PREMESSA:
IL 1921
In Serbia, l'ultimo scorcio del 1921 portava due
novità di rilievo: l’ascesa al trono
dei Karadjordjevic del principe Alessandro (a sèguito
della morte del vecchio re Pietro I) e la nascita
di una nuova formula politica, lo “jugoslavismo
integrale” o “integralismo
jugoslavo”. Si trattava di un fenomeno
politico successivo e nettamente distinto dal panjugoslavismo,
e più ancora dal panserbismo. Se il panserbismo
era stato il movimento che tendeva all’unificazione
degli slavi del sud di fede ortodossa, se il panjugoslavismo
aveva interpretato la volontà dei serbi di
assoggettare gli altri popoli di stirpe slava meridionale,
l’integralismo jugoslavo rappresentava la
tendenza a superare le barriere etniche delle varie
stirpi del “Regno trino” per realizzare
un unico nazionalismo che amalgamasse tutte le popolazioni
soggette a Belgrado. Che poi i panjugoslavisti si
siano talora camuffati da integralisti, è
evidentemente un altro discorso. Ovviamente, per
i croati – ostili in passato al dinamismo
nazionalista del panserbismo ed ora sia alla colonizzazione
serba del panjugoslavismo che alla balcanizzazione
dell'integralismo jugoslavo – le tre formule
politiche coincidevano, o quasi.
Comunque, un’attenta valutazione storica non
può prescindere dall'evidenziare –
fin dai primi anni ‘20 – la sostanziale
diversità fra il colonialismo panjugoslavista
della oligarchia serba (rappresentato dal premier
Nikola Pašic e dai partiti centralisti) ed
il nazionalismo integrale jugoslavo di re Aleksandar,
che realmente tendeva alla creazione di un’unica
nazione nella quale si riconoscessero finalmente
tutti gli slavi del sud.
Il primo movimento politico serbo che si ispirava
allo jugoslavismo integrale – e che si discostava
quindi dal cliché dei gruppi serbi veteronazionalisti
– era la ORJUNA
ovvero Organizacija Jugoslavenskih Nacionalista
(Organizzazione Nazionalista Jugoslava), formazione
politica che risentiva di influenze maurrassiane,
dannunziane e – più tardi – pure
mussoliniane, anche se rifiuterà sempre l'etichetta
fascista a causa dell’antagonismo nazionale
nei confronti dell’Italia: comunque, è
indubbio che, oltre ad essere il primo movimento
jugoslavista integrale, la ORJUNA
sia stata anche il primo movimento ascrivibile ad
una qualche forma di fascismo serbo. Sostenitrice
di una Grande Jugoslavia che abbracciasse
pure la Bulgaria, la ORJUNA
aveva una struttura gerarchica e paramilitare, e
praticava regolarmente lo squadrismo contro i comunisti
e gli altri avversari politici.
ANTEFATTO: IL 1928
(…) Il Governo Korošec rispondeva decretando
la legge marziale a Zagabria, mentre il ritiro del
Partito Democratico dalla coalizione apriva una
difficile crisi ministeriale.
La situazione appariva senza via di uscita. Alessandro
I maturava allora il progetto di sciogliere il Regno
SHS, ritornare alle più modeste pretese della
politica panserbista e rendere alla Croazia e alla
Slovenia la loro indipendenza.
Ma il disegno del Sovrano era frustrato proprio
dai croati Macek e Pribicevic, che rifiutavano lo
sgretolamento dell'unità statale serbo-croato
slovena – forse temendo di cadere sotto il
dominio italiano – ed avanzavano delle controproposte:
il ripristino di condizioni di autonomia per la
Croazia, nel quadro di uno Stato riformato in senso
federale. Re Aleksandar sottoponeva, allora, i desiderata
dei rappresentanti croati ai partiti serbi, ma si
trovava di fronte ad uno sbarra-mento.
Il 31 dicembre 1928, intanto, monsignor Korošec
rassegnava le dimissioni, e tutte le decisioni –
secondo il dettato costituzionale – rimanevano
esclusivamente nelle mani del Re.
