Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

SERBIA E MONTENEGRO

 
 
Re Aleksandar I Karajiorjievic

 

ALESSANDRO I
E IL REGIME DELLO JUGOSLAVISMO INTEGRALE
(1929-1932)

PREMESSA: IL 1921
In Serbia, l'ultimo scorcio del 1921 portava due novità di rilievo: l’ascesa al trono dei Karadjordjevic del principe Alessandro (a sèguito della morte del vecchio re Pietro I) e la nascita di una nuova formula politica, lo “jugoslavismo integrale” o “integralismo jugoslavo”. Si trattava di un fenomeno politico successivo e nettamente distinto dal panjugoslavismo, e più ancora dal panserbismo. Se il panserbismo era stato il movimento che tendeva all’unificazione degli slavi del sud di fede ortodossa, se il panjugoslavismo aveva interpretato la volontà dei serbi di assoggettare gli altri popoli di stirpe slava meridionale, l’integralismo jugoslavo rappresentava la tendenza a superare le barriere etniche delle varie stirpi del “Regno trino” per realizzare un unico nazionalismo che amalgamasse tutte le popolazioni soggette a Belgrado. Che poi i panjugoslavisti si siano talora camuffati da integralisti, è evidentemente un altro discorso. Ovviamente, per i croati – ostili in passato al dinamismo nazionalista del panserbismo ed ora sia alla colonizzazione serba del panjugoslavismo che alla balcanizzazione dell'integralismo jugoslavo – le tre formule politiche coincidevano, o quasi.
Comunque, un’attenta valutazione storica non può prescindere dall'evidenziare – fin dai primi anni ‘20 – la sostanziale diversità fra il colonialismo panjugoslavista della oligarchia serba (rappresentato dal premier Nikola Pašic e dai partiti centralisti) ed il nazionalismo integrale jugoslavo di re Aleksandar, che realmente tendeva alla creazione di un’unica nazione nella quale si riconoscessero finalmente tutti gli slavi del sud.
Il primo movimento politico serbo che si ispirava allo jugoslavismo integrale – e che si discostava quindi dal cliché dei gruppi serbi veteronazionalisti – era la ORJUNA ovvero Organizacija Jugoslavenskih Nacionalista (Organizzazione Nazionalista Jugoslava), formazione politica che risentiva di influenze maurrassiane, dannunziane e – più tardi – pure mussoliniane, anche se rifiuterà sempre l'etichetta fascista a causa dell’antagonismo nazionale nei confronti dell’Italia: comunque, è indubbio che, oltre ad essere il primo movimento jugoslavista integrale, la ORJUNA sia stata anche il primo movimento ascrivibile ad una qualche forma di fascismo serbo. Sostenitrice di una Grande Jugoslavia che abbracciasse pure la Bulgaria, la ORJUNA aveva una struttura gerarchica e paramilitare, e praticava regolarmente lo squadrismo contro i comunisti e gli altri avversari politici.


ANTEFATTO: IL 1928
(…) Il Governo Korošec rispondeva decretando la legge marziale a Zagabria, mentre il ritiro del Partito Democratico dalla coalizione apriva una difficile crisi ministeriale.
La situazione appariva senza via di uscita. Alessandro I maturava allora il progetto di sciogliere il Regno SHS, ritornare alle più modeste pretese della politica panserbista e rendere alla Croazia e alla Slovenia la loro indipendenza.
Ma il disegno del Sovrano era frustrato proprio dai croati Macek e Pribicevic, che rifiutavano lo sgretolamento dell'unità statale serbo-croato slovena – forse temendo di cadere sotto il dominio italiano – ed avanzavano delle controproposte: il ripristino di condizioni di autonomia per la Croazia, nel quadro di uno Stato riformato in senso federale. Re Aleksandar sottoponeva, allora, i desiderata dei rappresentanti croati ai partiti serbi, ma si trovava di fronte ad uno sbarra-mento.
Il 31 dicembre 1928, intanto, monsignor Korošec rassegnava le dimissioni, e tutte le decisioni – secondo il dettato costituzionale – rimanevano esclusivamente nelle mani del Re.


