Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA IN RETE"

 
 
La dichiarazione di guerra in una famosa tavola di Beltrame per la “Domenica del Corriere”.

 
 
10 GIUGNO 1940
 
PERCHÉ L’ITALIA ANDÒ IN GUERRA
 
di Michele Rallo
 
 
Le ragioni che spinsero Mussolini a dichiarare guerra a Francia e Gran Bretagna
hanno poco a che vedere con una presunta ideologia bellicista,
con l’ansia di fare bottino prima che fosse troppo tardi
o con un patto di alleanza che di “acciaio” aveva solo il nome.
Oltre la retorica di allora e di quella che ci accompagna da decenni in un infinito dopoguerra,
mettendo semplicemente in fila i fatti
si scopre che a spingere il dittatore italiano alle “decisioni irrevocabili”
fu un sentimento poco considerato dagli storici: la paura.
La paura del suo più importante – e ingombrante – alleato…
 
 

10 giugno 1940: alle 6 del pomeriggio, dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini annunziava a Roma e al mondo che l’Italia aveva già consegnato la dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Il conflitto che dal settembre 1939 vedeva opposti, dopo l’occupazione nazista della Polonia, i tedeschi a francesi e inglesi si allargava. Ma come si era giunti a questo passo? Davvero – come sostiene la storiografia di scuola anglosassone – il Duce dell’Italia fascista aveva voluto accomunare i destini del suo paese a quelli della Germania hitleriana per solidarietà ideologica e per spirito avventuristico? La risposta è no, e basta seguire gli avvenimenti dei tredici mesi precedenti per averne una conferma assolutamente incontestabile.
Assumiamo, dunque, come punto di partenza il maggio 1939, quando Germania e Italia stipularono il Patto d’Acciaio. Cosa stabiliva quel patto? Due cose, in primo luogo: l’obbligo di consultazioni reciproche per ogni decisione riguardante le scelte di fondo delle rispettive politiche diplomatiche (articoli 1 e 2); e l’obbligo di schierarsi militarmente al fianco del socio che fosse coinvolto in “complicazioni belliche” (articolo 3). Orbene, queste condizioni – come vedremo – saranno disattese, nel giro di pochi mesi, da entrambi i contraenti; sicché, al momento della dichiarazione di guerra italiana, il Patto d’Acciaio era sostanzialmente decaduto, ed entrambi i soci – se lo avessero ritenuto opportuno – avrebbero potuto denunciarlo; e l’Italia con più buon diritto della Germania. Era stato il Terzo Reich, infatti, a violare per primo il Patto d’Acciaio, stipulando – il 23 agosto 1939 – un “trattato di non aggressione” con l’Unione Sovietica, trattato che in realtà era un’autentica seppur ufficiosa alleanza politica e militare. Ora, l’intesa con il governo russo era stata raggiunta da Hitler e dal suo ministro degli Esteri von Ribbentrop senza alcuna preventiva consultazione con il governo italiano; anzi, contro il parere del governo italiano. E l’intesa prevedeva – in un protocollo addizionale segreto – la spartizione fra i due soci non soltanto della Polonia, ma dell’intera Europa Orientale; con scarsa attenzione, tra l’altro, per le esigenze dell’Italia, che nell’Est europeo aveva notevoli e consolidati interessi. Peraltro, l’indicazione di una precisa linea di confine tra le “sfere d’influenza” tedesca e sovietica in Polonia (fissata in un primo tempo al corso della Vistola) comportava necessariamente una aggressione militare congiunta per raggiungere – da ovest e da est – la frontiera pattuita. L’attacco tedesco alla Polonia (come anche quello sovietico, di alcuni giorni successivo) era, dunque, la conseguenza logica e inevitabile del cosiddetto Patto Ribbentrop-Molotov; ed anche questa mossa era stata effettuata da Berlino contro il parere e gli interessi di Roma, nettamente avversa ad ogni ipotesi del genere.
