LA
CAMPAGNA DEI DARDANELLI (1915)
PRIMA PARTE: L’OFFENSIVA MARITTIMA
di Alberto Rosselli
GLI
ALLEATI PUNTANO AL CUORE DELL’IMPERO OTTOMANO
Nel tardo autunno del 1914, le forze dell’Intesa
iniziarono a prendere in considerazione l’apertura
di un nuovo fronte strategico con l’intento
di mettere in crisi l’Impero Ottomano, alleato
della Germania, dell’Austria e della Bulgaria.
Dopo avere valutato e poi accantonato un attacco nel
Golfo di Alessandretta, il Comando anglo-francese
esaminò l’opportunità di effettuare
un attacco, ben più impegnativo, lungo la penisola
di Gallipoli, nei Dardanelli, con il preciso scopo
di puntare dritto al cuore della Turchia, minacciando
la capitale Costantinopoli. Questa tesi era sostenuta
non soltanto da Lord Kitchener, ma anche da Winston
Churchill che a quel tempo ricopriva l’incarico
di Primo Lord dell’Ammiragliato. Entrambi credevano
che la via più rapida per estromettere definitivamente
la Turchia dal conflitto non fosse quella di combatterla
su più fronti, ma di colpirla nel suo punto
nevralgico.
Effettivamente, sia sotto il profilo geopolitico che
militare i Dardanelli rivestivano una notevole rilevanza
strategica, quale duplice passaggio obbligato di collegamento
tra il Mar Egeo e il Mar Nero e tra i territori turchi
europei e quelli anatolici. Conquistare la penisola
di Gallipoli avrebbe significato non soltanto minacciare
Costantinopoli, ma mettere anche a repentaglio tutte
le comunicazioni tra la capitale e il resto dell’impero.
Senza considerare che l’eventuale esito positivo
dell’attacco ai Dardanelli, oltre che a minare
il morale dell’esercito ottomano, avrebbe indotto
i Paesi dell’area mediterranea e danubiana ancora
neutrali - come la l’Italia, la Grecia e la
Romania - a schierarsi con l’Intesa.
Il ministro degli Esteri inglese Sir Edward Grey e
Churchill prevedevano, molto ottimisticamente, che
una volta conseguita una vittoria sui Dardanelli,
“a Costantinopoli si sarebbe probabilmente verificato
un colpo di Stato” e che una porzione dell’esercito
ottomano sarebbe potuta addirittura passare dalla
parte dell’Intesa. Non solo l’alto Comando
ma anche l’intero governo inglese era persuaso
dell’utilità e della relativa facilità
di un impresa contro i Dardanelli. Pervase dall’entusiasmo,
le massime autorità “erano convinte che,
dopo avere assunto il controllo degli Stretti e del
Mar di Marmara, la flotta britannica avrebbe potuto
congiungersi con quella russa del Mar Nero e, risalendo
il Danubio, portare un attacco congiunto nel cuore
stesso dell’Impero austro-ungarico”. Il
Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George, condividendo
in pieno le opinioni di Churchill e del feldmaresciallo
Kitchener, si fece promotore di un documento poi presentato
al Consiglio di Guerra in cui riassumeva tutti i vantaggi
dell’operazione.
Anche il viceré dell’India, Sir Charles
Hardinge, si dichiarò favorevole a questa strategia.
Una vittoria nei Dardanelli avrebbe giocato forti
ripercussioni sugli orientamenti - sino ad allora
filotedeschi - dei mussulmani della Persia e dell’Afghanistan.
Senza contare il vantaggio di poter importare nuovamente
il grano russo, di cui l’India aveva molto bisogno.
Nella sua qualità di viceré del più
importante possedimento britannico in Asia, Lord Hardinge
aveva anche altri buoni motivi per vedere svanire
al più presto la minaccia turca. Verso la fine
del 1914, il servizio segreto tedesco aveva intrapreso
una serie di operazioni in Pakistan e in India atte
a favorire una grande rivolta anti-inglese da parte
della popolazione islamica e, soprattutto, da parte
dei militanti sikh. Sconfiggere la Turchia avrebbe
significato impedire agli agenti tedeschi, che dalla
Mesopotamia si erano già infiltrati in Persia
e in Afghanistan, di andare a fomentare la ribellione
nel vicereame britannico. Insomma, tutti - o quasi
- i politici e i militari inglesi sembravano favorevoli
ad un’azione contro i Dardanelli.
