Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

ESTONIA

 
 
1948. Una giovane partigiana anticomunista estone.

 
 
LA RESISTENZA ANTISOVIETICA E ANTICOMUNISTA IN ESTONIA
1944-1955
 
di Alberto Rosselli
 

In seguito alla grande offensiva – scatenata nella primavera 1944 dal 1° Fronte baltico del generale Ivan Bagramjan e dal 3° Fronte bielorusso del generale Ivan Cherniakhovsky (schieramenti che misero in campo un totale di circa 1.500.000 soldati) – i sovietici penetrarono e rioccuparono dopo duri combattimenti i tre Paesi Baltici difesi dal Gruppo tedesco Armate Nord, forte di circa 350.000 uomini, agli ordini del colonnello generale Georg Lindemann. In prima battuta i russi invasero l’Estonia, scatenando quasi subito una violenta repressione contro le forze che si erano schierate con i tedeschi e contro i gruppi partigiani, anche quelli che avevano combattuto contro i nazisti.
Nel momento del pericolo, Hitler decise di “accettare” la collaborazione degli estoni per tentare di contenere l’offensiva russa. Già nel febbraio del 1944, Berlino aveva incominciato a lanciare evidenti segnali di apertura, prendendo in considerazione, dopo due anni di dura occupazione, la formazione di uno stato estone indipendente e alleato politicamente e militarmente con il Reich. Nello stesso mese, l’ultimo primo ministro del governo estone prima dell’invasione sovietica del 1940, Juri Uluots, poté infatti proclamare una massiccia mobilitazione che in brevissimo tempo portò all’arruolamento di ben 70.000 uomini. Il numero dei volontari del Nuovo Esercito Estone risultò però così alto da rendere impossibile per i tedeschi la fornitura del necessario armamento ed equipaggiamento, tanto è vero che i coscritti da 70.000 dovettero essere ridotti a 45.000. Forse a causa di ragioni contingenti, successivamente queste forze vennero in parte inserite nella 20a Divisione SS e in parte in una mezza dozzina di reggimenti della Guardia di frontiera e in unità territoriali minori. A capo delle forze armate estoni venne posto l’Oberfuehrer Johannes Soodla, affiancato, in qualità di capo di stato maggiore, dall’Obersturmbannfuehrer Alfred Lutz.
Nel frattempo, l’offensiva generale sovietica proseguiva in modo pressoché inarrestabile, costringendo la Wehrmacht ad arretrare e a sostenere violenti combattimenti di retroguardia. L’obiettivo della Stavka (il Comando dell’Armata Rossa) era la conquista dei tre principali centri estoni: Reval, Pernau e Riga. La situazione precipitò il 4 settembre 1944 allorquando la Finlandia firmò l’armistizio con i sovietici: evento che rese estremamente pericolosa e precaria la situazione delle armate tedesche dislocate nell’area del Baltico. Tanto è vero che il 10 settembre 1944, l’Obergruppenführer Felix Steiner dovette recarsi a Rastenburg, al quartiere generale di Hitler, per fare il punto della situazione. Il 16 settembre 1944, il Führer ordinò l’attuazione del Piano Aster, cioè la completa evacuazione dell’Estonia da parte della Wehrmacht, imponendo tuttavia la costituzione di una forte testa di ponte a Reval, onde permettere l’evacuazione via mare di tutte le truppe tedesche. In questo drammatico frangente, nella capitale Tallinn, abbandonata dai tedeschi il 21 settembre, i partigiani proclamarono la nascita della nuova Repubblica Estone, consentendo nel contempo agli ultimi reparti germanici di imbarcarsi e di fuggire verso ovest (complessivamente, nel settembre 1944, 80.000 soldati tedeschi, 43.000 soldati estoni e 24.000 civili abbandonarono il paese).(1)
L’effimera Repubblica Estone non durò che pochi giorni. Conquistata Tallinn, i russi, infatti, la soppressero immediatamente, estendendo rapidamente il loro ferreo controllo a tutto il paese. Essi tuttavia non fecero i conti con i leader della resistenza, tra i quali l’ammiraglio Jaan Pitka, che nel frattempo avevano riorganizzato e ricompattato il fronte dei Fratelli della Foresta. Circa 25/30.000 tra partigiani ed ex-militari, alcuni dei quali avevano prestato servizio nello stesso esercito tedesco, si rifugiarono nella profondità dei boschi, preparandosi alla lotta. Tra i leader del movimento partigiano figurava Ülo Altermann, uomo dotato di forte carisma e capacità militari. Sotto la sua direzione, le nuove bande, approfittando