Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

STORIA MILITARE DELL’EUROPA ORIENTALE

 
 
1917: Sbarco di truppe e mezzi Italiani a Salonicco

 
 
IL CORPO DI SPEDIZIONE ITALIANO A SALONICCO 1916-1918
di Alberto Rosselli

 

Nel corso del Primo Conflitto Mondiale, le forze italiane appartenenti all’esercito, alla marina e perfino all’aviazione italiana ebbero occasione di intervenire, a fianco degli alleati inglesi, francesi, serbi, greci e russi, su diversi fronti anche molto distanti dai confini della madrepatria. Nel periodo compreso tra il 24 maggio 1915 e i primi giorni del novembre del 1918, oltre 70.000 soldati italiani combatterono infatti contro gli eserciti tedeschi, austriaci, bulgari, turchi e senussi (tribù libiche) sul fronte francese, in Albania, in Macedonia, nel Sinai (vedi servizio Storia in Network, aprile 2001), in Libia e perfino in Russia settentrionale, a Murmansk. Senza contare che, già a partire dall’autunno del 1914, un piccolo ma agguerrito corpo di spedizione volontario (guidato dai fratelli Menotti, Ricciotti e Sante Garibaldi e successivamente inquadrato nell’esercito regio) andò a prestare il suo aiuto alla Francia, distinguendosi sul fronte dei Vosgi. Nell’ambito di uno sforzo militare così vasto (1), lo scacchiere nel quale l’Italia fornì il suo più consistente appoggio fu probabilmente quello balcanico e, in modo particolare, quello macedone.
Bisogna subito precisare che le operazioni condotte dagli alleati in questa regione rivestirono un’importanza strategica e politica piuttosto rilevante. In seguito al disastroso esito dello sbarco anglo-francese a Gallipoli nei Dardanelli – dispendiosa e sanguinosa operazione avviata nel febbraio del 1915 per cercare di colpire al cuore l’Impero Ottomano - il Comando dell’Intesa decise di dirottare parte delle truppe anglo-francesi (circa 13.000 uomini, fino a quel momento impiegate negli Stretti) su Salonicco, per impedire alle forze degli Imperi Centrali – soprattutto a quelle bulgare - di impossessarsi dei suo importante scalo marittimo, approfittando dell’incerta e per certi versi ambigua condotta diplomatica del governo greco. A spingere i governi di Londra e Parigi ad intervenire a Salonicco e ad aprire un nuovo fronte in Macedonia fu anche il progressivo cedimento della Serbia, attaccata e accerchiata da preponderanti forze austro-bulgare. Era infatti nelle intenzioni della Francia e dell’Inghilterra assicurarsi al più presto il controllo di Salonicco quale base di partenza per un’eventuale puntata verso nord in direzione di Skopje, capoluogo della Macedonia serba, utile a soccorrere gli eserciti di Belgrado, costringendo nel contempo il governo di Atene, piuttosto incline alla causa degli Imperi Centrali, a schierarsi definitivamente al fianco dell’Intesa. Il sovrano ellenico Costantino, succeduto a Giorgio I, non nascondeva infatti le sue simpatie per l’Austria e soprattutto per la Germania, avendo egli sposato la sorella del kaiser Guglielmo, anche se questo suo atteggiamento piuttosto marcato era in qualche modo controbilanciato dal primo ministro Venizelos, dichiarato sostenitore dell’Intesa. Nel marzo del 1915, dietro forti pressioni inglesi e francesi, Costantino fu costretto ad abdicare in favore del secondogenito Alessandro, aprendo la strada un governo ben più vicino alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia. Consolidata una prima testa di ponte a Salonicco (5 ottobre 1915), nelle settimane seguenti altri 18.000 soldati anglo-francesi vennero schierati a difesa del confine settentrionale greco (2). La manovra avvenne proprio nel mentre l’esercito austro-bulgaro scatenava la sua offensiva finale contro la Serbia, conquistando l’intera Macedonia e occupando, il 21 ottobre, Skopje. Dall’autunno del 1915 all’estate del 1916, il Corpo di Spedizione dell’Intesa (chiamato anche Armée d’Orient) dovette sostenere diverse sanguinose battaglie per difendere il perimetro di Salonicco e per cercare di risalire il corso del fiume Vardar in direzione del confine bulgaro. A fronte dell’enorme sforzo compiuto e delle alte perdite subite durante queste operazioni -condotte su un territorio assai aspro e caratterizzato da ostili sistemi montagnosi