Un
recente sondaggio attesta che il 90% dei diplomati delle
scuole superiori ignora che l’Italia abbia avuto
un impero coloniale. Tra i pochi che ne sanno qualcosa,
la generalità ritiene che le colonie siano state
una conquista brutale attuata ai danni delle popolazioni
pacifiche, ingiustamente private della libertà
e indegnamente sfruttate. Una piccola quota di giovani
ricorda vagamente il nome di Adua, dove - dicono alcuni
- gl’italiani vennero sconfitti dal negus Menelik,
che si batteva per l’indipendenza di genti ospitali
e dai costumi progrediti. Pochissimi tra diplomati,
studenti universitari e laureati d’oggi sanno
come nacque, da quali terre fosse formata e come finì
l’Africa Orientale Italiana, per quanto tempo
l’Italia abbia esercitato la propria sovranità
in Libia e nel Dodecanneso, quali norme, quali effetti
e quale ricordo abbia lasciato di sé. Nei media,
a cominciare da manualistica e programmi radiotelevisivi,
le colonie sono generalmente identificate con il Fascismo,
la dittatura, chissà quale razzismo: un passato
remoto da cancellare e di cui, semmai, vergognarsi.
Già. Anche l’Italia deve «chiedere
scusa»... Deve battersi il petto per aver dato
i natali a Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni
e Sebastiano Caboto, Giovanni da Verrazzano e ai tanti
che scoprirono le Americhe o, come Pigafetta, circumnavigarono
il globo coronando il sogno di Magellano e così
causarono direttamente o indirettamente la distruzione
di aztechi, incas eccetera eccetera. Deve vergognarsi
di un Michele da Cuneo che in pagine memorabili narrò
il suo impatto con il Mondo Nuovo (ma di lui rimane
memoria solo del boccaccesco approccio con una «camballa»
o cannibala che dir si voglia). Molto più lungimirante
di noi, la Spagna non si scandalizza affatto di aver
dato a Roma papa Alessandro VI Borja, che tracciò
la raya delimitando le zone planetarie di espansione
per Spagna e Portogallo: ce n’era per tutti. Solo
così l’Europa compì il balzo che
non era stato possibile ai tempi di Marco Polo e dei
primi esploratori del Due-Trecento, le cui imprese naufragarono
per l’avanzata di turchi selgiucidi e mongoli.
Non bastasse, l’Italia dovrebbe chiedere scusa
di essersi opposta a invasioni e incursioni, a scorrerie
e a pirateria nei propri mari e sul proprio territorio.
Mostrandosi contrita per aver cercato di difendersi
in passato meglio si dispone a sorbirsi quel che le
accade nel presente: subire un po’ prona un po’
supina, un po’ piroettando su se stessa, la quotidiana
silenziosa conquista da parte di stranieri.
Eppure ci fu un tempo, molto prima dell’unificazione
nazionale, nel quale gli Stati italiani ritennero che
la misura fosse colma. Accadde dopo la spedizione d’Egitto
nel 1798 guidata da Napoleone Bonaparte, che non era
ancora né primo console né imperatore
ma solo un generale agli ordini del Direttorio, ma con
essa infranse il modello imperiale inglese (e olandese):
poche teste di ponte, commerci, corruzione dei maggiorenti
locali per sfruttare col massimo risparmio popolazioni
che schiave erano e tali dovevano rimanere. Con Napoleone,
d’altronde originario della Corsica venduta dalla
fatiscente repubblica di Genova alla Corona di Francia,
l’Europa latina mostrò di voler dire la
propria anche nel Mediterraneo, che tornava a essere
Mare nostrum. Crollato Napoleone il problema della sicurezza
del Mediterraneo rimase. Il regno delle Due Sicilie
e quello di Sardegna unirono le forze contro le scorrerie
barbaresche per mettere fine a «cose turche».
Persino il Granducato di Toscana mise a lustro l’Ordine
di Santo Stefano. E la marina austriaca, comandata da
veneziani come il padre di Attilio ed Emilio Bandiera,
liberò l’Adriatico dalla minaccia turca.
Nei manuali tardorisorgimentali non se ne parla, ma
va constatato che Vienna lavorò per la civiltà
europea.