IL 1929
Lo spirato Governo Korošec era stato il ventitreesimo
dalla costituzione del Regno Serbo Croato Sloveno,
a testimonianza della debolezza di un sistema parlamentare
che pure aveva dalla sua la possibilità di
ricorrere alle maniere forti di una dittatura di
fatto. E, ancor più, la precarietà
della situazione era sottolineata dal drammatico
conflitto serbo croato, un conflitto cui i veti
incrociati dei partiti impedivano venisse data una
soluzione diversa dal mantenimento di uno status
quo assolutamente insostenibile.
Re Aleksandar (che per la sua formazione nella Russia
zarista era ostile al parlamentarismo, e che per
le sue personali inclinazioni detestava i politicanti,
serbi compresi) si decideva perciò ad imporre
la sua soluzione: se non si poteva scegliere la
via della separazione nè quella della federazione
fra le due principali etnìe del Regno, allora
egli avrebbe messo in atto la sua teoria dello jugoslavismo
integrale e sarebbe riuscito a creare un nuovo popolo,
un nuovo Stato, un unico nazionalismo che avrebbe
affratellato tutte le genti slavomeridionali.
Così, il 6 gennaio 1929, Aleksandar si appellava
a tutti i popoli del Regno, affermando che con la
collaborazione dei serbi, dei croati, degli sloveni
e delle altre etnìe, egli si accingeva a
creare uno Stato moderno ed efficiente che si sarebbe
fatto carico di una maggiore rispondenza agli interessi
di tutti.
Il biglietto da visita del Re voleva essere rassicurante:
il nuovo Primo ministro non era un politico, ma
un militare: il generale Petar ivkovic, peraltro
capo della società segreta Bela
Ruka (Mano Bianca). Del nuovo governo
facevano parte un secondo militare, un indipendente,
un democratico e quattro radicali serbi, due croati
ed uno sloveno. Da notare, che solo due ministri
erano espressione degli apparati dei rispettivi
partiti (il democratico serbo Marinkovic e il po-polare
sloveno Korošec), mentre tutti gli altri erano
o elementi estranei ai partiti, o comunque esponenti
non di primo piano delle vecchie formazioni politiche.
Ai partiti del vecchio regime – infatti –
si rimproverava di avere portato lo Stato alla rovina,
di avere promosso la tensione etnica che insanguinava
il Paese e di essersi frapposti tra il Popolo ed
il suo Re. Il nuovo regime, invece, affermava che
non sarebbero più stati tollerati diaframmi
artificiali (ed infatti venivano sciolti i partiti
e subito dopo anche le altre associazioni politiche,
in primo luogo i gruppi separatisti) e che, da allora
in poi, il Sovrano sarebbe stato l'interprete autentico
di una “volontà nazionale”
non più falsata dalle mene dei politicanti.
Le prime creazioni del regime erano un Consiglio
Legislativo Supremo ed un Tribunale Speciale, quest'ultimo
destinato ad applicare draconianamente le severissime
leggi in materia di pubblica sicurezza e di tutela
dell'integrità dello Stato: tali leggi erano
dirette in primo luogo contro i comunisti (Alessandro
era forse il più duro anticomunista fra i
Capi di Stato europei) ma pure – forse altrettanto
pesantemente – contro ogni forma di separatismo,
di autonomismo o anche soltanto di particolarismo
etnico o religioso. Il nuovo Stato poteva nascere
soltanto se i sudditi avessero dimenticato di essere
sloveni o macedoni, ortodossi o mussulmani, e si
fossero alfine riconosciuti semplicemente jugoslavi.
Era una posizione assunta in assoluta buonafede
dal Sovrano, che – benchè serbo fino
al midollo – si sentiva e voleva agire da
jugoslavo; ma era una posizione destinata a scontrarsi
con la realtà di un Paese con nove lingue,
due alfabeti e quattro confessioni religiose, e
con le conseguenti prevedibili resistenze. Resistenze
che non tardavano a palesarsi; e non solo da parte
delle minoranze etniche o religiose, ma anche da
parte dei serbi (sobillati dai vecchi partiti) e
della Chiesa ortodossa, il cui ruolo era notevolmente
ridimensionato in uno Stato “integralista”
estraneo alle logiche confessionali.