Mussolini aveva ben compreso, già prima della stipula del trattato russo-tedesco, che Hitler si preparava a muovere guerra alla Polonia, e non aveva nascosto la sua completa avversione. «Il duce – leggiamo sul Diario di Ciano alla data del 9 agosto ’39 – tiene molto a che io provi ai tedeschi, documenti alla mano, che lo scatenare una guerra adesso sarebbe una follia.» Pensiero ribadito il giorno seguente («bisogna evitare il conflitto con la Polonia, poiché è ormai impossibile localizzarlo e una guerra generale sarebbe per tutti disastrosa») e accompagnato dall’auspicio di una seconda Monaco («negoziati internazionali per risolvere le questioni che turbano tanto pericolosamente la vita europea»). Ma Hitler, oramai, aveva decisamente imboccato la strada dell’alleanza con l’URSS. La violazione del Patto d’Acciaio (e dell’Antikomintern) era palese, e l’Italia avrebbe potuto anche denunziare l’alleanza. Perché Mussolini non lo fece? Perché un passo del genere, proprio all’indomani dell’inizio della guerra, sarebbe stato interpretato come una sostanziale adesione alla linea inglese. E il Duce non voleva, per vari motivi, che si pensasse questo. Voleva – sì – stigmatizzare il comportamento tedesco e prenderne le distanze, ma senza che ciò comportasse il passaggio nel campo avverso. Peraltro, la diplomazia fascista non aveva puntato mai ad una politica di blocchi ideologici contrapposti, ma l’aveva piuttosto subita. Mussolini tendeva – ancora nel settembre del 1939 – ad un direttorio europeo delle quattro “grandi potenze” (Inghilterra, Francia, Germania e Italia, con esclusione della Russia) così come aveva sostenuto già nel 1933 col famoso Patto a Quattro (poi naufragato perché Londra e Parigi non avevano dato sèguito alla cosa) fino al Trattato di Monaco del 1938 (intervenuto appunto fra le quattro potenze). Era la sola linea che avrebbe potuto garantire all’Italia la definitiva equiparazione con le principali protagoniste della scena europea, ma né l’Inghilterra né la Francia erano disponibili per una tale politica: avversavano, infatti, oltre che le aspirazioni tedesche a “riparare i torti” sanciti a Versailles all’indomani della fine della Prima guerra mondiale, anche le tradizionali ambizioni italiane, che con le loro configgevano sia in Mitteleuropa che nel Mediterraneo. Unica concessione alle attese mussoliniane era stata, nel settembre 1938, la ricordata adesione alla mediazione di Monaco. Per il resto, Londra e Parigi avevano prodotto soltanto una lunga sequela di ostacoli all’azione diplomatica di Roma: dal ricordato sabotaggio del Patto a Quattro al rifiuto di sostenere la difesa (solo italiana) dell’indipendenza austriaca all’epoca dell’uccisione del cancelliere Dollfuss ad opera dei nazisti di Vienna (1934), all’ipocrita campagna sanzionistica contro la creazione dell’impero coloniale italiano in Africa (1935-1936), all’altrettanto ipocrita levata di scudi per l’annessione dell’Albania (1939). Il risultato inevitabile della politica anglo-francese era stato il progressivo avvicinamento dell’Italia alla Germania, che – fra l’altro – si era schierata decisamente contro le sanzioni antitaliane.
Tuttavia, oltre alla coerenza, v’era anche un altro motivo che induceva Mussolini a non rompere definitivamente con Hitler; un motivo che – in una situazione del tutto diversa – ritroveremo pure, il 10 giugno 1940, alla base della decisione di entrare in guerra. Questo motivo era la prudenza; o, se si preferisce, il timore, la paura nei confronti del potente alleato. Il Duce non si fidava del Führer, cui rimproverava non soltanto l’alleanza con la Russia comunista contro la Polonia nazionalista, ma anche altre cose: l’aver vanificato l’accordo di Monaco con la proclamazione del Protettorato di Boemia e Moravia; e, prima ancora, i ripetuti attacchi all’indipendenza dell’Austria filoitaliana in nome del pangermanesimo, l’uccisione di Dollfuss e, da ultimo, quell’indesideratissimo Anschluss che, nel 1938, l’Italia era stata costretta ad accettare come una assai amara medicina. In effetti, in tutta la Mitteleuropa e nei Balcani – tradizionali obiettivi delle aspirazioni egemoniche della politica italiana – Berlino agiva sempre più come concorrente diretta di Roma, senza alcuno scrupolo “cameratesco” e senza tener conto di una “solidarietà ideologica” alquanto aleatoria. E chi garantiva – era il timore del Duce – che Hitler tenesse fede all’impegno (più volte ribadito) di rinunziare ad ogni rivendicazione territoriale nei confronti dell’Italia? Analogo impegno aveva assunto verso la Cecoslovacchia all’epoca della Conferenza di Monaco; e tutti avevano visto come era andata a finire. Fino a quel momento il dittatore tedesco non aveva dato alcun peso ai mugugni di alcuni circoli pangermanisti che rivendicavano il Sudtirolo/Altoadige e, addirittura, il Lombardo-Veneto ex asburgico; e certamente non avrebbe mutato