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seguito alla grande offensiva – scatenata nella
primavera 1944 dal 1° Fronte baltico del generale
Ivan Bagramjan e dal 3° Fronte bielorusso del generale
Ivan Cherniakhovsky (schieramenti che misero in campo
un totale di circa 1.500.000 soldati) – i sovietici
penetrarono e rioccuparono dopo duri combattimenti i
tre Paesi Baltici difesi dal Gruppo tedesco Armate Nord,
forte di circa 350.000 uomini, agli ordini del colonnello
generale Georg Lindemann. In prima battuta i russi invasero
l’Estonia, scatenando quasi subito una violenta
repressione contro le forze che si erano schierate con
i tedeschi e contro i gruppi partigiani, anche quelli
che avevano combattuto contro i nazisti.
Nel momento del pericolo, Hitler decise di “accettare”
la collaborazione degli estoni per tentare di contenere
l’offensiva russa. Già nel febbraio del
1944, Berlino aveva incominciato a lanciare evidenti
segnali di apertura, prendendo in considerazione, dopo
due anni di dura occupazione, la formazione di uno stato
estone indipendente e alleato politicamente e militarmente
con il Reich. Nello stesso mese, l’ultimo primo
ministro del governo estone prima dell’invasione
sovietica del 1940, Juri Uluots, poté infatti
proclamare una massiccia mobilitazione che in brevissimo
tempo portò all’arruolamento di ben 70.000
uomini. Il numero dei volontari del Nuovo Esercito Estone
risultò però così alto da rendere
impossibile per i tedeschi la fornitura del necessario
armamento ed equipaggiamento, tanto è vero che
i coscritti da 70.000 dovettero essere ridotti a 45.000.
Forse a causa di ragioni contingenti, successivamente
queste forze vennero in parte inserite nella 20a Divisione
SS e in parte in una mezza dozzina di reggimenti della
Guardia di frontiera e in unità territoriali
minori. A capo delle forze armate estoni venne posto
l’Oberfuehrer Johannes Soodla, affiancato, in
qualità di capo di stato maggiore, dall’Obersturmbannfuehrer
Alfred Lutz.
Nel frattempo, l’offensiva generale sovietica
proseguiva in modo pressoché inarrestabile, costringendo
la Wehrmacht ad arretrare e a sostenere violenti combattimenti
di retroguardia. L’obiettivo della Stavka (il
Comando dell’Armata Rossa) era la conquista dei
tre principali centri estoni: Reval, Pernau e Riga.
La situazione precipitò il 4 settembre 1944 allorquando
la Finlandia firmò l’armistizio con i sovietici:
evento che rese estremamente pericolosa e precaria la
situazione delle armate tedesche dislocate nell’area
del Baltico. Tanto è vero che il 10 settembre
1944, l’Obergruppenführer Felix Steiner dovette
recarsi a Rastenburg, al quartiere generale di Hitler,
per fare il punto della situazione. Il 16 settembre
1944, il Führer ordinò l’attuazione
del Piano Aster, cioè la completa evacuazione
dell’Estonia da parte della Wehrmacht, imponendo
tuttavia la costituzione di una forte testa di ponte
a Reval, onde permettere l’evacuazione via mare
di tutte le truppe tedesche. In questo drammatico frangente,
nella capitale Tallinn, abbandonata dai tedeschi il
21 settembre, i partigiani proclamarono la nascita della
nuova Repubblica Estone, consentendo nel contempo agli
ultimi reparti germanici di imbarcarsi e di fuggire
verso ovest (complessivamente, nel settembre 1944, 80.000
soldati tedeschi, 43.000 soldati estoni e 24.000 civili
abbandonarono il paese).(1)
L’effimera Repubblica Estone non durò che
pochi giorni. Conquistata Tallinn, i russi, infatti,
la soppressero immediatamente, estendendo rapidamente
il loro ferreo controllo a tutto il paese. Essi tuttavia
non fecero i conti con i leader della resistenza, tra
i quali l’ammiraglio Jaan Pitka, che nel frattempo
avevano riorganizzato e ricompattato il fronte dei Fratelli
della Foresta. Circa 25/30.000 tra partigiani ed ex-militari,
alcuni dei quali avevano prestato servizio nello stesso
esercito tedesco, si rifugiarono nella profondità
dei boschi, preparandosi alla lotta. Tra i leader del
movimento partigiano figurava Ülo Altermann, uomo
dotato di forte carisma e capacità militari.