Gli sforzi di modernizzazione si indirizzavano verso
tutte le direzioni: innanzitutto cercando di moralizzare
la vita pubblica, di snellire una burocrazia elefantiaca,
di rendere efficiente la macchina amministrativa;
ma anche intervenendo nella vita economica in maniera
concreta, operando la mediazione dello Stato nei
conflitti sociali, favorendo l’emancipazione
dell'industria di Stato e del capitalismo privato
– entrambi fino ad allora rozzi e scarsamente
incisivi – e la loro collaborazione attraverso
la formazione di organismi misti, attuando una politica
creditizia che sottraeva finalmente il numerosissimo
ceto contadino al secolare ricatto degli usurai.
In altri termini, il regime interveniva concretamente
per riformare le strutture statali e per organizzare
razionalmente l'economia, nell'ottica di un “cambiamento”,
di un “nuovo” che si inserivano indubbiamente
nel filone del rinnovamento europeo di matrice fascista.
Era questo sforzo di novità, più che
le tendenze antimarxiste e antiliberali, ad avvicinare
il prototipo alessandrino delle “dittature
reali” (o del “monarco fascismo”)
agli schemi fascisti. D'altronde, il principe Pavle
– futuro Reggente – aveva confidato
all'ambasciatore italiano Galli che re Aleksandar
intendeva modellare il suo regime su quello di Mussolini,
e lo stesso Sovrano non nascondeva la sua ammirazione
per il Duce italiano: «Mussolini
è un uomo eccezionale.»(1)
Oggi la storiografia dominante nega il carattere
criptofascista del regime di Alessandro. Ma –
se l'assenza di una propria dottrina politica codificata
impedì al nazionalismo jugoslavista di esplicitare
compiutamente talune sue potenzialità fasciste
– non possiamo non convenire con il Sadkovic
quando afferma che «lungi dall'essere
un ritorno all'assolutismo balcanico, il regime
conteneva una gran varietà di elementi che,
se non erano nettamente fascisti, erano certamente
fascistici».(2)
Altri elementi che testimoniavano l'emulazione del
modello mussoliniano, erano la ricerca del “consenso”,
la “mobilitazione delle masse” (almeno
a livello embrionale), la coreografia di manifestazioni
e sfilate, il perseguimento dell'appoggio delle
giovani generazioni, la politica di sviluppo dell'educazione
fisica, eccetera.
Il motivo dominante del regime restava, comunque,
quello della unificazione nazionale. In questa direzione
andava tutta una serie di provvedimenti: da quello
di adottare come unico alfabeto il latino (suscitando
le ire dei serbi), a quello di creare una lingua
ufficiale “serbo croata”, a quello di
abolire le tre bandiere nazionali, a quello, infine,
che – nove mesi dopo l'instaurazione del nuovo
sistema – era, se non il più importante,
certamente il più significativo: il cambiamento
della denominazione dello Stato da Regno SerboCroato
Sloveno in Regno di Jugoslavia.
Un'ultima notazione: mentre il vecchio regime parlamentare
aveva seguito una linea diplomatica che recepiva
in pieno il ruolo di pedina francese assegnato al
“regno trino”, il regime di Alessandro,
pur mantenendosi fedele all'alleanza con la Francia,
abbozzava una propria autonoma politica estera (più
avanti vedremo il tentativo di stabilire nuovi rapporti
con l'Italia), rifiutando – come anche qui
giustamente afferma il Sadkovic – le mansioni
di piccolo Stato ese-cutore di ordini altrui e rivendicando
invece la funzione di grande Potenza che nei Balcani
avrebbe dovuto svolgere il ruolo che già
era stato della Russia zarista.(3)
(…)
Nel dicembre 1929 una ennesima legge contro i particolarismi
etnici e religiosi imponeva lo scioglimento –
fra gli altri organismi – anche dei Sokol,
le famose società ginniche che, articolate
su base regionale, avevano un innegabile substrato
nazionalista, specie in Croazia. I singoli Sokol
venivano unificati in un solo Jugosokol,
cercando così di realizzare due fra quelli
che sono già stati ricordati tra gli obiettivi
del regime: l’appoggio delle nuove generazioni
e la politica di sviluppo dell'educazione fisica.
Lo scioglimento veniva decretato anche per i gruppi
nazionalisti serbi e, con essi, pure per la ORJUNA,
benchè – in quest'ultimo caso –
si trattasse di un gruppo ispirato agli ideali dell'integralismo
jugoslavo. Gli unici ad essere risparmiati erano
gli ex combattenti dell’As-sociazione Patriottica
dei Cetnici ed i movimenti di ispirazione irredentistica.
