Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LETTONIA

 
 
Partigiani lettoni antisovietici.

 
 
LA RESISTENZA ANTISOVIETICA
IN LETTONIA
 
di Alberto Rosselli
 

In Lettonia la preparazione ad una guerra partigiana antisovietica era già iniziata nell’estate del 1940, quando il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Kristjans Berkis, non potendo opporsi alle forze di invasione, aveva permesso la costituzione delle prime unità di guerriglia composte in buona parte da suoi ufficiali e soldati. E questa preparazione era poi proseguita, nonostante le energiche contromisure adottate da Mosca (durante la prima occupazione russa vennero uccise o deportate 35.828 persone: cifra che secondo talune fonti salirebbe 60.000) fino all’estate del 1941, quando cioè la Wehrmacht attaccò l’Urss.
Come accadde in Estonia, anche in Lettonia l’arrivo delle truppe tedesche venne accolto dalla popolazione con un certo favore in quanto i lettoni confidavano nel fatto che il governo di Berlino avrebbe concesso loro qualche forma di autonomia. E fu anche per questa ragione che molti giovani accettarono di arruolarsi nell’esercito del Reich. Tra l’agosto del 1941 e l’autunno del 1944, migliaia di lettoni entrarono, infatti, a fare parte delle seguenti formazioni: 2a Lettische SS-Freiwilligen Brigade; 15a Waffen-Grenadier-Division der SS; 19a Waffen-Grenadier-Division der SS; Lettische SS-Freiwilligen-Brigade e Lettische SS-Freiwilligen Legion. Nonostante questa dimostrazione di lealtà, Hitler non permise però la ricostituzione di un vero e proprio esercito nazionale e, meno che mai, la nascita di uno stato lettone indipendente. Non a caso, il paese verrà presto incluso nell’Ostland e di fatto sottomesso dalla Germania.
Anche nella tarda primavera del 1944, nonostante il minaccioso avvicinarsi dell’Armata Rossa, il Führer continuò a mantenere nei confronti dei lettoni un atteggiamento decisamente sprezzante, ostacolando fino all’ultimo – nonostante il parere contrario di alcuni suoi generali - qualsiasi tentativo da parte della popolazione di costituire unità combattenti autonome per fronteggiare i russi. Non solo. Sempre nello stesso periodo, la Gestapo arrestò diversi capi della LNPA (Unione Nazionale Partigiani Lettoni), fucilandone alcuni e rinchiudendone altri in campo di concentramento, assieme a centinaia di aderenti o simpatizzanti del movimento. Si trattò, come è ovvio, di una decisione crudele e soprattutto controproducente in quanto privò i tedeschi di un valido appoggio. Fu anche per queste ragioni che, allorquando le divisioni di Stalin occuparono il paese, diversi gruppi partigiani lettoni incontrarono, almeno inizialmente, alcune difficoltà nell’organizzarsi e nel collegarsi tra di loro. Insomma, al momento dell’entrata in Lettonia delle armate sovietiche la situazione interna del paese appariva piuttosto confusa e frammentata, anche perché sul territorio erano presenti sia bande ribelli filotedesche sia antitedesche, tutte comunque decise a contrastare l’avanzata russa. Ciononostante, alcuni contingenti di Fratelli della Foresta lettoni dichiaratamente antisovietici, anche se nel contempo perseguitati dalle SS e dalla Gestapo, riuscirono ad entrare in azione abbastanza rapidamente e in maniera autonoma. Mentre altri raggruppamenti nazionalisti che ritenevano, nonostante tutto, giusto o opportuno fare fronte comune con la Germania nel momento del pericolo, preferirono offrire apertamente il loro sostegno al Reich, fungendo da tramite tra la Wehrmacht in ritirata verso ovest e le otto divisioni tedesche, e la 19a Divisione Waffen SS lettone, rimaste intrappolate a partire dall’estate del 1944 nella vasta sacca della Curlandia.

