Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

STORIA MILITARE DELL’EUROPA ORIENTALE

 
 
La difesa di Gallipoli in un manifesto turco.

 

LA CAMPAGNA DEI DARDANELLI (1915)
SECONDA PARTE:
L’OFFENSIVA TERRESTRE E LA SCONFITTA DELL’INTESA
di Alberto Rosselli

LE FORZE DELL’INTESA SBARCANO SUL SUOLO TURCO
Per tutto il mese di marzo e di aprile del 1915 i britannici e i francesi continuarono ad ammassare truppe, quadrupedi, armamenti d’ogni genere e migliaia di tonnellate di rifornimenti nelle basi del Mediterraneo orientale e delle isole dell’Egeo in vista dello sbarco nella penisola di Gallipoli. Ma neppure i turchi erano inattivi. Il Comando della Quinta Armata organizzò gli abitanti di origine armena, greca ed ebraica residenti nell’area di Canakkale in apposite squadre di lavoro impiegate nel rafforzamento delle difese della penisola. Da Capo Helles fino all’istmo di Boulair, von Sanders curò personalmente le operazioni di costruzione di trincee, la stesura di reticolati di filo spinato e la messa a punto di nuove postazioni d’artiglieria. Oltre 500 tra ufficiali e soldati tedeschi del genio assistettero i turchi in questi febbrili preparativi.
Naturalmente, tutta questa inconsueta attività non sfuggì all’aviazione inglese imbarcata su apposite navi che incrociavano al largo di Capo Helles. Gli idrovolanti britannici cercarono di disturbare il lavoro delle squadre turco-tedesche effettuando alcuni bombardamenti, ma gli ottomani risposero con l’artiglieria, intensificando il lavoro nelle ore notturne. “La penisola di Gallipoli viene fortificata in gran fretta” - riferì preoccupato l’ammiraglio De Robeck al generale Hamilton. “Migliaia di turchi lavorano di notte come castori per approntare nuove difese, soprattutto nella zona del litorale, in prossimità di capo Helles”.
Il 24 aprile il contingente dell’Intesa - precedentemente concentrato a Mudros, nell’isola di Lemno, e ad Alessandria d’Egitto - venne trasferito davanti agli Stretti da un’imponente squadra navale, composta per metà da unità mercantili e per l’altra metà da unità militari inglesi e francesi. L’armata dell’Intesa raggruppava il Corpo Australiano e Neozelandese (ANZAC), la 29ma Divisione britannica, una speciale forza da sbarco di 2.000 uomini e un corpo di spedizione francese, composto da un insieme misto di unità metropolitane e coloniali.
La 1a Divisione francese era formata da una brigata metropolitana e da una brigata coloniale, forti entrambi di due reggimenti. La 2a Divisione aggregava invece due brigate metropolitane ed una coloniale. I reggimenti coloniali erano costituiti in parte da battaglioni di truppe francesi e in parte da elementi senegalesi. Le divisioni francesi disponevano di sei batterie da campo equipaggiati con gli ottimi Soixante-Quinze modello 1897 (i famosi pezzi a tiro rapido da 75) e di due batterie da montagna. La truppa, sia metropolitana che coloniale, era armata con fucili Lebel modello 1886 M93 e con bombe a mano. Gli ufficiali avevano in dotazione pistole calibro 8 Lebel modello 1892.
Finalmente, il 25 aprile 1915, l’armata anglo-francese, composta da cinque divisioni per un totale di circa 75.000 soldati, prese terra sui Dardanelli, costituendo in breve tempo una serie di teste di ponte sulla stretta ed impervia penisola di Gallipoli e sulla costa asiatica, a Kum Kale, Gaba Tepe, Capo Helles e Suvla.
Più dettagliatamente, l’ANZAC venne depositato ad Ari-Burnu (sito denominato Spiaggia Z, un piccolo promontorio sovrastato dalle scoscese alture di Chunukbahir ) anziché a Gaba Tepe, località situata più a sud. La 29ma Divisione venne invece sbarcata sulla spiaggia di Tekke Burnu, e il corpo di sbarco speciale a nord della Fossa di Gully. Dal canto loro, i francesi presero terra sulla costa asiatica a Besika e a Kum Kale.
