| Questo
autunno in tutte le chiese e le città della Lituania
verranno celebrate messe ed organizzati convegni per
ricordare il cinquantacinquesimo anniversario della
fine di una gloriosa, sanguinosa e sfortunata pagina
di storia patria, cioè la sconfitta del Movimento
di Resistenza antisovietico: fenomeno che, tra il 1944
e il 1956, vide impegnata – a fronte della pressoché
totale indifferenza dell’Occidente democratico
– gran parte della popolazione di questo Paese
baltico, e non solo.
Per decenni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
fino agli albori degli anni Novanta, buona parte della
storia e delle vicissitudini dei popoli baltici e dell’Europa
orientale e balcanica sottoposti ai regimi comunisti
sono rimaste avvolte da un alone di distacco e di mistero.
Anche se dei molteplici disastri prodotti tra il 1917
e il 1989, in tutto il mondo, dalle dittature marxiste
ortodosse e no, si era avuta una notevole messe di informazioni
e notizie, grazie soprattutto alle testimonianze dei
molti profughi che riuscirono ad evadere dai cosiddetti
“paradisi del popolo”, e grazie alle opere
pubblicate da illustri scrittori e scienziati scampati
miracolosamente alle persecuzioni e ai gulag e poi fuggiti
o emigrati in Occidente. Ciononostante, bisognò
attendere il definitivo collasso del sistema sovietico
per venire a conoscenza di alcuni particolari fenomeni
del dissenso manifestatisi oltre cortina nel secondo
dopoguerra, come ad esempio quello della lotta armata
clandestina che, tra il 1944-45, la metà degli
anni Cinquanta ed oltre, si sviluppò e diffuse
in Lituania, Lettonia ed Estonia, ma anche in Ucraina,
Polonia, Yugoslavia, Albania e Romania, seppure con
caratteristiche, modalità e risultati differenti.
LE
VICENDE DELLE TRE REPUBBLICHE BALTICHE
Nel corso dei secoli, le tre repubbliche baltiche di
Estonia, Lettonia e Lituania conobbero diverse e lunghe
fasi di occupazione da parte delle vicine potenze straniere.
Dopo essere state colonizzate e cristianizzate nel Medio
Evo dai cavalieri dell’Ordine Teutonico, esse
caddero infatti sotto il dominio di Polonia, Svezia,
Germania e Russia. Fu soltanto il crollo definitivo
degli imperi zarista e germanico avvenuto alla fine
del Primo Conflitto Mondiale, a consentire ai popoli
baltici – caratterizzati da cultura, lingua e
tradizioni piuttosto dissimili da quelle delle altre
nazioni confinanti appartenenti ai ceppi germanico e
slavo – di affrancarsi e di conquistare una anche
se instabile e sofferta indipendenza nazionale. Fino
dal XIII secolo, in tutti e tre gli stati fu presente,
seppure in misura diversa, una forte minoranza tedesca
(per secoli furono proprio i cavalieri teutonici i veri
signori dei Paesi Baltici, influenzandone profondamente
la cultura e i costumi, di cui ancora oggi sono ben
visibili le tracce), formata da grandi proprietari terrieri,
che fino agli anni Venti esercitò una certa influenza
sull’élite di potere. Non a caso, proprio
in questo periodo, contro di essa i governi baltici
vararono particolari leggi (soprattutto contro il grande
latifondo) tese a ridurne la forza finanziaria e politica.
Gli esecutivi delle tre repubbliche costituitesi dopo
la Prima Guerra Mondiale non ebbero vita facile e conobbero
fasi di forte crisi e instabilità interna, caratterizzati
da duri contrasti tra le diverse fazioni politiche.
Tuttavia, il movimento comunista, sviluppatosi nell’area
baltica in seguito alla Rivoluzione di Ottobre, non
riuscì mai ad imporsi come punto di riferimento
o addirittura come guida, anche a causa delle misure
restrittive imposte nei suoi confronti dai singoli governi
che temevano eventuali collusioni tra questo e l’Unione
Sovietica, considerata la più pericolosa insidia
esterna all’integrità nazionale. Ciononostante,
nel 1933, in seguito all’ascesa del nazionalsocialismo
tedesco e nel timore che Hitler fosse intenzionato a
rivolgere le sue attenzioni verso l’area baltica,
le tre repubbliche tentarono di riavvicinarsi a Mosca,
dando vita ad un processo di normalizzazione dei rapporti
con il Cremlino, ed ipotizzando nel contempo la creazione
di una grande “federazione baltica” con
scopi di mutua assistenza e difesa: progetto che tuttavia
naufragò a causa di incomprensioni e disaccordi
interni.
