OPERAZIONI
TERRESTRI E NAVALI ITALIANE
NEL DODECANESO E IN EGEO (1912)
di
Alberto Rosselli
Come
scrisse nelle sue memorie il generale Giovanni Battista
Ameglio, nel quadro delle operazioni della Guerra
Italo-Turca del 1911-12, "l’occupazione
italiana delle Isole Sporadi meridionali (il Dodecaneso)
rappresentò - nella storia militare d’Italia
- la prima importante (e riuscita) operazione combinata
fra truppe di terra e di mare". Opinione,
quest’ultima, globalmente condivisa successivamente
da illustri studiosi tra cui il Prof. Mariano Gabriele,
esperto di storia navale ed autore dell’eccellente
La Marina nella Guerra
Italo-Turca (edito dall’Ufficio
Storico della Marina Militare). La conquista del Dodecaneso,
le rilevanti implicazioni di carattere politico e
diplomatico (vedi l’ostilità dell’Austria-Ungheria
e la diffidenza dell’Inghilterra e della Francia
nei confronti di un’espansione italiana nell’Egeo)
e le non irrilevanti difficoltà tecniche e
logistiche che caratterizzarono questa complessa e
per molti versi delicata opzione militare, confermarono
in effetti il raggiungimento di un’intesa e
di uno standard di cooperazione tra le forze della
Marina e dell’Esercito che mai si era potuto
scorgere nel corso delle precedenti avventure belliche
italiane.
La campagna del Dodecaneso altro non fu che la logica
estensione del conflitto scatenatosi tra Italia e
Turchia in seguito all’occupazione da parte
della prima della Libia, l’ultima regione dell’Africa
Settentrionale ancora soggetta alla sovranità
della Sacra Porta. In seguito allo sbarco in Libia
e alle inaspettate difficoltà incontrate dal
nostro Corpo di Spedizione nel conquistare i punti
chiave della Tripolitania e della Cirenaica (come
è noto, la reazione delle tribù libiche,
armate e fiancheggiate da un folto numero di consiglieri
militari turchi rese molto complessi il consolidamento
e la penetrazione delle colonne all’interno
del territorio), indussero il Comando Supremo Italiano
ad effettuare, tramite l’apporto della Marina
Militare, una serie di operazioni contro le forze
ottomane lungo le coste del Libano, nel Mar Rosso
e nell’Egeo settentrionale, centrale e meridionale.
Ma se le operazioni italiane nel Mar Rosso e lungo
la costa libanese suscitarono soltanto l’insofferenza
da parte dei governi di Londra e Parigi (l’Inghilterra,
in considerazione della sua presenza a Suez e a Aden,
considerava il Mar Rosso come una zona nevralgica;
mentre la Francia rivendicava antichi e mai rinunciati
"privilegi" sulla costiera libanese ed in
modo particolare sulle città di Beirut e Tripoli),
quelle contro i Dardanelli e le isole turche dell’Egeo
rischiarono di compromettere seriamente i rapporti
con l’Austria, deteriorando anche quelli con
molte altre nazioni che temevano una chiusura da parte
dei turchi degli Stretti: iniziativa che la Sacra
Porta mise poi in pratica.
Fino dai primi mesi di guerra, il Comando Supremo
Italiano aveva già preso in esame eventuali
azioni offensive contro le isole dell’Egeo:
opzione che con il passare dei mesi ed in seguito
alla coriacea resistenza delle forze senusse in territorio
libico divenne prioritaria, nonostante il parere contrario
espresso da alcuni alti ufficiali. Nel novembre 1911,
il capo di Stato Maggiore, ammiraglio Rocca Rey e
il generale Alberto Pollio, avevano infatti dichiarato
che un’occupazione delle isole dell’Egeo
era fattibile, ma probabilmente non decisiva ai fini
di una rapida risoluzione del conflitto. I due ufficiali
sottolinearono, infatti, le numerose difficoltà
tecniche che sia la flotta che l’esercito avrebbero
dovuto affrontare, evidenziando nel contempo lo scarso
valore economico e bellico di isole come Rodi, Stampalia
e Scarpanto. Tuttavia, ai primi di aprile del 1912,
il Governo italiano - preoccupato dal protrarsi della
resistenza ottomana - decise, nonostante le riserve
di Rey, di preparare il terreno all’operazione.
