| In
Lettonia la preparazione ad una guerra partigiana antisovietica
era già iniziata nell’estate del 1940,
quando il capo di stato maggiore dell’esercito,
generale Kristjans Berkis, non potendo opporsi alle
forze di invasione, aveva permesso la costituzione delle
prime unità di guerriglia composte in buona parte
da suoi ufficiali e soldati. E questa preparazione era
poi proseguita, nonostante le energiche contromisure
adottate da Mosca (durante la prima occupazione russa
vennero uccise o deportate 35.828 persone: cifra che
secondo talune fonti salirebbe 60.000) fino all’estate
del 1941, quando cioè la Wehrmacht attaccò
l’Urss.
Come accadde in Estonia, anche in Lettonia l’arrivo
delle truppe tedesche venne accolto dalla popolazione
con un certo favore in quanto i lettoni confidavano
nel fatto che il governo di Berlino avrebbe concesso
loro qualche forma di autonomia. E fu anche per questa
ragione che molti giovani accettarono di arruolarsi
nell’esercito del Reich. Tra l’agosto del
1941 e l’autunno del 1944, migliaia di lettoni
entrarono, infatti, a fare parte delle seguenti formazioni:
2a Lettische SS-Freiwilligen Brigade; 15a Waffen-Grenadier-Division
der SS; 19a Waffen-Grenadier-Division der SS; Lettische
SS-Freiwilligen-Brigade e Lettische SS-Freiwilligen
Legion. Nonostante questa dimostrazione di lealtà,
Hitler non permise però la ricostituzione di
un vero e proprio esercito nazionale e, meno che mai,
la nascita di uno stato lettone indipendente. Non a
caso, il paese verrà presto incluso nell’Ostland
e di fatto sottomesso dalla Germania.
Anche nella tarda primavera del 1944, nonostante il
minaccioso avvicinarsi dell’Armata Rossa, il Führer
continuò a mantenere nei confronti dei lettoni
un atteggiamento decisamente sprezzante, ostacolando
fino all’ultimo – nonostante il parere contrario
di alcuni suoi generali - qualsiasi tentativo da parte
della popolazione di costituire unità combattenti
autonome per fronteggiare i russi. Non solo. Sempre
nello stesso periodo, la Gestapo arrestò diversi
capi della LNPA (Unione Nazionale Partigiani Lettoni),
fucilandone alcuni e rinchiudendone altri in campo di
concentramento, assieme a centinaia di aderenti o simpatizzanti
del movimento. Si trattò, come è ovvio,
di una decisione crudele e soprattutto controproducente
in quanto privò i tedeschi di un valido appoggio.
Fu anche per queste ragioni che, allorquando le divisioni
di Stalin occuparono il paese, diversi gruppi partigiani
lettoni incontrarono, almeno inizialmente, alcune difficoltà
nell’organizzarsi e nel collegarsi tra di loro.
Insomma, al momento dell’entrata in Lettonia delle
armate sovietiche la situazione interna del paese appariva
piuttosto confusa e frammentata, anche perché
sul territorio erano presenti sia bande ribelli filotedesche
sia antitedesche, tutte comunque decise a contrastare
l’avanzata russa. Ciononostante, alcuni contingenti
di Fratelli della Foresta lettoni dichiaratamente antisovietici,
anche se nel contempo perseguitati dalle SS e dalla
Gestapo, riuscirono ad entrare in azione abbastanza
rapidamente e in maniera autonoma. Mentre altri raggruppamenti
nazionalisti che ritenevano, nonostante tutto, giusto
o opportuno fare fronte comune con la Germania nel momento
del pericolo, preferirono offrire apertamente il loro
sostegno al Reich, fungendo da tramite tra la Wehrmacht
in ritirata verso ovest e le otto divisioni tedesche,
e la 19a Divisione Waffen SS lettone, rimaste intrappolate
a partire dall’estate del 1944 nella vasta sacca
della Curlandia.