IL 1929
Lo spirato Governo Korošec era stato il ventitreesimo dalla costituzione del Regno Serbo Croato Sloveno, a testimonianza della debolezza di un sistema parlamentare che pure aveva dalla sua la possibilità di ricorrere alle maniere forti di una dittatura di fatto. E, ancor più, la precarietà della situazione era sottolineata dal drammatico conflitto serbo croato, un conflitto cui i veti incrociati dei partiti impedivano venisse data una soluzione diversa dal mantenimento di uno status quo assolutamente insostenibile.
Re Aleksandar (che per la sua formazione nella Russia zarista era ostile al parlamentarismo, e che per le sue personali inclinazioni detestava i politicanti, serbi compresi) si decideva perciò ad imporre la sua soluzione: se non si poteva scegliere la via della separazione nè quella della federazione fra le due principali etnìe del Regno, allora egli avrebbe messo in atto la sua teoria dello jugoslavismo integrale e sarebbe riuscito a creare un nuovo popolo, un nuovo Stato, un unico nazionalismo che avrebbe affratellato tutte le genti slavomeridionali.
Così, il 6 gennaio 1929, Aleksandar si appellava a tutti i popoli del Regno, affermando che con la collaborazione dei serbi, dei croati, degli sloveni e delle altre etnìe, egli si accingeva a creare uno Stato moderno ed efficiente che si sarebbe fatto carico di una maggiore rispondenza agli interessi di tutti.
Il biglietto da visita del Re voleva essere rassicurante: il nuovo Primo ministro non era un politico, ma un militare: il generale Petar Živkovic, peraltro capo della società segreta Bela Ruka (Mano Bianca). Del nuovo governo facevano parte un secondo militare, un indipendente, un democratico e quattro radicali serbi, due croati ed uno sloveno. Da notare, che solo due ministri erano espressione degli apparati dei rispettivi partiti (il democratico serbo Marinkovic e il po-polare sloveno Korošec), mentre tutti gli altri erano o elementi estranei ai partiti, o comunque esponenti non di primo piano delle vecchie formazioni politiche.
Ai partiti del vecchio regime – infatti – si rimproverava di avere portato lo Stato alla rovina, di avere promosso la tensione etnica che insanguinava il Paese e di essersi frapposti tra il Popolo ed il suo Re. Il nuovo regime, invece, affermava che non sarebbero più stati tollerati diaframmi artificiali (ed infatti venivano sciolti i partiti e subito dopo anche le altre associazioni politiche, in primo luogo i gruppi separatisti) e che, da allora in poi, il Sovrano sarebbe stato l'interprete autentico di una “volontà nazionale” non più falsata dalle mene dei politicanti.
Le prime creazioni del regime erano un Consiglio Legislativo Supremo ed un Tribunale Speciale, quest'ultimo destinato ad applicare draconianamente le severissime leggi in materia di pubblica sicurezza e di tutela dell'integrità dello Stato: tali leggi erano dirette in primo luogo contro i comunisti (Alessandro era forse il più duro anticomunista fra i Capi di Stato europei) ma pure – forse altrettanto pesantemente – contro ogni forma di separatismo, di autonomismo o anche soltanto di particolarismo etnico o religioso. Il nuovo Stato poteva nascere soltanto se i sudditi avessero dimenticato di essere sloveni o macedoni, ortodossi o mussulmani, e si fossero alfine riconosciuti semplicemente jugoslavi. Era una posizione assunta in assoluta buonafede dal Sovrano, che – benchè serbo fino al midollo – si sentiva e voleva agire da jugoslavo; ma era una posizione destinata a scontrarsi con la realtà di un Paese con nove lingue, due alfabeti e quattro confessioni religiose, e con le conseguenti prevedibili resistenze. Resistenze che non tardavano a palesarsi; e non solo da parte delle minoranze etniche o religiose, ma anche da parte dei serbi (sobillati dai vecchi partiti) e della Chiesa ortodossa, il cui ruolo era notevolmente ridimensionato in uno Stato “integralista” estraneo alle logiche confessionali.