IL 1930
Agli inizi del 1930 gli ex-orjunisti e gli esponenti
dei disciolti movimenti nazionalisti serbi guadagnati
alla causa dello jugoslavismo integrale, costituivano
la Jugoslavenskaja Akcija
(Azione Jugoslava). A prima vista, la JA
non era che una riedizione della ORJUNA:
ne facevano fede la continuità della linea
jugoslavista integrale, le suggestioni maurrassiane
(testimoniate anche dalla denominazione del movimento),
la malcelata emulazione del fascismo italiano, l'aspirazione
ad una Grande Jugoslavia. Ma, al contrario della
ORJUNA, l’Azione Jugoslava non vagheggiava
più un regime autoritario e corporativo,
per il semplice fatto che un tale regime aveva già
mosso i primi passi; non agitava il nazionalismo
integrale jugoslavo come un semplice programma politico,
ma come il pensiero del Re (di cui il movimento
si piccava essere il più fedele interprete)
e come il programma ufficiale del regime; non preconizzava
l’abolizione del sistema parlamentare, ma
vigilava perchè i partiti non potessero tornare
ad alzare la testa; non operava azioni violente
di squadrismo spicciolo, ma praticava una sorta
di squadrismo di Stato, svolgendo di fatto le mansioni
di una milizia di regime.
In effetti, l’Azione Jugoslava (e la sua propaggine
giovanile Giovane Jugoslavia) aveva un ruolo ben
preciso nei disegni di Aleksandar per la costituzione
di un partito unico: verosimilmente, ne avrebbe
dovuto costituire la componente militante e giovanile
(insieme allo Jugosokol,
mentre i transfughi dei vecchi partiti ne avrebbero
rappresentato la struttura burocratica. Il progetto
(la cui realizzazione era stata affidata al generale
ivkovic) si arenerà sulle secche delle
diatribe fra i politici serbi, e decollerà
malamente – come vedremo – solo nella
fase “costituzionale” del regime.
Continuava, intanto, la frenetica attività
di guerriglia degli Ustaši
croati, dei Comitaji macedoni
e dei Kaçak kossovari,
che avevano ormai fissato i rispettivi quartiergenerali
in Italia (a Bologna i croati, a Brindisi i macedoni)
e in Albania (a Tirana e a Durazzo i kossovari).
I macedoni, soprattutto, moltiplicavano il loro
attivismo nel 1930, nonostante l'entrata in vigore
dei Protocolli di Pirot, che avrebbero dovuto (teoricamente)
rendere più sicura la frontiera jugo bulgara.
Quanto ai croati, installavano in territorio italiano
i primi Logor (Comandi), camuffati da “aziende
agricole” presso Ancona, Brescia e Piacenza.
Nonostante ciò, la linea diplomatica del
nuovo Ministro degli Esteri italiano Dino Grandi
si sforzava di produrre un’attenuazione dei
contrasti con la Jugoslavia. L’unico risultato
concreto, però, era di accertare –
nel corso di un colloquio avvenuto in maggio fra
lo stesso Grandi e l'omologo jugoslavo Marinkovic
– che nulla ostava ad un riavvicinamento fra
i due Paesi; ma che, tuttavia, nessuno dei tradizionali
motivi di attrito (Albania in primis) era
venuto meno.
IL 1931
La diplomazia del “calmare le acque”
di Grandi era comunque un passo avanti rispetto
al passato; ed altri segnali positivi per la Jugoslavia
si registravano nel 1931, quando in Bulgaria e in
Ungheria si dimettevano i governi Liapcev e Bethlen,
sostituiti da ministeri meno inclini alle agitazioni
revisioniste.
La breve ed assai relativa fase di pseudo-democratizzazione
dell’area danubiano-balcanica coinvolgeva
anche la Jugoslavia, e per due diversi ordini di
motivi: Parigi aveva pressato energicamente Belgrado
perché fosse cancellato lo scandalo di un
regime parafascista in un Paese che era il pilastro
delle democrazie nei Balcani; ed i partiti serbi
– che conservavano buona parte della loro
vecchia influenza – avevano iniziato una “guerriglia”
politica che colpiva il regime nella sua unica roccaforte,
la serba.