Benché il piano originario elaborato congiuntamente
da Kitchener e da Churchill prevedesse un coinvolgimento
diretto della Grecia di re Costantino nella missione
(il Consiglio di Guerra britannico aveva a tale riguardo
previsto uno sbarco di sole truppe elleniche lungo
la penisola di Gallipoli, mentre ad un contingente
misto anglo-francese sarebbe spettato il compito di
occupare la sponda asiatica dello Stretto), l’atteggiamento
filo-tedesco del re di Grecia, che era imparentato
con il kaiser Guglielmo II, fece naufragare questa
prima ipotesi, avversata dalla Russia che, pur valutando
positivamente l’apertura di un nuovo fronte
dell’Intesa, non gradiva un’eventuale
allargamento della zona di influenza ellenica verso
il Bosforo. Per questo motivo il Comando britannico
dovette quindi rimpastare il progetto, coinvolgendo
in misura maggiore la Francia.
Pur auspicando la priorità di ogni sforzo dell’Intesa
sul fronte occidentale, Lord Kitchener approvava senza
riserve un impegno nei Dardanelli da parte di Inghilterra
e Francia, anche perché Churchill gli aveva
assicurato che l’operazione, per la realizzazione
della quale era prevista una forte componente della
Marina Militare, non avrebbe comportato l’invio
in Egeo di un eccessivo quantitativo di truppe. D’altra
parte, era opinione diffusa tra gli alti ufficiali
dell’esercito che il ruolo chiave sarebbe stato
effettivamente ricoperto dalla Royal Navy e dalla
Marina francese. Secondo il piano di Churchill, l’Intesa
avrebbe impiegato un certo numero di vecchie ma grosse
unità (non più utilizzabili nel Mare
del Nord contro la moderna flotta tedesca) per mettere
fuori combattimento le difese costiere turche degli
Stretti e, successivamente, per penetrare nel Mar
di Marmara. Ottenuto l’assenso del Comando della
Marina francese, Churchill non ebbe più problemi
nell’avviare la pianificazione dell’attacco.
Anche se il Primo Lord dell’Ammiragliato si
era curato di domandare al comandante in capo della
squadra del Mediterraneo, ammiraglio Sackville H.
Carden, una sua opinione in proposito. Carden si era
dimostrato possibilista, auspicando però la
messa a punto di un piano di azione suddiviso in più
fasi per neutralizzare i numerosi forti turchi degli
Stretti e per eliminare i numerosi campi minati che
rendevano infide quelle acque: manovre che avrebbero
comportato necessariamente la partecipazione di un
grosso numero di unità militari, sia pesanti
che leggere. E allorquando Churchill avanzò
la proposta di affiancare alle vecchie unità
inglesi e francesi già prescelte anche la nuova
corazzata Queen Elisabeth, tra i vertici della Marina
e dell’Esercito britannico sorsero le prime
obiezioni. Fu l’ammiraglio a riposo John Fisher,
chiamato da Churchill a ricoprire l’incarico
di Primo Lord del Mare, ad allarmarsi. L’anziano
ufficiale, non soltanto cercò di opporsi all’impiego
di navi moderne che, secondo il suo parere, era più
giusto utilizzare nel Mare del Nord, ma espresse anche
forti riserve sull’intera operazione, ricordando
che nel 1807 l’ammiraglio inglese Duckworth
aveva già tentato, senza fortuna, di raggiungere
Costantinopoli attraverso la strozzatura dei Dardanelli.
Secondo Fisher, le numerose batterie e i molti campi
minati approntati subito dopo lo scoppio della guerra
dai turchi grazie alla collaborazione dei consiglieri
militari tedeschi, avrebbero inflitto sia alle navi
da guerra che ai piroscafi, a bordo dei quali sarebbe
stata caricata l’armata di sbarco, perdite troppo
elevate. Senza considerare che, sempre secondo l’opinione
dell’ammiraglio, l’Inghilterra si sarebbe
potuta permettere magari la perdita di qualche sua
vecchia corazzata, ma non certo quella dei suoi addestrati
equipaggi.
Senza contare che il primo bombardamento navale inglese,
effettuato all’inizio di novembre del 1914 contro
il forte turco di Seddulbahir, aveva indotto gli ottomani
a rafforzare ulteriormente tutto l’apparato
difensivo a protezione degli Stretti. Già nell’ottobre
del ‘14, un consigliere militare aggregato alla
missione di von Sanders, il colonnello Erich Weber
(affiancato da altri quattro ufficiali e 160 soldati
del genio), era stato incaricato di provvedere al
riguardo, aumentando il numero dei pezzi costieri
e delle mine subacquee lungo l’angusto tratto
di mare che separa la penisola di Gallipoli dalla
costa turca asiatica. In poche settimane furono quindi
posati nuovi campi minati, utilizzando qualsiasi tipo
di ordigno, compresi quelli francesi e russi recuperati
dai turchi, rispettivamente, nei fondali del Mar Nero
e in quelli antistanti il porto di Smirne. Non solo.