LA
CURLANDIA
Le drammatiche vicissitudini dell’armata tedesca
e dei reparti lettoni che per circa un anno, fino all’8
maggio 1945, tennero duro nella cosiddetta Festung Kurland
(Fortezza Curlandia), sono note e in parte esulano dal
compito che ci siamo prefissi. Tuttavia, può
essere utile soffermarsi, seppure sinteticamente, sull’argomento
per via di alcune implicazioni che riconducono alla
storia del movimento di resistenza lettone e all’attività
da esso svolta tra il 1944 e i primi anni Cinquanta.
Va innanzitutto ricordato che nell’autunno del
1944, dentro la grande sacca di Curlandia rimasero intrappolati
non soltanto decine di migliaia di soldati della Wehrmacht
e delle SS lettoni, ma anche moltissimi civili (600.000
e probabilmente molti di più), parte dei quali
fuggiti dalle zone minacciate dall’avanzata dell’Armata
Rossa. La paura di rappresaglie da parte russa era infatti
tale da indurre una vera e propria fiumana di gente
a spostarsi verso Ovest e a seguire anche la sorte delle
truppe tedesche e collaborazioniste lettoni che, tra
il 12 ottobre 1944 e il 3 aprile 1945, vennero sospinte
nel ridotto di Curlandia. E’ verosimile ipotizzare
che la grande massa dei profughi lettoni che optarono
di rifugiarsi nella sacca non l’abbia certo fatto
per una sorta di fedeltà nei confronti del Reich,
ma nella speranza – condivisa d’altra parte
dallo stesso comando tedesco di Lettonia – che
Berlino prima o poi ordinasse l’impiego della
Kriegsmarine per consentire una graduale evacuazione
dal vasto “ridotto”. Aspettativa che, tuttavia,
svanì allorquando Hitler decise di trasformare
la regione in un’inutile ed isolata “fortezza”
(1).
Alla luce di tutto ciò, non stupiscono la rabbia
e la determinazione con le quali si batterono sia i
reparti della 19a Divisione Waffen SS che le bande partigiane
intrappolate nella tozza penisola bagnata dal Mar Baltico.
Questi uomini, erano infatti ben consci, al pari della
popolazione civile, del destino al quale sarebbero andati
incontro in caso di cattura da parte del nemico. Ragione
per cui, essi decisero di lottare fino all’ultimo,
anche nella remota speranza che la guerra terminasse
prima di una loro resa. D’altra parte, i loro
timori nei confronti dei sovietici erano più
che fondati in quanto già alla fine di settembre
del 1944, attraverso una specifica direttiva, Stalin
aveva ordinato ai suoi generali impegnati nell’assedio
alla Curlandia di eliminare al più presto il
fastidioso ostacolo e di passare per le armi tutti i
“volontari” lettoni e i raggruppamenti partigiani
presenti nella regione, deportando in blocco i civili
ivi rifugiatisi.
Ma sentiamo, a proposito dei fatti di Curlandia, lo
storico ebreo Gershon Shapiro (autore di Under Fire:
Stories of Jewish Heroes of the Soviet Union) che, dopo
avere patito le persecuzioni naziste e sovietiche, nel
1946 emigrò in Israele. “Dietro pressioni
di Stalin, la Stavka impose ai comandanti del Primo
e Secondo Fronte del Baltico di effettuare il massimo
sforzo per venire rapidamente a capo della situazione
in Curlandia, onde potere spostare le truppe e i mezzi
in Polonia, dove la Wehrmacht stava allestendo una nuova
linea a protezione del suolo tedesco. Il primo tentativo
di sfondamento si verificò il 16 ottobre 1944,
nell’area intorno a Tukums, ma venne bloccato
dai reparti tedeschi e lettoni. Un secondo attacco venne
tentato il 27 ottobre, ma anch’esso si infranse
contro le difese nemiche. Dopo una pausa, il 20 novembre
i sovietici diedero una terza spallata alla cinta del
ridotto, ma con esiti altrettanto negativi. E di questo
passo si andò avanti fino alla primavera del
1945, quando l’Armata di Curlandia, in ottemperanza
dell’ordine di resa trasmesso via radio dall’ammiraglio
Karl Doenitz, depose le armi spontaneamente”.
