviato segretamente in l’Ungheria, si mise in contatto con le bande partigiane romene, “gli uomini che in passato hanno fatto parte della Guardia di Ferro, quali che siano stati i loro ideali, sono da considerare – grazie anche al tipo di addestramento ricevuto durante la guerra – gli elementi più adatti da reclutare”. Con il passare del tempo, i gruppi ribelli romeni operativi in patria ebbero modo di dimostrare tutto il loro valore, resistendo come, se non meglio, alla pressione esercitata su di essi dalle preponderanti forze di polizia russe e governative, rispetto alle similari organizzazioni partigiane baltiche (almeno così sostiene lo storico e politologo Peter Grose).
Nella primavera del 1949, sulla base dei rapporti stilati dai servizi anglo-americani, si evince, infatti, che unità partigiane “bene armate e addestrate” operanti in Transilvania e in altre zone, abbiano respinto con efficacia molteplici attacchi sferrati dalle unità speciali della NKVD e da quelle di Bucarest, “grazie anche all’appoggio della locale popolazione contadina”. Fu proprio sulla base di queste informazioni che i vertici della CIA decisero di inviare nella capitale romena l’agente speciale Gordon Mason al quale venne affidato il compito di raccogliere tutte le informazioni inerenti l’attività militare e politica dei gruppi clandestini, evitando tuttavia di stabilire contatti diretti con i loro capi. L’anno seguente, Mason fu in grado di confermare a Washington i brillanti risultati conseguiti nel frattempo “da almeno 11 gruppi di resistenza armata (forti, complessivamente, di 30.000 uomini), operanti nei Carpazi centrali, della zona danubiana, nelle paludi del fiume Prut, in Bucovina e in Moldavia settentrionale”. Notizia, quest’ultima, che indusse finalmente la CIA ad autorizzare Mason ad incontrasi segretamente con i leader delle formazioni alla macchia, riferendo ad essi che gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a fornire finanziamenti e partite di armi, munizioni ed apparecchiature radio. Mason, che riteneva di avere avuto già modo di valutare appieno la situazione, ritenne opportuno accelerare i tempi e richiedere all’intelligence statunitense l’inoltro immediato per via aerea in Romania dei suddetti materiali, ma anche di commando romeni da impiegare successivamente in una serie di operazioni di sabotaggio. Richiesta, questa, che venne accolta dalla CIA. Tanto è vero che, nell’arco di alcune settimane, gli americani reclutarono personale specializzato e volontari romeni in esilio e misero in piedi una base operativa ubicata nei pressi di un aeroporto non lontano da Atene. Da questo sito, tra il 1950 e il 1953, alcuni bimotori Douglas C47 effettuarono una serie di missioni nei cieli della Romania, paracadutando commando, dotati di armamento leggero, impianti radio, denaro e documenti falsi. Ma stando a fonti americane, soltanto occasionalmente questi nuclei, una volta giunti nel loro paese, riuscirono a stabilire contatti con i partigiani. Il più delle volte, infatti, i manipoli inviati vennero rapidamente individuati ed eliminati dalle forze di sicurezza comuniste e sovietiche, allertate dal controspionaggio di Mosca preventivamente informato dalla spia Philby.
Nel 1948, il governo di Bucarest accelerò l’eliminazione degli ultimi partiti politici e delle associazioni patriottiche ancora attivi sul territorio, procedendo nel contempo in una vasta campagna di repressione nei confronti delle congregazioni religiose e delle minoranze etniche del paese, e varando un vasto processo di collettivizzazione delle terre coltivate. La sovietizzazione dell’agricoltura (che portò, tra l’altro, all’arresto di circa 80.000 contadini simpatizzanti del vecchio partito di Iulius Maniu) verrà ultimata, tra mille difficoltà, soltanto nel 1962, ma con riscontri pratici assai modesti. Tra il 1948 e il 1949, una serie ininterrotta di sequestri di proprietà e di processi ai danni di piccoli e medi agricoltori, indusse un migliaio tra proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni montane della Romania per unirsi alle forze partigiane. Confluiti nelle formazioni ribelli, questi gruppi di guerriglieri-contadini – composti ciascuno da 10/15 elementi, non di rado guidati da ex-ufficiali dell’esercito - sopravvissero e continuarono a combattere per anni (alcuni nuclei rimasero in armi fino al 1960), grazie anche al sostegno della popolazione e, in parte, a quello del clero.