I genieri turchi e tedeschi utilizzarono perfino gli
ordigni disseminati dai bulgari nelle acque ottomane
durante la Seconda Guerra Balcanica. Le operazioni
di ripristino e di posa furono condotte dal capitano
della Marina tedesca Gehl, mentre ufficiali e artiglieri
tedeschi prendevano posto nei forti di Canakkale e
Kilitbahir, due grosse costruzioni che dominavano
gli Stretti. E per cercare di aumentare il volume
di fuoco delle batterie del primo forte, il tenente
colonnello Wehrle e i suoi uomini montarono a tempo
di record otto nuovi pezzi di grosso calibro.
Erano state anche queste manovre effettuate dai turco-tedeschi
ad impensierire l’ammiraglio Fisher e a renderlo
sordo a qualsiasi coinvolgimento di una grossa parte
della Marina britannica in un pericoloso “nido
di vespe” come quello degli Stretti. Fu quindi
solo al termine di una faticosa opera di convinzione
che il volitivo Winston Churchill riuscì a
fare cambiare idea a Fisher che si era perfino dichiarato
propenso a rassegnare le dimissioni pur di non partecipare
ad un’impresa che giudicava totalmente errata.
Effettivamente, per quanto riguarda l’aspetto
geografico, i Dardanelli potevano, a prima vista,
rappresentare un’autentica e pericolosa trappola.
Il canale attraverso il quale la flotta avrebbe dovuto
accedere è molto angusto. E non vi era alcuna
rotta navigabile fuori dalla portata delle batterie
turche dislocate sia sulla riva europea che su quella
asiatica dell’imbuto. Dall’entrata dei
Dardanelli, sul versante dell’Egeo, fino allo
sbocco sul Mar di Marmara, tutta la linea di costa,
sia sul lato ovest che sul lato est, era costellata
di postazioni di piccolo, medio e grosso calibro,
e da numerosi riflettori. Alla sua imboccatura il
braccio di mare, largo appena 3.600 metri, era difeso
dai forti di Seddulbahir, sulla sponda europea, e
sul versante asiatico da quello di Kum Kale. Procedendo
verso nord, il canale si dilata fino a raggiungere
una larghezza di circa sette chilometri, per poi restringersi
fino all’imbuto di Canakkale, largo appena un
chilometro. Secondo le informazioni raccolte dai servizi
inglesi, l’accesso a quest’ultimo tratto
di mare rappresentava il punto più pericoloso
della zona. La strettoia di Canakkale era, infatti,
protetta dai campi minati di Khepez e dalle grandi
fortificazioni della stessa Canakkale e di Kilitbahir
con una concentrazione da ambo i lati della forra
acquea di circa 72 pezzi di artiglieria, batterie
lanciasiluri costiere e numerosi riflettori.
Più dettagliatamente, l’insieme delle
batterie costiere ottomane a protezione dell’intera
area dei Dardanelli risultava era così suddiviso:
lungo la costa asiatica si trovavano quelle di Orkanie
(due pezzi da 240 mm. L/35 Krupp); Kum Kale (due pezzi
da 280 mm. L/22 Krupp, due da 260 mm. L/22 Krupp,
due da 240 mm. L/22 Krupp, uno da 210 mm. L/22 Krupp,
uno da 150 mm. L/22 Krupp e uno da 150 mm. L/40 Krupp);
Koja Dere (quattro howitzer da 150 mm.); Chamlik (quattro
howitzer da 210 mm. e quattro da 150 mm); Karantina
(quattro howitzer da 150 mm. e quattro mortai da 210
mm.); Jevad Pascià (tre pezzi da 150 mm. L/26
Krupp); Messudieh (Ak Tepe) (quattro cannoni da campagna
da 75 mm., quattro cannoni a tiro rapido Vickers da
75 mm. e sei pezzi a tiro rapido Vickers da 57 mm.);
Dardanos (cinque pezzi a tiro rapido L/40 da 150 mm.);
Faro di Kephez (quattro pezzi da campagna da 87 mm.);
Kephez (tre pezzi a tiro rapido L/40 da 75 mm. e tre
a tiro rapido L/40 da 57 mm.); Hamidieh (due pezzi
L/35 Krupp da 355 mm. e sette L/35 Krupp da 240 mm.);
Forte Chemenlik (un pezzo da 355 mm. L/35 Krupp, un
pezzo da 355 mm. L/22 Krupp, un pezzo da 240 mm. L/35
Krupp, un pezzo da 210 mm. L/35 Krupp e quattro howitzer
da 150 mm.); Medjidieh Avan (sei mortai da 210 mm);
Anodalu Mejidieh (tre pezzi da 280 mm. L/22 Krupp,
quattro da 260 mm. L/22 Krupp, due da 240 mm. L/22
Krupp, due da 210 mm. L/22 Krupp e tre da 150 mm.
