Nel
settembre del 1944, allorquando le armate sovietiche
occuparono la Romania abbattendo il regime del maresciallo
Antonescu, alcuni reparti dell’Esercito Regolare
romeno guidati da ufficiali fedeli al Re Michele e al
maresciallo decisero di darsi alla macchia e di proseguire
la guerriglia contro i russi e le forze collaborazioniste
del nuovo regime filo-comunista installatosi a Bucarest.
Di pari passo con l’inasprirsi dei processi e
delle esecuzioni sommarie indetti e ordinate dai commissari
politici sovietici contro migliaia di ufficiali e soldati
del vecchio esercito nazionale e con il progressivo
instaurarsi di un duro regime marxista succube di Mosca,
questo piccolo esercito fantasma iniziò ad ingrandirsi,
accogliendo nelle proprie file anche diverse centinaia
di civili, soprattutto contadini, perseguitati a causa
della loro fede cristiana.
Nell’ottobre del 1945, il PCR (Partito Comunista
Romeno), formazione saldamente sostenuta da Mosca, tenne
la sua prima conferenza annuale e Stalin appoggiò
la nomina di Gheorghiu Dej quale segretario del partito,
affiancato da altri tre leader: Ana Pauker, Vasile Luca
e Teohari Georgescu. Nel dicembre 1945, gli Stati Uniti
denunciarono i primi soprusi del Partito Comunista Romeno
ai danni delle altre formazioni politiche democratiche,
reclamando Petru Groza quale incaricato per la nomina
dei membri dei partiti di opposizione: richiesta che
Stalin avvallò soltanto in parte.
Nella seconda metà del 1947, i comunisti, che
lentamente stavano prendendo possesso del paese e delle
sue istituzioni, incominciarono ad accanirsi contro
gli schieramenti politici del paese, facendone arrestarne
i leader e mandandone parecchi in esilio. Successivamente,
il governo, ormai in pugno al movimento marxista, dissolse
il Partito Nazionale Contadino e il Partito Nazionale
Liberale. Nell’ottobre 1947, Iulius Maniu, il
suo vice Ion Mihalache e altri collaboratori, vennero
arrestati dagli uomini del braccio armato del ministero
degli Interni, il Departamentul Securitatii Statului,
meglio noto come Securitate, processati per presunta
cospirazione ai danni del nuovo esecutivo e condannati
all’ergastolo (nel 1956, il governo di Bucarest
farà sapere che Maniu era morto in prigione quattro
anni prima).
Alla fine del 1947, il Partito Comunista avviò
la seconda fase del suo piano, facendo incarcerare anche
un buon numero di esponenti socialisti che avevano collaborato
con essi nella presa del potere. E dopo essersi sbarazzati
di tutti i possibili oppositori esterni e interni, nel
dicembre 1947 Petru Groza e Gheorghiu-Dej si incontrarono
con il re Michele, intimandogli di abdicare. Il re rifiutò
diverse volte, ma alla fine fu costretto ad accettare.
Dopo l’esilio del re, nel paese si instaurò
un regime rigidamente ispirato al modello moscovita.
Sul finire degli ultimi anni ‘50 la Romania iniziò
tuttavia a prendere le distanze dal Cremlino e ad intraprendere
una sua politica estera indipendente, sotto la guida
di Gheorghiu-Dej (1952-65) prima e di Nicolae Ceausescu
(1965-1989) poi. Nel 1968, Ceausescu condannò
l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, guadagnandosi
le lodi e gli aiuti economici dell’Occidente.