Nel 1949, gli ufficiali anticomunisti datisi alla macchia sulle montagne della Vrancea, suddivisero il loro piccolo ma battagliero esercito (composto da 2.000 uomini) in due sezioni: la ‘junior’ (formata dagli elementi più giovani e addestrati, impiegabili nelle azioni militari) e la ‘senior’ (composta da elementi di età superiore ai 40 anni, adoperati nelle comunicazioni, nei trasporti e nella logistica). Nell’inverno del 1949, una spia governativa che si spacciò per un perseguitato del regime, riuscì ad infiltrarsi in uno dei due gruppi, provocando lo smantellamento da parte dei reparti speciali di polizia romeni dell’intera organizzazione clandestina della Vrancea. Secondo i rapporti della Securitate, nel corso di questa operazione, svoltasi tra il dicembre 1949 e il gennaio 1950, tutti i ribelli catturati, compresi quelli feriti, vennero eliminati con un colpo di pistola alla nuca e sotterrati in fosse comuni dopo essere stati denudati e i loro visi resi irriconoscibili con impasti di acqua e calce viva.
Nel corso della lunga guerriglia condotta dai gruppi partigiani romeni, ebbero modo di mettersi in evidenza alcuni leader dotati di particolare carisma e di indubbie qualità militari ed organizzative, tra cui Gheorghe Arsenescu che con il suo reparto combatté sulle montagne intorno a Fagaras fino al 1952, infliggendo alle forze governative gravi perdite. Tuttavia, verso la fine del ‘52, questo capobanda scomparve misteriosamente, per poi ricomparire all’improvviso nel 1959 e venire arrestato dalla polizia l’anno seguente. Condotto nella prigione di Campulung Muscel, Arsenescu fu sottoposto a torture di ogni tipo ed infine costretto a suicidarsi. Nella zona di Fagaras, un altro gruppo di guerriglieri, guidato da un ingegnere, tale Gavrilachw, si batté strenuamente fino al 1956 per poi soccombere anch’esso. Lo stesso anno, sempre in un agguato, le forze speciali romene e della NKVD riuscirono a catturare il forse più famoso leader partigiano romeno, Altromitru Moldoveanu. Tradotto in carcere, prima di essere strangolato con un filo di ferro dai suoi aguzzini, Moldoveanu subì prolungate torture nel vano tentativo di estorcergli informazioni. Sempre nel 1956, in Transilvania, una altro manipolo di patrioti venne circondato dai reparti speciali comunisti e costretto alla resa dopo un breve ma violento combattimento, al termine del quale l’intero gruppo venne passato per le armi. Ed anche gli abitanti del vicino villaggio, accusati dalla polizia di avere dato aiuto ai ribelli, seguirono la stessa sorte. In quella circostanza, i miliziani comunisti liquidarono non meno di 900 civili, tra cui molte donne, vecchi e bambini, accatastando poi i loro cadaveri nelle capanne e nella chiesa del villaggio che vennero dati alle fiamme con fascine di legno intrise di benzina.
Proprio in questo periodo si colloca la storia di Elisabeta Rizea, una partigiana (morta il 6 settembre 2003, alla venerabile età di 91 anni) diventata l’eroina dell’intero movimento resistenziale. Unitasi ai ribelli nel 1945, la Rizea trascorse quattro anni sui monti, svolgendo diverse mansioni di supporto ed operando come staffetta. Catturata dalla milizia comunista nel 1949 e condannata a sette anni di prigione, la donna venne sottoposta ad ogni sorta di violenza fisica e psicologica. Nel 1961, allorquando il leader anticomunista Gheorghe Arsenescu fu imprigionato, senza alcun apparente motivo il tribunale di Bucarest affibbiò alla Rizea una seconda condanna a 25 anni di carcere duro. Ma fortunatamente, tre anni più tardi, in seguito ad un’amnistia, la donna venne graziata.