Delle cinque teste di ponte di Capo Helles (spiagge S, V, W, X e Y) tre (S, X e Y) risultarono praticamente indifese dagli ottomani. Mentre le altre due (V e W) impegnarono maggiormente le forze d’attacco che, tuttavia, dettero sulle prime l’impressione di potere estendere rapidamente la zona sotto controllo, consentendo alla flotta il passaggio sicuro fra Seddulbahir e Kum Kale.
La sera del 26 aprile, oltre 30.000 soldati alleati avevano ormai preso terra, anche se a costo di perdite piuttosto consistenti. Gli inglesi non seppero però approfittare dell’occasione e preferirono trincerarsi, anche perché avevano frainteso le notizie riferite dai prigionieri turchi relative alla presenza di forti contingenti nemici a sud della penisola. In realtà in tutta la zona di Capo Helles (compresi i villaggi di Kritia e le alture di Aci Baba) non era presente più di un migliaio di soldati turchi e quindi i britannici avrebbero potuto agevolmente conquistare già il primo giorno i due obiettivi. Il 27 aprile, von Sanders inviò ad Aci Baba alcuni contingenti misti turco-tedeschi (facenti parte della Nona Divisione), muniti di mitragliatrici, agli ordini del colonnello Hans Kannengiesser. E a nulla valsero i tentativi di avanzata condotti dai 14.000 britannici che dalle spiagge di Capo Helles cercavano di farsi strada verso Aci Baba.
Confortato da questo primo parziale successo tattico, il 30 aprile il ministro della Guerra Enver Pascià ordinò a von Sanders di ricacciare in mare gli invasori. Compito che data l’esiguità degli effettivi a disposizione si rivelò inattuabile. Dal canto suo, il 3 maggio Kitchener dichiarò al consiglio di Guerra inglese di essere ancora in grado - nonostante la battuta di arresto di Aci Baba - di sfondare le linee di difesa ottomane. Valutazione destinata a rivelarsi azzardata. Lo stesso giorno, infatti, i turchi lanciarono un violentissimo attacco che venne contenuto a stento dalle truppe dell’Intesa.
Dopo una pausa di alcuni giorni, il 6 maggio, un contingente anglo-francese di 25.000 uomini appoggiato da 105 cannoni pesanti tentò un nuovo assalto contro Aci Baba, con l’intento di conquistare almeno il villaggio di Kritia. Ma l’attacco si risolse in un disastro, in quanto le truppe furono respinte dalla fiera reazione dei battaglioni al comando del colonnello Weber.
A causa dei tentennamenti del Comando inglese, della disorganizzazione dei reparti, della confusione che si venne a creare durante le prime operazioni di assestamento sulla stretta spiaggia, il corpo di spedizione si ritrovò presto in una grave situazione di stallo. Gli ottomani, che disponevano a protezione di quel tratto di costa di diverse fortificazioni arretrate, munite di numerosi cannoni di medio e grosso calibro, iniziarono infatti a bersagliare l’esigua striscia di sabbia ingombra fino all’inverosimile di uomini, quadrupedi e di cataste di rifornimenti, provocando larghi vuoti.

IL CONTRIBUTO AUSTRALIANO E NEO-ZELANDESE
Gli obiettivi delle forze dell’ANZAC erano rappresentati dal Colle Corazzata, da Chunukbahir, , da Koja Cemen Tepe, dai colli Q, “60” e Scimitarra e - in misura minore - dalle alture di Tekke Tepe. In seconda battuta le forze australiane avrebbero dovuto conquistare la località di Boghali e l’altura di Mal Tepe per poi discendere verso il mare. Ma le cose non andarono secondo i piani. Pur non avendo riscontrato eccessivi problemi durante le operazioni di sbarco, le truppe australiane vennero in seguito inquadrate dalle artiglierie ottomane piazzate sulla cima di Chunukbahir. Sfidando il fuoco nemico, i reparti britannici si avventarono comunque contro la batteria nemica - che nel frattempo stava terminando le sue scorte di munizioni - giungendo a tiro di fucile. Fu soltanto grazie al provvidenziale intervento di un reparto al comando dello stesso Kemal che i turchi riuscirono a respingere all’ultimo minuto la puntata nemica. Con appena 200 soldati, Kemal imbastì una linea difensiva e nel contempo richiese immediati rinforzi. Questi ultimi sopraggiunsero dal versante orientale di Chunukbahir dov’era dislocato il migliore reggimento della Diciannovesima Divisione. Per sostenere la difesa di Chunukbahir, Kemal fu inoltre costretto a richiamare dalla zona di Boulair altri tre reggimenti, uno turco e due composti da elementi arabi.
