Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA IN RETE"

 
 
Una delle più belle copertine della “Domenica del Corriere”: la presa di Tripoli (ottobre 1911).

 
 
COLONIALISMO ITALIANO
 
AMNESIE PERICOLOSE:
LA VERA STORIA
DEL NOSTRO “POSTO AL SOLE”
 
di Aldo A. Mola
 
 
Tutto quello che si dovrebbe sapere sul Colonialismo italiano e che nessuno ricorda, soprattutto in Italia. Ma davvero la nostra esperienza coloniale è stata così negativa e fuori tempo? Eppure molti padri della Patria indicarono al neonato Regno d’Italia proprio quella strada, già percorsa, con ben altro piglio e spirito predatorio, dalle più grandi nazioni europee dell’epoca. Tra i nostri colonialisti più convinti vanno annoverati personaggi come Mazzini, Gioberti, Pascoli, Giolitti, Amendola...
 
 

Un recente sondaggio attesta che il 90% dei diplomati delle scuole superiori ignora che l’Italia abbia avuto un impero coloniale. Tra i pochi che ne sanno qualcosa, la generalità ritiene che le colonie siano state una conquista brutale attuata ai danni delle popolazioni pacifiche, ingiustamente private della libertà e indegnamente sfruttate. Una piccola quota di giovani ricorda vagamente il nome di Adua, dove - dicono alcuni - gl’italiani vennero sconfitti dal negus Menelik, che si batteva per l’indipendenza di genti ospitali e dai costumi progrediti. Pochissimi tra diplomati, studenti universitari e laureati d’oggi sanno come nacque, da quali terre fosse formata e come finì l’Africa Orientale Italiana, per quanto tempo l’Italia abbia esercitato la propria sovranità in Libia e nel Dodecanneso, quali norme, quali effetti e quale ricordo abbia lasciato di sé. Nei media, a cominciare da manualistica e programmi radiotelevisivi, le colonie sono generalmente identificate con il Fascismo, la dittatura, chissà quale razzismo: un passato remoto da cancellare e di cui, semmai, vergognarsi.
Già. Anche l’Italia deve «chiedere scusa»... Deve battersi il petto per aver dato i natali a Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni e Sebastiano Caboto, Giovanni da Verrazzano e ai tanti che scoprirono le Americhe o, come Pigafetta, circumnavigarono il globo coronando il sogno di Magellano e così causarono direttamente o indirettamente la distruzione di aztechi, incas eccetera eccetera. Deve vergognarsi di un Michele da Cuneo che in pagine memorabili narrò il suo impatto con il Mondo Nuovo (ma di lui rimane memoria solo del boccaccesco approccio con una «camballa» o cannibala che dir si voglia). Molto più lungimirante di noi, la Spagna non si scandalizza affatto di aver dato a Roma papa Alessandro VI Borja, che tracciò la raya delimitando le zone planetarie di espansione per Spagna e Portogallo: ce n’era per tutti. Solo così l’Europa compì il balzo che non era stato possibile ai tempi di Marco Polo e dei primi esploratori del Due-Trecento, le cui imprese naufragarono per l’avanzata di turchi selgiucidi e mongoli. Non bastasse, l’Italia dovrebbe chiedere scusa di essersi opposta a invasioni e incursioni, a scorrerie e a pirateria nei propri mari e sul proprio territorio. Mostrandosi contrita per aver cercato di difendersi in passato meglio si dispone a sorbirsi quel che le accade nel presente: subire un po’ prona un po’ supina, un po’ piroettando su se stessa, la quotidiana silenziosa conquista da parte di stranieri.
Eppure ci fu un tempo, molto prima dell’unificazione nazionale, nel quale gli Stati italiani ritennero che la misura fosse colma. Accadde dopo la spedizione d’Egitto nel 1798 guidata da Napoleone Bonaparte, che non era ancora né primo console né imperatore ma solo un generale agli ordini del Direttorio, ma con essa infranse il modello imperiale inglese (e olandese): poche teste di ponte, commerci, corruzione dei maggiorenti locali per sfruttare col massimo risparmio popolazioni che schiave erano e tali dovevano rimanere. Con Napoleone, d’altronde originario della Corsica venduta dalla fatiscente repubblica di Genova alla Corona di Francia, l’Europa latina mostrò di voler dire la propria anche nel Mediterraneo, che tornava a essere Mare nostrum. Crollato Napoleone il problema della sicurezza del Mediterraneo rimase. Il regno delle Due Sicilie e quello di Sardegna unirono le forze contro le scorrerie barbaresche per mettere fine a «cose turche». Persino il Granducato di Toscana mise a lustro l’Ordine di Santo Stefano. E la marina austriaca, comandata da veneziani come il padre di Attilio ed Emilio Bandiera, liberò l’Adriatico dalla minaccia turca. Nei manuali tardorisorgimentali non se ne parla, ma va constatato che Vienna lavorò per la civiltà europea.