della grande confusione che regnava ancora in molte zone del paese, riuscirono a riunirsi a quelle dei Fratelli della Foresta già operative. In questo periodo, i ribelli risultavano suddivisi in battaglioni della forza unitaria di circa 250/350 uomini, anche se ben presto questi raggruppamenti, eccessivamente numerosi, vennero frazionati in unità molto più piccole, ma assai più agili e difficili da individuare. L’autunno/inverno del 1944 fu insolitamente mite e soleggiato e i contadini estoni, nonostante il pericolo di rappresaglie, poterono fornire ai reparti clandestini parte dei generi alimentari di cui necessitavano. Nell’inverno 1944-1945, i partigiani consolidarono la loro presenza sul territorio e costruirono nelle più intricate foreste del paese (soprattutto in quelle della contea di Pärnumaa) centinaia di rifugi e depositi sotterranei collegati tra di loro da una rete di gallerie, nei quali accatastarono viveri, armi e munizioni. In altre zone, caratterizzate da scarsa macchia, essi utilizzarono invece nascondigli alternativi, come i pozzi dei campi, i fienili e perfino le tombe abbandonate dei cimiteri. L’ingegno dei partigiani sopperì poi alla mancanza di determinati prodotti e attrezzature. I molti artigiani e le numerose donne che avevano deciso di seguire i loro uomini nelle foreste, si rivelarono preziosi. Sfruttando i materiali e le fibre più disparati, essi confezionarono centinaia di uniformi, scarponi artigianali, tende da campo, sacchi a pelo, zaini e coperte. Mentre tecnici, fabbri, operai ed elettricisti riuscirono a riparare e addirittura a costruire rudimentali ma efficaci apparecchi radio. Il trasporto delle armi più pesanti (come ad esempio i pochi mortai e i pezzi di artiglieria da 81 e 75 millimetri abbandonati dai tedeschi dopo la ritirata), rappresentò un problema praticamente irrisolvibile, anche perché i partigiani difettavano di animali da tiro, carri e autoveicoli. Venne quindi deciso di sotterrare in apposite buche ricoperte da teli mimetici tutti i pezzi, privilegiando quei siti strategici, ubicati in prossimità di incroci stradali e ponti, cioè laddove si pensava che i russi prima o poi sarebbero passati.
Era convinzione dei capi del movimento di resistere il più possibile per cercare di arrivare alla fine della guerra con le armi in pugno. La quasi totalità dei combattenti estoni credeva infatti che le potenze occidentali avrebbero, prima o poi, costretto Stalin a riconcedere l’autogoverno del loro paese. D’altra parte, i principi contenuti nella Carta Atlantica erano ben noti sia in Estonia, sia negli altri due Paesi Baltici. Fu questa convinzione a spingere i Fratelli della Foresta a combattere ad oltranza, nonostante i sovietici avessero deciso di calpestare l’accordo internazionale, risolvendo a proprio vantaggio la questione baltica. A scopo preventivo, Stalin aveva fatto mettere fuorilegge tutti i partiti politici internandone i leader e gli iscritti nei campi di concentramento di Tallinn-Nõmme, Narva e, successivamente, nei gulag della Carelia e della Siberia. La rapidità e l’efficienza con i quali i sovietici riuscirono, fino dalle prime battute, a catturare la quasi totalità dei “dissidenti politici” e parte dei gruppi partigiani, venne in buona misura agevolata dai tedeschi. Quando le prime unità della NKVD giunsero a Tallinn, misero infatti le mani su una parte del locale archivio della Abwehr che inspiegabilmente era stato lasciato intatto. Per i russi fu così possibile rintracciare rapidamente tutti gli elenchi contenenti i nominativi dei leader politici e militari estoni. Sembrò quasi (e probabilmente fu proprio così) che i tedeschi avessero abbandonato di proposito questo delicato materiale per consentire ai russi di ultimare un lavoro che essi stessi non avevano fatto a tempo a realizzare.
Tra il 1944 e il 1945, i sovietici provvidero a sigillare, con il contributo della flotta, tutte le coste del paese onde evitare ulteriori fughe in Scandinavia e in Occidente. A questo riguardo, Mosca ordinò il sequestro o la distruzione di tutte le imbarcazioni esistenti nel paese, comprese quelle da pesca, provocando danni enormi alla già disastrata economia locale. Tuttavia, moltissimi estoni continuarono a tentare l’espatrio in Svezia, costruendosi imbarcazioni di fortuna o avvalendosi dell’aiuto fornito dai loro compatrioti già sfollati in questo paese. Questi ultimi, misero infatti a disposizione dei profughi grossi motoscafi adatti alle traversate.