A tarda notte gli australiani, ormai decimati, si ritirarono e anche ai turchi non rimase che contare le proprie perdite. Nello scontro i due reggimenti arabi avevano perso la quasi totalità dei loro effettivi.
Impressionato dalla feroce resistenza turca, il generale William Birdwood, comandante dei reparti australiani e neozelandesi, comunicò a Hamilton che forse sarebbe stato meglio abbandonare la testa di ponte, ma quest’ultimo rispose che non era possibile. Hamilton ordinò a Birdwood di fare trincerare le sue truppe lungo i crinali e di attendere fiducioso l’esito della manovra offensiva inglese a Capo Helles. E mentre gli incerti generali discutevano se ritirare o no il corpo di spedizione, anche i vertici della flotta dell’Intesa davano anch’essi prova di altrettanta insicurezza, impartendo alle proprie unità ordini non sempre lineari. Nelle acque dei Dardanelli la flotta inglese stava, infatti, operando in maniera abbastanza inconcludente, cogliendo soltanto alcuni parziali successi. La notte del 30 aprile, la corazzata inglese Nelson bombardò pesantemente Canakkale e il giorno successivo un sommergibile inglese - superate le difese degli stretti - riuscì ad affondare il grosso piroscafo turco Guj Jemal, causando la morte o il ferimento di ben 6.000 soldati che aveva a bordo.

In quei giorni, Winston Churchill venne informato dal fratello Jack - presente sul fronte in qualità di ufficiale dello Stato Maggiore di Hamilton - che la campagna dei Dardanelli si stava trasformando, al pari di quella in corso sul fronte occidentale, in una sanguinosa, dispendiosa ed incerta guerra di trincea. L’unica buona notizia che Jack poté fornire a Winston fu quella relativa alla conquista di Capo Tekke, effettuata il 12 maggio dai reparti gurka. Troppo poco, soprattutto a fronte delle sempre crescenti controffensive nemiche. Il 19 maggio, sulle alture sovrastanti la testa di ponte di Ari Burnu, 17.000 soldati australiani e neozelandesi respinsero a malapena e a costo di gravi perdite un massiccio attacco condotto da ben 40.000 soldati turchi. Il 24 maggio, al termine di una furibonda battaglia, gli australiani e i neozelandesi si accordarono con il nemico per una tregua straordinaria di 10 giorni che permise agli ottomani di dare sepoltura a 3.000 dei loro caduti.
Il pessimo andamento della campagna fu la causa principale dell’esonero di Winston Churchill dal dicastero della Marina. Il 19 maggio, a Londra, venne annunciata la formazione del nuovo esecutivo nel quale i liberali avrebbero condiviso la responsabilità di governo con i conservatori e i laburisti. A Churchill fu affidato l’incarico, assai meno prestigioso, di cancelliere del Ducato di Lancashire (un ministero senza portafoglio), pur consentendogli di continuare a fare parte del Consiglio di Guerra.
Il 4 giugno, 30.000 soldati inglesi e francesi tentarono, per la terza volta, di espugnare la posizione fortificata di Aci Baba, ma dopo qualche successo iniziale furono costretti a ripiegare, subendo perdite gravissime. Soltanto il reggimento dei Lancashire Fusiliers riuscì a spingersi fino alle porte di Kritia, senza però approfittare della situazione. Il generale inglese Hunter-Weston stornò infatti parte dei suoi reparti per andare a dare man forte alle forze francesi in difficoltà. A fine giornata, le truppe di Hunter-Weston si trovarono attestate ad appena 500 metri dalle trincee dalle quali erano partite. Il bilancio della terza battaglia di Kritia fu pesantissimo. Gli inglesi persero 4.500 uomini, i francesi 2.000 e i turchi 9.000. Aci Baba rimaneva in mano turca. Il 28 giugno, volendo sbloccare la situazione, Kemal Pascià tentò addirittura una controffensiva generale per ricacciare in mare le truppe britanniche. Radunato un reggimento composto da reparti freschi appena giunti dalle retrovie, Kemal lo scagliò contro le trincee del nemico. E la battaglia che seguì risultò una delle più cruente dell’intera campagna. A costo di perdite severissime, i britannici tennero duro, vanificando lo sforzo del nemico che, alla fine, venne costretto a retrocedere. Umiliato da quel fallimento, Kemal decise di rassegnare le dimissioni, ma il generale von Sanders, che conosceva bene il valore dell’ufficiale, le respinse con fermezza.