A dimostrazione della tenacia dimostrata in così
tanti mesi di resistenza dalle truppe tedesche e lettoni,
basti ricordare che l’Armata Rossa impegnata contro
il Festung Kurland perse qualcosa come 320.000 soldati,
duemila 388 carri, più di 900 pezzi di artiglieria
e 659 aerei.
Quando l’8 maggio 1945, le truppe della Wehrmacht
si arresero, a Liepaja un gruppo di nazionalisti si
affrettò a proclamare l’indipendenza del
paese. Ma tra la popolazione e i profughi lettoni, terrorizzati
dall’imminente arrivo dei sovietici, si diffuse
immediatamente il panico. Il giorno seguente, i reparti
della NKVD entrarono in questa città e, in ottemperanza
alle direttive del Cremlino, iniziarono ad effettuare
una serie di arresti di massa, che si sarebbero presto
estesi a tutto il territorio, protraendosi per settimane.
Al termine di queste retate, migliaia di civili vennero
trasferiti a bordo di vagoni merci nei gulag russi e
siberiani. In questo drammatico contesto, buona parte
dei reparti lettoni in divisa tedesca e la totalità
dei gruppi partigiani rifiutarono ovviamente di consegnarsi
prigionieri, dandosi alla macchia. Alcuni manipoli tentarono
addirittura la fuga verso occidente, a piedi o con imbarcazioni
di fortuna, mentre altri si rifugiarono nelle fitte
foreste della penisola di Curlandia, continuando una
guerriglia che sarebbe durata fino al 1949. Sembra che,
tra il maggio 1945 e il 1952, anche parecchie decine
di reduci della 19a Divisione lettone confluissero nelle
formazioni partigiane formatesi nel frattempo anche
in altre zone del paese. L’imperativo categorico
di tutti i combattenti lettoni era infatti uno solo:
resistere ad oltranza nella speranza che le potenze
occidentali intervenissero presso Stalin per indurlo
a sospendere le persecuzioni e a ridare la libertà
a tutti i popoli baltici. A proposito dell’atteggiamento
statunitense e inglese nei confronti della questione
baltica, questa è l’opinione di Shapiro:
“Proprio come nell’agosto del 1939, sulla
base dell’intesa Ribbentrop-Molotov, Hitler aveva
venduto le tre repubbliche baltiche a Stalin, così
Roosevelt e Churchill fecero altrettanto nel 1945, alla
Conferenza di Yalta, quando per assecondare il dittatore
di Mosca gli diedero in pasto questi tre popoli […].
Come ebreo, devo anche aggiungere che a siglare tale
infamia fu quel Roosevelt che nel 1945 non alzò
un dito per dare asilo ai rifugiati ebrei provenienti
da Germania, Austria e Cecoslovacchia e che si rifiutò
di ordinare il bombardamento aereo delle linee ferroviarie
che conducevano al campo di sterminio di Auschwitz”.
A sostegno delle taglienti argomentazioni di Shapiro,
giova ricordare che già in occasione della Conferenza
di Teheran (28 novembre - 1° dicembre 1943), Roosevelt
si era dichiarato favorevole a dare mano libera a Stalin
nei Paesi Baltici. “Le regioni baltiche –
disse testualmente il presidente statunitense –
sono sempre appartenute alla Russia […]. E in
ogni caso non ho alcuna intenzione di entrare in conflitto
con l’Unione Sovietica allorquando le sue truppe
le rioccuperanno” (W. Averell Harriman e Ellie
Abel, Special Envoy to Churchill and Stalin, 1941-1946,
New York 1975, pp. 135, 278-279).
