Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

TURCHIA

 
Bandiera nazionalista con le "sei frecce" di Atatürk

 

LA RIFORMA KEMALISTA DELLA SOCIETA’ TURCA (1925-1938)


Era sostanzialmente a partire dal novembre 1925, dopo avere assunto i pieni poteri ed avere di fatto liquidato l’opposizione, che Presidente Kemal iniziava pienamente un processo riformista assolutamente estremizzato, con l’obiettivo di realizzare il suo coerente progetto di sovversione del vecchio stato autocratico e teocratico ottomano: cancellare la dominazione culturale arabo-persiana, limitare l’influenza della religione islamica alla sola sfera individuale dei singoli, e restituire la Turchia ai turchi, alla cultura turca, al dinamismo turco che guardava verso l’occidente e il progresso e non verso l’oriente e verso concezioni politiche sorpassate ed anacronistiche.
Le riforme di Kemal procederanno ininterrottamente per tredici anni (dal novembre 1925 al novembre 1938, data della sua morte) ed interesseranno tutti i settori della vita turca: dal campo religioso, a quello civile, a quello economico.
La prima riforma (votata dalla Grande Assemblea Nazionale nel novembre 1925) riguardava il divieto di ostentare in pubblico simboli religiosi, con particolare riguardo all’abbigliamento: veniva vietato l’uso del fez e del turbante per gli uomini e del velo per le donne, mentre il Ghazi invitava la popolazione turca ad abbandonare la vecchia moda orientale per adottare «l’abbigliamento internazionale dei popoli civilizzati».
Immediatamente dopo, seguiva la riforma dell’insegnamento, attribuito in forma esclusiva e con carattere di assoluta laicità alle scuole pubbliche. Venivano proibite le vecchie scuole coraniche (le madrasse) e vietato l’insegnamento religioso con tutte le sue materie (arabo, persiano, diritto islamico, scienze islamiche, eccetera).
Terza importante riforma adottata nel 1925 era quella che prevedeva lo scioglimento delle potenti confraternite religiose e l’acquisizione al patrimonio pubblico dei loro beni.
Venivano infine adottati l’orario ed il calendario europei, la qualcosa recideva il cordone ombelicale che legava la Turchia alla cronologia islamica, e la avvicinava ulteriormente ai costumi occidentali.
La prima fase riformista continuava nel 1926: in febbraio la Grande Assemblea Nazionale prendeva atto che con la fine del Califfato e con l’abolizione dei due ministeri religiosi (la Sheria e il Wakf) era già venuta meno la vigenza della legge coranica, e votava la adozione di un Codice Civile e di un Codice Penale di tipo europeo. Era una vera e propria rivoluzione, e non soltanto perché sottraeva agli ambienti religiosi l’amministrazione della giustizia, ma soprattutto perché sanciva l’eguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini turchi, senza distinzione di fede religiosa né di sesso. Veniva meno ogni penalizzazione per i non-musulmani, e la stessa scelta religiosa non veniva più effettuata dal genitore per conto dei figli minori, ma demandata personalmente ad ogni cittadino al compimento della maggiore età. La famiglia veteroislamica e poligamica cessava di esistere, la donna turca era strappata alla sua condizione di inferiorità istituzionalizzata, e veniva introdotto un modello familiare europeo e laico (divorzio compreso).
Benchè adottati, tuttavia, i codici non entravano effettivamente in funzione che nel 1928, dopo che – in aprile – una GAN oramai pienamente kemalizzata aveva votato la riforma delle riforme, quella che abrogava l’articolo della Costituzione che contemplava l’islamismo come religione di stato. Veniva così meno la concezione stessa dello stato ottomano (concepito come una somma delle diverse comunità religiose) ed era sancita la visione kemalista della Turchia come nazione unitaria e totalmente laica, formata – secondo il dettato costituzionale – da «tutti gli autoctoni della Turchia (…) senza alcuna distinzione di religione o di razza» (1).