LA CURLANDIA
Le drammatiche vicissitudini dell’armata tedesca e dei reparti lettoni che per circa un anno, fino all’8 maggio 1945, tennero duro nella cosiddetta Festung Kurland (Fortezza Curlandia), sono note e in parte esulano dal compito che ci siamo prefissi. Tuttavia, può essere utile soffermarsi, seppure sinteticamente, sull’argomento per via di alcune implicazioni che riconducono alla storia del movimento di resistenza lettone e all’attività da esso svolta tra il 1944 e i primi anni Cinquanta.
Va innanzitutto ricordato che nell’autunno del 1944, dentro la grande sacca di Curlandia rimasero intrappolati non soltanto decine di migliaia di soldati della Wehrmacht e delle SS lettoni, ma anche moltissimi civili (600.000 e probabilmente molti di più), parte dei quali fuggiti dalle zone minacciate dall’avanzata dell’Armata Rossa. La paura di rappresaglie da parte russa era infatti tale da indurre una vera e propria fiumana di gente a spostarsi verso Ovest e a seguire anche la sorte delle truppe tedesche e collaborazioniste lettoni che, tra il 12 ottobre 1944 e il 3 aprile 1945, vennero sospinte nel ridotto di Curlandia. E’ verosimile ipotizzare che la grande massa dei profughi lettoni che optarono di rifugiarsi nella sacca non l’abbia certo fatto per una sorta di fedeltà nei confronti del Reich, ma nella speranza – condivisa d’altra parte dallo stesso comando tedesco di Lettonia – che Berlino prima o poi ordinasse l’impiego della Kriegsmarine per consentire una graduale evacuazione dal vasto “ridotto”. Aspettativa che, tuttavia, svanì allorquando Hitler decise di trasformare la regione in un’inutile ed isolata “fortezza” (1).
Alla luce di tutto ciò, non stupiscono la rabbia e la determinazione con le quali si batterono sia i reparti della 19a Divisione Waffen SS che le bande partigiane intrappolate nella tozza penisola bagnata dal Mar Baltico. Questi uomini, erano infatti ben consci, al pari della popolazione civile, del destino al quale sarebbero andati incontro in caso di cattura da parte del nemico. Ragione per cui, essi decisero di lottare fino all’ultimo, anche nella remota speranza che la guerra terminasse prima di una loro resa. D’altra parte, i loro timori nei confronti dei sovietici erano più che fondati in quanto già alla fine di settembre del 1944, attraverso una specifica direttiva, Stalin aveva ordinato ai suoi generali impegnati nell’assedio alla Curlandia di eliminare al più presto il fastidioso ostacolo e di passare per le armi tutti i “volontari” lettoni e i raggruppamenti partigiani presenti nella regione, deportando in blocco i civili ivi rifugiatisi.
Ma sentiamo, a proposito dei fatti di Curlandia, lo storico ebreo Gershon Shapiro (autore di Under Fire: Stories of Jewish Heroes of the Soviet Union) che, dopo avere patito le persecuzioni naziste e sovietiche, nel 1946 emigrò in Israele. “Dietro pressioni di Stalin, la Stavka impose ai comandanti del Primo e Secondo Fronte del Baltico di effettuare il massimo sforzo per venire rapidamente a capo della situazione in Curlandia, onde potere spostare le truppe e i mezzi in Polonia, dove la Wehrmacht stava allestendo una nuova linea a protezione del suolo tedesco. Il primo tentativo di sfondamento si verificò il 16 ottobre 1944, nell’area intorno a Tukums, ma venne bloccato dai reparti tedeschi e lettoni. Un secondo attacco venne tentato il 27 ottobre, ma anch’esso si infranse contro le difese nemiche. Dopo una pausa, il 20 novembre i sovietici diedero una terza spallata alla cinta del ridotto, ma con esiti altrettanto negativi. E di questo passo si andò avanti fino alla primavera del 1945, quando l’Armata di Curlandia, in ottemperanza dell’ordine di resa trasmesso via radio dall’ammiraglio Karl Doenitz, depose le armi spontaneamente”. A dimostrazione della tenacia dimostrata in così tanti mesi di resistenza dalle truppe tedesche e lettoni, basti ricordare che l’Armata Rossa impegnata contro il Festung Kurland perse qualcosa come 320.000 soldati, duemila 388 carri, più di 900 pezzi di artiglieria e 659 aerei.