Quando divenne chiaro che la macchina sovietica era ormai in procinto di annientare gran parte delle bande partigiane, i capi ribelli decisero di rifondare il movimento, frazionandone ulteriormente i reparti e diradando la rete delle stazioni radio che avevano il compito di mantenere i contatti con la Svezia e l’Occidente. A questo proposito va ricordato che fino all’8 maggio 1945 alcuni impianti ricetrasmittenti continuarono ad inviare a Berlino informazioni circa i movimenti delle forze sovietiche nelle retrovie baltiche. Tuttavia, gli agenti della NKVD riusciranno ad individuare e ad eliminare la quasi totalità delle sezioni radio, molte delle quali risultarono installate in abitazioni civili ubicate in grossi centri urbani come Tallinn, Rakvere, Kuressaare, Paldiski e Pärnue sull’Isola di Hiiumaa. Nella fattispecie, l’impianto situato nella sede dell’Università di Tallinn garantì ancora per diverso tempo le comunicazioni con la Germania, la Svezia e la Finlandia, anche se dopo il 19 settembre 1944 il governo di Helsinki dovette impedire qualsiasi forma non solo di cooperazione, ma anche di comunicazione con i ribelli baltici. Con il passare del tempo, la quasi totalità dei radioperatori, compresi quelli facenti parte dell’attivo Gruppo Haukka-Tummler, vennero catturati o uccisi durante le irruzioni della polizia. I sopravvissuti furono tutti processati e condannati alla pena capitale. Alla fine del 1944, la maggior parte dei membri del Comitato Nazionale venne arrestata, incluso il suo primo capo Ernst Kull, che era già stato imprigionato durante l’occupazione tedesca. I membri del governo di Jüri Uluots finirono anch’essi sotto processo a Mosca, dove il ministro della Guerra Jaan Maide venne condannato a morte; mentre agli altri vennero comminate lunghe pene carcerarie.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione militare sovietica – ormai estesa oltre che all’Estonia anche alla Lettonia e Lituania – si consolidò ulteriormente. Fu a questo punto che le autorità sovietiche avviarono un’estesa e meticolosa serie di retate ed una contestuale e capillare campagna di propaganda tesa a screditare i gruppi ribelli agli occhi della popolazione. Nell’estate 1945, giunsero in Estonia centinaia di agenti della NKVD che, utilizzando il sistema delle taglie e quello della sistematica sospensione delle forniture alimentari, farmaceutiche, delle sementi e del foraggio ai centri e ai villaggi delle campagne, riuscirono in taluni casi ad ottenere informazioni utili alla cattura di partigiani ed elementi della quinta colonna. Contestualmente, speciali reparti antiguerriglia dell’Armata Rossa, coadiuvati dall’aviazione tattica e dalla milizia comunista estone, intensificarono i rastrellamenti nelle foreste, individuando depositi e rifugi sotterranei e catturando o uccidendo centinaia di partigiani.(2)
Ben lungi dal volersi piegare, nell’autunno del 1945, i Fratelli della Foresta estoni scatenarono una serie di riusciti attacchi contro colonne di autoveicoli e caserme russi, anche se gli obiettivi principali rimanevano le unità nemiche più isolate e i soviet dei villaggi istituiti dal nemico. Nel corso delle loro incursioni, i partigiani catturarono anche alcune decine tra funzionari, esattori delle imposte e poliziotti che vennero giudicati (e spesso condannati a morte) dai Tribunali della Foresta. Sempre durante le loro scorrerie, i ribelli, ormai a corto di viveri, saccheggiarono alcuni depositi di grano e prodotti alimentari. Anche se va ricordato che molto raramente essi arrivarono a depredare i contadini dei loro beni.(3)
Nel 1946, il primo segretario del PCE (Partito Comunista Estone), Nikolai Karotamm promosse una capillare campagna di propaganda, promulgando nel contempo una serie di amnistie. Tuttavia, come riferirono nei loro rapporti gli stessi ufficiali della NKVD, queste iniziative non sortirono che scarsi risultati. In questo periodo, alcuni membri del partito comunista estone, restii dall’adottare misure eccessivamente repressive (e controproducenti), come quelle ordinate da Stalin, tentarono di adottare sistemi meno crudeli, almeno verso la popolazione, offrendo nel contempo il perdono a tutti i partigiani che si fossero arresi spontaneamente. Durante un’incontro ad alto livello, il responsabile del PCE della Contea di Pärnumaa arrivò addirittura a denunciare “le inutili stragi compiute dalle unità di sicurezza sovietiche contro i civili”.