Sotto la sua direzione, le nuove bande, approfittando
della grande confusione che regnava ancora in molte
zone del paese, riuscirono a riunirsi a quelle dei Fratelli
della Foresta già operative. In questo periodo,
i ribelli risultavano suddivisi in battaglioni della
forza unitaria di circa 250/350 uomini, anche se ben
presto questi raggruppamenti, eccessivamente numerosi,
vennero frazionati in unità molto più
piccole, ma assai più agili e difficili da individuare.
L’autunno/inverno del 1944 fu insolitamente mite
e soleggiato e i contadini estoni, nonostante il pericolo
di rappresaglie, poterono fornire ai reparti clandestini
parte dei generi alimentari di cui necessitavano. Nell’inverno
1944-1945, i partigiani consolidarono la loro presenza
sul territorio e costruirono nelle più intricate
foreste del paese (soprattutto in quelle della contea
di Pärnumaa) centinaia di rifugi e depositi sotterranei
collegati tra di loro da una rete di gallerie, nei quali
accatastarono viveri, armi e munizioni. In altre zone,
caratterizzate da scarsa macchia, essi utilizzarono
invece nascondigli alternativi, come i pozzi dei campi,
i fienili e perfino le tombe abbandonate dei cimiteri.
L’ingegno dei partigiani sopperì poi alla
mancanza di determinati prodotti e attrezzature. I molti
artigiani e le numerose donne che avevano deciso di
seguire i loro uomini nelle foreste, si rivelarono preziosi.
Sfruttando i materiali e le fibre più disparati,
essi confezionarono centinaia di uniformi, scarponi
artigianali, tende da campo, sacchi a pelo, zaini e
coperte. Mentre tecnici, fabbri, operai ed elettricisti
riuscirono a riparare e addirittura a costruire rudimentali
ma efficaci apparecchi radio. Il trasporto delle armi
più pesanti (come ad esempio i pochi mortai e
i pezzi di artiglieria da 81 e 75 millimetri abbandonati
dai tedeschi dopo la ritirata), rappresentò un
problema praticamente irrisolvibile, anche perché
i partigiani difettavano di animali da tiro, carri e
autoveicoli. Venne quindi deciso di sotterrare in apposite
buche ricoperte da teli mimetici tutti i pezzi, privilegiando
quei siti strategici, ubicati in prossimità di
incroci stradali e ponti, cioè laddove si pensava
che i russi prima o poi sarebbero passati.
Era convinzione dei capi del movimento di resistere
il più possibile per cercare di arrivare alla
fine della guerra con le armi in pugno. La quasi totalità
dei combattenti estoni credeva infatti che le potenze
occidentali avrebbero, prima o poi, costretto Stalin
a riconcedere l’autogoverno del loro paese. D’altra
parte, i principi contenuti nella Carta Atlantica erano
ben noti sia in Estonia, sia negli altri due Paesi Baltici.
Fu questa convinzione a spingere i Fratelli della Foresta
a combattere ad oltranza, nonostante i sovietici avessero
deciso di calpestare l’accordo internazionale,
risolvendo a proprio vantaggio la questione baltica.