Quando l’8 maggio 1945, le truppe della Wehrmacht si arresero, a Liepaja un gruppo di nazionalisti si affrettò a proclamare l’indipendenza del paese. Ma tra la popolazione e i profughi lettoni, terrorizzati dall’imminente arrivo dei sovietici, si diffuse immediatamente il panico. Il giorno seguente, i reparti della NKVD entrarono in questa città e, in ottemperanza alle direttive del Cremlino, iniziarono ad effettuare una serie di arresti di massa, che si sarebbero presto estesi a tutto il territorio, protraendosi per settimane. Al termine di queste retate, migliaia di civili vennero trasferiti a bordo di vagoni merci nei gulag russi e siberiani. In questo drammatico contesto, buona parte dei reparti lettoni in divisa tedesca e la totalità dei gruppi partigiani rifiutarono ovviamente di consegnarsi prigionieri, dandosi alla macchia. Alcuni manipoli tentarono addirittura la fuga verso occidente, a piedi o con imbarcazioni di fortuna, mentre altri si rifugiarono nelle fitte foreste della penisola di Curlandia, continuando una guerriglia che sarebbe durata fino al 1949. Sembra che, tra il maggio 1945 e il 1952, anche parecchie decine di reduci della 19a Divisione lettone confluissero nelle formazioni partigiane formatesi nel frattempo anche in altre zone del paese. L’imperativo categorico di tutti i combattenti lettoni era infatti uno solo: resistere ad oltranza nella speranza che le potenze occidentali intervenissero presso Stalin per indurlo a sospendere le persecuzioni e a ridare la libertà a tutti i popoli baltici. A proposito dell’atteggiamento statunitense e inglese nei confronti della questione baltica, questa è l’opinione di Shapiro: “Proprio come nell’agosto del 1939, sulla base dell’intesa Ribbentrop-Molotov, Hitler aveva venduto le tre repubbliche baltiche a Stalin, così Roosevelt e Churchill fecero altrettanto nel 1945, alla Conferenza di Yalta, quando per assecondare il dittatore di Mosca gli diedero in pasto questi tre popoli […]. Come ebreo, devo anche aggiungere che a siglare tale infamia fu quel Roosevelt che nel 1945 non alzò un dito per dare asilo ai rifugiati ebrei provenienti da Germania, Austria e Cecoslovacchia e che si rifiutò di ordinare il bombardamento aereo delle linee ferroviarie che conducevano al campo di sterminio di Auschwitz”.
A sostegno delle taglienti argomentazioni di Shapiro, giova ricordare che già in occasione della Conferenza di Teheran (28 novembre - 1° dicembre 1943), Roosevelt si era dichiarato favorevole a dare mano libera a Stalin nei Paesi Baltici. “Le regioni baltiche – disse testualmente il presidente statunitense – sono sempre appartenute alla Russia […]. E in ogni caso non ho alcuna intenzione di entrare in conflitto con l’Unione Sovietica allorquando le sue truppe le rioccuperanno” (W. Averell Harriman e Ellie Abel, Special Envoy to Churchill and Stalin, 1941-1946, New York 1975, pp. 135, 278-279).
Ma ritorniamo alla guerra partigiana. Nel 1945, ex-ufficiali del vecchio esercito lettone e militanti del raggruppamento nazionalista chiamato Legione Lettone andarono a formare il primo nucleo del nuovo movimento insurrezionale post-bellico nel quale confluirono anche altre formazioni autonome e molti civili appartenenti a tutte le categorie sociali, e che con il passare del tempo raggiunse una discreta consistenza numerica. Da fonti sovietiche si evince infatti che, nel 1945, i Fratelli della Foresta lettoni ammontassero a circa 40.000 combattenti. Per diverso tempo i partigiani anticomunisti mantennero, via radio, contatti con l’Occidente, operando talvolta - come abbiamo avuto già modo di riportare - di concerto con il movimento di resistenza estone. Fonti sovietiche del 1947 fanno chiaro riferimento ad un certo (elevato) numero di “organizzazioni sovversive”, determinandone però, per ognuna, una consistenza numerica abbastanza approssimativa. Dagli archivi moscoviti emergono invece numerosi, circostanziati rapporti che rimandano alle operazioni “terroristiche” dei ribelli e nella fattispecie ad attentati da essi compiuti ai danni delle sedi del Partito Comunista Lettone, della milizia lettone e della NKVD. Sempre secondo documentazioni sovietiche, sembra che, almeno fino alla primavera del 1947, uno dei principali comandi del movimento resistenziale avesse il suo quartiere generale addirittura nella capitale, a Riga, in via Matisa.