e da vaste zone paludose - il Comando interalleato decise di chiedere all’Italia l’invio di un grosso contingente formato da almeno cinque divisioni (pari a circa 100.000 uomini) (3). Ma la richiesta venne inizialmente respinta dal governo di Roma, preoccupato per la forte crescita delle spese militari, e dal generale Cadorna che temeva, non a torto, di dovere sguarnire i fronti del Trentino e del Friuli. Il 7 novembre 1915, nel corso di un incontro bilaterale che ebbe luogo a San Giovanni di Moriana, i delegati francesi ridussero le loro pretese, chiedendo agli italiani se fosse stato possibile l’invio a Salonicco di almeno tre divisioni. E fu allora che il ministro Sidney Sonnino, dopo alcuni tentennamenti, concesse il suo avallo, grazie anche al placet del generale Cadorna al quale, in ultima analisi, spettava la valutazione tecnico-militare dell’impegno. E’ da notare che, fino dall’autunno del 1915, lo stesso Cadorna, solitamente restio ad inviare truppe su teatri d’oltre mare (tra il 1914 e il 1916, in occasione della pericolosa rivolta senussita di Libia, sostenuta dai turchi e dagli austro-tedeschi, il generale lesinò qualsiasi aiuto alle isolate guarnigioni italiane della costa proprio per evitare di disperdere le sue divisioni) aveva comunque dato prova di accondiscendere, almeno in linea di principio, ad un impegno italiano in Macedonia. La condizione che aveva posto era che questo potesse risultare utile ad alleggerire il peso della pressione austriaca sul fronte friulano e trentino. Cadorna, come altri comandanti dell’Intesa, vedeva inoltre in un impegno congiunto dell’Intesa in Macedonia l’opportunità per spingere non soltanto la Grecia ma anche la Romania (nazione ancora neutrale) a dichiarare guerra agli Imperi Centrali. Il Capo di Stato Maggiore, ben lungi dall’essere un comandante ottuso (epiteto che poco generosamente gli è stato affibbiato da alcuni storici italiani) vedeva bene e lontano. Purtroppo, nel corso del 1915, né i diplomatici francesi e inglesi, tanto meno quelli italiani riuscirono nell’intento di trascinare Bucarest in guerra: obiettivo che venne conseguito soltanto alla fine di agosto del 1916. Per rendere veramente appetibile un intervento dell’esercito italiano occorreva in buona sostanza che a questa manovra militare corrispondesse da parte dell’Intesa, e dell’Italia, un’adeguata e intelligente condotta diplomatica: cosa che si verificò soltanto in parte, grazie al “colpo di mano” anglo-francese. Come ebbe modo di osservare il senatore Albertini, il ministro Sonnino e l’intero governo si comportarono in maniera molto incerta e abbastanza confusa, scontentando sia il Comando Supremo dell’Esercito (Cadorna) che gli alleati inglesi e francesi. Non riuscendo a valutare appieno e con chiarezza la portata degli avvenimenti balcanici e internazionali e le molteplici implicazioni politiche e militari ad essi connesse, Sonnino optò spesso per soluzioni di compromesso abbastanza inutili e molto dispendiose. Per fare un esempio, nel 1914 e nel 1915, il governo italiano mandò a Valona (Albania) un discreto contingente per fornire una sorta di improbabile cooperazione indiretta alle forze anglo-francesi già presenti a Salonicco e sul confine macedone: una manovra molto mal vista da Cadorna il quale reputava pericoloso fare avanzare le sue truppe all’interno di un paese povero, arretrato, privo di strade e infestato da banditi. Il generale avrebbe potuto essere d’accordo su un’operazione molto più circoscritta, che avesse come obiettivo l’occupazione del porto di Valona, da utilizzare come base di appoggio e punto di riferimento per le armate serbe attaccate da 11 divisioni austro-ungariche e da 7 bulgare (4). L’impegno italiano in Albania (per altro non richiesto dagli alleati), i pesanti rovesci militari subiti dai presidi italiani in Libia e la continua pressione esercitata dalle armate austriache in Trentino e in Friuli, comportarono, come è ovvio, forti ritardi nell’organizzazione del corpo di spedizione tricolore destinato a Salonicco. Comunque sia, nel luglio del 1916 - dopo mille discussioni e ripensamenti - il Governo e il Comando Supremo italiano concordarono finalmente l’invio in Grecia della 35ma