In concomitanza con il fallito attacco turco, i britannici passarono all’offensiva a Capo Helles, tentando di strappare Kritia ai turchi. L’azione venne coperta dall’ANZAC che scatenò un simultaneo attacco diversivo dal Tasman Post in direzione della posizione denominata Pino Solitario. Pur non riuscendo a raggiungere l’obiettivo, un reparto inglese composto da elementi della 29ma e 52ma Divisione riuscì comunque ad avanzare per circa un chilometro lungo la Fossa di Gully, trincerandosi. Fatto oggetto di diversi contrattacchi turchi il contingente inglese mantenne la posizione, anche se un battaglione ottomano riuscì ad incunearsi tra la prima linea e le trincee di rifornimento, venendo però successivamente sopraffatto.
Verso i primi di luglio - secondo un recente studio dello storico israeliano Yigal Sheffy dell’Università di Tel Aviv - Churchill, preoccupato per i possibili contraccolpi negativi derivanti da un’eventuale fallimento dell’impresa, avrebbe proposto di utilizzare i gas contro le postazioni turche della penisola di Gallipoli. Proposta che tuttavia, verso la fine del mese di luglio, il Consiglio di Guerra britannico preferì accantonare nel timore di una violenta rappresaglia chimica turca nella Baia di Suvla: azione che avrebbe arrecato all’armata australiana e neozelandese, ancora ammassata su questa spiaggia, perdite spaventose.
Per cercare di scalzare i turchi dalle alture di Chunukbahir e Koja Cemen Tepe, il 6 agosto, la marina inglese sbarcò a Suvla numerosi contingenti, ai quali venne affidato il compito di ricongiungersi con le truppe australiane e neozelandesi della Baia Anzac. Questa operazione venne accompagnata da due manovre diversive. La prima si svolse in località Pino Solitario, sulle scogliere sovrastanti la rada e si risolse in una delle più feroci battaglie dell’intera campagna che costò agli australiani e ai neozelandesi 1.700 fra morti e feriti e ai turchi ben 4.000. La seconda azione fu invece attuata a Capo Helles, dove l’attacco britannico in direzione di Kritia e delle alture di Aci Baba venne però respinto dagli ottomani al termine di uno scontro che si concluse con la perdita di 3.480 soldati inglesi e 7.510 turchi.
Secondo i piani del Comando inglese, l’attacco a Capo Helles doveva anche servire per distogliere l’attenzione del nemico da Ari Burnu, e per consentire ai 16.000 australiani della Baia Anzac di levarsi dalla loro scomoda posizione. Appena in grado di liberarsi dalla “sacca”, essi avrebbero dovuto avanzare rapidamente verso nord, lungo il litorale che conduceva alla Baia di Suvla, convergendo quindi verso l’interno per andare a conquistare l’importante altura di Koja Cemen Tepe: posizione che era presidiata - a totale insaputa dei britannici - dalla Nona Divisione turca al comando del colonnello tedesco Kannengiesser. Questa unità, precedentemente posizionata a Capo Helles, nel frattempo si era infatti spostata verso nord per dare manforte ai difensori di Koja Cemen Tepe e di Pino Solitario.
Temendo l’iniziativa nemica, Liman von Sanders rinforzò ulteriormente gli effettivi a presidio della cima, inviandovi due reggimenti di riserva. E grazie a questa manovra, Koja Cemen Tepe rimase in mano ottomana, anche se più a sud un battaglione neozelandese riuscì a raggiungere Chunukbahir senza incontrare seria resistenza. Poche ore dopo però i reparti turchi appostati sul Colle Q e sul Colle Corazza iniziarono a bersagliare con mitragliatrici ed artiglieria il reparto neozelandese, costringendolo a ritirarsi e a trovare rifugio in una gola.
Il 9 agosto una piccola unità composta da soldati inglesi e gurka tentò un nuovo attacco alla baionetta contro le difese di Koja Cemen Tepe, riuscendo con grande fatica a raggiungere le prime trincee. Improvvisamente, nel momento in cui il reparto stava per avere la meglio sugli ottomani, le navi inglesi alla fonda davanti alla costa aprirono il fuoco contro la postazione, credendola ancora in mano nemica, provocando una strage di soldati indiani. Sempre nel corso della stessa giornata, i neozelandesi guadagnarono la cima di Chunukbahir, ingaggiando un violento ed incerto scontro con le truppe ottomane al comando di Kemal. Dalla vetta, alcuni soldati britannici riuscirono a scorgere in lontananza le acque degli Stretti.