Già nella tarda estate del 1944, in Lettonia, i gruppi nazionalisti ebbero modo di evidenziare la loro intraprendenza, soprattutto nella parte orientale del paese, nell’area di Latrale e Vidzeme. Nel periodo compreso tra la fine del 1944 e la metà degli anni Cinquanta, il movimento partigiano poté vantare una forza media di circa 10.000 combattenti suddivisi in 900 piccoli gruppi, affiancati, direttamente o indirettamente, da 20.000 tra ausiliari e addetti alla logistica e alla fornitura di viveri, vestiario e attrezzature. Anche se, a questo proposito, alcuni storici riportano cifre dissimili e spesso superiori. Le più importanti organizzazioni partigiane furono la Latvijas Tevijas sargu (partizanu) apvieniba operante nelle regioni di Latgale e Augšzeme; la Latvijas Nacionalo partizanu apvieniba dislocata a nord del Latgale e del Vidzeme; la Latvijas Nacionalo partizanu organizacija attiva nel Kurzeme e Zemgale e la Tevijas Sargu (partizanu) apvieniba presente in prevalenza nella parte meridionale della regione di Kurzeme. I principali centri di comando del movimento partigiano si trovavano, oltre che a Riga, a Dundaga, Taurkalne, Lubna, Aloja e a Livni.
Al pari dei partigiani estoni, anche i ribelli lettoni erano soliti agire nelle zone boschive e paludose che ricoprono circa il 43% del paese, soprattutto quelle situate a ridosso del confine estone. I loro principali obiettivi erano rappresentati da piccoli avamposti, colonne di camion e depositi di viveri e armi. Più raramente, i partigiani effettuavano attacchi contro reparti blindati, convogli ferroviari o contro i temibili reparti di istrebiteli o ‘sterminatori’. Queste unità speciali della NKVD (formazioni, anche molto numerose, composte da esperti specialisti della controguerriglia) vennero spesso impiegate in operazioni di rastrellamento e in vere e proprie azioni di guerra, anche se talvolta con risultati ben inferiori alla loro fama. Nel febbraio del 1950, ad esempio, nei pressi della località di Talsi, un raggruppamento di 50 partigiani lettoni in marcia nella boscaglia si imbatté in alcune forti colonne di istrebiteli supportate da un paio di compagnie motorizzate di artiglieria da campagna. Il reparto di fila sovietico oltrepassò il commando partigiano senza notarlo, mentre il secondo si rese conto della presenza dei ribelli. Trovandosi praticamente nel mezzo delle due formazioni, i partigiani si buttarono a terra e aprirono immediatamente il fuoco contro entrambi, costringendo il nemico a rispondere il fuoco. E nello scontro che scaturì, i soldati sovietici dei due raggruppamenti, presi dal panico, si misero a sparare all’impazzata colpendosi a vicenda e consentendo così ai partigiani di sganciarsi.
Stando ai rapporti dell’NKVD, l’attività dei gruppi lettoni si concentrò, come si è detto, nelle zone meno accessibili e nelle campagne, mentre risultò meno rilevante in prossimità o nei centri urbani, anche se non mancano resoconti relativi ad “azioni terroristiche e attentati” ai danni di ufficiali dell’esercito sovietico, funzionari del partito e collaboratori del regime comunista. Tra il 1945 e la fine del 1949, il movimento poté vantare un effettivo controllo su diverse aree del paese, soprattutto laddove i partigiani potevano avvalersi di un maggiore sostegno da parte della popolazione. Secondo fonti russe, i ribelli operarono nelle circoscrizioni corrispettive a 135 parrocchie sparse sul territorio, usufruendo anche della protezione di parte del clero. Complessivamente, tra il 1944 e il 1955, le forze ribelli eliminarono circa 3.000 tra agenti e soldati appartenenti alla NKVD, all’Armata Rossa e alle milizie comuniste, contro la perdita, in combattimento, di 2.500 uomini. Per cercare di recidere i legami tra i civili e il movimento partigiano, il 25 marzo 1949, i sovietici arrestarono e deportarono nei gulag oltre 10.000 tra reali e presunti fiancheggiatori della resistenza e tutti i parenti dei combattenti alla macchia.