Ma se in politica estera il leader romeno si dimostrò
abile, in politica interna la sua guida risultò
disastrosa e particolarmente crudele nei confronti della
popolazione. Quasi tutti i suoi grandiosi progetti,
come la costruzione del canale Danubio-Mar Nero, si
rivelarono infatti un totale fallimento. La Securitate
(la polizia segreta comunista) terrorizzò il
paese e soppresse tutte le voci di dissenso. Nel 1985,
il sistema economico romeno entrò in una profonda
crisi, e per fare fronte al crescente debito estero,
Ceausescu, che nel frattempo aveva speso milioni di
dollari per costruire regge e lussuosi palazzi per sé
e per la sua corte di burocrati e militari, varò
una serie di folli provvedimenti (come l’esportazione
totale di tutti i prodotti agricoli nazionali) tali
da affamare il paese.
A fronte della carestia e della spaventosa penuria di
generi alimentari e di medicinali, Ceausescu, sua moglie
Elena e una stretta cerchia di alti collaboratori, continuarono
comunque a vivere in un lusso sfrenato e dalle connotazioni
quasi patologiche. Nel 1986, quasi tutti i generi alimentari
vennero razionati e in alcune regioni la gente iniziò
a morire di inedia. Nel 1947, a Brasov, la Securitate
soffocò nel sangue le prime manifestazioni di
piazza. Il 15 dicembre del 1989, a Timisoara un religioso,
padre Laslo Tokes, scagliò pesanti accuse contro
il “tiranno” Ceausescu. Era il preludio
della rivolta. La Chiesa Riformata di Romania cercò
di rimuovere il sacerdote dal suo incarico, ma il popolo
si oppose. Gli scontri tra i dimostranti e la Securitate
proseguirono per quattro giorni. Il 19 dicembre parte
dell’esercito aderì alla rivolta. E il
21 dicembre gli operai di Bucarest fischiarono Ceausescu
durante un suo discorso ufficiale. Subito dopo iniziarono
gli scontri per le strade della capitale tra i reparti
della polizia e la popolazione, ormai appoggiata da
parte dell’esercito. Il giorno seguente i coniugi
Ceausescu cercarono di fuggire dal paese, ma furono
arrestati, giudicati da una corte improvvisata e giustiziati
da un plotone di esecuzione il giorno di Natale. Il
resto è storia recente.
La
guerriglia anticomunista in Romania 1944-1956
Tra la fine del 1944 e la primavera del 1945, la regione
montuosa della Transilvania divenne il centro di raccolta
di svariati nuclei di resistenza antisovietica composti
da ex-militari del vecchio esercito e anche da civili.
In questi gruppi confluirono molti elementi della folte
minoranze etniche ungherese e tedesca presenti in Romania.
Già nell’autunno del ‘44, dopo la
ritirata della Wehrmacht, centinaia di contadini e allevatori
di origine germanica si erano armati e rifugiati nelle
foreste di questa selvaggia regione, per sfuggire alle
rappresaglie del nuovo esercito romeno schieratosi con
i russi. E per un breve periodo, queste anomale formazioni
erano riuscite, via radio, a mantenere i contatti con
la Germania. Tanto è vero che attraverso un’operazione
aerea segreta (Fallschirmschpringer-Aktion) la Luftwaffe
cercò per un certo periodo di sostenerle mediante
aviolanci di armi, munizioni e rifornimenti. Anche i
servizi segreti tedeschi, avvalendosi dei reparti FAK
(Front Aufklarungs Kommando) che in precedenza, tra
il 1942 e il 1944, avevano appoggiato la guerriglia
dei nazionalisti e anticomunisti delle regioni caucasiche,
riuscirono a fare pervenire ai ribelli della Transilvania
qualche aiuto, più alcuni agenti ed istruttori
militari.
Diversa rilevanza e specificità assunsero invece,
nel dopoguerra, le analoghe operazioni di soccorso elaborate
dai servizi segreti anglo-americani. Queste iniziarono
ad essere studiate allorquando il giovane re Michele
esautorò il maresciallo Antonescu (personaggio
ormai troppo compromesso ed inviso sia ai russi che
alle potenze occidentali) nel tentativo di riavvicinare
la Romania agli alleati democratici, preservandola così
dal pericolo marxista. Nell’agosto del 1944, Washington
incaricò il funzionario dell’OSS Frank
Wisner di varare un piano preliminare (chiamato in codice
Hammerhead) avente come scopo la raccolta di tutte le
informazioni inerenti la situazione politica interna
romena e i possibili collegamenti da avviare con gruppi
politici e militari filo-occidentali presenti nel paese.
