LA
QUESTIONE MONTENEGRINA
DAL 1916 AL 1919
1916:
IL PRIMO TEMPO DELLA QUESTIONE MONTENEGRINA
Una tra le “questioni”
che movimentavano la scena diplomatica durante la
prima metà del 1916, era quella montenegrina.
Il Montenegro – si tenga presente – era
un paese per certi versi appartenente aella sfera
d’influenza italiana, anche a sèguito
del recente matrimonio della figlia di re Nikola,
la principessa Elena, con Vittorio Emanuele III. Viceversa,
la Serbia avrebbe voluto attrarlo nella propria orbita;
anzi, avrebbe voluto annetterselo. Ed era proprio
questo il destino che gli strateghi belgradesi avevano
disegnato per l’immediato futuro, quando –
a guerra finita – si sarebbe dato avvio alla
creazione di uno Stato slavomeridionale, ovvero “jugoslavo”.
Tornando all’Italia, un Montenegro indipendente
continuava ad essere un assioma della sua politica
adriatica, soprattutto nell’ipotesi che la spartizione
dell’Albania dopo la guerra non potesse essere
evitata. Nell’ottica di Roma, infatti, doveva
assolutamente essere scongiurato il pericolo di una
Serbia forte e ben posizionata sulla riva orientale
adriatica, e conseguentemente – se la divisione
dell’Albania fosse risultata inevitabile –
sarebbe stato certamente preferibile che la maggior
parte (e la più occidentale) dell’Alta
Albania fosse attribuita al Montenegro e non alla
Serbia.
Forte anche di una tale congiuntura, re Nikola I Petrovic-Njegos
– benchè il suo paese fosse totalmente
invaso dalle armate austriache – continuava
a rivendicare dall’esilio parigino il disegno
ambizioso di un Grande Montenegro, che non soltanto
mantenesse la sua indipendenza, ma che inglobasse
a nord l’Erzegovina, ed a sud lo Scutarino e
le altre regioni schipetare a maggioranza cattolica.
(1)
Ma il disegno antitaliano iniziava a prendere forma,
e Francia e Inghilterra erano concordi tra loro (e
con la Russia) nel predisporre tutti gli elementi
che – a guerra finita – potessero essere
d’ostacolo al dominio italiano sull’Adriatico,
che pure pochi mesi prima si erano impegnate ad agevolare.
Ed i primi fra tali elementi erano appunto il rafforzamento
della Serbia e la cancellazione del Montenegro.
Naturalmente, essendo Inghilterra e Russia assai lontane
dalla regione adriatica, toccava alla Francia sobbarcarsi
il còmpito di uccidere l’indipendenza
di un paese amico e alleato, còmpito che eseguiva
con molta ipocrisia, cercando in principio di dissimulare
le sue intenzioni.
All’inizio del 1916 la Francia appariva come
generosamente filomontenegrina: offriva addirittura
Parigi come sede per il governo montenegrino in esilio,
e si impegnava a contribuire con 200.000 franchi mensili
alle spese per il suo funzionamento.
Ma, non appena re Nikola giungeva a Parigi e sùbito
prendeva a lavorare per un rapido rientro in patria,
iniziavano i problemi. Il primo intoppo si registrava
quando il sovrano chiedeva ai francesi di convogliare
profughi e prigionieri di nazionalità montenegrina
in una “legione” che avrebbe dovuto essere
l’embrione di un futuro ricostituito esercito
montenegrino che si battesse al fianco dell’Intesa,
esattamente come il ricostituito esercito serbo. I
francesi nicchiavano, prendevano tempo, ma in breve
era chiara la loro ferma opposizione alla ricostruzione
sotto qualsiasi forma di una forza armata montenegrina.
(2)
A questo punto le cose erano chiare: la Francia, insieme
agli altri alleati (Roma esclusa), era contraria alla
formazione di una Legione Montenegrina (3),
perché questa – a guerra finita –
avrebbe potuto costituire il naturale antemurale all’invasione
serba, evidentemente già programmata.
Per l’Italia – a dieci mesi dalla firma
del Patto di Londra – era il primo campanello
d’allarme.
1918: LA SERBIA GETTA
LA MASCHERA
In quasi perfetta coincidenza con gli avvenimenti
fiumani, si registravano altri sviluppi nella questione
montenegrina.
Gli ingredienti delle due crisi erano i medesimi:
dinamismo italiano, espansionismo serbo, filoserbismo
francese, e rifiuto degli alleati di dare applicazione
al principio di autodeterminazione popolare.
A ben guardare, la questione montenegrina si era
annunziata fin dal 1916, quando – come abbiamo
visto – si era palesato il disegno francese
di consegnare il paese alla Serbia e di sottrarlo
all’influenza italiana.