Ma l’attivismo riformatore non conosceva soste, e già ad agosto il Ghazi iniziava a percorrere in lungo e in largo il paese per propagandare la prossima riforma in calendario: l’abolizione dell’alfabeto arabo e l’adozione di quello latino. Proseguiva la marcia di avvicinamento all’Europa, e proseguiva soprattutto la lotta per la liberazione nazionale dall’influenza araba, considerata responsabile di tutte le scelte di indole politica, religiosa e culturale che avevano allontanato la Turchia dall’Europa, accomunandola all’Asia ed integrandola nell’Islam. Attenzione: la riforma dell’alfabeto non era la riforma completa della lingua turca (che sarà portata a compimento negli anni ’30), ma soltanto il primo passo in quella direzione; era piuttosto il coronamento della riforma dell’educazione nazionale, i cui ultimi tasselli venivano apposti proprio in coincidenza con la riforma dell’alfabeto. L’obiettivo era duplice: quello già ricordato di liberazione culturale dall’influenza araba, e quello della lotta contro l’analfabetismo. Ai due ordini di scuole pubbliche (le medie che risalivano ai tempi dei tanzimat (2) ed i licei varati nel 1925) si aggiungevano adesso due nuovi istituti scolastici pensati appositamente per l’immensa platea della periferia rurale e montanara (fino ad allora quasi completamente analfabeta): le Scuole Rurali per i ragazzi, e soprattutto gli Istituti di Villaggio, una specie di istituti magistrali diffusi sul territorio e dediti alla formazione di maestri elementari laici e con orizzonti europei.
Completato così il primo blocco di riforme, il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 era caratterizzato da un vivace dibattito politico-culturale circa la connotazione di quello che oramai era un vero e proprio regime; dibattito che vedeva schierati da una parte coloro che esaltavano la centralità di una Costituzione ispirata a princìpi democratico-liberali, e dall’altra quanti attribuivano maggior rilevanza al ruolo del Capo ed a quello del partito unico. Senza voler entrare nel merito della questione, è opportuno qui sottolineare come Kemal (nel frattempo insignito anche del titolo di Atatürk, cioè Padre dei Turchi) utilizzasse le strutture del Partito Repubblicano del Popolo come strumento per la creazione di una nuova classe dirigente, con valenza politica ma anche tecnica, da sostituire a quella di matrice ottomana, falcidiata dalla pulizia etnica e ridotta a pochi sopravvissuti di non eccelse qualità.
Per il resto, la connotazione “ideologica” del regime era codificata in sei punti, “le sei frecce di Atatürk” che lo stesso Kemal presentava al congresso del 1931 del Partito Repubblicano del Popolo: Repubblicanesimo, Nazionalismo, Populismo, Laicismo, Statalismo, Riformismo-Rivoluzionarismo. Saranno queste “sei frecce” (e segnatamente quella del nazionalismo economico indicato come “statalismo”) a determinare la rapidissima uscita della Turchia dall’arretratezza e dalla miseria, e la sua portentosa crescita economica.
Kemal non abbandonava tuttavia la battaglia per la liberazione nazionale della cultura turca, battaglia che anzi corroborava – agli inizi degli anni ’30 – con la creazione di due strumenti di supporto: l’Istituto per la Storia Turca e la Società per la Lingua Turca. Erano proprio questi due enti, con tutta la loro attività e segnatamente con convegni internazionali di studi di alta levatura, a fornire gli elementi necessari all’Atatürk per tracciare il profilo storico, etnico e culturale di una nazione turca assai diversa dal coacervo arabo-islamico-asiatico risultante dalla tradizione ottomana. Kemal elaborava la teoria delle origini sumerico-hittite della popolazione turca, origini che la accomunavano alle grandi civiltà euromediterranee dell’antichità e che la allontanavano dal mondo orientale, origini che esaltavano la comunanza con la cultura occidentale e respingevano le suggestioni panasiatiche e panislamiche che avevano caratterizzato la società turca ancòra durante il regime dei Giovani Turchi.
Strettamente connessa alla tematica storica era la questione della lingua, sulla quale il regime kemalista era già intervenuto con una prima riforma, quella dell’alfabeto. Bisognava tuttavia andare oltre, e riformare il vocabolario stesso della lingua turca, vocabolario imbastardito da secoli di influenza araba e persiana, al punto che i termini autenticamente turchi ne costituivano – almeno nella lingua “colta” – appena il 25%. Nel 1932 veniva quindi lanciata una vera e propria epurazione dei vocaboli di origine araba e persiana, il cui uso era vietato inderogabilmente: anche Allah non era più pronunciabile, ed in sua vece si doveva usare l’equivalente turco Tanri. Alla fine di questo processo (siamo ormai nel 1935) si perveniva all’elaborazione di un’unica lingua nazionale turca – il türkceh – che prendeva il posto sia della lingua colta ottomana, sia della lingua parlata che, soprattutto nelle zone più periferiche, presentava in passato differenze dialettali assai ampie e complesse.
