LA
RIFORMA KEMALISTA DELLA SOCIETA’ TURCA (1925-1938)
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Era
sostanzialmente a partire dal novembre 1925, dopo
avere assunto i pieni poteri ed avere di fatto liquidato
l’opposizione, che Presidente Kemal iniziava
pienamente un processo riformista assolutamente estremizzato,
con l’obiettivo di realizzare il suo coerente
progetto di sovversione del vecchio stato autocratico
e teocratico ottomano: cancellare la dominazione culturale
arabo-persiana, limitare l’influenza della religione
islamica alla sola sfera individuale dei singoli,
e restituire la Turchia ai turchi, alla cultura turca,
al dinamismo turco che guardava verso l’occidente
e il progresso e non verso l’oriente e verso
concezioni politiche sorpassate ed anacronistiche.
Le riforme di Kemal procederanno ininterrottamente
per tredici anni (dal novembre 1925 al novembre 1938,
data della sua morte) ed interesseranno tutti i settori
della vita turca: dal campo religioso, a quello civile,
a quello economico.
La prima riforma (votata dalla Grande
Assemblea Nazionale nel novembre 1925)
riguardava il divieto di ostentare in pubblico simboli
religiosi, con particolare riguardo all’abbigliamento:
veniva vietato l’uso del fez e del turbante
per gli uomini e del velo per le donne, mentre il
Ghazi invitava la popolazione turca ad abbandonare
la vecchia moda orientale per adottare «l’abbigliamento
internazionale dei popoli civilizzati».
Immediatamente dopo, seguiva la riforma dell’insegnamento,
attribuito in forma esclusiva e con carattere di assoluta
laicità alle scuole pubbliche. Venivano proibite
le vecchie scuole coraniche (le madrasse) e vietato
l’insegnamento religioso con tutte le sue materie
(arabo, persiano, diritto islamico, scienze islamiche,
eccetera).
Terza importante riforma adottata nel 1925 era quella
che prevedeva lo scioglimento delle potenti confraternite
religiose e l’acquisizione al patrimonio pubblico
dei loro beni.
Venivano infine adottati l’orario ed il calendario
europei, la qualcosa recideva il cordone ombelicale
che legava la Turchia alla cronologia islamica, e
la avvicinava ulteriormente ai costumi occidentali.
La prima fase riformista continuava nel 1926: in febbraio
la Grande Assemblea Nazionale prendeva
atto che con la fine del Califfato e con l’abolizione
dei due ministeri religiosi (la Sheria
e il Wakf) era già
venuta meno la vigenza della legge coranica, e votava
la adozione di un Codice Civile e di un Codice Penale
di tipo europeo. Era una vera e propria rivoluzione,
e non soltanto perché sottraeva agli ambienti
religiosi l’amministrazione della giustizia,
ma soprattutto perché sanciva l’eguaglianza
davanti alla legge di tutti i cittadini turchi, senza
distinzione di fede religiosa né di sesso.
Veniva meno ogni penalizzazione per i non-musulmani,
e la stessa scelta religiosa non veniva più
effettuata dal genitore per conto dei figli minori,
ma demandata personalmente ad ogni cittadino al compimento
della maggiore età. La famiglia veteroislamica
e poligamica cessava di esistere, la donna turca era
strappata alla sua condizione di inferiorità
istituzionalizzata, e veniva introdotto un modello
familiare europeo e laico (divorzio compreso).
Benchè adottati, tuttavia, i codici non entravano
effettivamente in funzione che nel 1928, dopo che
– in aprile – una GAN
oramai pienamente kemalizzata aveva votato la riforma
delle riforme, quella che abrogava l’articolo
della Costituzione che contemplava l’islamismo
come religione di stato. Veniva così meno la
concezione stessa dello stato ottomano (concepito
come una somma delle diverse comunità religiose)
ed era sancita la visione kemalista della Turchia
come nazione unitaria e totalmente laica, formata
– secondo il dettato costituzionale –
da «tutti
gli autoctoni della Turchia (…) senza alcuna
distinzione di religione o di razza»
(1).
Ma l’attivismo riformatore non conosceva soste,
e già ad agosto il Ghazi iniziava a percorrere
in lungo e in largo il paese per propagandare la prossima
riforma in calendario: l’abolizione dell’alfabeto
arabo e l’adozione di quello latino. Proseguiva
la marcia di avvicinamento all’Europa, e proseguiva
soprattutto la lotta per la liberazione nazionale
dall’influenza araba, considerata responsabile
di tutte le scelte di indole politica, religiosa e
culturale che avevano allontanato la Turchia dall’Europa,
accomunandola all’Asia ed integrandola nell’Islam.