L’Italia fu dunque imperialista nel suo DNA? Oppure difese i propri diritti naturali? Giuseppe Mazzini, genovese, scrisse che l’Italia aveva la missione di incivilire l’altra sponda del Mediterraneo. Era un bieco imperialista? Altrettanto affermarono Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Carlo Cattaneo e la generalità dei fautori dell’unificazione nazionale, del federalismo (come Giuseppe Ferrari), i pionieri dell’europeismo, i protosocialisti, i radicali, i repubblicani tra Otto e Novecento, con modeste capricciose eccezioni di utopisti presto pentiti... Tutti negrieri dichiarati o in pectore? Sì, è vero: il socialista Andrea Costa, nel 1882 eletto deputato alla Camera, disse che l’Italia non doveva «né un uomo né un soldo» per espandere la propria presenza sulla costa del Mar Rosso; ma perché aveva pochi quattrini e doveva investire quei pochi a beneficio delle masse diseredate in patria e scongiurare l’emigrazione di massa per fame. Il suo rifiuto del colonialismo nasceva dalla sua predilezione per la «questione sociale» locale e dall’eurocentrismo del suo internazionalismo più che dal rifiuto dell’imperialismo in sé. Col tempo, del resto, come molti altri socialisti anch’egli, meglio informato, capì che il progresso non si realizza in spazi circoscritti. Lo aveva detto Karl Marx e dopo di lui il grande Antonio Labriola ribadì che l’imperialismo era necessario all’emancipazione dalla povertà. Al benessere delle masse, spiegò il socialismo scientifico, non si arriva appiccicando cerotti sulle piaghe della miseria e sperando nei miracoli, sibbene con la scienza, l’accumulazione del capitale e gli orrori connessi: passaggio obbligato del corso della storia, come quello attraverso lo stretto di Magellano o da Capo delle Tempeste o di Buona Speranza che dir si voglia... Il maestro di Andrea Costa, Giosue Carducci, dichiarò sempre necessaria la liberazione dai turchi-ottomani; poco prima di morire, nel 1912, il suo discepolo Giovanni Pascoli salutò la dichiarazione della sovranità dell’Italia sulla Libia con la formula famosa: «La grande proletaria si è mossa». Tutti «fascisti» ante litteram? Tutti da tradurre dinnanzi al solito farsesco tribunale internazionale pseudoumanitario o delle cause perse?
Andiamo dunque per ordine. A tacere del passato remoto (il via vai di imperi che si affacciarono nei millenni sulle sponde del Mediterraneo, le crociate in risposta a secoli di dominazione araba e turca, la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, la mezza vittoria cristiana a Lepanto, i secoli di equilibrio instabile...: tutte vicende da non dimenticare se appena appena si vuol passare dalle cronache a quel senso della Storia che è alla nostra radice) constatiamo che dal 1830 iniziò la riscossa dell’Europa continentale. La Francia di Carlo X, dipinto dai manuali come un ottuso reazionario, occupò l’Algeria. I Borbone avevano una visione alta della loro missione e dello scenario nel quale dovevano svolgerla: dall’America meridionale alla Spagna, dalla Francia alle Due Sicilie. Sbarcare ad Algeri significava riprendere l’impresa di Luigi IX il Santo: la Crociata per la libertà della Chiesa cattolica e dei Luoghi Santi. Il regno di Sardegna non poteva rimanere assente. Memore delle tre navi che si erano coperte di gloria nella battaglia di Lepanto, dagli anni di Camillo Cavour il Piemonte cominciò a domandarsi dove conquistare colonie: per deportarvi prigionieri, per trarne risorse, perché altrettanto facevano (e da secoli) Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Paesi Bassi. L’Impero di Russia non cercava terre in altri continenti perché gli bastava espandersi verso il Pacifico e l’Oceano Indiano e, affacciato sul Mar Nero, non aveva ancora alcuna libertà di issare le vele oltre gli Stretti dei Dardanelli.