L/22 Krupp); Nagara (due pezzi da 260 mm. L/22 Krupp,
cinque da 240 mm. L/22 Krupp e cinque da 150 mm. L/26
Krupp). Mentre su quella europea erano disposte quelle
di Seddulbahir (due pezzi da 280 mm. L/22 Krupp, due
da 260 mm. L/22 Krupp, due da 240 mm. L/22 Krupp e
quattro cannoni a tiro rapido da 88 mm.); Helles (due
pezzi da 240 mm. L/35 Krupp); Tekke Burnu (quattro
howitzer da 120 mm.); Kereves Dere e Chomak Tenkir
Dere (sei howitzer da 150 mm.); Chomak Dere (quattro
howitzer da 210 mm.); Tenkir Dere Sud (sei howitzer
da 210 mm.); Tenkir Dere Nord (quattro howitzer da
120 mm.); Suandere Sud (sei mortai da 150 mm.); Suandere
(quattro cannoni da 88 mm. L/30); Suandere Ovest (quattro
cannoni da assedio da 120 mm.); Suandere Nord (tre
cannoni navali a tiro rapido da 105 mm. L/45); Messudieh
(tre pezzi da 150 mm. L/45 a tiro rapido); Mun-i-Zaffer
(quattro pezzi L/30 a tiro rapido da 75 mm. e quattro
cannoni da assedio da 120 mm.); Kum Burnu (sei howitzer
da 47 mm) e Yildiz (sei pezzi Krupp L/26 da 150 mm.).
Si trattava come è evidente di un poderoso
apparato difensivo in grado di inibire i tentativi
di avvicinamento da parte di qualsiasi flotta. E proprio
per questo motivo, il Comando della Marina inglese
predispose alcune operazioni preliminari onde valutare
con maggiore precisione, al di là del numero
dei forti, l’effettiva capacità di reazione
del nemico.
L’offensiva contro i Dardanelli venne, infatti,
preceduta da una serie di ricognizioni aeree, condotte
da Farman 20 e Nieuport francesi, e da pesanti bombardamenti
dei forti turchi posizionati lungo la penisola di
Gallipoli. I cannoneggiamenti vennero effettuati da
una squadra composta dalla Queen Elisabeth, dalle
corazzate Agamemnon, Vengeance, Albion, Cornwallis,
Irresistible e Triumph, dall’incrociatore da
battaglia Inflexible, dalle obsolete corazzate francesi
Suffren, Bouvet, Charlemagne e Gaulois (sostituita
poi dalla Henri IV). E’ da notare che l’intervento
dell’aviazione venne richiesto dal Comando inglese
già a partire dal mese di gennaio, quando l’ammiraglio
Carden sottolineò come “indispensabile
la cooperazione della nave porta-idrovolanti francese
Foudre”. A partire dal 9 aprile, la forza aeronavale
inglese potrà contare su nuove unità,
come la nave porta palloni aerostatici Manica. Mentre
la portaerei Ark Royal riceverà, quasi simultaneamente,
ricognitori Schneider e Short di nuovo modello.
Il 19 febbraio, il martellamento delle forze navali
dell’Intesa portò alla distruzione di
diversi forti esterni (tra i quali Seddulbahir e Kum
Kale) e all’annientamento di 18 cannoni pesanti
turchi che, prima di essere messi a tacere, riuscirono
a colpire in modo lieve la Agamemnon e altre unità.
Durante il combattimento, le batterie turche - dirette
da Wehrle - scagliarono contro le navi dell’Intesa
1.600 proiettili, ricevendone almeno il triplo. Nel
corso di questo lungo duello, cadde sul campo il primo
soldato tedesco impiegato su questo fronte: il tenente
d’artiglieria della Marina Kurt Woermann che
venne sepolto con tutti gli onori, avvolto nella bandiera
turca e con il viso rivolto alla Mecca.