Preoccupato per l’evolversi della situazione, il Comando Supremo turco consigliò a Kemal di abbandonare le posizioni e di arretrare lungo il pendio orientale. Ma il condottiero - che pochi giorni prima aveva ottenuto la nomina a colonnello e la Croce di Ferro di prima classe - rifiutò di ritirarsi, incitando il suo ormai logoro reparto a contrattaccare alla baionetta il nemico. Galvanizzati dal loro comandante, i turchi aggredirono e respinsero con la forza della disperazione i neozelandesi, riversandosi poi giù per la scarpata fino al pianoro chiamato La Fattoria. Ma proprio quando la vittoria sembrava arridere agli ottomani, improvvisamente un reparto neozelandese contrattaccò gli esausti uomini di Kemal, costringendoli a ritirarsi a Chunukbahir. Per questa brillante anche se non completamente fortunata operazione, il valoroso Kemal Pascià venne promosso generale.
Dopo lo sbarco del 6 agosto, nella Baia di Suvla gli inglesi avevano dispiegato 25 battaglioni, a fronte dei quali i turchi, per alcuni giorni, non poterono che opporne tre, asserragliati sulle alture che dominavano la baia. Ma nonostante la superiorità numerica i britannici non ne approfittarono, dando così il tempo al nemico per fare affluire dalle retrovie nuovi rinforzi. “Provammo tutti la sensazione – annotò nelle sue memorie il generale von Sanders – che i comandanti inglesi, anziché approfittare della superiorità numerica ed avanzare, indugiassero troppo a lungo sulla spiaggia”. “Il 7 e l’8 agosto – rincarò la dose il generale di brigata inglese Aspinall-Oglander – il 9° Corpo d’Armata perse troppo tempo e quindi la possibilità di conquistare con il minimo sforzo i suoi obiettivi”.
A peggiorare ulteriormente la già precaria situazione delle truppe dell’Intesa, proprio in quei giorni, ci pensò l’aviazione tedesca che, da un campo situato nei pressi di Canakkale, iniziò ad utilizzare un’intera squadriglia di ricognitori Rumpler per dirigere e correggere il tiro delle batterie turche che facevano fuoco sulle teste di ponte britanniche.
Il 9 agosto, i britannici riuscirono, al termine di un furibondo assalto, a strappare ai turchi il Colle Scimitarra. Ma come si era già verificato in altre occasioni analoghe, anche questa volta un contrattacco ottomano, condotto con l’appoggio dell’artiglieria, costrinse gli inglesi ad abbandonare la posizione e a ritirarsi. Durante i quattro giorni di combattimenti che si svolsero nell’area di Suvla e di Chunukbahir, i reparti inglesi, australiani e neozelandesi, componenti una forza complessiva di circa 50.000 unità, lamentarono 2.000 caduti e 10.000 feriti. E al termine di quegli scontri oltre 22.000 furono gli uomini che dovettero essere evacuati dai mezzi navali che in seguito li trasferirono negli ospedali di Port Said e di Malta. Ma la carneficina dei Dardanelli non accennava a concludersi, anche per la sostanziale indecisione che regnava tra gli alti gradi del Comando dell’Intesa.
A dimostrazione della grande confusione che ormai regnava in quel periodo nel Corpo di spedizione britannico, basti notare che il 12 agosto, l’intero 5° reggimento Norfolk, facente parte della 54ma Divisione, sparì nel nulla durante un’azione di avanscoperta in territorio nemico. E le inchieste che si susseguirono non portarono ad alcun chiarimento circa l’incredibile fatto. Negli anni Venti, qualcuno azzardò addirittura l’ipotesi - alquanto balzana - che il grosso reparto fosse stato “rapito” da astronavi extraterrestri. Anche se, molto più verosimilmente, appare probabile che il 5° reggimento sia stato interamente catturato e massacrato dai turchi nelle retrovie.