Gli sforzi di modernizzazione si indirizzavano verso tutte le direzioni: innanzitutto cercando di moralizzare la vita pubblica, di snellire una burocrazia elefantiaca, di rendere efficiente la macchina amministrativa; ma anche intervenendo nella vita economica in maniera concreta, operando la mediazione dello Stato nei conflitti sociali, favorendo l’emancipazione dell'industria di Stato e del capitalismo privato – entrambi fino ad allora rozzi e scarsamente incisivi – e la loro collaborazione attraverso la formazione di organismi misti, attuando una politica creditizia che sottraeva finalmente il numerosissimo ceto contadino al secolare ricatto degli usurai.
In altri termini, il regime interveniva concretamente per riformare le strutture statali e per organizzare razionalmente l'economia, nell'ottica di un “cambiamento”, di un “nuovo” che si inserivano indubbiamente nel filone del rinnovamento europeo di matrice fascista.
Era questo sforzo di novità, più che le tendenze antimarxiste e antiliberali, ad avvicinare il prototipo alessandrino delle “dittature reali” (o del “monarco fascismo”) agli schemi fascisti. D'altronde, il principe Pavle – futuro Reggente – aveva confidato all'ambasciatore italiano Galli che re Aleksandar intendeva modellare il suo regime su quello di Mussolini, e lo stesso Sovrano non nascondeva la sua ammirazione per il Duce italiano: «Mussolini è un uomo eccezionale.»(1)
Oggi la storiografia dominante nega il carattere criptofascista del regime di Alessandro. Ma – se l'assenza di una propria dottrina politica codificata impedì al nazionalismo jugoslavista di esplicitare compiutamente talune sue potenzialità fasciste – non possiamo non convenire con il Sadkovic quando afferma che «lungi dall'essere un ritorno all'assolutismo balcanico, il regime conteneva una gran varietà di elementi che, se non erano nettamente fascisti, erano certamente fascistici».(2)
Altri elementi che testimoniavano l'emulazione del modello mussoliniano, erano la ricerca del “consenso”, la “mobilitazione delle masse” (almeno a livello embrionale), la coreografia di manifestazioni e sfilate, il perseguimento dell'appoggio delle giovani generazioni, la politica di sviluppo dell'educazione fisica, eccetera.
Il motivo dominante del regime restava, comunque, quello della unificazione nazionale. In questa direzione andava tutta una serie di provvedimenti: da quello di adottare come unico alfabeto il latino (suscitando le ire dei serbi), a quello di creare una lingua ufficiale “serbo croata”, a quello di abolire le tre bandiere nazionali, a quello, infine, che – nove mesi dopo l'instaurazione del nuovo sistema – era, se non il più importante, certamente il più significativo: il cambiamento della denominazione dello Stato da Regno SerboCroato Sloveno in Regno di Jugoslavia.
Un'ultima notazione: mentre il vecchio regime parlamentare aveva seguito una linea diplomatica che recepiva in pieno il ruolo di pedina francese assegnato al “regno trino”, il regime di Alessandro, pur mantenendosi fedele all'alleanza con la Francia, abbozzava una propria autonoma politica estera (più avanti vedremo il tentativo di stabilire nuovi rapporti con l'Italia), rifiutando – come anche qui giustamente afferma il Sadkovic – le mansioni di piccolo Stato ese-cutore di ordini altrui e rivendicando invece la funzione di grande Potenza che nei Balcani avrebbe dovuto svolgere il ruolo che già era stato della Russia zarista.(3)
(…)
Nel dicembre 1929 una ennesima legge contro i particolarismi etnici e religiosi imponeva lo scioglimento – fra gli altri organismi – anche dei Sokol, le famose società ginniche che, articolate su base regionale, avevano un innegabile substrato nazionalista, specie in Croazia. I singoli Sokol venivano unificati in un solo Jugosokol, cercando così di realizzare due fra quelli che sono già stati ricordati tra gli obiettivi del regime: l’appoggio delle nuove generazioni e la politica di sviluppo dell'educazione fisica.
Lo scioglimento veniva decretato anche per i gruppi nazionalisti serbi e, con essi, pure per la ORJUNA, benchè – in quest'ultimo caso – si trattasse di un gruppo ispirato agli ideali dell'integralismo jugoslavo. Gli unici ad essere risparmiati erano gli ex combattenti dell’As-sociazione Patriottica dei Cetnici ed i movimenti di ispirazione irredentistica.