Il 23 agosto 1939, il patto Ribbentrop-Molotov segnò
il destino delle tre piccole entità statuali
che nell’arco di un anno persero completamente
la loro libertà passando, attraverso drammatiche
vicissitudini, sotto il giogo sovietico.
LE
REPUBBLICHE BALTICHE SOTTO L’OCCUPAZIONE SOVIETICA
Dopo essere state occupate dalla Germania, sconvolte
dalla bufera della guerra ed avere pagato un elevatissimo
prezzo in vite umane, nel maggio 1945 Estonia, Lettonia
e Lituania, vennero nuovamente e definitivamente fagocitate
dall’Unione Sovietica e per esse incominciò
un lungo e duro periodo caratterizzato da discriminazioni,
repressioni, deportazioni e stragi, ma anche da una
lunga resistenza all’occupante. Questa infatti
durerà fino alla metà degli anni Cinquanta
e vedrà impegnati oltre 100.000 partigiani lituani,
40.000 lettoni e 30.000 estoni. Anche se a questo proposito
le cifre fornite dagli storici baltici appaiono ancora
piuttosto discordanti.
I partigiani baltici – che in seguito prenderanno
il nome di Fratelli della Foresta e che a grandi e piccoli
gruppi, si daranno alla macchia per combattere l’invasore
– costringeranno nel 1949 l’Unione Sovietica
a schierare 27.650 soldati regolari dell’Armata
Rossa, circa 20.000 soldati della marina militare, un
numero imprecisato di reparti dell’aviazione,
oltre 10.000 tra agenti e membri della NKVD (e successivamente
del KGB), ai quali vanno poi aggiunti circa 200.000
(ma la cifra è molto approssimativa) tra soldati,
poliziotti e gendarmi governativi lituani, lettoni ed
estoni
Per cercare di stroncare il movimento partigiano, che
si avvaleva dell’appoggio di larghi strati della
popolazione civile, Mosca attuò, come si è
accennato, anche una serie di gigantesche deportazioni,
trasferendo centinaia di migliaia di persone in Siberia
e in altre zone dell’Unione Sovietica, e realizzando
nel contempo una sistematica “russificazione”
delle tre repubbliche. D’altra parte un ferreo
controllo sovietico del territorio venne instaurato,
subito dopo l’abbandono dei Paesi Baltici da parte
della Wehrmacht, quando l’11 novembre 1944, il
Comitato Centrale del PCUS decretò per le tre
repubbliche la creazione dei nuovi organi istituzionali
e amministrativi, composti esclusivamente da elementi
locali comunisti. Questi ultimi affiancarono i sovietici
nella sistematica repressione dei movimenti ribelli,
dei partiti, delle associazioni e delle confraternite
religiose, soprattutto in Lituania, l’unico Paese
baltico a maggioranza cattolica. Come ha spiegato Nijole
Gaskaite-Zemaitiene, ricercatrice presso il Centro Genocidio
e Resistenza Lituano di Vilnius, «nella sola Lituania,
tra il 1945 e il 1953, i sovietici e le forze collaborazioniste
eliminarono 20.200 partigiani, contribuendo all’arresto
di 140.000 persone e alla deportazione nei gulag di
altre 118.000». Non solo. Mosca attuò anche
risoluzioni particolarmente odiose, come la deportazione
dei famigliari dei partigiani e la sospensione dei rifornimenti
alimentari e medicinali di prima necessità ad
interi villaggi sospettati di dare ospitalità
ai ribelli: pratica quest’ultima che provocò
la morte di 50.000 tra vecchi e bambini. Si può
dire che non furono tanto i frequenti scontri a fuoco
tra truppe regolari e ribelli e le gravi perdite subite
dai partigiani, bensì questi “rimedi”
a provocare verso la metà degli anni Cinquanta
la progressiva disgregazione del movimento resistenziale
baltico.