Contestualmente, il governo comunista lettone avviò un’estesa collettivizzazione delle proprietà agricole, ponendole sotto il diretto e stretto controllo degli organi amministrativi statuali. Ciononostante, ancora per un paio di anni, i Fratelli della Foresta lettoni riuscirono a dare filo da torcere ai russi che solo verso la metà del 1953 iniziarono a prevalere e a prendere il controllo della situazione. Proprio in questa data, infatti, gli ultimi nuclei partigiani, ormai a corto di mezzi ed isolati dal resto del mondo, incominciarono a sbandarsi e a dissolversi progressivamente. La questione relativa a questo fenomeno è a tutt’oggi ancora molto dibattuta. Una parte degli storici lettoni ritiene che la fine del movimento resistenziale fosse in realtà un fatto inevitabile e già prevedibile in partenza. Il divario tra le forze in campo, l’impossibilità di ricevere consistenti aiuti dall’Occidente, il progressivo isolamento dalla popolazione, ma anche le stesse azioni terroristiche compiute dai partigiani (prassi che i civili spesso pagarono duramente sulla propria pelle), giocarono insomma a sfavore della causa. Anche se altri studiosi sostengono che un maggiore e più continuativo sostegno da parte occidentale avrebbe permesso non soltanto ai lettoni, ma anche agli estoni e ai lituani, di protrarre la loro resistenza ancora per molti anni: risultato che probabilmente – aggiungiamo noi – sarebbe stato possibile conseguire a condizione che tra i vertici dei tre movimenti baltici si fosse stabilita una solida intesa mirata all’attuazione di una vera strategia operativa unitaria e coordinata.
Come accadde in Estonia e in Lituania, anche in Lettonia, tra il 1944 e il 1945, parecchi ribelli tentarono con mezzi di fortuna di raggiungere la Germania e successivamente, cioè dopo la fine della guerra, l’Inghilterra. Qui, verso la fine del 1948, alcuni di essi si misero a disposizione dei servizi segreti britannici per effettuare operazioni di appoggio ai loro compagni rimasti in patria. Nel 1949, la CIA statunitense e il SIS inglese, cooptarono ed addestrarono un certo numero di volontari lettoni disposti a farsi paracadutare nei rispettivi paesi di origine (sull’argomento l’8 maggio 1985 la rivista lettone Rigas Laiks dedicò un ampio servizio con interviste agli ex-responsabili dei servizi segreti anglo-americani e ad alcuni superstiti dei gruppi partigiani). Ma se da un lato, almeno così sembra, l’intelligence statunitense apparve, almeno sulle prime, incerta sulla strategia e sulle tecniche da adottare per dare sostegno ai movimenti baltici, quella britannica agì con maggiore rapidità, anche perché Londra era al corrente del fatto che la situazione dei gruppi ribelli stava facendosi sempre più precaria con il passare del tempo.
Secondo testimonianze attendibili, sembra che dall’inizio del 1949 e fino al 1952, aerei inglesi pilotati da volontari polacchi e decollati da basi situate in Germania occidentale, abbiano raggiunto la Lettonia paracadutando piccoli gruppi di informatori e combattenti (si parla di un totale di 15/30 elementi, dotati di armi di fabbricazione tedesca; munizioni, viveri, medicinali, stazioni radio e materiale propagandistico) ai quali sarebbe spettato il compito di “mantenere alto il morale” dei Fratelli della Foresta. Verso la metà degli anni Ottanta, da fonti britanniche si è anche appreso che la quasi totalità di queste missioni si rivelarono però un fallimento. Sembra, infatti, che tutti i commando lettoni trasferiti in patria, con mezzi aerei ma anche tramite speciali battelli britannici, siano stati individuati e catturati dalle forze speciali della NKVD, grazie alle informazioni trasmesse a Mosca dall’”organizzazione” Philby. Pur prediligendo il mezzo aereo, la notevole lunghezza delle coste baltiche indusse gli inglesi ad impiegare per queste missioni piccoli ma veloci motoscafi e anonimi pescherecci. A proposito dell’utilizzo di mezzi navali leggeri, va ricordato che, già durante l’occupazione tedesca, i partigiani lettoni erano riusciti a mantenere contatti costanti, oltre quelli via radio, con la Svezia e la Gran Bretagna: prassi che venne poi riavviata dopo l’occupazione sovietica.
Nel 1949, essendo venuto al corrente di queste iniziative, il controspionaggio sovietico si adoperò con successo per reclutare agenti occidentali (cioè quelli cooptati dai britannici), comprandoli e utilizzandoli sotto copertura per i propri scopi. Uno dei più noti doppiogiochisti al servizio di Mosca fu Augusts Bergmanis, un operatore delle telecomunicazioni che, durante la Seconda Guerra Mondiale, militando in un’unità tedesca, era riuscito a stabilire solidi contatti con esponenti del movimento lettone fuggiti in Svezia. Alla fine del 1944, però, Bergmanis venne però preso prigioniero dai russi, sparendo apparentemente nel nulla.