IL 1930

Agli inizi del 1930 gli ex-orjunisti e gli esponenti dei disciolti movimenti nazionalisti serbi guadagnati alla causa dello jugoslavismo integrale, costituivano la Jugoslavenskaja Akcija (Azione Jugoslava). A prima vista, la JA non era che una riedizione della ORJUNA: ne facevano fede la continuità della linea jugoslavista integrale, le suggestioni maurrassiane (testimoniate anche dalla denominazione del movimento), la malcelata emulazione del fascismo italiano, l'aspirazione ad una Grande Jugoslavia. Ma, al contrario della ORJUNA, l’Azione Jugoslava non vagheggiava più un regime autoritario e corporativo, per il semplice fatto che un tale regime aveva già mosso i primi passi; non agitava il nazionalismo integrale jugoslavo come un semplice programma politico, ma come il pensiero del Re (di cui il movimento si piccava essere il più fedele interprete) e come il programma ufficiale del regime; non preconizzava l’abolizione del sistema parlamentare, ma vigilava perchè i partiti non potessero tornare ad alzare la testa; non operava azioni violente di squadrismo spicciolo, ma praticava una sorta di squadrismo di Stato, svolgendo di fatto le mansioni di una milizia di regime.
In effetti, l’Azione Jugoslava (e la sua propaggine giovanile Giovane Jugoslavia) aveva un ruolo ben preciso nei disegni di Aleksandar per la costituzione di un partito unico: verosimilmente, ne avrebbe dovuto costituire la componente militante e giovanile (insieme allo Jugosokol, mentre i transfughi dei vecchi partiti ne avrebbero rappresentato la struttura burocratica. Il progetto (la cui realizzazione era stata affidata al generale Živkovic) si arenerà sulle secche delle diatribe fra i politici serbi, e decollerà malamente – come vedremo – solo nella fase “costituzionale” del regime.
Continuava, intanto, la frenetica attività di guerriglia degli Ustaši croati, dei Comitaji macedoni e dei Kaçak kossovari, che avevano ormai fissato i rispettivi quartiergenerali in Italia (a Bologna i croati, a Brindisi i macedoni) e in Albania (a Tirana e a Durazzo i kossovari).
I macedoni, soprattutto, moltiplicavano il loro attivismo nel 1930, nonostante l'entrata in vigore dei Protocolli di Pirot, che avrebbero dovuto (teoricamente) rendere più sicura la frontiera jugo bulgara. Quanto ai croati, installavano in territorio italiano i primi Logor (Comandi), camuffati da “aziende agricole” presso Ancona, Brescia e Piacenza.
Nonostante ciò, la linea diplomatica del nuovo Ministro degli Esteri italiano Dino Grandi si sforzava di produrre un’attenuazione dei contrasti con la Jugoslavia. L’unico risultato concreto, però, era di accertare – nel corso di un colloquio avvenuto in maggio fra lo stesso Grandi e l'omologo jugoslavo Marinkovic – che nulla ostava ad un riavvicinamento fra i due Paesi; ma che, tuttavia, nessuno dei tradizionali motivi di attrito (Albania in primis) era venuto meno.