Come si è accennato, parte del clero romeno cercò - almeno in alcuni casi - di dare copertura e sostegno alle formazioni ribelli, andando però incontro a pesanti ritorsioni da parte del governo, peraltro già ben deciso ad eliminare qualsiasi forma di credo religioso. Fino dall’autunno del 1944, dietro indicazioni di Stalin, l’esecutivo del Partito Comunista Romeno aveva pianificato la rapida “nazionalizzazione” e sottomissione delle chiese ortodossa e cattolica. Una volta preso il potere, l’esecutivo marxista incominciò ad occuparsi per prima della Chiesa ortodossa, guidata dal patriarca Nicodim Munteanu, uomo profondamente avverso al regime. E nell’arco di un paio di anni, vescovi, monaci e preti furono isolati o condannati a lunghe pene detentive o ai lavori forzati, in particolare nel famoso “campo” di Peninsule, situato nelle vicinanze del gigantesco cantiere di costruzione del canale Danubio-Mar Nero. Nel 1948, il nuovo patriarca ortodosso, Iustinian, riuscì a trovare una specie accordo con il regime, tale da consentire alla sua Chiesa di continuare, seppure tra notevoli limitazioni, le sue funzioni. Negli anni che seguirono - ed in particolare dopo la morte di Stalin, nonostante le sbandierate “aperture democratiche” - i governi di Gheroghiu-Dej e di Ceausescu ridussero ulteriormente l’autonomia delle chiese. D’altra parte non poteva essere diversamente, in quanto il regime era perfettamente al corrente degli stretti legami che univano la fede cristiana all’idea di appartenenza della comunità etnico-culturale romena: rapporto che nel corso dei secoli aveva, tra l’altro, favorito la nascita dello stato monarchico. Ma se l’atteggiamento del governo comunista nei confronti degli ortodossi fu duro, quello verso i cattolici risultò addirittura spietato. Il 19 luglio 1948, Bucarest denunciò il concordato con la Santa Sede firmato nel 1929, dando inizio ad una sistematica persecuzione. Il governo aggredì i greco-cattolici (che a quel tempo erano circa un milione e mezzo, presenti soprattutto in Transilvania), liquidandone la Chiesa il 1° dicembre 1948 e costringendola a fondersi con quella ortodossa. Le diocesi di rito orientale furono soppresse e i beni confiscati. Dei cinque vescovi che ebbero l’ardire di opporsi a tali soprusi, quattro vennero incarcerati. La persecuzione colpì, se possibile, ancora più severamente la Chiesa cattolica di rito latino che nelle minoranze nazionali, come quella ungherese, trovava il suo seguito maggiore. Ma i molteplici tentativi governativi di inquadrare e “dirigere” la Chiesa cattolica sottoponendola al controllo dei funzionari di partito, incontrarono una forte resistenza. A tal punto che, nel 1950, venne espulso il nunzio apostolico a Bucarest, l’arcivescovo Gerald O’Hara. Nel 1951, gli arresti si moltiplicarono a dismisura e contro i cattolici si schierò purtroppo la chiesa ortodossa, allineatasi al regime secondo il modello ucraino. Decreti vessatori colpirono anche i cattolici di rito latino, ma con minore danno rispetto ai greco-cattolici. Ciononostante, al posto dei vescovi di rito orientale imprigionati, nell’autunno 1948 ne vennero clandestinamente ordinati sei. Tre di questi, Vasile Aftenie, Andrei Durcovici e Sandor, furono però arrestati e morirono in prigionia, mentre altri loro collaboratori vennero condannati al carcere duro, finendo poi al confino.

 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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