E alla fine del marzo 1912, dopo avere convinto il
kaiser Guglielmo II (al quale premeva l’imminente
ratifica del terzo trattato della Trilpice Alleanza
tra Italia-Germania-Austria) circa l’opportunità
di convincere Vienna ad ammorbidire il suo atteggiamento
nei confronti di un’eventuale espansione italiana
in Egeo meridionale, Vittorio Emanuele III e i vertici
militari diedero il via ad una serie di operazioni
navali e di sbarco in Egeo. Manovre che avevano come
scopo primario quello di costringere la Sacra Porta
a fare cessare la resistenza in Libia e ad accettare
di buon grado la sua stabile occupazione da parte
dell’Italia. Va infatti notato che, secondo
i piani di Roma, la conquista delle Sporadi meridionali
(altre operazioni italiane contro le isole turche
dell’Egeo centrale erano state soggette al veto
più assoluto da parte di Berlino, Vienna, ma
anche da parte di Francia ed Inghilterra) avrebbe
assunto un carattere "temporaneo", in quanto
si pensava di restituire le isole all’Impero
Ottomano allorquando fosse cessata ogni resistenza
in Libia.
Il 24 aprile 1912, l’ammiraglio Paolo Thaon
di Revel - dopo essersi consultato due giorni prima
con l’ammiraglio Ernesto Presbitero - insistette
presso il ministero della Marina circa l’urgenza
di un’occupazione non soltanto di Rodi, ma anche
delle isole di Stampalia e di Lemno. Revel reputava
che l’Italia avrebbe dovuto spostare con determinazione
il baricentro delle sue forze nell’Egeo per
effettuare una più efficace pressione militare
e diplomatica sul governo di Costantinopoli, già
scosso dal bombardamento e dall’attacco ai forti
degli Stretti effettuato il 19 aprile alle navi di
linea Benedetto Brin, Saint
Bon, Emanuele Filiberto, Regina Margherita
e dagli incrociatori Ferruccio,
Amalfi e Pisa e da quello, tentato il
giorno precedente, dalle torpediniere Climene,
Pegaso, Perseo e Procione, scortate dall’incrociatore
Pisani e Coatit
e dai caccia Nembo e Turbine.
Il 28 aprile, unità italiane effettuarono un
rapido sbarco a Stampalia, non riscontrando da parte
turca alcuna resistenza. Il primo passo era stato
compiuto. Accolti tutti i suggerimenti dell’ammiraglio
Revel, ad esclusione di quello concernente la conquista
di Lemno (operazione che avrebbe suscitato violente
e pericolose reazioni internazionali), il Comando
Supremo italiano diede il suo definitivo assenso alla
presa di Rodi e delle Sporadi meridionali. Secondo
le informazioni in possesso degli italiani, la guarnigione
turca dell’isola risultava composta da 5.000
effettivi di cui 3.000 regolari, con a disposizione
almeno dieci pezzi d’artiglieria di medio-grosso
calibro. Ma come in seguito fu possibile constatare,
le difese di Rodi non superavano i 1.300 uomini, con
una disponibilità di appena tre o quattro vecchi
cannoni.
Per l’attuazione di questa operazione che, indipendentemente
dalla reale consistenza delle forze nemiche, avrebbe
comunque comportato uno sforzo logistico non indifferente,
Roma previde l’impiego, oltre alla flotta, di
due reggimenti di fanteria (il 34° e il 57°)
concentrati a Tobruk, rinforzati da due battaglioni
tratti dal 4° reggimento bersaglieri, da un battaglione
di alpini, da 4 batterie d’artiglieria (2 da
campagna da 75 mm. e due da montagna da 70 mm. per
un totale di 20 pezzi), da 2 sezioni di mitraglieri
(equipaggiati con Vickers
Maxim) e da alcuni plotoni del genio,
della sanità e delle trasmissioni. Il contingente,
che ammontava a circa 9.000 tra ufficiali e soldati,
venne posto al comando del tenente generale Giovanni
Battista Ameglio che, il 12 marzo, nei pressi di Bengasi,
aveva respinto e battuto nello scontro delle Due Palme
un forte contingente senusso. La squadra navale alla
quale sarebbe spettato il compito di trasportare e
scortare dalla Libia a Rodi il Corpo di spedizione
venne affidata al vice ammiraglio Marcello Amero d’Aste
Stella. Il 22 aprile, il generale Alberto Pollio conferì
ad Ameglio "la più
ampia libertà di azione",
indicando però nella baia di Trianda, situata
ad ovest di Rodi, la località più adatta
per lo sbarco del contingente. Tuttavia, proprio in
virtù delle felici caratteristiche dell’area
prescelta (la vicinanza al capoluogo e la presenza
di un’ampia spiaggia), Amero ipotizzò
la presenza in loco e lungo la strada Trianda-Rodi
di forti concentramenti di truppe nemiche: eventualità
che indusse l’ammiraglio a suggerire al collega
di scegliere un altro punto di sbarco. Verso la fine
di aprile, presso il Quartiere generale della Spedizione
di Tobruk, Ameglio e Amero apportarono una modifica
al piano, decidendo per uno sbarco a Kalitea, località
non distante dal centro abitato di Rodi, ma situata
sul versante opposto a quello di Trianda. L’operazione
scattò il 2 maggio, quando da Tobruk salpò
un grosso convoglio italiano, con a bordo le truppe
e tutti i materiali, formato dai piroscafi Sannio,
Europa, Verona, Toscana, Bulgaria, Cavour e Valparaiso.