L’attacco navale nei Dardanelli cominciò
la mattina del 18 marzo. Vi parteciparono sei corazzate
britanniche e quattro francesi. I forti turchi che
non erano stati distrutti dal bombardamento del 19
febbraio vennero resi inoffensivi in poche ore dal
tiro dei grossi calibri. Ma proprio a quel punto,
quando ormai sembrava che la partita si stesse mettendo
bene per la squadra dell’Intesa, ecco che l’ostacolo
delle mine pose fine al primo tentativo di forzamento
degli Stretti. A mandare tutto all’aria furono
una ventina di potenti ordigni di fabbricazione tedesca
che l’8 marzo erano stati depositati parallelamente
alla sponda asiatica (davanti alle batterie Koja Dere
e Chamlik) dal vaporetto turco Nousret. Non avendo
individuato per tempo il campo minato, tre delle 10
corazzate dell’Intesa (le inglesi Irresistible
e Ocean e la francese Bouvet) colarono a picco causando
la morte di circa 670 marinai, 620 dei quali francesi,
mentre altre due, la Inflexible e la Gaulois rimasero
gravemente danneggiate.
Il 19 marzo 1915 - all’indomani del disastro
che costrinse gli Ammiragliati inglese e francese
ad interrompere momentaneamente le operazioni - il
Consiglio di Guerra inglese decise all’unanimità
(erano presenti Grey, Lloyd George, Kitchener e Churchill)
di continuare egualmente le azioni belliche e di passare
alla seconda fase del piano, quella concernente lo
sbarco di un contingente anglo-francese all’imboccatura
degli Stretti. E al comando degli eserciti dell’Intesa
che avrebbero dovuto conquistare la penisola di Gallipoli
Kitchener designò il generale Sir Ian Hamilton
che aveva avuto modo di assistere, a bordo di un’unità
britannica, all’ultimo, sfortunato attacco navale
del 18 marzo. Sentito l’ammiraglio John De Robeck
(subentrato il 16 marzo a Carden che si era ammalato)
che dichiarò di essere comunque pronto ad intraprendere
un nuovo attacco, Hamilton pensò di effettuare
lo sbarco delle sue truppe proprio in concomitanza
dell’imminente operazione navale. Ma se Kitchener
sembrava diffidare della forza della Marina, Churchill
riteneva ancora possibile una vittoria con il solo
intervento della flotta, cioè con un secondo
attacco dal mare. Tuttavia, a causa dello scalpore
creato dalla recente perdita di cinque grandi unità,
questa volta il Lord dell’Ammiragliato non riuscì
a persuadere i suoi colleghi del Consiglio di Guerra,
anche perché spettava ora al feldmaresciallo
Kitchener, responsabile della pianificazione militare
dell’operazione, prendere le redini del comando,
delegando ad Hamilton la responsabilità di
quello sul campo.
Mentre si effettuavano i preparativi per trasferire
nelle acque antistanti l’imboccatura degli Stretti
il corpo di spedizione anglo-francese, l’Ammiragliato
britannico provvide a fare giungere nei pressi dei
Dardanelli la nuova nave porta-idrovolanti Ark Royal,
con lo scopo di intensificare le rilevazioni aeree
dei dispositivi difensivi ottomani. E nel corso di
queste operazioni, i turchi riuscirono a danneggiare
gravemente l’incrociatore protetto Amethist.
Per fare fronte ai ricognitori dell’Intesa,
il Comando turco-tedesco escogitò una soluzione
temporanea, ma abbastanza efficace. Non disponendo
ancora di cannoni ideati appositamente per il tiro
antiaereo, gli artiglieri germanici montarono su artigianali
affusti girevoli 12 pezzi da campagna da 77 millimetri
in modo da consentire ai pezzi un’elevazione
di tiro sufficiente per inquadrare i velivoli nemici.
Il tiro improvviso di queste armi, posizionate lungo
le direttrici di volo abituali dei mezzi alleati,
causò non pochi problemi ai piloti, anche se
i sette aerei anglo-francesi danneggiati nei mesi
di febbraio e marzo 1915 vennero raggiunti soprattutto
dal fuoco dei fucili e delle mitragliatrici turche.