Nell’ottobre 1945, i servizi segreti inglesi inviarono dalla Svezia alla Curlandia un motoscafo con a bordo quattro partigiani lettoni molto bene addestrati ed equipaggiati. Giunto a terra, il manipolo venne però immediatamente catturato da una pattuglia russa che mise le mani anche sopra l’impianto radio (e i relativi cifrari) della pattuglia. A quel punto i russi misero nuovamente in azione Augusts Bergmanis, che dopo la cattura era stato da essi convinto a collaborare con la NKVD. Dotato dai sovietici di tutta l’attrezzatura necessaria, Bergmanis riuscì a comunicare con un centro di ascolto del SIS in Svezia, riallacciando regolari contatti con i sui ex-referenti che, palesando una notevole ingenuità, gli proposero di fare da punto di riferimento per le operazioni di intruding in fase di preparazione. Va da sé che l’attività di Bergmanis permise ai russi di prevenire la quasi totalità delle successive missioni di sbarco in Lettonia organizzate da Londra e di scoprire ed arrestare la quasi totalità dei corrispondenti lituani del SIS presenti in Lettonia. Nel settembre 1946, due intruder baltici che erano stati sbarcati da un battello britannico sul suolo lettone si vennero a trovare in serie difficoltà a causa del cattivo funzionamento del loro apparecchio radio. Chieste istruzioni al SIS, fu comunicato loro di mettersi in contatto con Bergmanis che a Riga disponeva, secondo le informazioni, di un efficiente e potente apparecchiatura. I due agenti riuscirono a raggiungere la città e ad incontrare Bergmanis che, nell’arco di poche settimane, si conquistò la loro fiducia per poi denunciarli e consegnarli ai russi al momento più opportuno.
Verso la fine degli anni Quaranta, un altro partigiano lettone cooptato dai russi, Vidvuds Sveics, riuscì però a combinare al SIS e alla resistenza baltica danni ancora ancora più gravi, e per certi versi irreparabili. Questo ex-studente di Riga, molto popolare all’interno della comunità universitaria della città, godeva da tempo della fiducia dei servizi britannici convinti di conoscere tutti (o quasi) i suoi trascorsi. Come fervente nazionalista, nell’estate del 1941 Sveics aveva accolto entusiasticamente l’entrata delle truppe tedesche nel paese, aderendo immediatamente al movimento lettone anticomunista. Tuttavia, le successive atrocità compiute dai nazisti lo avevano allontanato dai suoi vecchi ideali, inducendolo a passare dalla parte dei sovietici. Nell’ottobre del 1948, i servizi moscoviti organizzarono per Sveics una finta fuga in Svezia, dove egli ebbe modo di entrare in contatto con alcuni membri del SIS e del movimento partigiano in esilio. Inviato in una base segreta britannica, l’abile Sveics si fece rapidamente una buona nomea, riuscendo addirittura a farsi scegliere dagli esperti dell’intelligence inglese quale responsabile di una delicata missione di infiltrazione in Lituania. Alla fine dell’aprile 1949, Sveics sbarcò a Palanga, in Lituania, al comando di un gruppo formato da sei uomini. Approfittando dei festeggiamenti in corso per il 1° maggio, il manipolo eluse la sorveglianza delle pattuglie russe. Poi, come era stato concordato in precedenza, Sveics si separò dai compagni, ma anziché andare a contattare alcuni esponenti dei Fratelli della Foresta nascosti in città, egli si recò al più vicino comando sovietico, spifferando tutto e causando l’arresto del gruppo. Sempre aiutato dai russi, Sveics fece ritorno in Svezia dove riferì ai britannici che i suoi compagni erano stati catturati, ma che lui era riuscito miracolosamente a scamparla. Incredibilmente, gli inglesi decisero di affidargli nuovamente il comando di altre operazioni che, manco a dirlo, per un verso o per l’altro, abortirono tutte quante.