Ma nonostante la crescente pressione, nella primavera del 1946 il movimento partigiano tornò a rendersi nuovamente ardito e pericoloso. Atteggiamento che spinse i sovietici a prendere le redini del comando e a scatenare contro i ribelli, ma soprattutto contro la popolazione delle campagne e la chiesa, un’allucinante repressione. Per prima cosa, i commissari politici ordinarono l’arresto in massa e la deportazione in Siberia di tutti i semplici “conoscenti” dei partigiani, poi iniziarono a processare e a condannare a morte per alto tradimento tutti renitenti alla leva, cioè i giovani che erano stati incarcerati poiché non avevano voluto prestare servizio nella milizia comunista. I vertici governativi locali e quelli del PCE non ebbero il coraggio di protestare o reagire, anche perché i loro stessi dirigenti temevano di venire a loro volta sospettati di connivenza con il nemico. In breve si instaurò un regime di terrore tale da mettere in ginocchio l’intero paese. Le autorità sovietiche “fermarono” per controlli un numero così elevato di militari, impiegati, operai, artigiani e contadini che, nell’arco di poche settimane, l’intera economia del paese entrò in crisi.
Gli archivi del PCE contengono molta documentazione riguardo il fenomeno della renitenza e delle diserzioni. Secondo questi resoconti, nel corso del 1945, ben 5.000 coscritti estoni passarono con i partigiani: cifra che raddoppiò tra l’inverno e la primavera dell’anno seguente. Il PCE segnalò inoltre, in un rapporto, che 300 tra ufficiali e soldati appartenenti al Corpo dei Fucilieri Estoni approfittarono delle brevi licenze ad essi concesse per eclissarsi nelle foreste, mentre diverse centinaia di altri militari vennero incarcerati dalla NKVD per avere manifestato “opinioni antisovietiche”. Stabilire il numero complessivo dei renitenti e dei disertori è molto difficile, anche perché gran parte dei relativi tabulati vennero fatti sparire dalla polizia politica sovietica alla fine degli anni Ottanta. Secondo le informazioni disponibili, cioè quelle tratte dagli archivi del PCE, si evince però che, tra la fine del 1944 e l’estate del 1946, almeno 30/40.000 individui, forse 50.000, abbiano abbandonato la milizia unendosi in buona percentuale ai ribelli. I russi sostennero sempre che questi “traditori” appartenessero tutti alla classe dei grandi proprietari terrieri e all’alta borghesia. Ma la realtà è un’altra in quanto, sempre in base alla documentazione del PCE, si deduce chiaramente che il 95% dei presunti traditori fosse in realtà “composto da ex-militari, braccianti provenienti soprattutto da aziende di media grandezza; artigiani, professionisti, piccoli proprietari terrieri, studenti e intellettuali”. Anche se nelle file partigiane militarono non pochi operai e moltissimi contadini. Di origine contadina era ad esempio uno dei più famosi leader del movimento armato, Ants Kaljurand.
I gruppi partigiani in armi e i nuclei di appoggio logistici (disarmati) includevano in realtà pochi membri appartenenti alla alta classe imprenditoriale o latifondista, gran parte della quale, poco prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, aveva avuto modo di fuggire in Svezia e in Finlandia. Anche se il fenomeno degli espatri interessò pure i medi e bassi ceti.
Sebbene tra il 1945 e il 1946 le formazioni partigiane estoni subissero, più o meno come quelle lettoni e lituane, gravi perdite, la loro lotta proseguì ininterrottamente, anzi si perfezionò grazie soprattutto al contributo degli ex-militari, all’esperienza acquisita e al supporto dato loro dalle numerose società patriottiche segrete presenti sul territorio.