IL 1931
La diplomazia del “calmare le acque” di Grandi era comunque un passo avanti rispetto al passato; ed altri segnali positivi per la Jugoslavia si registravano nel 1931, quando in Bulgaria e in Ungheria si dimettevano i governi Liapcev e Bethlen, sostituiti da ministeri meno inclini alle agitazioni revisioniste.
La breve ed assai relativa fase di pseudo-democratizzazione dell’area danubiano-balcanica coinvolgeva anche la Jugoslavia, e per due diversi ordini di motivi: Parigi aveva pressato energicamente Belgrado perché fosse cancellato lo scandalo di un regime parafascista in un Paese che era il pilastro delle democrazie nei Balcani; ed i partiti serbi – che conservavano buona parte della loro vecchia influenza – avevano iniziato una “guerriglia” politica che colpiva il regime nella sua unica roccaforte, la serba.
Si apriva, perciò, la fase del cosiddetto “periodo costituzionale” del regime integralista, fase che prefigurava una restaurazione mascherata del sistema pre-1929. Il 3 settembre, così, veniva varata una nuova Costituzione che, se eliminava alcuni caratteri “fascisti” del regime, ne lasciava inalterati tutti i meccanismi dittatoriali: la sola ed unica differenza risiedeva nel fatto che adesso il Re – pur conservando sostanzialmente i propri poteri pressoché assoluti – doveva fare i conti con i partiti, riammessi nella legalità.
Quanto poco democratico – nella sostanza – fosse questo sistema, però, appariva chiaro dalla nuova legge elettorale che, oltre a contemplare una maggioranza di due terzi dei seggi per il partito che avesse raggiunto il 40% dei suffragi, prevedeva che il voto fosse pubblico e orale: la qualcosa si commentava da sé.
Inoltre, la partecipazione alle consultazioni elettorali era riservata ai partiti nazionali, con esclusione di tutte le forze che si richiamavano a schieramenti regionali, etnici e religiosi.
Di fronte a un tale stato di cose, non desta meraviglia che le opposizioni decidessero di disertare le elezioni di novembre, lasciando che le forze governative si aggiudicassero tutti i seggi in palio.


IL 1932
Il “periodo costituzionale” si apriva con una breve fase di transizione, durante la quale il Sovrano continuava ad agire come se fosse ancora l'unico padrone della situazione. Tale fase coincideva con gli ultimi mesi del governo Živkovic e – ancòra – con il brevissimo governo-ponte di Vojislav Marinkovic.
In questo periodo, re Aleksandar ricercava ancòra una volta il riavvicinamento all’Italia nella speranza di poter attenuare l'invadente egemonia della Francia, così come tentava di pervenire finalmente alla costituzione di un partito “suo” che arginasse le pretese dei politici serbi.
Il primo progetto restava per alcuni mesi a livello di scambi epistolari con Mussolini, e naufragherà poi con la rivolta croata della Lika; quanto al secondo, si concludeva con un completo fallimento che riapriva sostanzialmente le porte al sistema parlamentare.
Il partito del JRSD (Jugoslovenska Radikalno-Seljacka Demokratija, Democrazia Radical-Contadina Jugoslava) creato dal Primo ministro Marinkovic, infatti, non era certo il moderno partito di massa, fedelissimo del Re e propagatore dello jugoslavismo integrale – come Alessandro lo aveva concepito – ma soltanto la riproposizione del vecchio mondo politico, con le sue divisioni partitiche e con il non celato desiderio di riprendersi un potere che per tre anni gli era stato sottratto.
Dei quattro schieramenti in cui subito si frazionava il partito “unico”, il più forte – significativamente – era quello che si considerava l'erede diretto del vecchio Partito Radicale serbo, e quindi centralista, difensore del metodo parlamentare ed ostile al nazionalismo integrale jugoslavista.
Questo schieramento andava al potere con la nomina di Milan Shrškic a Primo Ministro, il 2 luglio 1932. Da quella data aveva sostanzialmente inizio lo smantellamento del regime integralista jugoslavo e la restaurazione del panjugoslavismo centralista.

 

rielaborazione da:
MICHELE RALLO: L’epoca delle rivoluzioni nazionali. Volume 2: Jugoslavia.

 

NOTE

1) Piero CAPORILLI: Mussolini giudicato dagli stranieri. “Sette anni di guerra”, fascicolo monografico. Roma 1965.
2) James J. SADKOVICH: Il regime di Alessandro in Jugoslavia. 1929-1934. “Storia Contemporanea”, 1/1984.
3) James J. SADKOVICH: Il regime di Alessandro in Jugoslavia. Cit.


ALTRI TESTI

G. SOLARI-BOZZI: La Jugoslavia sotto la dittatura. Istituto per l’Europa Orientale, Roma, 1933.
H. James BURGWYN: Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio, 1925-33. Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano, 1979.
Jerzy W. BOREJSZA: Il fascismo e l’Europa Orientale. Laterza editori, Bari, 1981.



 

 

 

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