Attenzione: la riforma dell’alfabeto non era
la riforma completa della lingua turca (che sarà
portata a compimento negli anni ’30), ma soltanto
il primo passo in quella direzione; era piuttosto
il coronamento della riforma dell’educazione
nazionale, i cui ultimi tasselli venivano apposti
proprio in coincidenza con la riforma dell’alfabeto.
L’obiettivo era duplice: quello già ricordato
di liberazione culturale dall’influenza araba,
e quello della lotta contro l’analfabetismo.
Ai due ordini di scuole pubbliche (le medie che risalivano
ai tempi dei tanzimat (2)
ed i licei varati nel 1925) si aggiungevano adesso
due nuovi istituti scolastici pensati appositamente
per l’immensa platea della periferia rurale
e montanara (fino ad allora quasi completamente analfabeta):
le Scuole Rurali per i
ragazzi, e soprattutto gli Istituti di
Villaggio, una specie di istituti magistrali
diffusi sul territorio e dediti alla formazione di
maestri elementari laici e con orizzonti europei.
Completato così il primo blocco di riforme,
il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’20
e l’inizio degli anni ’30 era caratterizzato
da un vivace dibattito politico-culturale circa la
connotazione di quello che oramai era un vero e proprio
regime; dibattito che vedeva schierati da una parte
coloro che esaltavano la centralità di una
Costituzione ispirata a princìpi democratico-liberali,
e dall’altra quanti attribuivano maggior rilevanza
al ruolo del Capo ed a quello del partito unico. Senza
voler entrare nel merito della questione, è
opportuno qui sottolineare come Kemal (nel frattempo
insignito anche del titolo di Atatürk,
cioè Padre dei Turchi) utilizzasse le strutture
del Partito Repubblicano del Popolo
come strumento per la creazione di una nuova classe
dirigente, con valenza politica ma anche tecnica,
da sostituire a quella di matrice ottomana, falcidiata
dalla pulizia etnica e ridotta a pochi sopravvissuti
di non eccelse qualità.
Per il resto, la connotazione “ideologica”
del regime era codificata in sei punti, “le
sei frecce di Atatürk” che lo stesso Kemal
presentava al congresso del 1931 del Partito
Repubblicano del Popolo: Repubblicanesimo,
Nazionalismo, Populismo, Laicismo, Statalismo, Riformismo-Rivoluzionarismo.
Saranno queste “sei frecce” (e segnatamente
quella del nazionalismo economico indicato come “statalismo”)
a determinare la rapidissima uscita della Turchia
dall’arretratezza e dalla miseria, e la sua
portentosa crescita economica.
Kemal non abbandonava tuttavia la battaglia per la
liberazione nazionale della cultura turca, battaglia
che anzi corroborava – agli inizi degli anni
’30 – con la creazione di due strumenti
di supporto: l’Istituto per la Storia
Turca e la Società
per la Lingua Turca. Erano proprio questi
due enti, con tutta la loro attività e segnatamente
con convegni internazionali di studi di alta levatura,
a fornire gli elementi necessari all’Atatürk
per tracciare il profilo storico, etnico e culturale
di una nazione turca assai diversa dal coacervo arabo-islamico-asiatico
risultante dalla tradizione ottomana. Kemal elaborava
la teoria delle origini sumerico-hittite della popolazione
turca, origini che la accomunavano alle grandi civiltà
euromediterranee dell’antichità e che
la allontanavano dal mondo orientale, origini che
esaltavano la comunanza con la cultura occidentale
e respingevano le suggestioni panasiatiche e panislamiche
che avevano caratterizzato la società turca
ancòra durante il regime dei Giovani
Turchi.
Strettamente connessa alla tematica storica era la
questione della lingua, sulla quale il regime kemalista
era già intervenuto con una prima riforma,
quella dell’alfabeto. Bisognava tuttavia andare
oltre, e riformare il vocabolario stesso della lingua
turca, vocabolario imbastardito da secoli di influenza
araba e persiana, al punto che i termini autenticamente
turchi ne costituivano – almeno nella lingua
“colta” – appena il 25%. Nel 1932
veniva quindi lanciata una vera e propria epurazione
dei vocaboli di origine araba e persiana, il cui uso
era vietato inderogabilmente: anche Allah
non era più pronunciabile, ed in sua vece si
doveva usare l’equivalente turco Tanri.