A dimostrazione della profonda e mai sopita ostilità
dei russo-sovietici nei confronti delle popolazioni
baltiche basti pensare che molti anni dopo la fine della
guerriglia armata, nel 1982, il Cremlino, alle prese
con la lunga e sanguinosa guerra in Afghanistan, inviò
di proposito su questo fronte un elevato numero di soldati
estoni, lettoni e lituani, oltre a moltissimi elementi
ucraini, georgiani e armeni. Secondo stime ufficiali
dell’Armata Rossa (rese pubbliche nel 1995), circa
la metà dei soldati caduti nel corso del conflitto
afgano appartenevano all’etnia baltica e non russa.
E nella fattispecie furono i reparti formati da coscritti
lettoni quelli maggiormente falcidiati, in quanto vennero
impiegati nelle operazioni più pericolose. Ma
non è tutto. Anche il disastro della centrale
nucleare di Chernobyl dell’aprile 1986, fornì
a Mosca l’opportunità di disfarsi di un
buon numero di baltici. Molti tecnici e operai appartenenti
a queste repubbliche vennero infatti inviati in Ucraina
al posto dei russi per bonificare la zona inquinata
dalle radiazioni. A queste persone (tecnici e operai)
fu detto che avrebbero lavorato presso la centrale per
soli tre mesi, ma la loro permanenza venne protratta
per oltre un anno, causando la contaminazione e la morte
del 70% di essi.
Finalmente, nel 1991, in seguito ai noti fatti che determinarono
la caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati baltici
poterono riacquistare la propria completa autonomia
staccandosi da Mosca che, nel 1994, ritirò da
queste terre le sue truppe. Successivamente, i tre stati,
ricostituitisi secondo i principi delle democrazie occidentali,
hanno avviato una serie di profonde riforme politico-economiche,
facendo grandi passi in avanti e prestando nel contempo
grande attenzione nei confronti dei rapporti con i vicini
paesi scandinavi, la Germania, la Polonia, la Russia
e la Bielorussia, benché con queste ultime due
nazioni permangano ancora alcuni contenziosi territoriali.
IL
MOVIMENTO DI RESISTENZA LITUANO “CONTRO TUTTE
LE INVASIONI”
In forza degli accordi contenuti nel Patto Molotov-Ribbentrop,
il 15 giugno 1940, l’Armata Rossa penetrò
in Lituania, annettendola il successivo 3 agosto.
Nonostante la rapida e violenta epurazione di gran parte
della classe dirigente della repubblica baltica, ben
presto, nelle foreste del paese, iniziarono a formarsi
le prime bande partigiane, composte inizialmente da
ex ufficiali e soldati del disciolto esercito, mentre
nelle città sorsero le prime organizzazioni politiche
clandestine, anche se bisognò comunque attendere
un anno per assistere alla prima grande sommossa contro
l’invasore. Questa si sviluppò tra il 23
e il 27 giugno 1941, in seguito dell'attacco tedesco
all'Unione Sovietica (22 giugno 1941), ed ebbe successo,
costringendo i russi, già pressati dall’avanzata
della Wehrmacht, ad abbandonare il paese. Tuttavia,
al pari di quanto fecero in Lettonia ed Estonia, una
volta entrati in Lituania, i tedeschi sottoposero al
loro totale controllo politico e militare la ex repubblica,
inglobandola nel Terzo Reich e sfruttandola alla stregua
di una colonia. La nuova occupazione, resa ancora più
cruenta dalla sistematica repressione attuata dai nazisti
nei confronti della folta minoranza ebraica, indusse
molti ex appartenenti alle forze partigiane a ricompattare
i ranghi e ad opporsi ai nazisti. Nel dicembre 1941,
un gruppo di ufficiali fondò l'Esercito di Liberazione
Lituano (LFA), stabilendo per iniziativa del tenente
Kazys Veverskis, un quartiere generale segreto nella
stessa capitale Vilnius. Lo LFA, avente struttura e
fini prettamente militari, si poneva come scopo ultimo
l’indipendenza del paese e la restaurazione dello
stato di diritto attraverso la lotta armata contro “tutti
gli invasori” L’Esercito di Liberazione
confidava inoltre che le nazioni occidentali (Gran Bretagna
e Stati Uniti) alla fine della guerra, dopo un’eventuale
ed auspicata sconfitta della Germania, avrebbero costretto
anche Stalin a rinunciare alle sue mire sul paese: speranza
destinata tuttavia a rimanere tale. Le aspettative poggiavano
soprattutto su un documento, la Carta Atlantica, siglata
l'8 agosto 1941 da Churchill e Roosevelt ed avvallata,
almeno formalmente, dal dittatore di Mosca. Il documento
garantiva che, una volta battuta la Germania, tutte
le nazioni occupate nel 1939-1941 dalle potenze in guerra
(nella fattispecie Germania e Russia) avrebbero riottenuto
la libertà. Ciononostante, nell’estate
del 1944, allorquando le forze sovietiche all’inseguimento
di quelle tedesche misero nuovamente piede in Lituania
vi instaurarono subito un nuovo regime. E tutto ciò
in spregio ai propositi e alle indicazioni contenute
nella Carta Atlantica Il popolo lituano, piegato da
quattro lunghi anni di guerra, dovette affrontare la
seconda occupazione sovietica in condizioni disastrose.