Si è accennato ai tentativi della chiesa lettone di fornire un qualche aiuto alla resistenza. A questo riguardo è interessante notare che, una volta occupata la Lettonia, tali intenzioni diedero ai russi un ottimo pretesto per anticipare una persecuzione anticlericale che Stalin aveva programmato già a partire dall’inizio della primavera del 1944. Questa nuova fase del martirio lettone, che si protrasse fino alla fine degli anni Cinquanta, comportò non soltanto la chiusura di quasi tutti i luoghi sacri, ma scaturì nell’arresto e nella deportazione di centinaia di uomini di chiesa. Va anche ricordato che, nel 1958, cioè in piena “era moderata” Kruscev, le persecuzioni non accennarono affatto a diminuire sfociando nell’incarcerazione di uno dei più alti esponenti della chiesa lettone, il cardinale Julijans Vaivods. Due anni più tardi, il prelato sarà comunque liberato a causa delle sue gravi condizioni di salute, venendo eletto cardinale nel 1983 da papa Giovanni Paolo II.
In Lettonia, le forze di occupazione sovietiche attuarono nei confronti delle istituzioni religiose e culturali lettoni una politica repressiva che in molte occasioni si trasformò in atti di vera e propria barbarie. Vennero infatti incendiate chiese, conventi, seminari, biblioteche e perfino cimiteri. La cattedrale e l’arcivescovado luterani di Riga furono trasformati in sale concerti, la storica chiesa di S. Pietro venne adibita a museo e la cattedrale greco-cattolica in un planetario. Numerose altre chiese subirono sorte ben più dissacrante venendo tramutate in cinema, magazzini, autorimesse e perfino stalle.
Come in Estonia e Lituania, i russi applicarono anche in Lettonia una duplice politica di “deportazione” e di “colonizzazione forzata” tesa ad isolare i gruppi ribelli e a favorire una rapida “russificazione” del territorio. Tra il 1945 e il 1949 circa 400.000 russi e 100.000 individui provenienti da altre regioni dell’Unione Sovietica furono infatti trasferiti in Lettonia, abbassando la quota etnica lettone dall’83% (dato riferito al 1945) al 60% (percentuale del 1953). E come accadde negli altri due Paesi Baltici, queste misure si rivelarono decisive nell’indebolire la resistenza. Intorno al 1953, grazie anche al leggero miglioramento della situazione economica e alla progressiva normalizzazione del paese ormai capillarmente controllato da un’efficiente polizia, il movimento partigiano iniziò a frantumarsi, anche perché i rapporti con l’Occidente si erano ormai del tutto interrotti. Approfittando di questo sbandamento, la NKVD riuscì ad infiltrare con successo alcuni agenti negli ormai frammentati e indeboliti gruppi resistenziali: manovra che portò alla scoperta di rifugi, depositi di armi e basi radio e all’arresto di molti leader partigiani. Successivamente, il completamento da parte del governo di Riga della collettivizzazione delle terre e la costituzione di comuni agricole contribuì ad isolare ulteriormente i ribelli e a privarli del necessario appoggio e sostentamento.
Tra il 1951 e il 1955, le residue bande armate dovettero nascondersi sempre più frequentemente nella profondità delle foreste e limitarsi a sopravvivere fino a quando la proclamazione da parte delle autorità di una serie di amnistie - e soprattutto il fallimento della grande rivolta ungherese del 1956 - indussero gli ultimi raggruppamenti ribelli, ormai ridotti a poche centinaia di individui, a cessare definitivamente la propria attività, consegnandosi alle forze di polizia. La maggior parte dei partigiani che accettarono di deporre spontaneamente le armi vennero comunque incarcerati, processati e condannati a lunghe pene detentive. A proposito della sorte dei combattenti, ma anche dei semplici cittadini lettoni rinchiusi nei gulag, va ricordato che, anche dietro il filo spinato, molti di essi continuarono a manifestare la loro avversità al regime nei modi più svariati, addirittura attraverso clamorose, quanto inutili sommosse. Nel 1954, alcune centinaia di lettoni rinchiusi nel campo di Kengir, in Kazakistan, riuscirono, al comando di una coraggiosa partigiana, Bruta Blums, a disarmare le guardie e a conquistare per qualche ora il controllo del gulag, venendo poi schiacciati dalle truppe speciali sovietiche.
Nel 1955, in seguito alla pacificazione forzata del Paese, Mosca decise di accordare un’amnistia, consentendo ad alcuni prigionieri politici baltici di rientrare in patria. Tra il 1955 e il 1956, per i lettoni la vita nei campi migliorò sensibilmente per poi peggiorare nuovamente l’anno seguente quando le autorità sovietiche inasprirono improvvisamente le pene dei prigionieri accusati di “banditismo, sabotaggio e parassitismo”, alleviando nel contempo quelle inflitte ai lettoni incriminati per “reati politici”.