Divisione, agli ordini del generale Petitti di Roreto. Si trattava in realtà non tanto di una divisione qualsiasi ma di un’unità speciale molto robusta composta da ben 44.000 effettivi. Più dettagliatamente, la 35ma era formata da due brigate di fanteria (Sicilia e Cagliari) rinforzate in un secondo tempo dalla Ivrea), dal 2° Reggimento di artiglieria da montagna (articolato su 8 batterie), dal 1° Squadrone di cavalleria Lucca e da diversi reparti composti da mitraglieri e mortaisti. Completavano il tutto una mezza dozzina di battaglioni del genio zappatori e pontieri, della sanità, delle trasmissioni e della sussistenza. La compagine venne dotata di un armamento individuale e di reparto standard: moschetti Carcano modello ’91 con baionetta, bombe a mano, pistole (per gli ufficiali), mitragliatrici Fiat a raffreddamento ad acqua, lancia bombe da trincea, cannoni da 65 millimetri da montagna e alcuni pezzi da campagna da 75 millimetri. A sostegno del Corpo di Spedizione fu anche predisposto il trasferimento a Salonicco di 438 ufficiali, piloti e specialisti dell’aeronautica con diverse squadriglie di biplani da ricognizione armata Farman e S.A.M.L. S1 e S2. L’8 agosto 1916, da Taranto iniziarono a partire a bordo di piroscafi i primi contingenti (5). Per dare un’idea dello sforzo logistico compiuto dalla Marina per trasferire la 35ma divisione in Egeo, basti pensare che occorsero ben 37 navi, ciascuna delle quali compì almeno 3 viaggi (6). Complessivamente, vennero trasportati a Salonicco 44.000 uomini, 10.000 quadrupedi, 1.000 carri ippotrainati, 40 cannoni e 15.000 tonnellate di rifornimenti. Le prime avanguardie italiane sbarcarono nel porto greco la sera del 10 agosto, alla vigilia di una giornata che si sarebbe rivelata una fra le più difficili per L’Armée d’Orient. Dopo l’occupazione bulgara di Monastir e Ohrida e l’occupazione di Berat ed Elbasan (Albania), le armate di Sofia, supportate da efficienti reparti austro-tedeschi, scatenarono una serie di brillanti attacchi in direzione di Salonicco. Questi culminarono il 17 agosto e il 23 agosto con la presa di Amfipoli (località situata alla foce del fiume Struma) e con la conquista di Ostrovo (l’attuale Vegoritis), Florina e Vanitsa. Il Comando dell’Intesa affidò alle forze italiane l’incarico di difendere il settore di Kruscia-Balcan, ad est del lago Doiran: una linea di circa 50 chilometri, particolarmente esposta agli attacchi dei bulgari che dominavano le antistanti creste montagnose dei Piani di Beles. La situazione nella quale si venne a trovare la 35ma divisione risultò subito molto impegnativa anche a causa delle pessime condizioni ambientali e del terreno. I soldati italiani dovettero infatti trincerarsi in una zona in parte aspra e montagnosa e in parte cosparsa da vaste e malsane paludi. Nel giro di poche settimane, la malaria iniziò infatti a colpire mettendo fuori combattimento diverse centinaia di soldati. Dopo avere a lungo subito l’iniziativa di un avversario determinato e bene equipaggiato (l’entrata in guerra il 28 agosto 1916 della Romania a fianco dell’Intesa non giovò più di tanto al corpo di spedizione anglo-franco-italiano in Macedonia: dopo alcuni piccoli successi iniziali le armate di Bucarest vennero travolte da quelle austro-tedesche e bulgare) verso la metà di settembre del 1916, le truppe dell’Intesa - rinforzate nel frattempo da alcuni reparti serbi e russi - riuscirono tuttavia ad organizzare un potente contrattacco per rompere il robusto schieramento nemico e per cercare di penetrare in territorio bulgaro. Dopo alcuni incoraggianti esiti positivi iniziali (il 15 settembre i serbi conquistarono Malka, Nidze e Orehovo, e il 17 i franco-russi occuparono Florina), la resistenza delle truppe bulgare e tedesche si fece più rigida fino a vanificare ogni tentativo di ulteriore avanzata. Tra il 2 e il 14 ottobre, nel corso di violenti quanto inutili assalti, i reparti dell’Intesa, lanciati all’attacco del centro strategico di Monastir, vennero respinti - subendo perdite gravissime - dal fuoco delle artiglierie e delle fanterie bulgare ben trincerate a difesa della città. In quell’occasione, il generale Petitti di Roreto offrì agli alleati la propria divisione