Il Regno d’Italia, nato nei diciotto mesi tra la Prima guerra d’Indipendenza e l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II presso Teano, ereditò gli obblighi politici degli Stati preunitari: a cominciare dalla cerca di colonie. Lo scrisse per tutti il genovese Gerolamo Boccardo nel 1864: «O io m’inganno a partito od è tempo oramai che l’Italia domandi a se stessa il perché, sola ed unica tra le grandi nazioni d’Europa, ella non possegga un sol palmo di terreno al di là de’ suoi lidi...». A sua volta Leone Carpi asserì che le colonie servivano a «lenire le sofferenze del salariato e ad attenuare le «intestine turbolenze». Indicò anche la meta: «La nostra marina militare, piuttostoché mandare a zonzo per molti mari le varie squadre, a tutelare colonie immaginarie ed interessi che non sussistono, o che nessuno offende, spenderebbe lo stesso inviando qualche nave sulle coste orientali dell’Africa, dove ella potrebbe catturare le navi negriere, ed assicurare colonie vere e proprie ed interessi reali». Fu la prima seria indicazione di rotta. Nel 1868 la compagnia Rubattino di Genova, la stessa che aveva (involontariamente, si disse) fornito a Garibaldi i due vapori per la spedizione dei Mille, acquistò la baia di Assab. Si era alla vigilia dell’inaugurazione del Canale di Suez. Solo un Paese irresponsabile (come poi l’Italia «democristiana» fu dinnanzi alla produzione di energia con le centrali nucleari) poteva stare alla finestra. Nel 1882 il governo della Sinistra Storica acquisì Assab e da lì iniziò a guardarsi attorno. Rifiutò di compartecipare con la Gran Bretagna al protettorato sull’Egitto. Ma due anni dopo Charles George Gordon venne assassinato a Khartum dalla rivolta del Mahdi, punta di diamante del fondamentalismo islamico che non è iniziato con l’attentato alle Torri Gemelle di New York. A quel punto l’Italia, nata a spintoni col consenso dell’Inghilterra, dovette fare la propria parte. Un corpo di spedizione comandato da Tancredi Saletta sbarcò a Massaua. Cinque anni dopo nacque la Colonia di Eritrea, che ebbe un governatore civile: Ferdinando Martini, dichiaratamente anticolonialista, autore di un gustoso memoriale sull’Affrica (sic) italiana nel quale spiegò che era stolto pretendere d’insegnare il libro Cuore agl’indigeni e narrare le lotte per l’indipendenza italiana a ragazzini di terre appena conquistate. Martini era un letterato. La colonia Eritrea rese poco. Il principale partner commerciale con quella costa era e rimase l’impero austro-ungarico. Una compagnia commerciale aveva tentato la grande carta della penetrazione del mercato etiopico portando del burro, che però giunse liquefatto, mentre altre chincaglierie, quando venne il momento di esibirle, risultarono malandate. I mercanti rimediarono offrendo il solito fucile con il calcio bene ornato.
Malgrado tutto l’Italia non poteva più rimanere in seconda fila. Da lì tastò il terreno nel Benadir (Somalia), che divenne colonia solo nel 1906. All’epoca era uno dei più fiorenti mercati di schiavi del Continente Nero. Per il lettore distratto va precisato che non furono gli italiani a introdurvi lo schiavismo. Ve lo trovarono e cercarono di combatterlo. Non fu impresa facile perché erano in troppi a giovarsene. Nell’arco dei quindici anni dalla istituzione della colonia di Eritrea a quella di Somalia vi fu la prima guerra d’Africa, la cui memoria rimane legata alla sconfitta di Adua o Abba Garima (primo marzo 1896): appuntamento fatale, frutto della voglia di fare senza i mezzi necessari. Una sequenza di velleità, errori, ambizioni, frustrazioni condusse al disastro, riscattato solo dalla condotta di alcuni