Ma ritorniamo alla guerra partigiana. Nel 1945, ex-ufficiali
del vecchio esercito lettone e militanti del raggruppamento
nazionalista chiamato Legione Lettone andarono a formare
il primo nucleo del nuovo movimento insurrezionale post-bellico
nel quale confluirono anche altre formazioni autonome
e molti civili appartenenti a tutte le categorie sociali,
e che con il passare del tempo raggiunse una discreta
consistenza numerica. Da fonti sovietiche si evince
infatti che, nel 1945, i Fratelli della Foresta lettoni
ammontassero a circa 40.000 combattenti. Per diverso
tempo i partigiani anticomunisti mantennero, via radio,
contatti con l’Occidente, operando talvolta -
come abbiamo avuto già modo di riportare - di
concerto con il movimento di resistenza estone. Fonti
sovietiche del 1947 fanno chiaro riferimento ad un certo
(elevato) numero di “organizzazioni sovversive”,
determinandone però, per ognuna, una consistenza
numerica abbastanza approssimativa. Dagli archivi moscoviti
emergono invece numerosi, circostanziati rapporti che
rimandano alle operazioni “terroristiche”
dei ribelli e nella fattispecie ad attentati da essi
compiuti ai danni delle sedi del Partito Comunista Lettone,
della milizia lettone e della NKVD. Sempre secondo documentazioni
sovietiche, sembra che, almeno fino alla primavera del
1947, uno dei principali comandi del movimento resistenziale
avesse il suo quartiere generale addirittura nella capitale,
a Riga, in via Matisa.
Già nella tarda estate del 1944, in Lettonia,
i gruppi nazionalisti ebbero modo di evidenziare la
loro intraprendenza, soprattutto nella parte orientale
del paese, nell’area di Latrale e Vidzeme. Nel
periodo compreso tra la fine del 1944 e la metà
degli anni Cinquanta, il movimento partigiano poté
vantare una forza media di circa 10.000 combattenti
suddivisi in 900 piccoli gruppi, affiancati, direttamente
o indirettamente, da 20.000 tra ausiliari e addetti
alla logistica e alla fornitura di viveri, vestiario
e attrezzature. Anche se, a questo proposito, alcuni
storici riportano cifre dissimili e spesso superiori.
Le più importanti organizzazioni partigiane furono
la Latvijas Tevijas sargu (partizanu) apvieniba operante
nelle regioni di Latgale e Augšzeme; la Latvijas
Nacionalo partizanu apvieniba dislocata a nord del Latgale
e del Vidzeme; la Latvijas Nacionalo partizanu organizacija
attiva nel Kurzeme e Zemgale e la Tevijas Sargu (partizanu)
apvieniba presente in prevalenza nella parte meridionale
della regione di Kurzeme. I principali centri di comando
del movimento partigiano si trovavano, oltre che a Riga,
a Dundaga, Taurkalne, Lubna, Aloja e a Livni.
Al pari dei partigiani estoni, anche i ribelli lettoni
erano soliti agire nelle zone boschive e paludose che
ricoprono circa il 43% del paese, soprattutto quelle
situate a ridosso del confine estone. I loro principali
obiettivi erano rappresentati da piccoli avamposti,
colonne di camion e depositi di viveri e armi. Più
raramente, i partigiani effettuavano attacchi contro
reparti blindati, convogli ferroviari o contro i temibili
reparti di istrebiteli o ‘sterminatori’.
Queste unità speciali della NKVD (formazioni,
anche molto numerose, composte da esperti specialisti
della controguerriglia) vennero spesso impiegate in
operazioni di rastrellamento e in vere e proprie azioni
di guerra, anche se talvolta con risultati ben inferiori
alla loro fama. Nel febbraio del 1950, ad esempio, nei
pressi della località di Talsi, un raggruppamento
di 50 partigiani lettoni in marcia nella boscaglia si
imbatté in alcune forti colonne di istrebiteli
supportate da un paio di compagnie motorizzate di artiglieria
da campagna. Il reparto di fila sovietico oltrepassò
il commando partigiano senza notarlo, mentre il secondo
si rese conto della presenza dei ribelli. Trovandosi
praticamente nel mezzo delle due formazioni, i partigiani
si buttarono a terra e aprirono immediatamente il fuoco
contro entrambi, costringendo il nemico a rispondere
il fuoco. E nello scontro che scaturì, i soldati
sovietici dei due raggruppamenti, presi dal panico,
si misero a sparare all’impazzata colpendosi a
vicenda e consentendo così ai partigiani di sganciarsi.