L’Italia fu dunque imperialista nel suo DNA? Oppure
difese i propri diritti naturali? Giuseppe Mazzini,
genovese, scrisse che l’Italia aveva la missione
di incivilire l’altra sponda del Mediterraneo.
Era un bieco imperialista? Altrettanto affermarono Vincenzo
Gioberti, Cesare Balbo, Carlo Cattaneo e la generalità
dei fautori dell’unificazione nazionale, del federalismo
(come Giuseppe Ferrari), i pionieri dell’europeismo,
i protosocialisti, i radicali, i repubblicani tra Otto
e Novecento, con modeste capricciose eccezioni di utopisti
presto pentiti... Tutti negrieri dichiarati o in pectore?
Sì, è vero: il socialista Andrea Costa,
nel 1882 eletto deputato alla Camera, disse che l’Italia
non doveva «né un uomo né un soldo»
per espandere la propria presenza sulla costa del Mar
Rosso; ma perché aveva pochi quattrini e doveva
investire quei pochi a beneficio delle masse diseredate
in patria e scongiurare l’emigrazione di massa
per fame. Il suo rifiuto del colonialismo nasceva dalla
sua predilezione per la «questione sociale»
locale e dall’eurocentrismo del suo internazionalismo
più che dal rifiuto dell’imperialismo in
sé. Col tempo, del resto, come molti altri socialisti
anch’egli, meglio informato, capì che il
progresso non si realizza in spazi circoscritti. Lo
aveva detto Karl Marx e dopo di lui il grande Antonio
Labriola ribadì che l’imperialismo era
necessario all’emancipazione dalla povertà.
Al benessere delle masse, spiegò il socialismo
scientifico, non si arriva appiccicando cerotti sulle
piaghe della miseria e sperando nei miracoli, sibbene
con la scienza, l’accumulazione del capitale e
gli orrori connessi: passaggio obbligato del corso della
storia, come quello attraverso lo stretto di Magellano
o da Capo delle Tempeste o di Buona Speranza che dir
si voglia... Il maestro di Andrea Costa, Giosue Carducci,
dichiarò sempre necessaria la liberazione dai
turchi-ottomani; poco prima di morire, nel 1912, il
suo discepolo Giovanni Pascoli salutò la dichiarazione
della sovranità dell’Italia sulla Libia
con la formula famosa: «La grande proletaria si
è mossa». Tutti «fascisti»
ante litteram? Tutti da tradurre dinnanzi al solito
farsesco tribunale internazionale pseudoumanitario o
delle cause perse?
Andiamo dunque per ordine. A tacere del passato remoto
(il via vai di imperi che si affacciarono nei millenni
sulle sponde del Mediterraneo, le crociate in risposta
a secoli di dominazione araba e turca, la conquista
di Costantinopoli da parte di Maometto II, la mezza
vittoria cristiana a Lepanto, i secoli di equilibrio
instabile...: tutte vicende da non dimenticare se appena
appena si vuol passare dalle cronache a quel senso della
Storia che è alla nostra radice) constatiamo
che dal 1830 iniziò la riscossa dell’Europa
continentale. La Francia di Carlo X, dipinto dai manuali
come un ottuso reazionario, occupò l’Algeria.
I Borbone avevano una visione alta della loro missione
e dello scenario nel quale dovevano svolgerla: dall’America
meridionale alla Spagna, dalla Francia alle Due Sicilie.
Sbarcare ad Algeri significava riprendere l’impresa
di Luigi IX il Santo: la Crociata per la libertà
della Chiesa cattolica e dei Luoghi Santi. Il regno
di Sardegna non poteva rimanere assente. Memore delle
tre navi che si erano coperte di gloria nella battaglia
di Lepanto, dagli anni di Camillo Cavour il Piemonte
cominciò a domandarsi dove conquistare colonie:
per deportarvi prigionieri, per trarne risorse, perché
altrettanto facevano (e da secoli) Spagna, Portogallo,
Gran Bretagna, Paesi Bassi. L’Impero di Russia
non cercava terre in altri continenti perché
gli bastava espandersi verso il Pacifico e l’Oceano
Indiano e, affacciato sul Mar Nero, non aveva ancora
alcuna libertà di issare le vele oltre gli Stretti
dei Dardanelli.