Adesso – nell’ultimo scorcio del 1918
– lo scenario della crisi non era più
quello dell’esilio parigino, ma quello dell’occupazione
militare del Montenegro. Una decisione del vertice
alleato aveva stabilito che questa dovesse essere
condotta paritariamente da forze inglesi, francesi
e italiane. Ma – come vedremo – così
non sarà.
Re Nikola I, con la sua Corte e il suo Governo,
continuava ad essere sostanzialmente prigioniero
del governo di Parigi, che si rifiutava di lasciarlo
tornare in Montenegro. Viceversa, i francesi stessi
rimandavano in patria esponenti montenegrini al
loro soldo, con il còmpito di operare per
una rapida serbizzazione del paese.
Sul campo, la situazione era paradossale: i francesi
si erano trasformati in forza di supporto per l’esercito
serbo, che – senza alcun mandato del Comando
interalleato – avanzava a tappe forzate da
est; mentre gli italiani erano mantenuti ai margini
della zona d’occupazione, sostanzialmente
confinati nelle regioni costiere ed impediti di
raggiungere la capitale Cettinjie da manifestazioni
“popolari” organizzate dal partito serbofilo.
(4)
Questo faceva capo all’ex Primo ministro Andrija
Radovic ed era denominato Comitato Montenegrino
per l’Unione Nazionale; vi facevano
riferimento anche i reparti di Cetnici montenegrini
inquadrati nell’esercito serbo, nonché
i comitati locali che i serbi insediavano in ogni
zona da loro occupata. Radovic – per la cronaca
– era un personaggio estremamente ambiguo
(«un membro rinnegato della prima
corte di re Nicola»
(5) e adesso
«strettamente legato al premier
serbo Pašic» (6))
che fin dal 1916 si era fatto strumento delle mene
espansionistiche dei serbi.
Erano gli uomini di Radovic – assolutamente
non rappresentativi della volontà popolare
– che il 24 novembre si riunivano in convegno
a Podgoritza (e non nella capitale, più nettamente
ostile ad ogni ipotesi annessionista), attribuendosi
la dignità e le funzioni di Assemblea Costituente.
Tale pseudoassemblea decretava la deposizione di
Nikola I, la decadenza della dinastia dei Petrovic-Njegos,
l’annessione del Montenegro allo Stato serbo
e la subordinazione alla dinastia dei Karajiorjievic.
Chiaramente, non si trattava di una manifestazione
di parlamentarismo sia pur tribale, ma di un colpo-di-Stato
antidemocratico, organizzato dal Primo Ministro
serbo Pašic e dal suo ex collega montenegrino
Radovic. Il tutto, sotto l’occhio benevolo
dei francesi, che fornivano una sorta di attestazione
notarile circa il valore democratico dell’assemblea
di Podgoritza. A certificare tale valore democratico
era personalmente il comandante dell’Armée
d’Orient, quel generale Franchet
d’Esperey che era notamente in rapporti d’amicizia
con il Principe-Reggente di Serbia,(7)
il più diretto interessato alla fine dell’indipendenza
montenegrina.
Gli italiani non si sentivano di giungere ad una
completa rottura con gli alleati, ma ben si rendevano
conto che la serbizzazione del Montenegro andava
contro i loro interessi, e si apprestavano a fare
quanto in loro potere per impedirla. Così
– mentre favorivano l’aggregazione di
elementi nazionalisti nelle zone da loro controllate
– già il 30 novembre inviavano a Cattaro
l’agente segreto Giovanni Baldacci, con l’incarico
di organizzare in loco il movimento indipendentista.
(8)
Pochi giorni dopo – il 3 dicembre –
il Capo di Stato Maggiore italiano, il generale
Pietro Badoglio, presentava al Ministro degli esteri
Sonnino un piano insurrezionale per il Montenegro,
piano che veniva approvato e trasmesso per l’attuazione
al comando del corpo di spedizione italiano a Cattaro.
In dipendenza di ciò, Baldacci (il cui fratello,
Antonio, sarà più tardi presidente
del Comitato Italiano per l’Indipendenza
del Montenegro) concordava con il capo
del partito indipendentista – l’altro
ex Primo ministro Jiovan Plamenac – un piano
insurrezionale che avrebbe dovuto scattare nel giro
di pochi giorni.
Serbi e serbofili – tuttavia – non restavano
con le mani in mano. Il 22 dicembre, alla vigilia
dell’insurrezione, il governo provvisorio
montenegrino faceva arrestare centinaia di esponenti
nazionalisti, praticamente quasi tutti i capi della
rivolta. L’insurrezione era fermata, anche
se – come vedremo – soltanto per pochi
giorni.