Tuttavia, fu soltanto nel 1946 che questo materiale
venne opportunamente rielaborato dagli analisti dell’intelligence
statunitense. A quel punto Washington fu in grado di
avvallare la pianificazione di 14 operazioni segrete
da effettuare in determinate aree geografiche della
Romania con l’utilizzo di agenti occidentali e
mezzi aerei di supporto. Nel febbraio dello stesso anno,
il maggiore Thomas Hall e il tenente Ira Hamilton, inviati
all’uopo a Bucarest, passarono alla seconda fase
del piano, scandagliando, in barba ai servizi di sicurezza
sovietici, la Transilvania e la Bucovina, e riuscendo
a localizzare e a contattare per la prima volta alcuni
esponenti di gruppi armati clandestini disposti a scatenare
nel paese, al momento opportuno, e con il concorso occidentale,
una vera e propria rivolta anticomunista.
L’opportunità di stabilire solidi collegamenti
tra i servizi anglo-americani e i gruppi resistenziali
già presenti sul territorio ed anche alcuni esponenti
politici di Bucarest contrari alla sovietizzazione del
paese, giunse all’inizio del 1948 quando l’ultimo
capo di gabinetto “bianco”, il generale
Nicolae Radescu (fuggito in Occidente nel 1946) si rivolse
ai vertici del Dipartimento di Stato statunitense, dichiarandosi
disposto a partecipare e coordinare un’eventuale
guerriglia antigovernativa. Radescu, la cui proposta
venne però considerata prematura, stilò
un dettagliato rapporto in cui, tra le altre cose, egli
lasciava intravedere il possibile reclutamento ed inserimento
di “circa 20.000 romeni in fase di fuga in Occidente”
in una forza combattente da utilizzare in operazioni
di infiltrazione ed affiancamento alle forze ribelli
già presenti nel paese. Come annotò lo
stesso Radescu, la cooptazione di almeno una parte di
questi fuggiaschi sarebbe risultata di grande utilità,
senza considerare che avrebbe salvato questi ultimi
dal degrado morale e materiale conseguente il loro stato
di esuli. Radescu propose ai servizi statunitensi di
selezionare i profughi trasferendoli in speciali campi
di addestramento per militarizzarli e prepararli a future
azioni di guerriglia. Contestualmente, il leader non
ebbe difficoltà nell’ammettere che buona
parte di questi elementii, oltre ad appartenere alla
folta minoranza tedesca presente in Romania, in passato
avevano anche manifestato forti simpatie per la Germania.
A tal punto che, tra il 1941 e il 1944, alcune migliaia
di essi avevano militato in formazioni della Wehrmacht
e delle SS (e prima ancora nel corpo delle Guardie di
Ferro). Annotazione, quest’ultima, che lasciò
abbastanza indifferenti gli americani, già al
corrente della cosa. Come annotò James McCargar,
un agente del Foreign Service, che dopo essere stato
inviato segretamente in l’Ungheria, si mise in
contatto con le bande partigiane romene, “gli
uomini che in passato hanno fatto parte della Guardia
di Ferro, quali che siano stati i loro ideali, sono
da considerare – grazie anche al tipo di addestramento
ricevuto durante la guerra – gli elementi più
adatti da reclutare”. Con il passare del tempo,
i gruppi ribelli romeni operativi in patria ebbero modo
di dimostrare tutto il loro valore, resistendo come,
se non meglio, alla pressione esercitata su di essi
dalle preponderanti forze di polizia russe e governative,
rispetto alle similari organizzazioni partigiane baltiche
(almeno così sostiene lo storico e politologo
Peter Grose).