La scorta a queste unità era garantita dalle
navi da battaglia della 2° Divisione della Prima
Squadra (Regina Margherita,
Luigi Filiberto, Benedetto Brin e Saint Bon)
e da un gruppo di siluranti. Era previsto che, durante
la fase di sbarco, un altro gruppo di torpediniere
avrebbe dovuto proteggere i piroscafi e le truppe
da eventuali risposte nemiche, sia dal versate di
terra che dal mare. Il piano contemplava poi un’altra
serie di manovre atte a distogliere l’attenzione
dei turchi dal lido di Kalitea. L’incrociatore
ausiliario Duca di Genova
avrebbe dovuto avvicinarsi a Trianda per simulare
uno sbarco di un contingente della Marina, non prima
però che la nave da battaglia Regina
Margherita che il cacciatorpediniere Ostro
avessero provveduto ad attirare l’attenzione
delle vedette nemiche effettuando puntate contro altri
siti costieri. A dimostrazione dell’accuratezza
del piano, il Comando Supremo della Marina dispose
che tra il 4 e il 6 maggio, l’altra Divisione
della Prima Squadra (quella al comando dell’ammiraglio
Ernesto Presbitero) pattugliasse le acque tra la costa
occidentale anatolica e le Isole Cicladi per intercettare
eventuali unità ottomane dirette a Rodi. Infine,
per cercare di confondere ulteriormente le idee ai
turchi, nei giorni che precedettero la partenza il
generale Ameglio e l’ammiraglio Amero fecero
circolare la voce secondo cui sia la Squadra che il
contingente imbarcato sulle unità da trasporto
sarebbero stati impiegati in uno sbarco nel Golfo
di Bomba (Cirenaica), da dove gli italiani avrebbero
sviluppato un’azione offensiva contro alcune
tribù libiche ribelli. Tutto, insomma, venne
preparato con la massima cura. Il Comando Supremo
sapeva che l’attacco a Rodi non avrebbe dovuto
subire ritardi o intoppi di altro genere. Un eventuale
fallimento, anche parziale, dell’operazione
avrebbe, infatti, indebolito la posizione dell’Italia
nei confronti della Francia, dell’Inghilterra
e soprattutto nei confronti dell’ostile governo
Vienna.
Come programmato, all’alba del 4 maggio 1912,
la squadra di Amero giunse del tutto indisturbata
davanti a Kalitea. Prima di procedere allo sbarco
del grosso delle truppe, l’ammiraglio, d’intesa
con il generale Ameglio, inviò a terra un gruppo
di marinai armati tratti dagli equipaggi della Regina
Margherita, della Filiberto
e della Saint Bon,
i cui numerosi pezzi di medio e grosso calibro tenevano
sotto tiro l’intera linea di costa e le alture
ad essa sovrastanti. Una volta sulla spiaggia, il
manipolo effettuò un’accurata ricognizione
dell’area e, dopo un paio di ore, non avendo
riscontrato la presenza di alcun reparto nemico, segnalò
alla nave ammiraglia il via libera. In breve tempo,
l’intero Corpo di Spedizione toccò terra
a bordo di una flottiglia di grosse scialuppe protette
dai pezzi leggeri e a tiro rapido delle siluranti.
Alla testa delle sue truppe, il generale Ameglio mosse
verso nord, appoggiato dai cannoni a lunga gittata
della corazzata Regina Margherita.
Nel pomeriggio, le unità da guerra italiane
presero posizione più a nord, tra capo Voudhi
e l’abitato di Rodi e davanti a capo Kum Burun,
in modo da bersagliare con i loro pezzi le strade
dell’entroterra, dove si pensava fosse concentrato
il grosso della guarnigione ottomana. Analoga operazione
venne compiuta, pressoché in simultanea, lungo
la costiera nord occidentale dalla corazzata Regina
Elena e dall’incrociatore Coatit.
Verso sera, sul colle Koskino e in località
Argurù, la marcia delle avanguardie a cavallo
di Ameglio venne contrastata con assai poca convinzione
da un reparto ottomano composto da circa 400 uomini.
Battuti con facilità i turchi, le colonne italiane
ripresero la loro marcia in direzione della ridotta
di Psithos, dove, secondo notizie pervenute ad Ameglio,
il nemico stava concentrando tutte le sue forze. Nel
frattempo, il cacciatorpediniere Alpino
(comandante Gustavo Nicastro) si diresse sulla città
di Rodi per intimare la resa al valì
(governatore turco). Quest’ultimo, dopo avere
preso tempo per decidere, fuggì però
con una piccola imbarcazione a Lindos, porticciolo
situato sulla costa occidentale anatolica dove, il
28 maggio, verrà catturato dai marinai del
caccia Ostro.