Nel frattempo, il governo greco di Eleutherios Venizelos
(che contrariamente al re Costantino, era favorevole
alle forze dell’Intesa) aveva iniziato a manifestare
la propria disponibilità nei confronti dei
governi di Londra e di Parigi, accennando al possibile
invio sui Dardanelli di un Corpo di spedizione formato
da tre divisioni. L’offerta, gradita da inglesi
e francesi, abortì però sul nascere
per l’opposizione della Russia. Ed allorquando
la trattativa tra il primo ministro Venizelos e l’Intesa
venne alla luce, essa provocò una grave crisi
di governo che costrinse di lì a poco il premier
a rassegnare le dimissioni, favorendo la salita al
potere di un nuovo esecutivo nettamente filo-tedesco,
secondo ispirazione della Corona ellenica. Quest’ultimo
episodio, apparentemente marginale, fu il segnale
di un più generale cambiamento di atteggiamento,
destinato a modificare, almeno per un certo periodo,
i rapporti tra gli Stati ancora neutrali dell’area
mediterranea e danubiana, cioè l’Italia
e la Romania.
All’indomani del fallimento dell’attacco
navale anglo-francese ai Dardanelli, la prospettiva
circa un’imminente, rapida sconfitta della Turchia
era invece infranta su un piccolo ma potente campo
minato tedesco. I governi greco, italiano e rumeno,
che poche settimane prima si erano entusiasmati all’idea
di una caduta di Costantinopoli, decisero quindi di
attendere nuovi eventi prima di scendere in campo
a fianco di un’Intesa che non sembrava ancora
in grado di governare con sicurezza e a proprio vantaggio
l’andamento della guerra. L’esecutivo
romeno, concesse addirittura alla Germania il transito
sul suo territorio di un convoglio ferroviario carico
di 150 nuove mine subacquee destinate alla Turchia.
E tutto ciò proprio mentre le truppe inglesi,
australiane, neozelandesi e francesi stavano radunandosi
ad Alessandra d’Egitto e nelle isole dell’Egeo
per sferrare l’attacco anfibio contro i Dardanelli.
I
TEDESCHI RINFORZANO IL FRONTE DEGLI STRETTI
Data l’estrema delicatezza della situazione,
il 26 marzo 1915 il generale von Sanders venne trasferito
dal fronte del Caucaso alla penisola di Gallipoli
per prendere le redini della Quinta Armata ottomana,
composta da circa 84.000 uomini. Preoccupato dalla
non sufficiente robustezza delle difese turche intorno
agli Stretti e conscio dell’imminente sbarco
del contingente anglo-francese agli ordini del generale
Hamilton, von Sanders e il suo collaboratore, colonnello
Hans Kannengiesser, insistettero con Kemal Pascià
- responsabile dell’organizzazione della difesa
della regione - circa l’opportunità di
modificare e rafforzare l’intero dispositivo
dei Dardanelli. E a questo proposito, von Sanders
suggerì al Comando Supremo turco di dislocare
la Terza e la Undicesima Divisione lungo la costa
asiatica degli Stretti, a Kum Kale; la Quinta e la
Settima Divisione lungo la costa europea, presso Kavak
e Bulair, e la Diciannovesima e la Nona Divisione
lungo la penisola, tra la strozzatura dei Dardanelli
e il Golfo di Saros.
Contestualmente, von Sanders premette sul Comando
tedesco affinché venissero inviati a Costantinopoli
nuovi quantitativi di cannoni, con relative munizioni;
mitragliatrici e almeno una squadriglia di aerei da
ricognizione. Questi ultimi, una volta giunti in Turchia,
verranno dislocati nella zona nevralgica di Canakkale
per consentire un efficace controllo delle navi dell’Intesa.
Grazie alla sua indiscussa abilità, von Sanders
riuscì in breve ad architettare un buon piano
di difesa lungo la penisola di Gallipoli. A questo
proposito, egli non esiterà ad allontanare
dal comando della 7ma e 12ma divisione l’incapace
generale Feizi Bey (esonero che avverrà in
occasione dello sbarco britannico a Suvla), sostituendolo
con Kemal Pascià, il cui senso di responsabilità
e i cui meriti lo rendevano più idoneo a questo
incarico.
Nel 1915, Kemal aveva appena 34 anni, ma nonostante
la sua giovane età, aveva avuto già
occasione di dimostrare tutta la sua abilità.