per supportare l’azione sull’ala occidentale del fronte. Inglesi e francesi accettarono la proposta e, nel giro di qualche giorno, il generale italiano fece trasferire ad ovest l’intera brigata Cagliari rinforzata da uno squadrone di cavalleria e da alcune batterie di pezzi da montagna. Risalite le cime dei monti Baba, gli italiani rilevarono i reparti francesi trincerati su quelle alture e si prepararono a sferrare un attacco contro i centri di Kicevo e Gradesnitza. Il 14 novembre, ad una quota di circa 2.000 metri, con 10 gradi sotto zero e con la neve alle ginocchia, i primi reparti italiani mossero molto lentamente e tra mille difficoltà verso il passo di Ostretz, ottenendo, tra il 19 e il 21 novembre, due importanti successi. Gli uomini del generale Petitti di Roreto riuscirono, al prezzo di pesanti perdite, a scalare e a conquistare il monte Velusina (2.209 metri), espugnato dal 63° Reggimento, e subito dopo la località di Bratindol, ripulendo tutta la zona. Negli stessi giorni, la cavalleria francese riusciva finalmente a travolgere le difese bulgare di Monastir occupandola. Poche ore dopo, fecero il loro ingresso a Monastir anche alcuni reparti italiani (nel corso di questa operazione venne ferito, seppur in maniera lieve, lo stesso generale Petitti di Roreto, trasferito in seguito all’ospedale di Salonicco). In occasione di una sua visita al generale italiano infermo, il comandante in capo dell’Armée d’Orient, il francese Sarrail, comunicò al collega la sua intenzione di spostare tutti i reparti italiani nella zona di Monastir. Agli inglesi sarebbe invece spettato il compito di prendere il loro posto nella zona orientale del fronte, sul Kruscia-Balcan. Petitti di Roreto acconsentì e dispose subito il trasferimento della 35ma. Questa manovra risultò molto difficile a causa della carenza di strade (gran parte di queste risultavano allagate o ridotte a profondi pantani), nonostante il contingente italiano disponesse di un discreto numero di quadrupedi, di carri e qualche decina di camion. Per superare i numerosi ostacoli naturali (valli profonde e fiumi impetuosi) i genieri costruirono diversi ponti e organizzarono addirittura delle teleferiche per il trasferimento dei rifornimenti e dell’armamento pesante. Soltanto pochi tratti di una vecchia linea ferrata, ripristinata alla buona, poterono essere sfruttati. E a complicare ulteriormente la situazione ci pensò la pessima stagione. Lo spostamento degli oltre 40.000 soldati della 35ma si svolse infatti sotto continue piogge battenti intervallate, soprattutto sui rilievi, da tormente di neve. Ciononostante, il 18 dicembre del 1916, l’intero contingente italiano riuscì a raggiungere la località di Negociani, ubicata a circa 15 chilometri ad est di Monastir. Una volta dato il cambio ai reparti francesi di guardia al settore, gli italiani occuparono la linea compresa tra le località di Cerna e Novak, presso il fiume Cerna. Era la vigilia di Natale quando quegli uomini, distrutti dalla fatica, poterono concedersi la prima giornata di riposo completo, dopo più di una settimana di marce estenuanti. Dalla fine del dicembre del ’16 al settembre del 1918, le truppe italiane stanziate in Macedonia condussero una logorante guerra di trincea, caratterizzata da brevi e violenti scontri e da numerose azioni di pattugliamento notturno (7). Il 12 febbraio del ’17, con una mossa a sorpresa, alcune unità di schutzen tedeschi equipaggiati con lanciafiamme e bombe incendiarie attaccarono le posizioni del 162° fanteria Ivrea, riuscendo a conquistare alcune trincee a quota 1.050. Infruttuosi si rivelarono i successivi tentativi condotti dagli italiani per sloggiare il nemico dalle linee acquisite. Il 9 maggio, in concomitanza di un attacco franco-russo sul Cerna, operazione alla quale parteciparono anche diversi reparti della 35ma divisione, le forze bulgaro-tedesche - a dimostrazione della tenacia della loro resistenza - respinsero i soldati dell’Intesa che persero moltissimi uomini. Al termine della durissima battaglia, ben 2.800 tra ufficiali e soldati italiani vennero feriti o uccisi. Nei mesi seguenti, tuttavia, le forze alleate riuscirono, grazie anche all’arrivo di rinforzi serbi e greci, a ribaltare