Nella primavera del 1949, sulla base dei rapporti stilati
dai servizi anglo-americani, si evince, infatti, che
unità partigiane “bene armate e addestrate”
operanti in Transilvania e in altre zone, abbiano respinto
con efficacia molteplici attacchi sferrati dalle unità
speciali della NKVD e da quelle di Bucarest, “grazie
anche all’appoggio della locale popolazione contadina”.
Fu proprio sulla base di queste informazioni che i vertici
della CIA decisero di inviare nella capitale romena
l’agente speciale Gordon Mason al quale venne
affidato il compito di raccogliere tutte le informazioni
inerenti l’attività militare e politica
dei gruppi clandestini, evitando tuttavia di stabilire
contatti diretti con i loro capi. L’anno seguente,
Mason fu in grado di confermare a Washington i brillanti
risultati conseguiti nel frattempo “da almeno
11 gruppi di resistenza armata (forti, complessivamente,
di 30.000 uomini), operanti nei Carpazi centrali, della
zona danubiana, nelle paludi del fiume Prut, in Bucovina
e in Moldavia settentrionale”. Notizia, quest’ultima,
che indusse finalmente la CIA ad autorizzare Mason ad
incontrasi segretamente con i leader delle formazioni
alla macchia, riferendo ad essi che gli Stati Uniti
sarebbero stati disposti a fornire finanziamenti e partite
di armi, munizioni ed apparecchiature radio. Mason,
che riteneva di avere avuto già modo di valutare
appieno la situazione, ritenne opportuno accelerare
i tempi e richiedere all’intelligence statunitense
l’inoltro immediato per via aerea in Romania dei
suddetti materiali, ma anche di commando romeni da impiegare
successivamente in una serie di operazioni di sabotaggio.
Richiesta, questa, che venne accolta dalla CIA. Tanto
è vero che, nell’arco di alcune settimane,
gli americani reclutarono personale specializzato e
volontari romeni in esilio e misero in piedi una base
operativa ubicata nei pressi di un aeroporto non lontano
da Atene. Da questo sito, tra il 1950 e il 1953, alcuni
bimotori Douglas C47 effettuarono una serie di missioni
nei cieli della Romania, paracadutando commando, dotati
di armamento leggero, impianti radio, denaro e documenti
falsi. Ma stando a fonti americane, soltanto occasionalmente
questi nuclei, una volta giunti nel loro paese, riuscirono
a stabilire contatti con i partigiani. Il più
delle volte, infatti, i manipoli inviati vennero rapidamente
individuati ed eliminati dalle forze di sicurezza comuniste
e sovietiche, allertate dal controspionaggio di Mosca
preventivamente informato dalla spia Philby.
Nel 1948, il governo di Bucarest accelerò l’eliminazione
degli ultimi partiti politici e delle associazioni patriottiche
ancora attivi sul territorio, procedendo nel contempo
in una vasta campagna di repressione nei confronti delle
congregazioni religiose e delle minoranze etniche del
paese, e varando un vasto processo di collettivizzazione
delle terre coltivate. La sovietizzazione dell’agricoltura
(che portò, tra l’altro, all’arresto
di circa 80.000 contadini simpatizzanti del vecchio
partito di Iulius Maniu) verrà ultimata, tra
mille difficoltà, soltanto nel 1962, ma con riscontri
pratici assai modesti. Tra il 1948 e il 1949, una serie
ininterrotta di sequestri di proprietà e di processi
ai danni di piccoli e medi agricoltori, indusse un migliaio
tra proprietari e braccianti a rifugiarsi nelle foreste
e nelle più sperdute ed inaccessibili regioni
montane della Romania per unirsi alle forze partigiane.
Confluiti nelle formazioni ribelli, questi gruppi di
guerriglieri-contadini – composti ciascuno da
10/15 elementi, non di rado guidati da ex-ufficiali
dell’esercito - sopravvissero e continuarono a
combattere per anni (alcuni nuclei rimasero in armi
fino al 1960), grazie anche al sostegno della popolazione
e, in parte, a quello del clero.