Nell’organizzare le difese e nel pianificare
le strategie, von Sanders incontrò l’ostilità
di un altro grosso personaggio politico turco prestato
alle armi, Enver Pascià. Questi, a differenza
di Kemal, oltre ad non possedere eccessivo intuito
militare, era un uomo molto geloso del suo potere
e poco incline ad accettare i consigli di un ufficiale
esperto come von Sanders e, meno che mai, quelli dei
suoi collaboratori, come ad esempio Kemal. La malcelata
ostilità di Enver nei confronti di quest’ultimo
impedì a Kemal (che si sarebbe rivelato ben
più abile del suo diretto superiore, Essad
Pascià) di guadagnarsi una rapida quanto meritata
promozione.
Britannici e i francesi, intanto, procedevano nei
preparativi per lo sbarco. Il 30 marzo, l’ammiraglio
De Robeck fu informato da Hamilton circa l’opportunità
di riprendere al più presto l’attacco
navale, con lo scopo di ammorbidire le difese turche
degli Stretti. Hamilton, come d’altra parte
Churchill, continuava a sperare in una vittoria navale
che rendesse inutile lo sbarco.
LA
GUERRA SUBACQUEA
Con l’intento di eliminare la flotta turca ancorata
nel Mar di Marmara, l’Ammiragliato britannico
aveva deciso di affiancare alla sua squadra di superficie
anche una flottiglia di sommergibili, alla quale venne
dato il compito, in realtà molto arduo, di
forzare i Dardanelli. Già a partire dal settembre
del 1914, tre battelli inglesi di base a Malta (il
B-9, il B-10 e il B-11) avevano compiuto alcune pericolose
missioni di ricognizione nell’area degli Stretti,
replicate il successivo mese di novembre dai sommergibili
francesi Faraday, Le Verrier e Circé. Il 13
dicembre del 1914, il sottomarino inglese B-11 - al
comando del capitano Norman Holbrook - era riuscito
a violare i Dardanelli, affondando, di fronte a Chanak,
la vecchia nave da battaglia turca Messudieh. E grazie
a questo successo, Holbrook si era guadagnato la prima
Victoria Cross navale del conflitto.
Il mese seguente, il sommergibile francese Saphir
tentò di emulare l’impresa del capitano
Holbrook. L’unità, al comando del tenente
di vascello Henri Fournier, era giunta il 9 gennaio
1915 nell’Egeo per dare il cambio al Circé.
L’Alto Comando navale francese ordinò
al Saphir di “vendicare il bombardamento effettuato
contro le basi algerine di Bona e Philippeville dagli
incrociatori tedeschi Goeben e Breslau “. Il
15 gennaio, il Saphir si addentrò negli Stretti
nella zona di Kum Kale, evitando i campi minati turchi.
Tuttavia, dopo poche ore, l’imbarcazione ebbe
un grave guasto alle batterie e fu costretta ad emergere
a poca distanza dalla costa. Una volta in superficie,
il sommergibile venne subito avvistato dai turchi
e bersagliato dalle unità di tiro dei forti
e dai pezzi di due cannoniere che stazionavano in
quella zona. Colpito ripetutamente, il Saphir venne
abbandonato dall’equipaggio a circa un miglio
dalla costa asiatica. Nell’aprile del ‘15,
i sommergibili inglesi ripresero le loro operazioni
nell’area dei Dardanelli. E dopo un primo sfortunato
tentativo di forzare gli Stretti compiuto dal B-9,
l’E-14 al comando del tenente Courtney Boyle,
riuscì nell’intento. Questa unità
fu la prima a compiere una missione nel Mar di Marmara
tornando sana e salva alla base. La notte del 25 aprile
1915, il sommergibile di Boyle penetrò in acque
nemiche, ma venne subito individuato dai riflettori
costieri turchi e fatto oggetto di un nutrito fuoco
d’artiglieria. Per nulla intimorito da quel
brutto esordio, Boyle continuò la sua navigazione
in immersione e il giorno 29 intercettò due
navi da trasporto avversarie scortate da tre cacciatorpediniere.
L’E-14 lanciò un siluro e centrò
un cargo che andò poi ad arenarsi sottocosta.
Non soddisfatto, il comandante inglese volle comunque
addentrarsi ancora più in profondità
nelle acque nemiche, riuscendo nell’intento
ed effettuando il 5 maggio un secondo lancio di ordigni
contro un’altra nave da carico turca che, tuttavia,
non accusò alcun danno a causa di un difetto
dell’arma. Il 10 maggio, Boyle individuò
nei pressi dell’isola di Kalolimni un paio di
grossi cargo protetti da un cacciatorpediniere. L’ufficiale
non ebbe esitazioni e scaraventò contro il
convoglio turco un paio di siluri, uno dei quali centrò
ed affondò il piroscafo Gul Djemal, che risultò
essere carico di truppe destinate al fronte. Sulla
via del ritorno alla sua base situata sull’isola
greca di Lemno, l’E-14 colpì ancora un
altro piccolo trasporto ottomano che si arenò
lungo la costa. Per la brillante operazione Boyle
ottenne la Victoria Cross.