comandanti, come Giuseppe Galliano, già difensore del «forte di Macallè»: quattro pietre senz’acqua, ove fu assediato avendo negli occhi la sorte toccata alla colonna De Cristofori a Dogali (1887) e al Battaglione Nero del maggiore Pietro Toselli all’Amba Alagi (1895). Tutti massacrati, martoriati, evirati, mutilati... Non tutti i militari (meno ancora i «civili») italiani si condussero decorosamente. Molti si procacciarono le madame; alcuni altri, sulla china della pedofilia, i «diavoletti». Il famigerato capitano Livraghi ne combinò di tutti i colori: ma è rimasto famoso proprio perché venne scoperto, processato, condannato: a conferma che i suoi metodi ripugnavano all’Italia che era e rimase liberale anche nelle imprese coloniali. In Eritrea Pietro Toselli, caduto alla testa di 1500 uomini di cui nessuno sopravvisse, aveva creato un villaggio, denominato «Nuova Peveragno» in ricordo del suo comunello d’origine, nel Cuneese. Da casa, come anche Giuseppe Galliano, originario di Vicoforte, si faceva spedire semi e virgulti per tentare colture, come avevano auspicato Leopoldo Franchetti e altri i fautori dell’Eritrea quale colonia agricola. Non solo. Accanto a una chiesetta, fece erigere una moschea. Anche gl’israeliti avevano il proprio luogo di culto. E v’era chi non ne osservava alcuno, ma nessuno gliene chiedeva conto. Era l’Italia liberale.
La Somalia venne eretta a colonia cinque anni prima che Giovanni Giolitti, il maggiore statista della Nuova Italia, decidesse il grande balzo: la dichiarazione della sovranità italiana su Tripolitania e Cirenaica, all’epoca parte dell’impero turco-ottomano. Giolitti era dunque un imperialista ottuso? Alla Camera e in un fondamentale discorso al Teatro Regio di Torino motivò la decisione del governo con argomenti già accennati all’Altare della Patria, nella celebrazione del cinquantenario del regno d’Italia: «Politica democratica non è sinonimo di politica fiacca, di politica impotente; la storia di tutti i popoli e gli avvenimenti che succedono sotto i nostri occhi dimostrano invece che i governi i quali sanno di rappresentare tutte le classi sociali sono i più gelosi custodi dei grandi interessi del loro paese... La politica estera non può, come la politica interna, dipendere interamente dalla volontà del governo e del Parlamento ma, per assoluta necessità, deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che non è in poter nostro di modificare e talora neanche di accelerare o ritardare. Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, poiché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli».
Lì è la sintesi delle scelte di politica coloniale dell’Italia dall’unità alla Grande Guerra o, se si vuole, al governo Mussolini: fatalità, necessità, posizione geografica. Perché Giolitti mostrò di poter forzare i Dardanelli e occupò il Dodecanneso? Lo fece solo di forza propria o su «mandato internazionale»? Di sicuro sappiamo che il governo s’impegnò in una immensa impresa coloniale, la «guerra di Libia», mentre già s’avvertiva il brontolio della conflagrazione mondiale. Giolitti era sicuro di evitarla. Puntò sulla «quarta sponda» per evitare il teatro europeo? L’Italia del tempo non si sottrasse. Dopo la Libia «intervenne»; e vinse, sia pure per il rotto della cuffia. Nel 1935 l’Italia di Mussolini si avventurò nella conquista dell’Etiopia e l’anno dopo nella guerra di Spagna. Voleva mettere paletti contro un futuro coinvolgimento nella prevedibile seconda grande guerra? Quando questa fu imminente il governo di Roma dichiarò che per almeno tre anni doveva starne fuori. Mancava di tutto: materie prime e scorte in magazzino. Ma poi ancora una volta intervenne. Corsi e ricorsi di una Storia che si comprende meglio partendo dalla geografia, senza demonizzazioni ideologiche.

Aldo A. Mola
aldoamola@alice.it

 
 

PER GENTILE CONCESSIONE DI STORIA IN RETE EDITORIALE SRL
- articolo pubblicato sul n. 36 del mensile “Storia in rete” - ottobre 2008 -

 

 

 

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