Stando ai rapporti dell’NKVD, l’attività
dei gruppi lettoni si concentrò, come si è
detto, nelle zone meno accessibili e nelle campagne,
mentre risultò meno rilevante in prossimità
o nei centri urbani, anche se non mancano resoconti
relativi ad “azioni terroristiche e attentati”
ai danni di ufficiali dell’esercito sovietico,
funzionari del partito e collaboratori del regime comunista.
Tra il 1945 e la fine del 1949, il movimento poté
vantare un effettivo controllo su diverse aree del paese,
soprattutto laddove i partigiani potevano avvalersi
di un maggiore sostegno da parte della popolazione.
Secondo fonti russe, i ribelli operarono nelle circoscrizioni
corrispettive a 135 parrocchie sparse sul territorio,
usufruendo anche della protezione di parte del clero.
Complessivamente, tra il 1944 e il 1955, le forze ribelli
eliminarono circa 3.000 tra agenti e soldati appartenenti
alla NKVD, all’Armata Rossa e alle milizie comuniste,
contro la perdita, in combattimento, di 2.500 uomini.
Per cercare di recidere i legami tra i civili e il movimento
partigiano, il 25 marzo 1949, i sovietici arrestarono
e deportarono nei gulag oltre 10.000 tra reali e presunti
fiancheggiatori della resistenza e tutti i parenti dei
combattenti alla macchia.
Contestualmente, il governo comunista lettone avviò
un’estesa collettivizzazione delle proprietà
agricole, ponendole sotto il diretto e stretto controllo
degli organi amministrativi statuali. Ciononostante,
ancora per un paio di anni, i Fratelli della Foresta
lettoni riuscirono a dare filo da torcere ai russi che
solo verso la metà del 1953 iniziarono a prevalere
e a prendere il controllo della situazione. Proprio
in questa data, infatti, gli ultimi nuclei partigiani,
ormai a corto di mezzi ed isolati dal resto del mondo,
incominciarono a sbandarsi e a dissolversi progressivamente.
La questione relativa a questo fenomeno è a tutt’oggi
ancora molto dibattuta. Una parte degli storici lettoni
ritiene che la fine del movimento resistenziale fosse
in realtà un fatto inevitabile e già prevedibile
in partenza. Il divario tra le forze in campo, l’impossibilità
di ricevere consistenti aiuti dall’Occidente,
il progressivo isolamento dalla popolazione, ma anche
le stesse azioni terroristiche compiute dai partigiani
(prassi che i civili spesso pagarono duramente sulla
propria pelle), giocarono insomma a sfavore della causa.
Anche se altri studiosi sostengono che un maggiore e
più continuativo sostegno da parte occidentale
avrebbe permesso non soltanto ai lettoni, ma anche agli
estoni e ai lituani, di protrarre la loro resistenza
ancora per molti anni: risultato che probabilmente –
aggiungiamo noi – sarebbe stato possibile conseguire
a condizione che tra i vertici dei tre movimenti baltici
si fosse stabilita una solida intesa mirata all’attuazione
di una vera strategia operativa unitaria e coordinata.
Come accadde in Estonia e in Lituania, anche in Lettonia,
tra il 1944 e il 1945, parecchi ribelli tentarono con
mezzi di fortuna di raggiungere la Germania e successivamente,
cioè dopo la fine della guerra, l’Inghilterra.
Qui, verso la fine del 1948, alcuni di essi si misero
a disposizione dei servizi segreti britannici per effettuare
operazioni di appoggio ai loro compagni rimasti in patria.