Galvanizzato dal successo conseguito dall’E-14,
l’Ammiragliato britannico decise quindi di incrementare
il numero dei suoi sommergibili operativi nelle acque
dei Dardanelli e del Mar di Marmara. Il 19 maggio
1915, l’E-11 al comando del tenente M. E. Dunbar-Nasmith
forzò lo stretto, evitando i campi minati che
nel frattempo i turchi e i tedeschi avevano provveduto
ad estendere. La mattina del 23, nei pressi dell’isola
di Oxia, il sottomarino inglese centrò una
cannoniera turca che tuttavia, prima di affondare,
rispose con il suo unico pezzo di prora, danneggiando
il periscopio dell’unità britannica.
Il 25 maggio, Nasmith provò addirittura a raggiungere
le acque di Costantinopoli con il preciso scopo di
attaccare la vecchia corazzata turca Hairedin Barbarossa,
che lì si trovava ancorata. Durante la manovra
di avvicinamento, l’unità inglese venne
però scoperta e rischiò di essere speronata
da un caccia nemico. Il 31 maggio, sulla via del ritorno,
l’E-11 silurò un grosso trasporto, che
i marinai turchi riuscirono comunque a portare in
secca per scongiurarne l’affondamento. Ma il
giorno seguente, prima di abbandonare definitivamente
l’area degli Stretti, il sommergibile britannico
colpì altri due bersagli: una nave carica di
munizioni - che saltò quasi subito in aria
- e un mercantile, colato a picco nei pressi del banco
di Moussa. Come ricompensa per i risultati conseguiti
nel corso della sua rischiosa missione, Nasmith, che
nel frattempo aveva raggiunto la base di Mudros, ottenne
anch’egli la Victoria Cross.
Per cercare di controbattere le azione dei sottomarini
dell’Intesa e, soprattutto, per mettere in difficoltà
la grande flotta di superficie anglo-francese presente
dell’Egeo e nelle acque dei Dardanelli, nel
1915 il Comando navale tedesco trasferì dall’Atlantico
al Mediterraneo un certo numero di U-Boot, utilizzando
come basi i sorgitori austriaci di Pola e di Cattaro.
E pur non riuscendo a ristabilire un equilibrio numerico
tra le forze sottomarine dell’Intesa, l’entrata
in servizio dei non numerosi ma molto efficienti sommergibili
tedeschi, cambiò completamente il quadro della
situazione. La modernità dei battelli e l’eccellente
livello di preparazione degli equipaggi, porteranno
all’affondamento di decine di unità da
trasporto e militari dell’Intesa. Grazie a questi
provvedimenti, tra il marzo e il giugno 1915, diverse
corazzate e incrociatori britannici e francesi (tra
cui le inglesi Goliath, Triumph, Ocean, Majestic,
il moderno incrociatore Inflexible, l’Irresistible
e la corazzata francese Bouvet) vennero affondate
dai siluri dei sommergibili tedeschi e dai nuovi ordigni
subacquei depositati nel frattempo dai turchi, provocando
la morte di migliaia di marinai. E i gravi colpi subiti
costrinsero l’Ammiragliato britannico ad adottare
energici provvedimenti sia per la protezione dei convogli
sia per quella delle grosse unità di superficie,
mediante un ben più esteso utilizzo di unità
di una varia tipologia; cacciatorpediniere, navi caccia
sommergibili, grossi pescherecci armati, diversi dei
quali di fabbricazione giapponese, e dragamine. Oltre
a ciò, nel 1916, il governo di Londra chiederà
ed otterrà da quello alleato di Tokyo l’invio
nel Mediterraneo di una squadriglia di cacciatorpediniere
da impiegare specificatamente per la protezione dei
convogli. Espedienti, questi, che tuttavia non riusciranno
ad arginare completamente l’attività
del nemico. Basti pensare che nel 1916, nell’arco
di neanche un mese, un solo sommergibile, l’U35,
riuscirà ad affondare qualcosa come 55 navi
(32 delle quali italiane), distruggendo decine di
migliaia di tonnellate di rifornimenti destinati in
buona misura ai fronti di Salonicco e del Sinai.
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