la situazione a loro vantaggio, iniziando a consolidare nuovamente il fronte e a guadagnare pian piano nuove posizioni. Tra il 14 e il 21 settembre del ’18, quando ormai le sorti del conflitto stavano delineandosi a tutto svantaggio dei traballanti Imperi Centrali - che il Comando Supremo bulgaro, con un impeto di orgoglio decise di giocare il tutto per tutto e di tentare un ultimo, disperato attacco alle linee dell’Intesa, proprio lungo il tratto tenuto dagli italiani. Dopo avere respinto una serie di furiosi assalti, molti dei quali all’arma bianca, gli uomini della 35ma divisione (che dal 16 giugno del 1917 era passata sotto il comando del generale Ernesto Mombelli, dopo un breve esercizio di intermezzo del generale Giuseppe Pennella) riuscirono però a riprendere l’iniziativa, passando infine ad un contrattacco generale combinato con le altre forze alleate. Nel pomeriggio del 21 settembre un battaglione italiano riuscì a strappare ai bulgari l’imprendibile Quota 1.050, l’ultimo bastione della difesa nemica. Superato l’ostacolo, il giorno seguente gli italiani penetrarono per oltre dieci chilometri all’interno delle linee bulgare puntando su Kruscevo. Il giorno 24, con il nemico in piena rotta, i cavalleggeri e le fanterie italiane della Brigata Sicilia giunsero alle porte di Novo Selani, mentre la Brigata Cagliari piombava sul ponte di Bucin, sul fiume Cerna, nei pressi della località di Vodjani. Da quel momento in poi per le forze dell’Intesa l’avanzata si trasformò in una marcia trionfale. Il 25 settembre, nella zona orientale del fronte, gli inglesi sfondavano anch’essi gli ultimi catenacci bulgari, mentre i francesi conquistavano Skopje, ormai abbandonata dall’avversario in fuga. E’ da notare a questo proposito che le truppe marocchine spahi del generale francese Jouinot-Gambetta ebbero la fortuna di occupare Skopje appena due ore prima dell’arrivo, per ferrovia, della 9° divisione austriaca di riserva mandata precipitosamente (ma comunque troppo tardi) in soccorso della provata armata bulgara. Il 26, preceduti dai reparti di cavalleria, i battaglioni italiani superarono di slancio le cime di Baba, Planina e Draghisetz, tagliando la ritirata dei bulgari che stavano cercando di ripiegare sempre più a nord verso il passo di Kicevo-Kakkandelen. Il 27 settembre, dopo alcuni brevissimi combattimenti, reparti avanzati della 35ma occuparono un vasta porzione del massiccio del Cesma e la località di Karaul Kruska, nel mentre l’ala sinistra dell’armata, dopo avere investito Pribitzi, proseguiva a spron battuto in direzione di Sop. Qui, per tutta la giornata seguente le valorose truppe bulgare resistettero alle spallate della brigata Sicilia, cedendo infine all’irruenza degli italiani. Nel frattempo, più ad ovest, in Albania, l’armata tricolore dislocata tra Elbasan e Tomor dilagava anch’essa verso la Macedonia, raggiungendo Ohrida, Demin Hissar e, il giorno 29 settembre, Trebuniste e Lin. Fu a quel punto che il Comando Italiano decise di far riprendere fiato ai suoi uomini, per poi lanciare, di concerto con la 35ma divisione, l’ultima definitiva offensiva su Sop, a nord est di Ohrida. Tuttavia, il 30 settembre, proprio mentre tutte le truppe italiane d’Albania e di Macedonia si stavano preparando al nuovo balzo, il generale Mombelli ricevette la notizia della resa della Bulgaria. Il giorno 3 ottobre, infine, il Comando dell’armata bulgara e austro-tedesca di Macedonia decise, anche se dopo molte incertezze, di cedere le armi al comandante della Brigata Cagliari, generale Fresi e ai rappresentanti delle altre forze dell’Intesa. Lo stesso giorno, i soldati della Cagliari presero prigionieri 7.727 soldati nemici (di cui 224 ufficiali), 10 tra cannoni e bombarde, 70 mitragliatrici e circa 8.000 fucili, più un cospicuo quantitativo di viveri, munizioni e carriaggi. Con quest’ultima, brillante operazione terminava la lunga e sanguinosa epopea del Corpo di Spedizione Italiano nei Balcani. Dopo 36 mesi si concludeva così la durissima avventura del Corpo Italiano in Macedonia: uno sforzo militare che costò alle nostre truppe 8.324 tra morti, feriti e dispersi e non meno di 10.000 uomini vittime in inverno del gelo e in estate della ameba (8).