Il Regno d’Italia, nato nei diciotto mesi tra
la Prima guerra d’Indipendenza e l’incontro
tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II presso Teano, ereditò
gli obblighi politici degli Stati preunitari: a cominciare
dalla cerca di colonie. Lo scrisse per tutti il genovese
Gerolamo Boccardo nel 1864: «O io m’inganno
a partito od è tempo oramai che l’Italia
domandi a se stessa il perché, sola ed unica
tra le grandi nazioni d’Europa, ella non possegga
un sol palmo di terreno al di là de’ suoi
lidi...». A sua volta Leone Carpi asserì
che le colonie servivano a «lenire le sofferenze
del salariato e ad attenuare le «intestine turbolenze».
Indicò anche la meta: «La nostra marina
militare, piuttostoché mandare a zonzo per molti
mari le varie squadre, a tutelare colonie immaginarie
ed interessi che non sussistono, o che nessuno offende,
spenderebbe lo stesso inviando qualche nave sulle coste
orientali dell’Africa, dove ella potrebbe catturare
le navi negriere, ed assicurare colonie vere e proprie
ed interessi reali». Fu la prima seria indicazione
di rotta. Nel 1868 la compagnia Rubattino di Genova,
la stessa che aveva (involontariamente, si disse) fornito
a Garibaldi i due vapori per la spedizione dei Mille,
acquistò la baia di Assab. Si era alla vigilia
dell’inaugurazione del Canale di Suez. Solo un
Paese irresponsabile (come poi l’Italia «democristiana»
fu dinnanzi alla produzione di energia con le centrali
nucleari) poteva stare alla finestra. Nel 1882 il governo
della Sinistra Storica acquisì Assab e da lì
iniziò a guardarsi attorno. Rifiutò di
compartecipare con la Gran Bretagna al protettorato
sull’Egitto. Ma due anni dopo Charles George Gordon
venne assassinato a Khartum dalla rivolta del Mahdi,
punta di diamante del fondamentalismo islamico che non
è iniziato con l’attentato alle Torri Gemelle
di New York. A quel punto l’Italia, nata a spintoni
col consenso dell’Inghilterra, dovette fare la
propria parte. Un corpo di spedizione comandato da Tancredi
Saletta sbarcò a Massaua. Cinque anni dopo nacque
la Colonia di Eritrea, che ebbe un governatore civile:
Ferdinando Martini, dichiaratamente anticolonialista,
autore di un gustoso memoriale sull’Affrica (sic)
italiana nel quale spiegò che era stolto pretendere
d’insegnare il libro Cuore agl’indigeni
e narrare le lotte per l’indipendenza italiana
a ragazzini di terre appena conquistate. Martini era
un letterato. La colonia Eritrea rese poco. Il principale
partner commerciale con quella costa era e rimase l’impero
austro-ungarico. Una compagnia commerciale aveva tentato
la grande carta della penetrazione del mercato etiopico
portando del burro, che però giunse liquefatto,
mentre altre chincaglierie, quando venne il momento
di esibirle, risultarono malandate. I mercanti rimediarono
offrendo il solito fucile con il calcio bene ornato.
Malgrado tutto l’Italia non poteva più
rimanere in seconda fila. Da lì tastò
il terreno nel Benadir (Somalia), che divenne colonia
solo nel 1906. All’epoca era uno dei più
fiorenti mercati di schiavi del Continente Nero. Per
il lettore distratto va precisato che non furono gli
italiani a introdurvi lo schiavismo. Ve lo trovarono
e cercarono di combatterlo. Non fu impresa facile perché
erano in troppi a giovarsene. Nell’arco dei quindici
anni dalla istituzione della colonia di Eritrea a quella
di Somalia vi fu la prima guerra d’Africa, la
cui memoria rimane legata alla sconfitta di Adua o Abba
Garima (primo marzo 1896): appuntamento fatale, frutto
della voglia di fare senza i mezzi necessari. Una sequenza
di velleità, errori, ambizioni, frustrazioni
condusse al disastro, riscattato solo dalla condotta
di alcuni comandanti, come Giuseppe Galliano, già
difensore del «forte di Macallè»:
quattro pietre senz’acqua, ove fu assediato avendo
negli occhi la sorte toccata alla colonna De Cristofori
a Dogali (1887) e al Battaglione Nero del maggiore Pietro
Toselli all’Amba Alagi (1895). Tutti massacrati,
martoriati, evirati, mutilati... Non tutti i militari
(meno ancora i «civili») italiani si condussero
decorosamente. Molti si procacciarono le madame; alcuni
altri, sulla china della pedofilia, i «diavoletti».