Le prime associazioni nazionaliste estoni avevano iniziato a formarsi e ad operare già a partire dall’estate del 1940, cioè durante la prima occupazione sovietica. La maggior parte di esse era formata da studenti ed intellettuali anticomunisti, fortemente attaccati alle tradizioni culturali del loro paese. Pur essendo sostanzialmente antitedeschi, i membri di queste congregazioni accolsero l’entrata in Estonia delle armate della Wehrmacht con un certo entusiasmo. Ciononostante, durante l’occupazione germanica, la quasi totalità degli affiliati si rivoltò contro i tedeschi, subendo violente rappresaglie. In seguito alla rioccupazione sovietica della seconda metà del 1944, le associazioni si ricompattarono, ben decise ad opporre resistenza al tradizionale nemico.
Le organizzazioni patriottiche estoni, al pari di quelle lettoni e lituane, erano caratterizzate ed accomunate da una notevole disciplina interna. Per quanto concerneva la cooptazione, gli iscritti venivano scelti con la massima cura e dovevano, attraverso un particolare rituale, giurare fedeltà alla Patria e agli atti costitutivi, obbedendo ciecamente alla gerarchia interna. L’obiettivo primario di tutte le “sette” era ovviamente la riconquista dell’autogoverno nazionale e il ripristino della costituzione in vigore fino al 1939. Non a caso, durante l’occupazione, esse organizzarono molteplici campagne di informazione per fare comprendere al popolo le proprie finalità e per controbattere l’attività propagandistica del governo filosovietico. Ma a questo proposito risulta importante soffermarsi sul fatto che il tipo di lotta prescelto dalla quasi totalità delle associazioni segrete baltiche fu quello esclusivamente politico, e non terroristico. Alcune di esse traevano infatti ispirazione da ideali addirittura pacifisti, ma comunque fortemente legati a quelli appartenenti alla tradizione democratica occidentale. Tutte le associazioni, nessuna esclusa, combattevano per il riconoscimento dell’idea di nazione e per la reintroduzione dello stato di diritto. E a parte un paio di esse, che si distinguevano per il loro esacerbato sentimento nazionalista a sfondo autoritario, la maggioranza era animata da ideali e sentimenti ovviamente più che rispettabili. Anche se il PCE e i sovietici le dipinsero e liquidarono sempre come “cellule sovversive al servizio della reazione”.
L’attività politica delle società segrete estoni risultò intensa e si sviluppò soprattutto mediante la diffusione di pubblicazioni clandestine, opuscoli e volantini e attraverso la promozione di iniziative dai forti contenuti simbolici ed emotivi, quali l’innalzamento di bandiere nazionali sugli edifici delle città in occasione dell’anniversario della nascita della Repubblica di Estonia, raduni patriottici e celebrazione di messe commemorative nel cuore delle foreste. Nel corso della loro lunga lotta, le associazioni estoni cercarono, seppure fra mille difficoltà, di spalleggiare l’attività delle forze armate partigiane fornendo ad esse viveri, vestiario, attrezzature di vario tipo, denaro, documenti falsi, e talvolta anche armi e munizioni. Oltre a ciò, esse attivarono, quando fu possibile, contatti con paesi vicini (Finlandia, Svezia, Lettonia e Lituania) e occidentali.
Tra il 1940 e il 1953 in Estonia operarono le seguenti organizzazioni clandestine: “Esploratori”, “Giovani del Nord”, “Per la Libertà dell’Estonia”. “Organizzazione Segreta Kuperyanov”, “La Vendicatrice”, “Estonia Libera”, “Blu-Nero-Bianco”. E le zone nelle quali l’azione di queste aggregazioni risultò più marcata furono quelle di Tartu, Võru e Viljandi. Secondo il ministero degli Interni sovietico, la setta più temuta e che fu anche la prima ad essere attaccata e smantellata, fu la “Blu-Nero-Bianco”, attiva soprattutto nell’area di Tartu. Questo gruppo, che contava circa 40 membri, si rese protagonista di alcuni gesti abbastanza clamorosi e rumorosi, come la distruzione, con una carica di esplosivo, della grande statua eretta nel 1944 a Tartu in onore dei soldati dell’Armata Rossa. Per tutti gli appartenenti alle società segrete estoni catturati dalle forze di polizia si spalancarono i cancelli delle prigioni o, peggio, dei gulag siberiani. Solitamente, i prigionieri venivano sottoposti a processi che inevitabilmente si concludevano con la condanna dell’imputato a pesanti pene detentive e non di rado alla pena capitale. Attraverso l’attuazione di misure repressive sempre più dure, tra il 1952 e il 1953 le autorità comuniste riuscirono a neutralizzare le ultime associazioni ancora operative sul territorio estone.