Il 13 agosto, i britannici tentarono un nuovo attacco dall’estremità della Baia di Suvla per tentare di raggiungere il crinale di Anafarta, ubicato sotto la collina di Tekke Tepe. Ma anche questo ennesimo tentativo offensivo abortì quasi sul nascere, a causa della violenta reazione ottomana. Il giorno seguente, la Quinta Divisione turca agli ordini del maggiore Willmer passò al contrattacco, costringendo le fanterie britanniche ad abbandonare tutto il poco terreno da esse conquistato e a ripiegare sulle posizioni di partenza. Quasi per una forma di reazione meccanica, il 15 dello stesso mese gli inglesi tentarono nuovamente di guadagnare le alture sovrastanti la Baia di Suvla, e dopo otto ore di combattimenti riuscirono a fare arretrare i turchi che, come da copione, con uno dei loro improvvisi e selvaggi contrattacchi ricacciarono indietro il nemico.

I COMANDI SUPREMI INGLESE E FRANCESE CHIEDONO ALLA RUSSIA UN MAGGIORE IMPEGNO MILITARE
Per le forze dell’Intesa inchiodate ai Dardanelli le possibilità di una rapida e vittoriosa soluzione della campagna iniziavano a svanire. Britannici e francesi chiesero pertanto alla Russia una maggiore partecipazione militare, allo scopo di alleggerire la pressione ottomana sulla testa di ponte.
Pur essendo già molto impegnato sul fronte caucasico e nella Persia settentrionale, dove fino dall’inizio del conflitto operava un intero corpo d’armata, il Comando Supremo zarista fece muovere la flotta del Mar Nero, che già in precedenza aveva conseguito diversi successi. Nell’estate del 1915, la squadra russa (composta da cinque corazzate, due incrociatori e dieci cacciatorpediniere) effettuò numerose incursioni lungo la costa anatolica, cannoneggiando e danneggiando diverse postazioni ottomane situate sulla sponda nord del Bosforo. Questa volta, però, le operazioni provocarono una pronta ed energica reazione dei turchi. Nel corso di un bombardamento contro un forte del Bosforo, l’incrociatore Yavuz intervenne con decisione colpendo e affondando due cacciatorpediniere russi e obbligando la squadra zarista a rifugiarsi ad Odessa. Successivamente, la Marina russa impiegò un certo numero di navi porta-idrovolanti effettuando attacchi a distanza contro installazioni e depositi litoranei e mantenendo le proprie unità fuori dalla portata delle batterie costiere turche.
Si dovette tuttavia attendere il 1916, perché i russi potessero disporre di aerei sufficientemente moderni, atti ad effettuare missioni a largo raggio. Nell’estate del ‘16, alcune navi porta-idrovolanti russe - equipaggiate con aerei Curtiss di fabbricazione americana, e Grigorovich di produzione nazionale - portarono a compimento diverse incursioni su Trebisonda e sul Bosforo. Temendo però improvvisi attacchi contro le proprie basi da parte di unità turche sfuggite al controllo aereo, il Comando russo dislocò anche cinque distaccamenti di idrovolanti da ricognizione e bombardamento a difesa dei porti di Sebastopoli, Kerch, Poti e Tarkhankut.
Nel complesso, quasi tutte le operazioni condotte dalle forze aeronavali zariste conseguirono i loro scopi, anche se nel quadro generale delle operazioni, questo sforzo non risultò comunque sufficiente a distogliere l’attenzione del Comando ottomano dal fronte dei Dardanelli, dando la possibilità alle truppe di terra britanniche e francesi di tirare il fiato. Oltre a subire costanti e gravi perdite su quest’ultimo fronte, nell’estate del 1915 le forze navali dell’Intesa furono anche costrette a fronteggiare la crescente minaccia dei sommergibili tedeschi. Il 13 agosto, nelle acque dell’isola di Coo, un U-Boot silurò ed affondò il grosso piroscafo britannico Royal Edward di 11.000 tonnellate, carico di truppe, causando la perdita di 500 fra marinai e soldati.