 
 
 
PER GENTILE CONCESSIONE DEL MENSILE “STORIA VERITÀ”
 
 
 
NOTE
 
(1) Al termine di una gigantesca operazione di salvataggio durata intere settimane, il 9 maggio 1945 l’ultima nave tedesca lasciò l’area del Baltico con a bordo centinaia di soldati e profughi, dirigendosi verso la Germania occupata dalle forze britanniche. Nella fattispecie, tra il 1944 e il 1945, la Kriegsmarine portò in salvo, verso Occidente, oltre 700.000 soldati tedeschi, estoni, lettoni e lituani (di cui 300.000 feriti) e ben un milione 500.000 civili appartenenti alle medesime nazionalità, sottraendoli alla cattura o alla persecuzione da parte dell’Armata Rossa.
 

BIBLIOGRAFIA

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- J.Rutkis, Latvia, Country and People. Latvian National Foundation, Stockholm, 1967.
- Archives of the Soviet Communist Party and Soviet State. Parte del materiale è stato tratto dall’Archivio di Stato della Federazione Russa (GARF) creato nell’aprile 1992 dall’Archivio della rivoluzione d’Ottobre (TsGAOR SSSR) e dall’Archivio Centrale del RSFSR contenente a sua volta documenti del Commissariato del Popolo per gli Affari Interni (NKVD).
- Ritvars Jansons, Latvian armed resistance movement (1944 - 1956): historiography and directions for future studies. Centro di Documentazione sul Totalitarismo nella Lettonia. Relazione.
- Heinrish Strods, National partisan warfare in the Baltic 1944 - January 1947: armament, staffing, military action. Museo dell’Occupazione della Lettonia. Relazione.
- Zigmars Turcinskis, The co-operation between Latvian and Estonian national partisans, 1945-1952. Istituto di Storia della Lettonia. Relazione.




 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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