Ma torniamo alla lotta armata, quella condotta dai Fratelli della Foresta e ai principali fatti d’armi verificatisi nella seconda metà degli anni Quaranta, quando cioè il movimento di resistenza ottenne i maggiori successi. Nel febbraio 1945, presso Loksa, un’unità di un centinaio di guerriglieri armati di fucili, fucili-mitragliatori e bombe a mano di fabbricazione russa e tedesca, guidata dal comandante Ossip Lumiste tese un’imboscata ad un battaglione sovietico, mettendolo in fuga. Nella primavera del 1945, a Valga, centro già preso di mira dalla guerriglia nel novembre 1944 con diversi attentati a caserme e commissariati, il partigiano Otto Lill eliminò a colpi di pistola il capo del controspionaggio sovietico Abahimov.
Nel corso del 1945, la NKVD registrò 340 assalti e saccheggi di depositi da parte dei “banditi fascisti”, ammettendo l’uccisione e il ferimento di alcune centinaia tra agenti e soldati della polizia e dell’Armata Rossa. Sempre secondo gli archivi della NKVD, nello stesso periodo le formazioni clandestine portarono a compimento “136 assalti contro caserme e commissariati”, riuscendo, tra l’altro, a liberare alcune decine di prigionieri, tra cui alcuni preti. Parte di queste azioni, compiute da gruppi numericamente esigui, vennero progettate e attuate sotto la regia del capobanda Arnold Lindermann. Profondamente irritato dai resoconti della NKVD, all’inizio del 1946, Stalin fece intensificare l’azione repressiva contro le comunità che, a torto o a ragione, i sovietici consideravano implicate nella lotta armata, mettendo in campo altri 15.000/20.000 soldati, appoggiati da carri armati, autoblindo e aerei da ricognizione tattica. Oltre a ciò, il comando di Tallinn emise numerose taglie sui più pericolosi capi partigiani, minacciando severe rappresaglie “nei confronti di tutti i cittadini estoni che si fossero rifiutati di collaborare, anche attraverso la delazione, alla cattura dei ‘ribelli fascisti’”.
La svolta avvenne verso la fine del 1948, quando la NKVD incarcerò in una sola operazione 2.000 cittadini estoni. Seguirono decine di altre analoghe ritorsioni ai danni di persone e del loro patrimonio, con uccisioni, deportazioni e distruzioni o sequestri di fattorie, bestiame e raccolti. Nell’inverno 1948-1949, i sovietici ridussero ulteriormente le forniture di generi alimentari, sementi e combustibile destinati alla popolazione di certi villaggi “sospetti” per indurre gli abitanti a ripudiare il movimento nazionalista. Tale provvedimento – simile a quello adottato negli anni Trenta da Mosca contro la popolazione ucraina – provocò, almeno così pare, la morte per inedia di circa 1.500 individui. Con la massiccia deportazione del marzo 1949 (nel corso della quale oltre 100.000 cittadini estoni vennero fatti sparire nelle lontane lande orientali dell’Unione Sovietica) la situazione dei Fratelli della Foresta si fece drammatica. Anche perché diversi combattenti iniziarono a dubitare circa l’utilità di proseguire una lotta che si stava facendo ormai disperata e senza alcun apparente sbocco. Non a caso, tra i reparti ribelli, si verificarono le prime diserzioni ma, grazie alla determinazione e al polso dei capi più carismatici, la maggior parte dei resistenti continuò a combattere.
Nel 1953 le autorità sovietiche, che potevano fare conto su un esercito di non meno di 95.000 tra soldati e poliziotti, scatenarono l’offensiva finale, setacciando tutte le foreste del paese e catturando, deportando o giustiziando 3.000 ribelli. Fu l’inizio della fine. Una dopo l’altra tutte le cellule di resistenza vennero individuate e annientate. Secondo le stime della polizia segreta sovietica, nel 1955 rimanevano in armi, nascosti nei boschi più fitti, non più di 900 Fratelli della Foresta. Comunque sia, Mosca dovette attendere ancora molto tempo per dichiarare completamente liquidata la questione estone. Secondo i documenti NKVD, l’ultimo manipolo partigiano, agli ordini del comandante Oskar Lillenurm, venne individuato, circondato ed annientato da forze di polizia nel 1975. Lillenurm – che riuscì a sfuggire al massacro – venne trovato morto, in circostanze ancora tutte da chiarire, nella primavera del 1980, in un bosco della contea di Läänemaa.