NOTE

(1) L’esercito italiano dalla primavera del ’15 all’autunno del ’18 dovette sopportare, quasi da solo, la pressione del 75% delle armate austro-ungariche impiegate su tutti i fronti europei, queste ultime rinforzate, a partire dal novembre del 1917, da quasi una mezza dozzina di forti divisioni tedesche.

(2) Le prime divisioni a sbarcare furono la 156ma francese più due inglesi, molto provate, provenienti da Gallipoli. In seguito dalla Francia giunsero la 122ma di linea e la 157ma di riserva al comando del generale Maurice Sarrail.

(3) All’inizio del 1916 in Macedonia si trovavano poco meno di 100.000 soldati francesi e circa 95.000 inglesi più alcune migliaia di serbi fuggiti dalla regione di Skopje. Complessivamente, erano presenti 220.000 uomini con 700 cannoni ai quali si contrapponevano 280.000 tra bulgari, tedeschi e austriaci. Entro l’autunno le forze dell’Intesa poterono contare su una brigata russa e su altri forti contingenti serbi riorganizzati dopo l’evacuazione. Sui monti della Macedonia e dell’Albania occupata dagli austro-bulgari operavano, infine, circa 5.000 guerriglieri “comitagi” serbi con compiti di disturbo.

(4) Già nel settembre del 1914, il governo italiano, ancora neutrale, aveva deliberato di occupare il porto di Valona con un reggimento di fanteria rinforzato da una batteria da montagna, onde evitare eventuali sconfinamenti serbi o greci. Ma il 27 dello stesso mese il generale Cadorna aveva manifestato la sua opposizione ritenendo, a ragione, come del tutto inutile questa operazione dietro la quale, probabilmente, si celava da parte del governo la volontà di assicurasi facilmente alcuni pegni territoriali. Il 14 e il 22 ottobre, dopo due ulteriori rifiuti di Cadorna, intervenne l’onorevole Sonnino (che aveva sostituito al Ministero degli Esteri il defunto marchese di San Giuliano) sostenendo invece la necessità di un’immediata occupazione del piccolo porto albanese e dell’isola di Saseno. E fu così che tra il 30 ottobre e il 29 dicembre 1914, la flotta italiana sbarcò sulla costa orientale adriatica il 10mo reggimento bersaglieri e la 18ma batteria someggiata.
Il 14 novembre 1915, a Roma, al termine di lunghi colloqui intercorsi tra Cadorna, i vertici di governo e il rappresentante militare francese, generale Gourand (giunto in Italia per richiedere all’alleato l’invio a Salonicco di ben 100.000 soldati), il governo italiano fu infine costretta a siglare una specie compromesso che, non tenendo conto dell’impegno italiano in Albania, costringeva egualmente l’Italia ad impegnarsi in Macedonia, anche se con un contingente ridotto rispetto a quello richiesto dalla Francia. Sfortunatamente, poche settimane più tardi, in seguito al crollo e alla ritirata verso l’Adriatico dell’armata serba, l’Italia dovette garantire il rafforzamento del suo corpo di spedizione in Albania per proteggere l’arretramento delle truppe di Belgrado: decisione che Cadorna fu costretto ad accettare seppur a malincuore. E fu così che il contingente italiano di stanza a Valona, al comando del generale Bertotti, formato dal comando brigata Savona e 15mo fanteria; dal comando brigata Verona, 85mo e 86mo fanteria; da uno squadrone di cavalleria; tre batterie someggiate; due batterie di obici Skoda; sette batterie campali; il 47mo e il 48mo reggimento di milizia territoriale dovette essere giocoforza rinforzato. In buona sostanza, dunque, grazie alle incertezze e agli errori di valutazione del governo, l’Italia che, come si è visto, aveva voluto tutelare la propria sicurezza ma anche i propri interessi (Sonnino, contrariamente a Cadorna, aveva sempre sperato in una estensione dell’occupazione italiana in Albania per motivi di prestigio) non dispiacendo nel contempo ai suoi alleati, dovette alla fin fine pagare un doppio pegno. Anche se, ad onore del vero, l’intervento dell’esercito, e soprattutto quello della marina, a Valona e in seguito anche a Durazzo e ad alcune località del retroterra albanese, permise la realizzazione di quel miracolo di logistica che si tradusse nel reimbarco e nel salvataggio di buona parte dell’esercito serbo: operazione che venne ultimata il 9 febbraio 1916.