PROSEGUE IL CALVARIO DELLE FORZE DI TERRA DELL’INTESA IMPEGNATE SUI DARDANELLI
Il 14 agosto, Kitchener fu messo al corrente da Hamilton circa il fiasco britannico di Suvla e, più in generale, sulla ormai critica situazione nella quale si erano venute a trovare le divisioni dell’Intesa bloccate sulle teste di ponte dei Dardanelli. E il ministro della Guerra non ebbe difficoltà nell’individuare i presunti colpevoli del disastro. Tralasciando le gravissime responsabilità dei fautori dell’intera operazione, Kitchener se la prese aspramente con i comandanti di reparto, minacciando severi provvedimenti. Le accuse del ministro erano in realtà giustificate, ma nel contesto di un’operazione concepita male e condotta peggio, apparivano abbastanza pretestuose. Ma per dare un’idea del caos che effettivamente regnava tra gli alti e medi gradi britannici impegnati nella fornace dei Dardanelli, basti pensare che nella prima metà di agosto, gli ufficiali della 53ma divisione gallese sbarcata sul suolo ottomano, si “scordarono” a bordo delle navi da carico l’intero parco artiglieria, le salmerie e perfino i reparti sanitari. L’episodio, sommato a molti altri, mandò su tutte le furie il ministro della Guerra. “Sto compiendo tutti i passi necessari per sostituire i generali colpevoli di questo disastro” scrisse Kitchener a Churchill. E così fece.
Il 16 agosto 1915, il ministro rimosse dal loro incarico il generale Stopford (comandante del 9° Corpo d’armata) e due dei suoi generali di divisione (Hammersley della 11ma e Lindley della 53ma). Mentre il generale Mahon della 10ma divisione irlandese rassegnò egli stesso le dimissioni prima di venire liquidato.
Nonostante l’inevitabile confusione provocata dalla raffica degli esoneri, il 21 agosto, a Suvla gli inglesi lanciarono un’ultima offensiva contro le colline di Chunukbahir, il Colle 60 e il Colle Scimitarra, capisaldi contro i quali, due settimane prima, si erano infranti tutti i tentativi di sfondamento. L’attacco a Colle Scimitarra, difeso da un forte contingente turco formato da diverse migliaia di soldati armati di mitragliatrici e cannoni da campagna, venne condotto da ben quattro divisioni britanniche, appoggiate dal fuoco dei grossi calibri di quattro incrociatori inglesi. Al comando dell’operazione venne posto il generale Lord Longford, che volle condurre personalmente l’operazione, seguito da tutti i suoi ufficiali della 87ma brigata. Pochi minuti dopo l’inizio dell’assalto, Longford cadde a terra falciato dal tiro nemico: sorte che toccò al 50 per cento degli effettivi dei reparti. La missione si risolse in un totale fallimento, rivelandosi forse la più inutile battaglia dell’intera campagna. Nelle sue memorie, lo stesso generale von Sanders definirà lo scontro come il “più accanito e sanguinoso di tutto il ciclo operativo sugli Stretti”. Dei 14.300 uomini che parteciparono all’attacco, ben 5.000 caddero sotto il fuoco dei turchi che, dal canto loro, persero circa 2.500 uomini. “Non mi rimane che restare sulla difensiva” telegrafò il 23 agosto Hamilton al ministro della Guerra, aggiungendo che avrebbe rinunciato definitivamente ad attaccare il Colle 60, ormai ritenuto inespugnabile.

L’OFFENSIVA DELL’INTESA NEI DARDANELLI SI ARENA DEFINITIVAMENTE
Non sapendo più che pesci pigliare, Kitchener - che pur continuava a manifestare un certo ottimismo circa le sorti della campagna, soprattutto all’indomani della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Turchia (14 agosto 1915) - decise di affidare il comando delle forze dislocate a Suvla al generale Julian Byng, un veterano del fronte occidentale. Ma anche Byng dimostrò di potere fare ben poco rispetto al suo predecessore, anche a causa di una buona dose di sfortuna. Proprio pochi giorni dopo il suo arrivo sul suolo turco, infatti, tra le truppe britanniche scoppiò una violenta epidemia di tifo intestinale che mise fuori combattimento un terzo delle già malconce divisioni britanniche. E il 29 agosto, una granata tedesca da 150 millimetri centrò in pieno un grosso recinto per quadrupedi situato sulla spiaggia di Suvla, uccidendo ben 113 muli.
Byng confidò ad Hamilton che ogni ulteriore tentativo di sfondamento sarebbe stato possibile soltanto con un concorso maggiore dell’artiglieria. E Hamilton, a questo proposito, commentò sarcastico: “Se Byng, abituato come è alle grandi disponibilità del fronte francese, conta sull’arrivo a Suvla di nuova artiglieria, sarà costretto ad attendere il giorno del giudizio”. Ironia a parte, Hamilton non sbagliava. Il Comando Supremo dell’Intesa non aveva infatti più alcuna intenzione di buttare altre forze nell’inutile calderone dei Dardanelli.