Nel paese regnava infatti, oltre alla fame e alla disperazione
provocate dalla guerra, la più totale impreparazione
politica e militare (molti capi della resistenza antisovietica
ed antinazista erano stati uccisi o imprigionati nei
gulag siberiani o nei lager nazisti, mentre altri avevano
preferito fuggire in Occidente). Ciononostante (e al
pari di quanto accadde anche negli altri due Paesi baltici,
Estonia e Lettonia, “riconquistati” dall’Unione
Sovietica), la stragrande maggioranza della popolazione,
quasi tutta cattolica, si dichiarò disposta a
resistere egualmente agli invasori. E fu così
nell'estate del 1944, poté risorgere nuovamente
il Movimento di Resistenza Nazionale Lituano che, nonostante
la dura repressione sovietica, crebbe gradualmente fino
a raggiungere la sua massima forza nel 1945. In questo
arco di tempo, il lavoro condotto per ricostruire l’esercito
clandestino fu enorme, difficoltoso e per certi versi
imperfetto sia sotto il profilo organizzativo e operativo.
Se da un lato le armi non scarseggiavano (i partigiani
ne avevano raccolto un quantitativo considerevole dopo
la ritirata tedesca), mancavano gli ufficiali, soprattutto
quelli capaci di condurre una guerra guerreggiata, cioè
non convenzionale. Inoltre, molti alti graduati non
godevano della stima dei combattenti. «Credevamo
di più nelle capacità dei tenenti e dei
capitani che non in quelle dei colonnelli o dei generali»,
annotò lo scrittore Algirdas Julius Greimas (Baltic
Defence Review N° 3 V Volume, 2000).
LA
PRIMA FASE DELLA RESISTENZA ARMATA (ESTATE 1944 - PRIMAVERA
1946)
Durante questo periodo, i gruppi partigiani comandati
da ex ufficiali dell’esercito assunsero dimensioni
notevoli, anzi eccessive, venendo addirittura strutturati
in compagnie e perfino battaglioni. La tattica adoperata
da queste unità era di tipo convenzionale con
operazioni effettuate, anche in pieno giorno, da reparti
numerosi. Tattica quest’ultima che causò
ai ribelli perdite molto rilevanti. E’ stato calcolato
che più della metà dei 30.000 partigiani
che operarono secondo questi errati criteri trovò
la morte scontrandosi con le forze sovietiche, numerose
e abbondantemente armate e dotate di carri armati, mezzi
blindati, artiglieria e supporto aereo tattico. Comunque
sia, tra il 1944 e il 1946, l’Armata Rossa lamentò
oltre 80.000 tra morti, feriti e dispersi. Per stroncare
il movimento ribelle, il Comando sovietico trasferì
in Lituania, oltre a decine di battaglioni regolari
dell’esercito, due divisioni della NKVD (poi MGB
e KGB) e quattro reggimenti di Guardie di Confine, forze
alle quali si unirono circa 7.000 ausiliari della locale
Milizia Comunista, i cosiddetti stribai. Questa massa
di uomini, che raggiunse un totale complessivo di oltre
100.000 militari, venne posta agli ordini del “governatore”
M. A. Suslov inviato da Stalin in Lituania con il preciso
compito di “bonificare e normalizzare” il
paese. «Lavorerò affinché vi sia
una Lituania senza lituani», dichiarò Suslov
subito dopo avere ottenuto la nomina. Le unità
sovietiche maggiormente impiegate nella lotta contro
i partigiani furono la 2ª e la 4ª divisione
della NKVD. La 4ª Divisione del generale Vetrov,
veterana delle campagne del Caucaso (1942-43) e di Crimea
(primavera-estate 1944), si mise in evidenza per la
estrema crudeltà dei suoi metodi. Basta ricordare
che, nel solo giorno di Natale del 1944, nella regione
di Dzukija, gli uomini di Vetrov impiccarono o fucilarono
oltre 2.000 civili accusati di appoggiare i partigiani.