 
 
 
PER GENTILE CONCESSIONE DEL MENSILE “STORIA VERITÀ”
 
 
 
NOTE
 
(1) Prima della seconda occupazione sovietica dell’autunno del ‘44 quasi 300.000 baltici fuggirono in Occidente. Mentre la maggior parte dei circa 70.000 estoni scelse di recarsi in Svezia e Finlandia, la quasi totalità dei lettoni e lituani scappò in Germania. E nel corso di questo esodo morirono migliaia di persone, circa 4.000 delle quali negli affondamenti delle navi Moero e Nordstern.. La Svezia accolse circa 32.000 estoni (7.000 dei quali di origine svedese), quasi 5000 lettoni e più di 400 lituani. In questo paese i profughi vennero accolti con grande calore dalla popolazione, ma con molto distacco dal governo che impose ed essi severe norme restrittive della libertà. Per fare un esempio, l’esecutivo di Stoccolma proibì severamente a questi esuli di parlare in pubblico delle persecuzioni da essi subite sia dai comunisti che dai nazisti.
(2) Nei Paesi Baltici, come in Ucraina e in altre regioni dell’Est europeo interessate dal fenomeno della guerriglia, Mosca schierò un potente ed articolato sistema di repressione. Ne facevano parte i raggruppamenti della NKVD; le truppe speciali della NKVD (Spetsgrupy), utilizzate nelle operazioni di controguerriglia; i nuclei dell’NKGB; le forze dello SMERSH (specializzate nell’eliminazione fisica di avversari politici, anche all’estero) e gli agenti del GRU (Glavnoe Razveedjvatelnoe Upravliene), i servizi segreti militari. Nei Paesi Baltici, la locale milizia comunista, organizzazione piuttosto ramificata, si avvaleva di unità di polizia e dei Istrebitelnnye Bataliony (“Strybki”), corpi specificatamente destinati a compiti di ricerca e distruzione delle bande ribelli.
(3) Nel periodo 1944-47, in Estonia, i sovietici avviarono una riforma terriera. Sulle aree espropriate ai contadini e ai piccoli e medi proprietari vennero edificate nuove fattorie e aziende agricole di stato (i sovkhoz). Lo scopo della riforma era quello di mettere in disaccordo i differenti strati della popolazione rurale estone e di guadagnare supporto per il nuovo regime fantoccio di Tallinn. Mosca fece anche riavviare le miniere estoni di scisto e diede impulso alla produzione di energia elettrica che, tuttavia, venne quasi tutta dirottata verso l’area di Leningrado. Contestualmente, agli estoni vennero tolti molti dei diritti civili più elementari. Venne abolito il diritto di associazione, di stampa e perfino quello di spostamento all’interno del nuovo stato. I cittadini dovevano inoltre prestare gratuitamente la loro opera per la realizzazione di qualsiasi iniziativa produttiva decisa da Mosca, e a totale ed esclusivo beneficio dell’Unione Sovietica. Migliaia di estoni vennero impiegati nelle miniere di uranio e molti vi morirono. Parte dell’uranio estratto venne lavorato negli stabilimenti di Sillamäe dove, a quanto pare, alla fine degli anni Quaranta, furono assemblate le prime bombe atomiche russe.
 

BIBLIOGRAFIA

- Alberto Rosselli, La Resistenza antisovietica e anticomunista in Europa Orientale, 1944-1956, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2005.



 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

Risoluzione consigliata 1024x768
All rights reserved