A scopo preventivo, Stalin aveva fatto mettere fuorilegge
tutti i partiti politici internandone i leader e gli
iscritti nei campi di concentramento di Tallinn-Nõmme,
Narva e, successivamente, nei gulag della Carelia e
della Siberia. La rapidità e l’efficienza
con i quali i sovietici riuscirono, fino dalle prime
battute, a catturare la quasi totalità dei “dissidenti
politici” e parte dei gruppi partigiani, venne
in buona misura agevolata dai tedeschi. Quando le prime
unità della NKVD giunsero a Tallinn, misero infatti
le mani su una parte del locale archivio della Abwehr
che inspiegabilmente era stato lasciato intatto. Per
i russi fu così possibile rintracciare rapidamente
tutti gli elenchi contenenti i nominativi dei leader
politici e militari estoni. Sembrò quasi (e probabilmente
fu proprio così) che i tedeschi avessero abbandonato
di proposito questo delicato materiale per consentire
ai russi di ultimare un lavoro che essi stessi non avevano
fatto a tempo a realizzare.
Tra il 1944 e il 1945, i sovietici provvidero a sigillare,
con il contributo della flotta, tutte le coste del paese
onde evitare ulteriori fughe in Scandinavia e in Occidente.
A questo riguardo, Mosca ordinò il sequestro
o la distruzione di tutte le imbarcazioni esistenti
nel paese, comprese quelle da pesca, provocando danni
enormi alla già disastrata economia locale. Tuttavia,
moltissimi estoni continuarono a tentare l’espatrio
in Svezia, costruendosi imbarcazioni di fortuna o avvalendosi
dell’aiuto fornito dai loro compatrioti già
sfollati in questo paese. Questi ultimi, misero infatti
a disposizione dei profughi grossi motoscafi adatti
alle traversate.
Quando divenne chiaro che la macchina sovietica era
ormai in procinto di annientare gran parte delle bande
partigiane, i capi ribelli decisero di rifondare il
movimento, frazionandone ulteriormente i reparti e diradando
la rete delle stazioni radio che avevano il compito
di mantenere i contatti con la Svezia e l’Occidente.
A questo proposito va ricordato che fino all’8
maggio 1945 alcuni impianti ricetrasmittenti continuarono
ad inviare a Berlino informazioni circa i movimenti
delle forze sovietiche nelle retrovie baltiche. Tuttavia,
gli agenti della NKVD riusciranno ad individuare e ad
eliminare la quasi totalità delle sezioni radio,
molte delle quali risultarono installate in abitazioni
civili ubicate in grossi centri urbani come Tallinn,
Rakvere, Kuressaare, Paldiski e Pärnue sull’Isola
di Hiiumaa. Nella fattispecie, l’impianto situato
nella sede dell’Università di Tallinn garantì
ancora per diverso tempo le comunicazioni con la Germania,
la Svezia e la Finlandia, anche se dopo il 19 settembre
1944 il governo di Helsinki dovette impedire qualsiasi
forma non solo di cooperazione, ma anche di comunicazione
con i ribelli baltici. Con il passare del tempo, la
quasi totalità dei radioperatori, compresi quelli
facenti parte dell’attivo Gruppo Haukka-Tummler,
vennero catturati o uccisi durante le irruzioni della
polizia. I sopravvissuti furono tutti processati e condannati
alla pena capitale. Alla fine del 1944, la maggior parte
dei membri del Comitato Nazionale venne arrestata, incluso
il suo primo capo Ernst Kull, che era già stato
imprigionato durante l’occupazione tedesca. I
membri del governo di Jüri Uluots finirono anch’essi
sotto processo a Mosca, dove il ministro della Guerra
Jaan Maide venne condannato a morte; mentre agli altri
vennero comminate lunghe pene carcerarie.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione
militare sovietica – ormai estesa oltre che all’Estonia
anche alla Lettonia e Lituania – si consolidò
ulteriormente. Fu a questo punto che le autorità
sovietiche avviarono un’estesa e meticolosa serie
di retate ed una contestuale e capillare campagna di
propaganda tesa a screditare i gruppi ribelli agli occhi
della popolazione. Nell’estate 1945, giunsero
in Estonia centinaia di agenti della NKVD che, utilizzando