Per ordine di Stalin, tutti i soldati della NKVD impegnati
nei rastrellamenti ebbero permesso di violentare, rubare,
torturare ed uccidere civili. Numerose a questo riguardo
le testimonianze di amputazioni di orecchie e nasi e
di marchiature a fuoco sulla pelle di donne, vecchi
e bambini. Pesante si rivelò anche la politica
di repressione voluta dal dittatore di Mosca nei confronti
della Chiesa Cattolica lituana, accusata di dare protezione
ai partigiani e soprattutto di essere portatrice di
“valori contrari al credo marxista”. Tra
il 1944 e la metà degli anni Cinquanta, reparti
speciali miliziani e della NKVD arrestarono centinaia
di prelati e semplici sacerdoti, inviandoli nei gulag
russi e siberiani, ed oltre a ciò distrussero
molte chiese, risparmiando soltanto alcune cattedrali.
Nelle campagne, molti loghi di culto vennero trasformati
in depositi di grano o addirittura in stalle. Neanche
i cimiteri vennero risparmiati dai reparti della NKVD
che, in sfregio alla religione cattolica, arrivarono
a profanarli, estirpando dalle tombe decine di migliaia
di croci.
LA
SECONDA FASE DELLA RESISTENZA ARMATA (PRIMAVERA 1946
- AUTUNNO 1949)
In concomitanza con il lento ma inesorabile consolidarsi
del potere sovietico, i gruppi partigiani iniziarono
a frazionarsi in unità molto più piccole
[Baltic Defence Review, N° 3, V Volume, 2000, 118]
formate da plotoni di 5, massimo 10 uomini. In questa
fase della guerra, i ribelli evitarono di svolgere azioni
nelle ore diurne, rimanendo ben rintanati nei rifugi
sotterranei e nei bunker situati nella profondità
delle foreste lituane. Solo verso il fare della sera,
le pattuglie iniziavano la loro attività, effettuando
imboscate e attacchi contro colonne e presidi russi.
Rapidamente, anche i raggruppamenti autonomi partigiani
operativi in diversi comprensori territoriali accettarono
di entrare a fare parte del Movimento di Resistenza,
venendo assegnati alle dipendenze di specifici Distretti
dipendenti da un Comando Centrale. Ma ciononostante,
soltanto nel febbraio 1949 questo processo poté
dirsi completato. In questo periodo venne infatti creata
una nuova struttura, il LLKS (Movimento dei Combattenti
per la Libertà Lituana), avente il compito di
coordinare le attività politiche e militari di
tutto il movimento clandestino. E uno speciale Comitato
facente parte di questo organismo provvide a nominare
quale presidente provvisorio della Libera Repubblica
di Lituania il generale Jonas Þeimatis.
Le unità partigiane basavano la propria attività
su regole ferree. I reparti erano strutturati come vere
e proprie unità di un esercito regolare ed esisteva
una precisa gerarchia di gradi. Le truppe, nel limite
del possibile, vennero dotate di uniformi militari e
di mostrine. Il Movimento di Resistenza si organizzò
anche sotto il profilo delle gestione del territorio,
nominando responsabili istituzionali incaricati di favorire
la propaganda anti-sovietica e di garantire all’interno
dei Distretti da essi controllati la normale attività
lavorativa dei civili ivi residenti. In più di
un’occasione, speciali gruppi politici dipendenti
dal Movimento si adoperarono per dissuadere la popolazione
dall’aderire alle iniziative governative, respingendo
i bandi di arruolamento nella Milizia comunista e boicottando
le elezioni per le nomine delle autorità di governo
locali. In questo periodo, i partigiani intensificarono
i loro attentati nei confronti dei collaborazionisti
e dei Commissari del Popolo che sovrintendevano il sequestro
e la collettivizzazione forzata delle terre e delle
proprietà: prassi che tra l’altro portò
l’economia agricola lituana allo sfascio. Tra
il 1946 e il 1949, i partigiani riuscirono, grazie alla
connivenza di tipografi e lavoratori del settore cartaceo,
a dare alle stampe più di 70 tra giornali e pubblicazioni
clandestine che vennero distribuite su tutto il territorio
nazionale. Molte delle pubblicazioni avevano come scopo
quello di informare la popolazione circa la situazione
internazionale e di mantenere l'identità culturale
nazionale lituana. Durante questo periodo, il Movimento
riuscì a violare la Cortina di Ferro sovietica
e ad inviare in Occidente suoi rappresentanti per chiedere
aiuti materiali e sostegno politico agli anglo-americani.