Si apriva, perciò, la fase del cosiddetto
“periodo costituzionale” del regime
integralista, fase che prefigurava una restaurazione
mascherata del sistema pre-1929. Il 3 settembre,
così, veniva varata una nuova Costituzione
che, se eliminava alcuni caratteri “fascisti”
del regime, ne lasciava inalterati tutti i meccanismi
dittatoriali: la sola ed unica differenza risiedeva
nel fatto che adesso il Re – pur conservando
sostanzialmente i propri poteri pressoché
assoluti – doveva fare i conti con i partiti,
riammessi nella legalità.
Quanto poco democratico – nella sostanza –
fosse questo sistema, però, appariva chiaro
dalla nuova legge elettorale che, oltre a contemplare
una maggioranza di due terzi dei seggi per il partito
che avesse raggiunto il 40% dei suffragi, prevedeva
che il voto fosse pubblico e orale: la qualcosa
si commentava da sé.
Inoltre, la partecipazione alle consultazioni elettorali
era riservata ai partiti nazionali, con esclusione
di tutte le forze che si richiamavano a schieramenti
regionali, etnici e religiosi.
Di fronte a un tale stato di cose, non desta meraviglia
che le opposizioni decidessero di disertare le elezioni
di novembre, lasciando che le forze governative
si aggiudicassero tutti i seggi in palio.
IL 1932
Il “periodo costituzionale” si apriva
con una breve fase di transizione, durante la quale
il Sovrano continuava ad agire come se fosse ancora
l'unico padrone della situazione. Tale fase coincideva
con gli ultimi mesi del governo ivkovic e
– ancòra – con il brevissimo
governo-ponte di Vojislav Marinkovic.
In questo periodo, re Aleksandar ricercava ancòra
una volta il riavvicinamento all’Italia nella
speranza di poter attenuare l'invadente egemonia
della Francia, così come tentava di pervenire
finalmente alla costituzione di un partito “suo”
che arginasse le pretese dei politici serbi.
Il primo progetto restava per alcuni mesi a livello
di scambi epistolari con Mussolini, e naufragherà
poi con la rivolta croata della Lika; quanto al
secondo, si concludeva con un completo fallimento
che riapriva sostanzialmente le porte al sistema
parlamentare.
Il partito del JRSD (Jugoslovenska
Radikalno-Seljacka Demokratija, Democrazia
Radical-Contadina Jugoslava) creato dal Primo ministro
Marinkovic, infatti, non era certo il moderno partito
di massa, fedelissimo del Re e propagatore dello
jugoslavismo integrale – come Alessandro lo
aveva concepito – ma soltanto la riproposizione
del vecchio mondo politico, con le sue divisioni
partitiche e con il non celato desiderio di riprendersi
un potere che per tre anni gli era stato sottratto.
Dei quattro schieramenti in cui subito si frazionava
il partito “unico”, il più forte
– significativamente – era quello che
si considerava l'erede diretto del vecchio Partito
Radicale serbo, e quindi centralista, difensore
del metodo parlamentare ed ostile al nazionalismo
integrale jugoslavista.
Questo schieramento andava al potere con la nomina
di Milan Shrškic a Primo Ministro, il 2 luglio
1932. Da quella data aveva sostanzialmente inizio
lo smantellamento del regime integralista jugoslavo
e la restaurazione del panjugoslavismo centralista.
rielaborazione
da:
MICHELE RALLO: L’epoca
delle rivoluzioni nazionali. Volume 2: Jugoslavia. |
NOTE
1) Piero CAPORILLI: Mussolini giudicato
dagli stranieri. “Sette anni
di guerra”, fascicolo monografico. Roma 1965.
2) James J. SADKOVICH: Il regime di
Alessandro in Jugoslavia. 1929-1934.
“Storia Contemporanea”, 1/1984.
3) James J. SADKOVICH: Il regime di
Alessandro in Jugoslavia.
Cit.
ALTRI TESTI
• G. SOLARI-BOZZI: La Jugoslavia
sotto la dittatura. Istituto
per l’Europa Orientale, Roma, 1933.
• H. James BURGWYN: Il revisionismo
fascista. La sfida di Mussolini alle grandi potenze
nei Balcani e sul Danubio, 1925-33.
Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano, 1979.
• Jerzy W. BOREJSZA: Il fascismo
e l’Europa Orientale. Laterza
editori, Bari, 1981.