il sistema delle taglie e quello della sistematica sospensione
delle forniture alimentari, farmaceutiche, delle sementi
e del foraggio ai centri e ai villaggi delle campagne,
riuscirono in taluni casi ad ottenere informazioni utili
alla cattura di partigiani ed elementi della quinta
colonna. Contestualmente, speciali reparti antiguerriglia
dell’Armata Rossa, coadiuvati dall’aviazione
tattica e dalla milizia comunista estone, intensificarono
i rastrellamenti nelle foreste, individuando depositi
e rifugi sotterranei e catturando o uccidendo centinaia
di partigiani.(2)
Ben lungi dal volersi piegare, nell’autunno del
1945, i Fratelli della Foresta estoni scatenarono una
serie di riusciti attacchi contro colonne di autoveicoli
e caserme russi, anche se gli obiettivi principali rimanevano
le unità nemiche più isolate e i soviet
dei villaggi istituiti dal nemico. Nel corso delle loro
incursioni, i partigiani catturarono anche alcune decine
tra funzionari, esattori delle imposte e poliziotti
che vennero giudicati (e spesso condannati a morte)
dai Tribunali della Foresta. Sempre durante le loro
scorrerie, i ribelli, ormai a corto di viveri, saccheggiarono
alcuni depositi di grano e prodotti alimentari. Anche
se va ricordato che molto raramente essi arrivarono
a depredare i contadini dei loro beni.(3)
Nel 1946, il primo segretario del PCE (Partito Comunista
Estone), Nikolai Karotamm promosse una capillare campagna
di propaganda, promulgando nel contempo una serie di
amnistie. Tuttavia, come riferirono nei loro rapporti
gli stessi ufficiali della NKVD, queste iniziative non
sortirono che scarsi risultati. In questo periodo, alcuni
membri del partito comunista estone, restii dall’adottare
misure eccessivamente repressive (e controproducenti),
come quelle ordinate da Stalin, tentarono di adottare
sistemi meno crudeli, almeno verso la popolazione, offrendo
nel contempo il perdono a tutti i partigiani che si
fossero arresi spontaneamente. Durante un’incontro
ad alto livello, il responsabile del PCE della Contea
di Pärnumaa arrivò addirittura a denunciare
“le inutili stragi compiute dalle unità
di sicurezza sovietiche contro i civili”.
Ma nonostante la crescente pressione, nella primavera
del 1946 il movimento partigiano tornò a rendersi
nuovamente ardito e pericoloso. Atteggiamento che spinse
i sovietici a prendere le redini del comando e a scatenare
contro i ribelli, ma soprattutto contro la popolazione
delle campagne e la chiesa, un’allucinante repressione.
Per prima cosa, i commissari politici ordinarono l’arresto
in massa e la deportazione in Siberia di tutti i semplici
“conoscenti” dei partigiani, poi iniziarono
a processare e a condannare a morte per alto tradimento
tutti renitenti alla leva, cioè i giovani che
erano stati incarcerati poiché non avevano voluto
prestare servizio nella milizia comunista. I vertici
governativi locali e quelli del PCE non ebbero il coraggio
di protestare o reagire, anche perché i loro
stessi dirigenti temevano di venire a loro volta sospettati
di connivenza con il nemico. In breve si instaurò
un regime di terrore tale da mettere in ginocchio l’intero
paese. Le autorità sovietiche “fermarono”
per controlli un numero così elevato di militari,
impiegati, operai, artigiani e contadini che, nell’arco
di poche settimane, l’intera economia del paese
entrò in crisi.
Gli archivi del PCE contengono molta documentazione
riguardo il fenomeno della renitenza e delle diserzioni.
Secondo questi resoconti, nel corso del 1945, ben 5.000
coscritti estoni passarono con i partigiani: cifra che
raddoppiò tra l’inverno e la primavera
dell’anno seguente. Il PCE segnalò inoltre,
in un rapporto, che 300 tra ufficiali e soldati appartenenti
al Corpo dei Fucilieri Estoni approfittarono delle brevi
licenze ad essi concesse per eclissarsi nelle foreste,
mentre diverse centinaia di altri militari vennero incarcerati
dalla NKVD per avere manifestato “opinioni antisovietiche”.