Più o meno contemporaneamente, venivano portate a compimento le riforme “civili” iniziate negli anni ’20.
L’emancipazione della donna – per esempio – veniva completata dall’attribuzione dell’elettorato attivo (nel 1932) e di quello passivo (nel 1934).
Ed il Codice Civile veniva completato dall’introduzione dello stato civile e dall’obbligo dei cognomi secondo l’uso europeo. Significativamente, in immediata applicazione di tale provvedimento, il 24 novembre 1934 la Grande Assemblea Nazionale attribuiva ufficialmente a Kemal come cognome quello di Atatürk, Padre dei Turchi.
Parallelamente, cresceva l’attenzione verso le tematiche sociali, esaltate dal rapido arricchimento del paese e dal conseguente innalzamento del tenore di vita della popolazione. Nel 1936 veniva promulgato un Codice del Lavoro, che – tra l’altro – introduceva la domenica come giornata di riposo settimanale, in luogo del venerdì della tradizione islamica.
Ultime riforme significative erano quelle di sapore totalitario del 1936-37: quella che attribuiva ai prefetti le segreterie provinciali del partito, e quella che modificava la carta costituzionale per accogliervi ufficialmente i postulati politici kemalisti. Così commentava la direzione del Partito Repubblicano del Popolo: «Il Governo ha il dovere di far proprie e di attuare le direttive del Partito, mentre questo ha il compito di assistere in ogni modo e con ogni mezzo il Governo. Lo Stato ha il timone della vita nazionale, il Partito la bussola.»
Le scelte di politica interna, in ogni modo, non influivano minimamente sulle scelte di schieramento internazionale della Turchia kemalista, scelte improntate sempre e soltanto alla difesa dell’interesse nazionale. Così il nostro Giannini sintetizzava lo spirito della diplomazia di Kemal: «Con un gioco di equilibri e di audacie, sfruttando tutti i momenti propizi, è riuscito a creare una Turchia amica di tutti e di nessuno o, meglio, amica solo di sé stessa.»
Ma il cammino della Turchia kemalista si interrompeva bruscamente il 10 novembre 1938, quando – del tutto improvvisamente – il Padre dei Turchi veniva a mancare. I suoi funerali erano la testimonianza di un favore popolare autentico, assoluto, certamente ineguagliabile nella storia turca.
A succedergli era chiamato il suo ex braccio-destro Ismet Inönü, che si trovava quasi sùbito impegnato nella lotta per mantenere la Turchia estranea al conflitto mondiale che di lì a poco coinvolgeva tutte le potenze europee. Inönü riusciva in questo còmpito, ma doveva pagare un prezzo per acquisire un sostegno più ampio possibile durante e immediatamente dopo la guerra: e il prezzo era un “ammorbidimento” del regime, una sua graduale democratizzazione (sollecitata anche dagli occidentali), ed una parziale apertura agli ambienti islamici.
Queste le tappe più appariscenti della dekemalizzazione della Turchia: la nascita di un partito d’opposizione e l’elezione di una sua prima rappresentanza parlamentare nel 1946, la fine del governo del Partito Repubblicano del Popolo nel 1950, ed infine, nel 1953, la reintroduzione dell’insegnamento del Corano e della lingua araba nelle scuole turche.
In conclusione – e senza entrare nel merito dell’attualità politica che esula dai limiti che ci siamo imposti – la Turchia di Inönü (e dei suoi successori) aveva in qualche modo frenato la spinta laica e modernizzatrice della rivoluzione nazionale kemalista, pur certamente non contrastandola nè rinnegandola.
Oggi – a quasi settant’anni dalla morte di Kemal Atatürk – la Repubblica Turca appare ancòra come un paese “quasi europeo”.


rielaborazione da:
MICHELE RALLO: Il breve sogno europeo della Turchia di Kemal Atatürk, 1918-1938. [ L'Europa fuori dall'Europa]


NOTE:
(1) Va però osservato che la semplificazione etnica aveva già in larga parte risolto il problema, riducendo le presenze non-turche a quote poco più che simboliche.
(2) I tanzimat erano le riforme adottate in epoca ottomana.


 
 

 

 

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