Nel 1949, gli ufficiali anticomunisti datisi alla macchia
sulle montagne della Vrancea, suddivisero il loro piccolo
ma battagliero esercito (composto da 2.000 uomini) in
due sezioni: la ‘junior’ (formata dagli
elementi più giovani e addestrati, impiegabili
nelle azioni militari) e la ‘senior’ (composta
da elementi di età superiore ai 40 anni, adoperati
nelle comunicazioni, nei trasporti e nella logistica).
Nell’inverno del 1949, una spia governativa che
si spacciò per un perseguitato del regime, riuscì
ad infiltrarsi in uno dei due gruppi, provocando lo
smantellamento da parte dei reparti speciali di polizia
romeni dell’intera organizzazione clandestina
della Vrancea. Secondo i rapporti della Securitate,
nel corso di questa operazione, svoltasi tra il dicembre
1949 e il gennaio 1950, tutti i ribelli catturati, compresi
quelli feriti, vennero eliminati con un colpo di pistola
alla nuca e sotterrati in fosse comuni dopo essere stati
denudati e i loro visi resi irriconoscibili con impasti
di acqua e calce viva.
Nel corso della lunga guerriglia condotta dai gruppi
partigiani romeni, ebbero modo di mettersi in evidenza
alcuni leader dotati di particolare carisma e di indubbie
qualità militari ed organizzative, tra cui Gheorghe
Arsenescu che con il suo reparto combatté sulle
montagne intorno a Fagaras fino al 1952, infliggendo
alle forze governative gravi perdite. Tuttavia, verso
la fine del ‘52, questo capobanda scomparve misteriosamente,
per poi ricomparire all’improvviso nel 1959 e
venire arrestato dalla polizia l’anno seguente.
Condotto nella prigione di Campulung Muscel, Arsenescu
fu sottoposto a torture di ogni tipo ed infine costretto
a suicidarsi. Nella zona di Fagaras, un altro gruppo
di guerriglieri, guidato da un ingegnere, tale Gavrilachw,
si batté strenuamente fino al 1956 per poi soccombere
anch’esso. Lo stesso anno, sempre in un agguato,
le forze speciali romene e della NKVD riuscirono a catturare
il forse più famoso leader partigiano romeno,
Altromitru Moldoveanu. Tradotto in carcere, prima di
essere strangolato con un filo di ferro dai suoi aguzzini,
Moldoveanu subì prolungate torture nel vano tentativo
di estorcergli informazioni. Sempre nel 1956, in Transilvania,
una altro manipolo di patrioti venne circondato dai
reparti speciali comunisti e costretto alla resa dopo
un breve ma violento combattimento, al termine del quale
l’intero gruppo venne passato per le armi. Ed
anche gli abitanti del vicino villaggio, accusati dalla
polizia di avere dato aiuto ai ribelli, seguirono la
stessa sorte. In quella circostanza, i miliziani comunisti
liquidarono non meno di 900 civili, tra cui molte donne,
vecchi e bambini, accatastando poi i loro cadaveri nelle
capanne e nella chiesa del villaggio che vennero dati
alle fiamme con fascine di legno intrise di benzina.
Proprio in questo periodo si colloca la storia di Elisabeta
Rizea, una partigiana (morta il 6 settembre 2003, alla
venerabile età di 91 anni) diventata l’eroina
dell’intero movimento resistenziale. Unitasi ai
ribelli nel 1945, la Rizea trascorse quattro anni sui
monti, svolgendo diverse mansioni di supporto ed operando
come staffetta. Catturata dalla milizia comunista nel
1949 e condannata a sette anni di prigione, la donna
venne sottoposta ad ogni sorta di violenza fisica e
psicologica. Nel 1961, allorquando il leader anticomunista
Gheorghe Arsenescu fu imprigionato, senza alcun apparente
motivo il tribunale di Bucarest affibbiò alla
Rizea una seconda condanna a 25 anni di carcere duro.