Nel 1949, la CIA statunitense e il SIS inglese, cooptarono
ed addestrarono un certo numero di volontari lettoni
disposti a farsi paracadutare nei rispettivi paesi di
origine (sull’argomento l’8 maggio 1985
la rivista lettone Rigas Laiks dedicò un ampio
servizio con interviste agli ex-responsabili dei servizi
segreti anglo-americani e ad alcuni superstiti dei gruppi
partigiani). Ma se da un lato, almeno così sembra,
l’intelligence statunitense apparve, almeno sulle
prime, incerta sulla strategia e sulle tecniche da adottare
per dare sostegno ai movimenti baltici, quella britannica
agì con maggiore rapidità, anche perché
Londra era al corrente del fatto che la situazione dei
gruppi ribelli stava facendosi sempre più precaria
con il passare del tempo.
Secondo testimonianze attendibili, sembra che dall’inizio
del 1949 e fino al 1952, aerei inglesi pilotati da volontari
polacchi e decollati da basi situate in Germania occidentale,
abbiano raggiunto la Lettonia paracadutando piccoli
gruppi di informatori e combattenti (si parla di un
totale di 15/30 elementi, dotati di armi di fabbricazione
tedesca; munizioni, viveri, medicinali, stazioni radio
e materiale propagandistico) ai quali sarebbe spettato
il compito di “mantenere alto il morale”
dei Fratelli della Foresta. Verso la metà degli
anni Ottanta, da fonti britanniche si è anche
appreso che la quasi totalità di queste missioni
si rivelarono però un fallimento. Sembra, infatti,
che tutti i commando lettoni trasferiti in patria, con
mezzi aerei ma anche tramite speciali battelli britannici,
siano stati individuati e catturati dalle forze speciali
della NKVD, grazie alle informazioni trasmesse a Mosca
dall’”organizzazione” Philby. Pur
prediligendo il mezzo aereo, la notevole lunghezza delle
coste baltiche indusse gli inglesi ad impiegare per
queste missioni piccoli ma veloci motoscafi e anonimi
pescherecci. A proposito dell’utilizzo di mezzi
navali leggeri, va ricordato che, già durante
l’occupazione tedesca, i partigiani lettoni erano
riusciti a mantenere contatti costanti, oltre quelli
via radio, con la Svezia e la Gran Bretagna: prassi
che venne poi riavviata dopo l’occupazione sovietica.
Nel 1949, essendo venuto al corrente di queste iniziative,
il controspionaggio sovietico si adoperò con
successo per reclutare agenti occidentali (cioè
quelli cooptati dai britannici), comprandoli e utilizzandoli
sotto copertura per i propri scopi. Uno dei più
noti doppiogiochisti al servizio di Mosca fu Augusts
Bergmanis, un operatore delle telecomunicazioni che,
durante la Seconda Guerra Mondiale, militando in un’unità
tedesca, era riuscito a stabilire solidi contatti con
esponenti del movimento lettone fuggiti in Svezia. Alla
fine del 1944, però, Bergmanis venne però
preso prigioniero dai russi, sparendo apparentemente
nel nulla.
Nell’ottobre 1945, i servizi segreti inglesi inviarono
dalla Svezia alla Curlandia un motoscafo con a bordo
quattro partigiani lettoni molto bene addestrati ed
equipaggiati. Giunto a terra, il manipolo venne però
immediatamente catturato da una pattuglia russa che
mise le mani anche sopra l’impianto radio (e i
relativi cifrari) della pattuglia. A quel punto i russi
misero nuovamente in azione Augusts Bergmanis, che dopo
la cattura era stato da essi convinto a collaborare
con la NKVD. Dotato dai sovietici di tutta l’attrezzatura
necessaria, Bergmanis riuscì a comunicare con
un centro di ascolto del SIS in Svezia, riallacciando
regolari contatti con i sui ex-referenti che, palesando
una notevole ingenuità, gli proposero di fare
da punto di riferimento per le operazioni di intruding
in fase di preparazione. Va da sé che l’attività
di Bergmanis permise ai russi di prevenire la quasi
totalità delle successive missioni di sbarco
in Lettonia organizzate da Londra e di scoprire ed arrestare
la quasi totalità dei corrispondenti lituani
del SIS presenti in Lettonia. Nel settembre 1946, due
intruder baltici che erano stati sbarcati da un battello
britannico sul suolo lettone si vennero a trovare in
serie difficoltà a causa del cattivo funzionamento
del loro apparecchio radio. Chieste istruzioni al SIS,
fu comunicato loro di mettersi in contatto con Bergmanis
che a Riga disponeva, secondo le informazioni, di un
efficiente e potente apparecchiatura. I due agenti riuscirono
a raggiungere la città e ad incontrare Bergmanis
che, nell’arco di poche settimane, si conquistò
la loro fiducia per poi denunciarli e consegnarli ai
russi al momento più opportuno.