I partigiani lituani avevano infatti compreso molto
bene che da soli non sarebbero stati in grado di liberarsi
del regime comunista.
LA
TERZA E ULTIMA FASE DELLA RESISTENZA ARMATA (GENNAIO
1950 - AUTUNNO 1956)
Tra il 1950 e il 1953, il movimento di resistenza entrò
nel vortice di una grave crisi che lo avviò ad
un progressivo sfaldamento. A determinare questa crisi
furono diversi fattori. In primo luogo, gli auspicati
aiuti da parte dell’Occidente si concretizzarono
in pochi aviolanci di rifornimenti e armi effettuati
da aerei anglo-americani privi di matricole decollati
dalla Germania Occidentale e dall’isola di Bornholm.
Secondo, la progressiva collettivizzazione forzata delle
terre e la costituzione di comuni agricole controllate
politicamente da Mosca impedì ai partigiani di
accedere agli indispensabili approvvigionamenti alimentari.
Terzo, la crescente attività degli agenti del
KGB e degli addestrati gruppi “anti guerriglia”
iniziò a fiaccare i gruppi combattenti, ormai
anche a corto di armi e di munizioni, favorendo nel
contempo il fenomeno delle diserzioni. Quarto, gli assassini
di civili commessi da agenti del KGB travestiti da partigiani
screditarono il Movimento agli occhi di parte della
popolazione. Quinto, la gravissima crisi economica innescata
dalla collettivizzazione delle terre gettò la
classe contadina nella miseria più assoluta rendendola
più malleabile ed incline ad accettare le sementi
e i viveri “offerti” ad essi dal governo
in cambio di delazioni utili per individuare e catturare
partigiani. Sesto, le continue deportazioni di massa
di civili nei gulag siberiani e il contestuale processo
di “russificazione” del paese, indebolì
la stessa componente etnica lituana, ridotta quasi alla
stregua di una minoranza priva dei diritti più
elementari Fu per queste ragioni che, verso la metà
del 1953, la quasi totalità dei gruppi ribelli
accettò di arrendersi in cambio delle amnistie
promosse dal governo comunista di Vilnius. In realtà,
quasi tutti i partigiani che si arresero spontaneamente
non ottennero dalle autorità alcuna clemenza
in quanto vennero imprigionati, processati per direttissima,
impiccati o spediti nei gulag siberiani. E fu proprio
per questa ragione che alcune centinaia di guerriglieri
preferirono continuare la loro disperata resistenza
ancora per qualche anno, subendo però nuove pesanti
sconfitte. Il 30 maggio 1953, nella foresta di Simkaiciai,
nella regione di Jurbarkas, i reparti anti-guerriglia
sovietici catturarono J. Zemaitis, il Presidente del
Presidium del Movimento Lituano per la Libertà.
Il leader verrà fucilato il 26 novembre 1954.
Per la cronaca, alcune piccole unità ribelli
proseguirono a combattere fino al settembre 1956, e
l’ultimo partigiano lituano a cedere le armi fu
il comandante Ananas Kraujelis che venne ucciso in combattimento
il 17 marzo 1965. Ma a dimostrazione che lo spirito
indipendentista del popolo lituano era ben lungi dall’essere
annichilito, il 14 maggio 1972, davanti al Teatro di
Kaunas, un diciannovenne musicista dissidente, Romas
Kalanta, destinato a diventare eroe nazionale, decise
per protesta di suicidarsi (dandosi fuoco dopo essersi
cosparso di benzina) davanti ad una folla che manifestava
contro le forze di polizia comuniste, per palesare in
maniera drammatica il suo dissenso, che rifletteva quello
della stragrande maggioranza della popolazione lituana,
contro le ‘truppe di occupazione’ russo-sovietiche.
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