Stabilire il numero complessivo dei renitenti e dei
disertori è molto difficile, anche perché
gran parte dei relativi tabulati vennero fatti sparire
dalla polizia politica sovietica alla fine degli anni
Ottanta. Secondo le informazioni disponibili, cioè
quelle tratte dagli archivi del PCE, si evince però
che, tra la fine del 1944 e l’estate del 1946,
almeno 30/40.000 individui, forse 50.000, abbiano abbandonato
la milizia unendosi in buona percentuale ai ribelli.
I russi sostennero sempre che questi “traditori”
appartenessero tutti alla classe dei grandi proprietari
terrieri e all’alta borghesia. Ma la realtà
è un’altra in quanto, sempre in base alla
documentazione del PCE, si deduce chiaramente che il
95% dei presunti traditori fosse in realtà “composto
da ex-militari, braccianti provenienti soprattutto da
aziende di media grandezza; artigiani, professionisti,
piccoli proprietari terrieri, studenti e intellettuali”.
Anche se nelle file partigiane militarono non pochi
operai e moltissimi contadini. Di origine contadina
era ad esempio uno dei più famosi leader del
movimento armato, Ants Kaljurand.
I gruppi partigiani in armi e i nuclei di appoggio logistici
(disarmati) includevano in realtà pochi membri
appartenenti alla alta classe imprenditoriale o latifondista,
gran parte della quale, poco prima dell’arrivo
dell’Armata Rossa, aveva avuto modo di fuggire
in Svezia e in Finlandia. Anche se il fenomeno degli
espatri interessò pure i medi e bassi ceti.
Sebbene tra il 1945 e il 1946 le formazioni partigiane
estoni subissero, più o meno come quelle lettoni
e lituane, gravi perdite, la loro lotta proseguì
ininterrottamente, anzi si perfezionò grazie
soprattutto al contributo degli ex-militari, all’esperienza
acquisita e al supporto dato loro dalle numerose società
patriottiche segrete presenti sul territorio.
Le prime associazioni nazionaliste estoni avevano iniziato
a formarsi e ad operare già a partire dall’estate
del 1940, cioè durante la prima occupazione sovietica.
La maggior parte di esse era formata da studenti ed
intellettuali anticomunisti, fortemente attaccati alle
tradizioni culturali del loro paese. Pur essendo sostanzialmente
antitedeschi, i membri di queste congregazioni accolsero
l’entrata in Estonia delle armate della Wehrmacht
con un certo entusiasmo. Ciononostante, durante l’occupazione
germanica, la quasi totalità degli affiliati
si rivoltò contro i tedeschi, subendo violente
rappresaglie. In seguito alla rioccupazione sovietica
della seconda metà del 1944, le associazioni
si ricompattarono, ben decise ad opporre resistenza
al tradizionale nemico.
Le organizzazioni patriottiche estoni, al pari di quelle
lettoni e lituane, erano caratterizzate ed accomunate
da una notevole disciplina interna. Per quanto concerneva
la cooptazione, gli iscritti venivano scelti con la
massima cura e dovevano, attraverso un particolare rituale,
giurare fedeltà alla Patria e agli atti costitutivi,
obbedendo ciecamente alla gerarchia interna. L’obiettivo
primario di tutte le “sette” era ovviamente
la riconquista dell’autogoverno nazionale e il
ripristino della costituzione in vigore fino al 1939.
Non a caso, durante l’occupazione, esse organizzarono
molteplici campagne di informazione per fare comprendere
al popolo le proprie finalità e per controbattere
l’attività propagandistica del governo
filosovietico. Ma a questo proposito risulta importante
soffermarsi sul fatto che il tipo di lotta prescelto
dalla quasi totalità delle associazioni segrete
baltiche fu quello esclusivamente politico, e non terroristico.