(5) Dopo avere utilizzato, tra il 1916 e il 1917, obsoleti ricognitori di fabbricazione francese Farman, nel 1918 il Corpo Aereo Italiano in Macedonia venne rafforzato. E il 25 maggio 1918 esso venne articolato sul XXI Gruppo misto, al comando del capitano Ajmone Cat, di base a Salonicco: un reparto formato dal 111° reparto da ricognizione montato su S.A.M.L. e dal 73° equipaggiato con caccia Nieuport. Il XXI Gruppo, che inglobava anche una squadriglia e una sezione francesi, compì 600 voli di guerra, effettuando 145 bombardamenti ed eseguendo 3.000 fotografie aeree.

(6) L’8 agosto 1916 salpò da Taranto il primo convoglio composto da 3 piroscafi: il Gallia, che trasportava il comando divisionale, quello della Brigata Cagliari e 2 battaglioni del 63° reggimento fanteria, il Duca di Genova e il Regina Elena. La tratta Taranto-Salonicco venne coperta in appena tre giorni.

(7) All’inizio del 1917 le forze dell’Intesa schieravano in Macedonia 597.000 uomini (200.000 francesi, 180.000 inglesi, 152.000 serbi, 55.000 italiani e 10.000 russi) fronteggiati da 800.000 soldati degli Imperi Centrali (il 90% dei quali bulgari)

(8) Per dare un’idea delle proporzioni e dell’importanza attribuita da tutti i contendenti al fronte macedone è sufficiente osservare la composizione degli schieramenti in campo nell’estate del 1918:
Imperi Centrali: 485.000 uomini nella stragrande maggioranza bulgari (465.000), inquadrati su 260 battaglioni; 172.000 fucili, 2.798 mitragliatrici e 1.404 cannoni. Austro-ungarici: 15.000 soldati (su 15 battaglioni); 6.000 fucili e 180 mitragliatrici. Tedeschi: 5.000 soldati (su 2 battaglioni) più alcune unità minori; 2.000 fucili e 90 mitragliatrici.
Forze dell’Intesa: 655.270 uomini, inquadrati su 279 battaglioni; 160.000 fucili, 3.153 mitragliatrici e 1.866 cannoni. Francia: 205.800 uomini, 42.600 fucili, 1.068 mitragliatrici e 833 cannoni. Gran Bretagna: 143.000 soldati, 32.000 fucili, 780 mitragliatrici e 440 cannoni. Italia: 52.270 uomini, 10.200 fucili, 240 mitragliatrici, 32 cannoni. Serbia: 119.600 uomini, 28.000 fucili, 513 mitragliatrici e 289 cannoni. Grecia: 135.000 soldati, 48.000 fucili, 513 mitragliatrici e 272 cannoni.


BIBLIOGRAFIA:

Emilio Faldella, La Grande Guerra, Volume Primo, Longanesi & C, Milano, 1978.
Francesco Fatutta, Macedonia 1915-1919, Servizio di, Rivista Italiana Difesa, n.9, settembre 1999.
Giuseppe Menoni, La Campagna di Macedonia 1916-1918, Storia Militare, n. 33, giugno 1996.
Lucio Villari, La Campagna di Macedonia, Bologna, 1922.
Giorgio Galli, Fanti d’Italia in Macedonia, Milano, 1934.
P. Maravigna, Guerra e Vittoria (1915-1918), Ed. UTET, Torino, 1927.
R.Gentilini - P.Varriale, I Reparti dell’Aviazione Italiana nella Grande Guerra, Aeronautica Militare - Ufficio Storico, Roma, 1999

 


 

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