La mattina del 5 maggio, l’ammiraglio Leone
Viale inviò a terra il contrammiraglio Camillo
Corsi (suo capo di Stato maggiore) con l’incarico
di prendere possesso dell’abitato di Rodi che,
nel frattempo, era stato raggiunto dalle avanguardie
del generale Ameglio. E alle ore 14 dello giorno,
un picchetto innalzò il tricolore sul vecchio
castello turco posto a difesa dell’imboccatura
del porto. Il giorno seguente, per sventare un possibile
attacco a Rodi da parte di siluranti ottomane di base
a Bodrum, l’ammiraglio Amero inviò gli
incrociatori Coatit e Duca
di Genova e il caccia Lanciere
verso la costa anatolica per controllare eventuali
movimenti di navi nemiche nei pressi di Bodrum e di
Smirne. Ma dopo avere verificato la totale assenza
di forze ottomane, le unità italiane fecero
rientro all’isola. Tra il 6 e il 20 maggio,
la Squadra italiana dell’Egeo completò
l’occupazione di quasi tutte le isole minori
del gruppo delle Sporadi. L’incrociatore
Pisa e un suo distaccamento da sbarco
presero possesso di Calino, l’incrociatore San
Marco fece altrettanto a Lero, gli incrociatori
Amalfi e Duca degli Abruzzi
occuparono, rispettivamente, Patmo, Calchi ed Emporio;
mentre le corazzate della 1° Divisione, scortate
da siluranti, si impadronirono di Nisino, Scarpanto,
Piscopo e Coo, disarmando i deboli presidi ottomani.
Nel corso di queste operazioni, le forze italiane
vennero accolte entusiasticamente dalla popolazione
greca, tradizionalmente ostile all’occupante
turco. Al Comando italiano non rimaneva che eliminare
l’ultimo ostacolo, cioè la presenza,
all’interno di Rodi, dei resti della guarnigione
ottomana ritiratisi nell’impervia valle di Psithos.
Per stanare le truppe nemiche, il generale Ameglio
dispose un attacco concentrico su tre colonne. Mentre
il grosso delle forze italiane avrebbe marciato su
Psithos partendo dal capoluogo, altre due colonne
- una composta da bersaglieri appartenenti al 4°
reggimento (al comando del colonnello Maltini) e l’altra
composta da alpini del battaglione Fenestrelle (agli
ordini del maggiore Rho) - avrebbero effettuato una
manovra a tenaglia, puntando su Kalapetra e Plotania.
Il 15 maggio, i piroscafi Sannio
e Bulgaria, scortati dalla corazzata Regina
Margherita e Saint Bon, trasportarono
i due contingenti a Cala Warda e a Malona, da dove
penetrarono con relativa facilità all’interno
dell’isola. Il giorno 16, gli italiani si scontrarono
con un paio di deboli distaccamenti turchi, che vennero
rapidamente battuti. E la mattina del 17 maggio, protette
dai grossi calibri della corazzata Luigi
Filiberto e dai pezzi del caccia Lanciere,
ai quali Amero aveva affidato il compito di tenere
sotto tiro le strade di accesso alla conca, le colonne
giunsero finalmente davanti al ridotto di Psithos,
la cui guarnigione si arrese senza sparare un colpo.
Con quest’ultima operazione terminava così
la campagna del Dodecaneso. L’occupazione di
Rodi era costata alle forze italiane di mare e di
terra perdite decisamente contenute. Il 57° reggimento
fanteria lasciò sul campo 2 uomini ed ebbe
5 feriti, mentre il 4° reggimento perse un ufficiale
e 5 bersaglieri ed ebbe un totale di 28 feriti. Da
parte turca, i combattimenti sull’isola provocarono
la morte di 23 tra ufficiali e soldati e il ferimento
di altri 48 uomini. Gli italiani catturarono 33 ufficiali
e 950 soldati, oltre a 6 pezzi d’artiglieria,
750 fucili, munizioni, quadrupedi e carriaggi.
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Storico della Marina Militare, Roma, 1998.
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1914
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•
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militari dell’occupazione di Rodi e del Dodecaneso
(aprile-maggio 1912), in Memorie storiche
militari 1983, Ufficio Storico Stato Maggiore, Roma,
1984
•
G. Galuppini, Guida
alle Navi d’Italia, la marina da guerra dal
1861 ad oggi, Arnoldo Mondadori Editore,
Milano, 1982
•
A. Pecchioli, E. Ferrante, F. Gay,
L’Armata Navale Italiana
1860-1920, Editalia Edizioni, Roma, 1991
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