Alla fine di questo processo (siamo ormai nel 1935)
si perveniva all’elaborazione di un’unica
lingua nazionale turca – il türkceh
– che prendeva il posto sia della
lingua colta ottomana, sia della lingua parlata che,
soprattutto nelle zone più periferiche, presentava
in passato differenze dialettali assai ampie e complesse.
Più o meno contemporaneamente, venivano portate
a compimento le riforme “civili” iniziate
negli anni ’20.
L’emancipazione della donna – per esempio
– veniva completata dall’attribuzione
dell’elettorato attivo (nel 1932) e di quello
passivo (nel 1934).
Ed il Codice Civile veniva completato dall’introduzione
dello stato civile e dall’obbligo dei cognomi
secondo l’uso europeo. Significativamente, in
immediata applicazione di tale provvedimento, il 24
novembre 1934 la Grande Assemblea Nazionale
attribuiva ufficialmente a Kemal come cognome quello
di Atatürk, Padre dei
Turchi.
Parallelamente, cresceva l’attenzione verso
le tematiche sociali, esaltate dal rapido arricchimento
del paese e dal conseguente innalzamento del tenore
di vita della popolazione. Nel 1936 veniva promulgato
un Codice del Lavoro, che – tra l’altro
– introduceva la domenica come giornata di riposo
settimanale, in luogo del venerdì della tradizione
islamica.
Ultime riforme significative erano quelle di sapore
totalitario del 1936-37: quella che attribuiva ai
prefetti le segreterie provinciali del partito, e
quella che modificava la carta costituzionale per
accogliervi ufficialmente i postulati politici kemalisti.
Così commentava la direzione del Partito
Repubblicano del Popolo: «Il
Governo ha il dovere di far proprie e di attuare le
direttive del Partito, mentre questo ha il compito
di assistere in ogni modo e con ogni mezzo il Governo.
Lo Stato ha il timone della vita nazionale, il Partito
la bussola.»
Le scelte di politica interna, in ogni modo, non influivano
minimamente sulle scelte di schieramento internazionale
della Turchia kemalista, scelte improntate sempre
e soltanto alla difesa dell’interesse nazionale.
Così il nostro Giannini sintetizzava lo spirito
della diplomazia di Kemal: «Con
un gioco di equilibri e di audacie, sfruttando tutti
i momenti propizi, è riuscito a creare una
Turchia amica di tutti e di nessuno o, meglio, amica
solo di sé stessa.»
Ma il cammino della Turchia kemalista si interrompeva
bruscamente il 10 novembre 1938, quando – del
tutto improvvisamente – il Padre dei Turchi
veniva a mancare. I suoi funerali erano la testimonianza
di un favore popolare autentico, assoluto, certamente
ineguagliabile nella storia turca.
A succedergli era chiamato il suo ex braccio-destro
Ismet Inönü, che si trovava quasi sùbito
impegnato nella lotta per mantenere la Turchia estranea
al conflitto mondiale che di lì a poco coinvolgeva
tutte le potenze europee. Inönü riusciva
in questo còmpito, ma doveva pagare un prezzo
per acquisire un sostegno più ampio possibile
durante e immediatamente dopo la guerra: e il prezzo
era un “ammorbidimento” del regime, una
sua graduale democratizzazione (sollecitata anche
dagli occidentali), ed una parziale apertura agli
ambienti islamici.
Queste le tappe più appariscenti della dekemalizzazione
della Turchia: la nascita di un partito d’opposizione
e l’elezione di una sua prima rappresentanza
parlamentare nel 1946, la fine del governo del Partito
Repubblicano del Popolo nel 1950, ed infine,
nel 1953, la reintroduzione dell’insegnamento
del Corano e della lingua araba nelle scuole turche.
In conclusione – e senza entrare nel merito
dell’attualità politica che esula dai
limiti che ci siamo imposti – la Turchia di
Inönü (e dei suoi successori) aveva in qualche
modo frenato la spinta laica e modernizzatrice della
rivoluzione nazionale kemalista, pur certamente non
contrastandola nè rinnegandola.
Oggi – a quasi settant’anni dalla morte
di Kemal Atatürk – la Repubblica Turca
appare ancòra come un paese “quasi europeo”.
rielaborazione
da: MICHELE RALLO:
Il breve sogno europeo della Turchia di Kemal
Atatürk, 1918-1938. [ L'Europa fuori dall'Europa] |
NOTE:
(1)
Va però osservato che
la semplificazione etnica aveva già in larga
parte risolto il problema, riducendo le presenze non-turche
a quote poco più che simboliche.
(2)
I tanzimat erano le riforme adottate in epoca ottomana.
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