Verso la fine degli anni Quaranta, un altro partigiano
lettone cooptato dai russi, Vidvuds Sveics, riuscì
però a combinare al SIS e alla resistenza baltica
danni ancora ancora più gravi, e per certi versi
irreparabili. Questo ex-studente di Riga, molto popolare
all’interno della comunità universitaria
della città, godeva da tempo della fiducia dei
servizi britannici convinti di conoscere tutti (o quasi)
i suoi trascorsi. Come fervente nazionalista, nell’estate
del 1941 Sveics aveva accolto entusiasticamente l’entrata
delle truppe tedesche nel paese, aderendo immediatamente
al movimento lettone anticomunista. Tuttavia, le successive
atrocità compiute dai nazisti lo avevano allontanato
dai suoi vecchi ideali, inducendolo a passare dalla
parte dei sovietici. Nell’ottobre del 1948, i
servizi moscoviti organizzarono per Sveics una finta
fuga in Svezia, dove egli ebbe modo di entrare in contatto
con alcuni membri del SIS e del movimento partigiano
in esilio. Inviato in una base segreta britannica, l’abile
Sveics si fece rapidamente una buona nomea, riuscendo
addirittura a farsi scegliere dagli esperti dell’intelligence
inglese quale responsabile di una delicata missione
di infiltrazione in Lituania. Alla fine dell’aprile
1949, Sveics sbarcò a Palanga, in Lituania, al
comando di un gruppo formato da sei uomini. Approfittando
dei festeggiamenti in corso per il 1° maggio, il
manipolo eluse la sorveglianza delle pattuglie russe.
Poi, come era stato concordato in precedenza, Sveics
si separò dai compagni, ma anziché andare
a contattare alcuni esponenti dei Fratelli della Foresta
nascosti in città, egli si recò al più
vicino comando sovietico, spifferando tutto e causando
l’arresto del gruppo. Sempre aiutato dai russi,
Sveics fece ritorno in Svezia dove riferì ai
britannici che i suoi compagni erano stati catturati,
ma che lui era riuscito miracolosamente a scamparla.
Incredibilmente, gli inglesi decisero di affidargli
nuovamente il comando di altre operazioni che, manco
a dirlo, per un verso o per l’altro, abortirono
tutte quante.
Si è accennato ai tentativi della chiesa lettone
di fornire un qualche aiuto alla resistenza. A questo
riguardo è interessante notare che, una volta
occupata la Lettonia, tali intenzioni diedero ai russi
un ottimo pretesto per anticipare una persecuzione anticlericale
che Stalin aveva programmato già a partire dall’inizio
della primavera del 1944. Questa nuova fase del martirio
lettone, che si protrasse fino alla fine degli anni
Cinquanta, comportò non soltanto la chiusura
di quasi tutti i luoghi sacri, ma scaturì nell’arresto
e nella deportazione di centinaia di uomini di chiesa.
Va anche ricordato che, nel 1958, cioè in piena
“era moderata” Kruscev, le persecuzioni
non accennarono affatto a diminuire sfociando nell’incarcerazione
di uno dei più alti esponenti della chiesa lettone,
il cardinale Julijans Vaivods. Due anni più tardi,
il prelato sarà comunque liberato a causa delle
sue gravi condizioni di salute, venendo eletto cardinale
nel 1983 da papa Giovanni Paolo II.