Il famigerato capitano Livraghi ne combinò di
tutti i colori: ma è rimasto famoso proprio perché
venne scoperto, processato, condannato: a conferma che
i suoi metodi ripugnavano all’Italia che era e
rimase liberale anche nelle imprese coloniali. In Eritrea
Pietro Toselli, caduto alla testa di 1500 uomini di
cui nessuno sopravvisse, aveva creato un villaggio,
denominato «Nuova Peveragno» in ricordo
del suo comunello d’origine, nel Cuneese. Da casa,
come anche Giuseppe Galliano, originario di Vicoforte,
si faceva spedire semi e virgulti per tentare colture,
come avevano auspicato Leopoldo Franchetti e altri i
fautori dell’Eritrea quale colonia agricola. Non
solo. Accanto a una chiesetta, fece erigere una moschea.
Anche gl’israeliti avevano il proprio luogo di
culto. E v’era chi non ne osservava alcuno, ma
nessuno gliene chiedeva conto. Era l’Italia liberale.
La Somalia venne eretta a colonia cinque anni prima
che Giovanni Giolitti, il maggiore statista della Nuova
Italia, decidesse il grande balzo: la dichiarazione
della sovranità italiana su Tripolitania e Cirenaica,
all’epoca parte dell’impero turco-ottomano.
Giolitti era dunque un imperialista ottuso? Alla Camera
e in un fondamentale discorso al Teatro Regio di Torino
motivò la decisione del governo con argomenti
già accennati all’Altare della Patria,
nella celebrazione del cinquantenario del regno d’Italia:
«Politica democratica non è sinonimo di
politica fiacca, di politica impotente; la storia di
tutti i popoli e gli avvenimenti che succedono sotto
i nostri occhi dimostrano invece che i governi i quali
sanno di rappresentare tutte le classi sociali sono
i più gelosi custodi dei grandi interessi del
loro paese... La politica estera non può, come
la politica interna, dipendere interamente dalla volontà
del governo e del Parlamento ma, per assoluta necessità,
deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che
non è in poter nostro di modificare e talora
neanche di accelerare o ritardare. Vi sono fatti che
si impongono come una vera fatalità storica,
alla quale un popolo non può sottrarsi senza
compromettere in modo irreparabile il suo avvenire.
In tali momenti è dovere del governo di assumere
tutte le responsabilità, poiché una esitazione
o un ritardo può segnare l’inizio della
decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo
deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli».
Lì è la sintesi delle scelte di politica
coloniale dell’Italia dall’unità
alla Grande Guerra o, se si vuole, al governo Mussolini:
fatalità, necessità, posizione geografica.
Perché Giolitti mostrò di poter forzare
i Dardanelli e occupò il Dodecanneso? Lo fece
solo di forza propria o su «mandato internazionale»?
Di sicuro sappiamo che il governo s’impegnò
in una immensa impresa coloniale, la «guerra di
Libia», mentre già s’avvertiva il
brontolio della conflagrazione mondiale. Giolitti era
sicuro di evitarla. Puntò sulla «quarta
sponda» per evitare il teatro europeo? L’Italia
del tempo non si sottrasse. Dopo la Libia «intervenne»;
e vinse, sia pure per il rotto della cuffia. Nel 1935
l’Italia di Mussolini si avventurò nella
conquista dell’Etiopia e l’anno dopo nella
guerra di Spagna. Voleva mettere paletti contro un futuro
coinvolgimento nella prevedibile seconda grande guerra?
Quando questa fu imminente il governo di Roma dichiarò
che per almeno tre anni doveva starne fuori. Mancava
di tutto: materie prime e scorte in magazzino. Ma poi
ancora una volta intervenne. Corsi e ricorsi di una
Storia che si comprende meglio partendo dalla geografia,
senza demonizzazioni ideologiche.
Aldo
A. Mola
aldoamola@alice.it |