Alcune di esse traevano infatti ispirazione da ideali
addirittura pacifisti, ma comunque fortemente legati
a quelli appartenenti alla tradizione democratica occidentale.
Tutte le associazioni, nessuna esclusa, combattevano
per il riconoscimento dell’idea di nazione e per
la reintroduzione dello stato di diritto. E a parte
un paio di esse, che si distinguevano per il loro esacerbato
sentimento nazionalista a sfondo autoritario, la maggioranza
era animata da ideali e sentimenti ovviamente più
che rispettabili. Anche se il PCE e i sovietici le dipinsero
e liquidarono sempre come “cellule sovversive
al servizio della reazione”.
L’attività politica delle società
segrete estoni risultò intensa e si sviluppò
soprattutto mediante la diffusione di pubblicazioni
clandestine, opuscoli e volantini e attraverso la promozione
di iniziative dai forti contenuti simbolici ed emotivi,
quali l’innalzamento di bandiere nazionali sugli
edifici delle città in occasione dell’anniversario
della nascita della Repubblica di Estonia, raduni patriottici
e celebrazione di messe commemorative nel cuore delle
foreste. Nel corso della loro lunga lotta, le associazioni
estoni cercarono, seppure fra mille difficoltà,
di spalleggiare l’attività delle forze
armate partigiane fornendo ad esse viveri, vestiario,
attrezzature di vario tipo, denaro, documenti falsi,
e talvolta anche armi e munizioni. Oltre a ciò,
esse attivarono, quando fu possibile, contatti con paesi
vicini (Finlandia, Svezia, Lettonia e Lituania) e occidentali.
Tra il 1940 e il 1953 in Estonia operarono le seguenti
organizzazioni clandestine: “Esploratori”,
“Giovani del Nord”, “Per la Libertà
dell’Estonia”. “Organizzazione Segreta
Kuperyanov”, “La Vendicatrice”, “Estonia
Libera”, “Blu-Nero-Bianco”. E le zone
nelle quali l’azione di queste aggregazioni risultò
più marcata furono quelle di Tartu, Võru
e Viljandi. Secondo il ministero degli Interni sovietico,
la setta più temuta e che fu anche la prima ad
essere attaccata e smantellata, fu la “Blu-Nero-Bianco”,
attiva soprattutto nell’area di Tartu. Questo
gruppo, che contava circa 40 membri, si rese protagonista
di alcuni gesti abbastanza clamorosi e rumorosi, come
la distruzione, con una carica di esplosivo, della grande
statua eretta nel 1944 a Tartu in onore dei soldati
dell’Armata Rossa. Per tutti gli appartenenti
alle società segrete estoni catturati dalle forze
di polizia si spalancarono i cancelli delle prigioni
o, peggio, dei gulag siberiani. Solitamente, i prigionieri
venivano sottoposti a processi che inevitabilmente si
concludevano con la condanna dell’imputato a pesanti
pene detentive e non di rado alla pena capitale. Attraverso
l’attuazione di misure repressive sempre più
dure, tra il 1952 e il 1953 le autorità comuniste
riuscirono a neutralizzare le ultime associazioni ancora
operative sul territorio estone.
Ma torniamo alla lotta armata, quella condotta dai Fratelli
della Foresta e ai principali fatti d’armi verificatisi
nella seconda metà degli anni Quaranta, quando
cioè il movimento di resistenza ottenne i maggiori
successi. Nel febbraio 1945, presso Loksa, un’unità
di un centinaio di guerriglieri armati di fucili, fucili-mitragliatori
e bombe a mano di fabbricazione russa e tedesca, guidata
dal comandante Ossip Lumiste tese un’imboscata
ad un battaglione sovietico, mettendolo in fuga. Nella
primavera del 1945, a Valga, centro già preso
di mira dalla guerriglia nel novembre 1944 con diversi
attentati a caserme e commissariati, il partigiano Otto
Lill eliminò a colpi di pistola il capo del controspionaggio
sovietico Abahimov.