In Lettonia, le forze di occupazione sovietiche attuarono
nei confronti delle istituzioni religiose e culturali
lettoni una politica repressiva che in molte occasioni
si trasformò in atti di vera e propria barbarie.
Vennero infatti incendiate chiese, conventi, seminari,
biblioteche e perfino cimiteri. La cattedrale e l’arcivescovado
luterani di Riga furono trasformati in sale concerti,
la storica chiesa di S. Pietro venne adibita a museo
e la cattedrale greco-cattolica in un planetario. Numerose
altre chiese subirono sorte ben più dissacrante
venendo tramutate in cinema, magazzini, autorimesse
e perfino stalle.
Come in Estonia e Lituania, i russi applicarono anche
in Lettonia una duplice politica di “deportazione”
e di “colonizzazione forzata” tesa ad isolare
i gruppi ribelli e a favorire una rapida “russificazione”
del territorio. Tra il 1945 e il 1949 circa 400.000
russi e 100.000 individui provenienti da altre regioni
dell’Unione Sovietica furono infatti trasferiti
in Lettonia, abbassando la quota etnica lettone dall’83%
(dato riferito al 1945) al 60% (percentuale del 1953).
E come accadde negli altri due Paesi Baltici, queste
misure si rivelarono decisive nell’indebolire
la resistenza. Intorno al 1953, grazie anche al leggero
miglioramento della situazione economica e alla progressiva
normalizzazione del paese ormai capillarmente controllato
da un’efficiente polizia, il movimento partigiano
iniziò a frantumarsi, anche perché i rapporti
con l’Occidente si erano ormai del tutto interrotti.
Approfittando di questo sbandamento, la NKVD riuscì
ad infiltrare con successo alcuni agenti negli ormai
frammentati e indeboliti gruppi resistenziali: manovra
che portò alla scoperta di rifugi, depositi di
armi e basi radio e all’arresto di molti leader
partigiani. Successivamente, il completamento da parte
del governo di Riga della collettivizzazione delle terre
e la costituzione di comuni agricole contribuì
ad isolare ulteriormente i ribelli e a privarli del
necessario appoggio e sostentamento.
Tra il 1951 e il 1955, le residue bande armate dovettero
nascondersi sempre più frequentemente nella profondità
delle foreste e limitarsi a sopravvivere fino a quando
la proclamazione da parte delle autorità di una
serie di amnistie - e soprattutto il fallimento della
grande rivolta ungherese del 1956 - indussero gli ultimi
raggruppamenti ribelli, ormai ridotti a poche centinaia
di individui, a cessare definitivamente la propria attività,
consegnandosi alle forze di polizia. La maggior parte
dei partigiani che accettarono di deporre spontaneamente
le armi vennero comunque incarcerati, processati e condannati
a lunghe pene detentive. A proposito della sorte dei
combattenti, ma anche dei semplici cittadini lettoni
rinchiusi nei gulag, va ricordato che, anche dietro
il filo spinato, molti di essi continuarono a manifestare
la loro avversità al regime nei modi più
svariati, addirittura attraverso clamorose, quanto inutili
sommosse. Nel 1954, alcune centinaia di lettoni rinchiusi
nel campo di Kengir, in Kazakistan, riuscirono, al comando
di una coraggiosa partigiana, Bruta Blums, a disarmare
le guardie e a conquistare per qualche ora il controllo
del gulag, venendo poi schiacciati dalle truppe speciali
sovietiche.
Nel 1955, in seguito alla pacificazione forzata del
Paese, Mosca decise di accordare un’amnistia,
consentendo ad alcuni prigionieri politici baltici di
rientrare in patria. Tra il 1955 e il 1956, per i lettoni
la vita nei campi migliorò sensibilmente per
poi peggiorare nuovamente l’anno seguente quando
le autorità sovietiche inasprirono improvvisamente
le pene dei prigionieri accusati di “banditismo,
sabotaggio e parassitismo”, alleviando nel contempo
quelle inflitte ai lettoni incriminati per “reati
politici”.
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