Ma fortunatamente, tre anni più tardi, in seguito
ad un’amnistia, la donna venne graziata.
Come si è accennato, parte del clero romeno cercò
- almeno in alcuni casi - di dare copertura e sostegno
alle formazioni ribelli, andando però incontro
a pesanti ritorsioni da parte del governo, peraltro
già ben deciso ad eliminare qualsiasi forma di
credo religioso. Fino dall’autunno del 1944, dietro
indicazioni di Stalin, l’esecutivo del Partito
Comunista Romeno aveva pianificato la rapida “nazionalizzazione”
e sottomissione delle chiese ortodossa e cattolica.
Una volta preso il potere, l’esecutivo marxista
incominciò ad occuparsi per prima della Chiesa
ortodossa, guidata dal patriarca Nicodim Munteanu, uomo
profondamente avverso al regime. E nell’arco di
un paio di anni, vescovi, monaci e preti furono isolati
o condannati a lunghe pene detentive o ai lavori forzati,
in particolare nel famoso “campo” di Peninsule,
situato nelle vicinanze del gigantesco cantiere di costruzione
del canale Danubio-Mar Nero. Nel 1948, il nuovo patriarca
ortodosso, Iustinian, riuscì a trovare una specie
accordo con il regime, tale da consentire alla sua Chiesa
di continuare, seppure tra notevoli limitazioni, le
sue funzioni. Negli anni che seguirono - ed in particolare
dopo la morte di Stalin, nonostante le sbandierate “aperture
democratiche” - i governi di Gheroghiu-Dej e di
Ceausescu ridussero ulteriormente l’autonomia
delle chiese. D’altra parte non poteva essere
diversamente, in quanto il regime era perfettamente
al corrente degli stretti legami che univano la fede
cristiana all’idea di appartenenza della comunità
etnico-culturale romena: rapporto che nel corso dei
secoli aveva, tra l’altro, favorito la nascita
dello stato monarchico. Ma se l’atteggiamento
del governo comunista nei confronti degli ortodossi
fu duro, quello verso i cattolici risultò addirittura
spietato. Il 19 luglio 1948, Bucarest denunciò
il concordato con la Santa Sede firmato nel 1929, dando
inizio ad una sistematica persecuzione. Il governo aggredì
i greco-cattolici (che a quel tempo erano circa un milione
e mezzo, presenti soprattutto in Transilvania), liquidandone
la Chiesa il 1° dicembre 1948 e costringendola a
fondersi con quella ortodossa. Le diocesi di rito orientale
furono soppresse e i beni confiscati. Dei cinque vescovi
che ebbero l’ardire di opporsi a tali soprusi,
quattro vennero incarcerati. La persecuzione colpì,
se possibile, ancora più severamente la Chiesa
cattolica di rito latino che nelle minoranze nazionali,
come quella ungherese, trovava il suo seguito maggiore.
Ma i molteplici tentativi governativi di inquadrare
e “dirigere” la Chiesa cattolica sottoponendola
al controllo dei funzionari di partito, incontrarono
una forte resistenza. A tal punto che, nel 1950, venne
espulso il nunzio apostolico a Bucarest, l’arcivescovo
Gerald O’Hara. Nel 1951, gli arresti si moltiplicarono
a dismisura e contro i cattolici si schierò purtroppo
la chiesa ortodossa, allineatasi al regime secondo il
modello ucraino. Decreti vessatori colpirono anche i
cattolici di rito latino, ma con minore danno rispetto
ai greco-cattolici. Ciononostante, al posto dei vescovi
di rito orientale imprigionati, nell’autunno 1948
ne vennero clandestinamente ordinati sei. Tre di questi,
Vasile Aftenie, Andrei Durcovici e Sandor, furono però
arrestati e morirono in prigionia, mentre altri loro
collaboratori vennero condannati al carcere duro, finendo
poi al confino. |