Nel corso del 1945, la NKVD registrò 340 assalti
e saccheggi di depositi da parte dei “banditi
fascisti”, ammettendo l’uccisione e il ferimento
di alcune centinaia tra agenti e soldati della polizia
e dell’Armata Rossa. Sempre secondo gli archivi
della NKVD, nello stesso periodo le formazioni clandestine
portarono a compimento “136 assalti contro caserme
e commissariati”, riuscendo, tra l’altro,
a liberare alcune decine di prigionieri, tra cui alcuni
preti. Parte di queste azioni, compiute da gruppi numericamente
esigui, vennero progettate e attuate sotto la regia
del capobanda Arnold Lindermann. Profondamente irritato
dai resoconti della NKVD, all’inizio del 1946,
Stalin fece intensificare l’azione repressiva
contro le comunità che, a torto o a ragione,
i sovietici consideravano implicate nella lotta armata,
mettendo in campo altri 15.000/20.000 soldati, appoggiati
da carri armati, autoblindo e aerei da ricognizione
tattica. Oltre a ciò, il comando di Tallinn emise
numerose taglie sui più pericolosi capi partigiani,
minacciando severe rappresaglie “nei confronti
di tutti i cittadini estoni che si fossero rifiutati
di collaborare, anche attraverso la delazione, alla
cattura dei ‘ribelli fascisti’”.
La svolta avvenne verso la fine del 1948, quando la
NKVD incarcerò in una sola operazione 2.000 cittadini
estoni. Seguirono decine di altre analoghe ritorsioni
ai danni di persone e del loro patrimonio, con uccisioni,
deportazioni e distruzioni o sequestri di fattorie,
bestiame e raccolti. Nell’inverno 1948-1949, i
sovietici ridussero ulteriormente le forniture di generi
alimentari, sementi e combustibile destinati alla popolazione
di certi villaggi “sospetti” per indurre
gli abitanti a ripudiare il movimento nazionalista.
Tale provvedimento – simile a quello adottato
negli anni Trenta da Mosca contro la popolazione ucraina
– provocò, almeno così pare, la
morte per inedia di circa 1.500 individui. Con la massiccia
deportazione del marzo 1949 (nel corso della quale oltre
100.000 cittadini estoni vennero fatti sparire nelle
lontane lande orientali dell’Unione Sovietica)
la situazione dei Fratelli della Foresta si fece drammatica.
Anche perché diversi combattenti iniziarono a
dubitare circa l’utilità di proseguire
una lotta che si stava facendo ormai disperata e senza
alcun apparente sbocco. Non a caso, tra i reparti ribelli,
si verificarono le prime diserzioni ma, grazie alla
determinazione e al polso dei capi più carismatici,
la maggior parte dei resistenti continuò a combattere.
Nel 1953 le autorità sovietiche, che potevano
fare conto su un esercito di non meno di 95.000 tra
soldati e poliziotti, scatenarono l’offensiva
finale, setacciando tutte le foreste del paese e catturando,
deportando o giustiziando 3.000 ribelli. Fu l’inizio
della fine. Una dopo l’altra tutte le cellule
di resistenza vennero individuate e annientate. Secondo
le stime della polizia segreta sovietica, nel 1955 rimanevano
in armi, nascosti nei boschi più fitti, non più
di 900 Fratelli della Foresta. Comunque sia, Mosca dovette
attendere ancora molto tempo per dichiarare completamente
liquidata la questione estone. Secondo i documenti NKVD,
l’ultimo manipolo partigiano, agli ordini del
comandante Oskar Lillenurm, venne individuato, circondato
ed annientato da forze di polizia nel 1975. Lillenurm
– che riuscì a sfuggire al massacro –
venne trovato morto, in circostanze ancora tutte da
chiarire, nella primavera del 1980, in un bosco della
contea di Läänemaa. |