Alla fine di settembre, il commodoro inglese Roger Keyes, comandante della flotta dei Dardanelli, propose un nuovo piano per forzare gli Stretti: un progetto realizzabile, secondo il parere dell’alto ufficiale, dalla sola marina militare. Ma questa idea venne respinta dallo stesso Ammiragliato britannico, suscitando l’irritazione di Churchill. “La nostra flotta - annotò quest’ultimo nelle sue memorie - continua a rimanere inattiva nei Dardanelli, mentre le armate francesi e inglesi si stanno dissanguando in Francia, a Loos e nella Champagne contro i tedeschi”.
Nel frattempo a Gallipoli il clima, la carenza di acqua e le malattie stavano stremando a tal punto le forze britanniche che la marina era costretta a reimbarcare una media giornaliera di 400 tra feriti e malati: uno stillicidio che i comandi inglesi reputavano ormai insostenibile. Nella seconda metà di ottobre, Londra iniziò a prendere in esame l’abbandono della penisola turca. Sostituito il generale Hamilton, il suo successore, Sir Charles Monro, iniziò a pianificare l’evacuazione della testa di ponte britannica. Il 28 ottobre, poco dopo il suo arrivo al fronte, Kitchener gli chiese di esaminare attentamente la situazione e di valutare l’opportunità di mantenere un’armata a Gallipoli. Il 31 ottobre, dopo essersi consultato con tutti i responsabili dei reparti operativi, il generale Monro comunicò a Kitchener di non reputare più opportuna la presenza di nemmeno un soldato britannico, auspicando un’immediata ritirata.
Il parere di Monro, condiviso da Byng, venne però criticato dal generale Birdwood, comandante del corpo australiano e neozelandese, che, nonostante le spaventose perdite subite negli ultimi mesi dai suoi uomini, si dichiarò ancora possibilista. In ogni caso Kitchener aveva comunque deciso: l’armata si sarebbe ritirata. Pochi giorni più tardi, il generale Monro venne trasferito d’urgenza sul nuovo fronte di Salonicco e l’incombenza dell’evacuazione toccò proprio al generale Birdwood che, il 4 novembre, tentò comunque di organizzare un’ultima offensiva, utilizzando addirittura i gas (ai primi di novembre, era infatti giunto nelle acque della penisola un piroscafo britannico con a bordo un reparto scelto chimico e circa 6.000 bombole per un totale di circa 200 tonnellate di cloro). Ma il Comando Supremo, come in passato, cassò l’iniziativa.

L’ARMATA DELL’INTESA SI RITIRA
L’11 novembre, Kitchener sollecitò Birdwood a proseguire con il piano di evacuazione del contingente britannico: operazione che si svolse in circostanze difficili se non addirittura drammatiche. Il 27 novembre, un violentissimo nubifragio inondò tutti gli accampamenti britannici, causando l’annegamento di oltre 100 soldati. Nei giorni seguenti, la temperatura precipitò ben al di sotto dello zero e la zona venne spazzata da una tremenda bufera di neve. L’anomala ondata di freddo glaciale provocò tra le truppe britanniche ben 12.000 casi di congelamento.
Incredibilmente, il 2 dicembre, Londra avanzò l’assurda richiesta di un ultimo attacco, ordinando nel frattempo il trasferimento di quattro divisioni dal fronte di Salonicco a Suvla. Sconcertato da questa richiesta, il generale Byng rispose negativamente, aggiungendo che aveva già impartito precise e irrevocabili disposizioni per il ritiro di tutto il contingente britannico. L’8 dicembre iniziò l’evacuazione della Baia Anzac e di quella di Suvla. Nell’arco di dodici giorni vennero reimbarcati 83.048 soldati, 4.695 tra cavalli e muli, 1.718 automezzi e 186 cannoni di grosso calibro.
L’impegnativa, sanguinosa ed inutile campagna stava per terminare. Nel corso delle operazioni di disimpegno, l’aviazione inglese cercò di proteggere le unità navali, cariche di truppe e di mezzi, dall’insidia degli U-Boot tedeschi e dalle unità turche. I nuovi aerosiluranti inglesi Short 184 appoggiati dalla porta-idrovolanti Ark Royal riuscirono ad affondare una nave ottomana e a danneggiare un sommergibile germanico.
Il completo fallimento dell’Operazione Gallipoli fece molto scalpore e provocò la caduta del governo inglese presieduto da Herbert Asquith, al quale subentrò David Lloyd Gorge.


BIBLIOGRAFIA

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Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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