1919: LA MANCATA
PARTECIPAZIONE DEL MONTENEGRO
ALLA CONFERENZA DI PARIGI
Malgrado i capi della congiura montenegrina fossero
stati quasi tutti arrestati, Jiovan Plamenac non
demordeva e, il 4 gennaio 1919, guidava alcune migliaia
di irregolari all’assalto della capitale Cettinjie,
che cingeva d’assedio.
Ma la rivolta non durava che quattro giorni, battuta
non dai serbi ma dai mancati rifornimenti da parte
degli italiani. Così, l’8 gennaio,
Plamenac era costretto a ritirare i suoi –
affamati e privi di munizioni – ed a ripararli
dietro le linee italiane nell’Alta Albania.
Roma aveva perso una buona occasione per portare
con poco sforzo un affondo nel cuore del complotto
balcanico di serbi e francesi.
Esattamente dieci giorni dopo – il 18 gennaio
– si apriva a Parigi la Conferenza della Pace.
Il governo montenegrino legittimo riusciva a partecipare
con un suo delegato soltanto alla prima seduta del
Consiglio Supremo ed a presentare un suo memoriale
(9),
«mentre di fatto, com’è noto,
venne escluso dai lavori e dalle decisioni della
Conferenza, né mai le sue richieste vennero
prese in considerazione, se non come richieste e
rivendicazioni della delegazione jugoslava».
(10)
Era evidente il disegno di attribuire la rappresentanza
del Montenegro al governo di Belgrado, (11)
nell’attesa di poter cancellare del
tutto dalla scena lo scomodo governo montenegrino
di Parigi. Re Nikola reagiva con un ulteriore irrigidimento
delle proprie posizioni, e il 6 febbraio nominava
Primo Ministro proprio Plamenac, forse la personalità
montenegrina maggiormente invisa a serbi e francesi.
Inoltre, otteneva che gli italiani dessero asilo
alle sue formazioni irregolari, che in effetti saranno
organizzate in una Legione Montenegrina
di stanza a Gaeta. (12)
Ma tutto era inutile, e – con somma ipocrisia
– la Conferenza della Pace lasciava volutamente
nel dimenticatoio la questione della rappresentanza
del Montenegro, di cui non era stata ancòra
sancita l’annessione alla Serbia, ma di cui
non veniva nemmeno riconosciuto il diritto all’indipendenza.
Il tutto – naturalmente – in nome dei
princìpi di nazionalità e di autodeterminazione
dei popoli.
rielaborazione
da:
MICHELE RALLO:
Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima
guerra mondiale e la “Vittoria mutilata”.
La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico
dal Patto di Londra al Patto di Roma, 1915-1924. |
NOTE
(1)
L’Albania era un paese a maggioranza musulmana,
ma con forti minoranze cristiane: una cattolica,
maggioritaria nelle regioni più settentrionali,
ed una ortodossa, maggioritaria nelle regioni più
meridionali.
(2)
Antonio MADAFFARI: Italia e Montenegro, 1918-1925:
la Legione Montenegrina. “Studi
Storico-Militari”, anno 1996. Stato Maggiore
dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1998.
(3)
La Legione Montenegrina vedrà più
tardi la luce in Italia.
(4)
Antonio MADAFFARI: Italia e Montenegro.
Cit.
(5)
Whitney WARREN: Montenegro: il delitto
della Conferenza della Pace. Stabilimenti
Poligrafici Riuniti, Bologna, 1923.
(6) Anton
SBUTEGA: Storia del Montenegro. Dalle origini
ai giorni nostri. Rubbettino editore,
Soveria Mannelli, 2006.
(7)
Guillaume BALAVOINE: Le Monténégro
et son intégration dans le Royaume des Serbes,
Croates et Slovenes, 1914-1921. www.mapage.noos.fr/
[2006].
(8) Antonio
MADAFFARI: Italia e Montenegro.
Cit.
(9) AA.VV.
Montenegro before the Peace Conference.
Parigi, marzo 1919.
(10)
Amedeo GIANNINI: L’Albania dall’indipendenza
all’unione con l’Italia, 1913-1939.
Istituto per gli Studi di Politica Internazionale,
Roma, 1940.
(11) Dal
1° dicembre dell’anno precedente era stato
costituito ufficialmente il Regno Serbo-Croato-Sloveno,
da taluni indicato già come jugoslavo (cioè
degli slavi del sud). In realtà, la trasformazione
del Regno SHS in Regno di Jugoslavia non avverrà
che nel 1929.
(12)
Antonio MADAFFARI: Italia e Montenegro.
Cit.
|