parere nei confronti di una Italia amica [ancora il 17 febbraio 1945 Hitler manifestava nei suoi discorsi privati la sua amicizia per l’Italia e Mussolini NdR]. Ma, se Roma avesse dato l’impressione di volersi sganciare totalmente dall’asse con Berlino, Hitler sarebbe stato certo più permeabile alle pressioni dei pangermanisti radicali e di quanti altri accusavano l’Italia di prepararsi a ripetere il “tradimento” della Grande Guerra. Tutto considerato, quindi, l’interesse nazionale non consigliava né l’intervento in guerra, né lo sganciamento dalla Germania; richiedeva, invece, una scelta di neutralità, temperata quel tanto che bastasse ad indicare che l’Italia non era equidistante fra tedeschi ed anglo-francesi. Mussolini coniò, allora, la formula della “non belligeranza”, che stava ad indicare la non partecipazione al conflitto pur nel rispetto formale delle alleanze in vigore.
Certo, era una soluzione “all’italiana”, un compromesso fra tendenze ed esigenze diverse, talora inconciliabili. Ma, a ben guardare, neanche gli altri mostravano di avere le idee molto chiare su quello strano conflitto “regionale” che assomigliava tanto all’anticamera di una nuova guerra mondiale. E che le idee non fossero chiare per nessuno, era dimostrato dai comportamenti assai strani dei contendenti, soprattutto per quanto atteneva al teatro occidentale. Il 3 settembre 1939 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania, ma guardandosi bene dal mandare un solo uomo a difendere le linee polacche. Parigi seguiva Londra nel conflitto, ma assai malvolentieri e dopo avere sollecitato una mediazione italiana che però si era trovata di fronte all’intransigente veto dell’Inghilterra. Mentre l’opinione pubblica francese si mostrava del tutto ostile a «mourir pour Dantzig» (“Morire per Danzica”, cioè per la città libera del Baltico oggetto delle rivendicazioni tedesche) le truppe di Parigi accennavano appena a disturbare i tedeschi nella Saar, per ritirarsi subito dopo dietro la linea fortificata Maginot ad ascoltare musica ed a giocare a calcio. I tedeschi, dal canto loro, avanzavano come un rullo compressore in Polonia, ma – sul fronte occidentale – si limitavano ad osservare i francesi dalle torrette della Linea Sigfrido. I russi – infine – mentre si preparavano a loro volta ad aggredire la Polonia da est (cosa che avverrà il 17 settembre), spedivano circolari a tutti i partiti dell’Internazionale Comunista (compresi l’inglese ed il francese) per sollecitare il sostegno alla causa tedesca. Era l’inizio della «drôle de guerre», come la chiamavano i francesi: una guerra che veniva definita “strana”, “buffa”, la “guerra noiosa” degli inglesi, la “guerra seduta” dei tedeschi, o addirittura – come taluno diceva in Italia – la “guerra finta”. Ad est, però, la guerra era tutt’altro che finta: la Polonia (spinta dall’Inghilterra ad una intransigenza totale che era stata la causa prima dell’attacco tedesco) era adesso abbandonata al suo destino. Londra non muoveva un dito per difendere Varsavia dai tedeschi, né tampoco dai russi, che non avranno neanche il fastidio di una dichiarazione di guerra anglo-francese per un comportamento del tutto analogo a quello germanico. Stalin, peraltro, si accingeva a porre all’incasso le cambiali del Patto Ribbentrop-Molotov; cambiali già sottoscritte da Hitler (Lettonia, Estonia, Finlandia, Bessarabia rumena), ed altre che il dittatore georgiano avrebbe voluto estorcere e che riguardavano la Lituania [che poi otterrà NdR], la Bulgaria, una ulteriore fetta di Romania e, addirittura, uno spicchio di Balcani ed uno sbocco sull’Egeo.
Naturalmente, tutto l’Est europeo era in fermento: che fra Russia e Germania fosse intervenuto un accordo per la spartizione dell’Europa Orientale, lo si sapeva. I dettagli dell’accordo, invece, non erano noti; la qualcosa faceva lievitare i timori di tutti per una possibile inclusione nella sfera sovietica. Gli Stati baltici erano in un certo qual modo rassegnati, ma gli altri – i danubiani, i balcanici e finanche la Turchia – cominciavano a guardare all’Italia come alla potenza che avrebbe potuto guidare una alleanza di tutti gli Stati europei neutrali che intendevano restar tali (Spagna compresa e i Balcani). Nasceva, così, il progetto di un Blocco dei Neutrali a guida italiana, progetto naturalmente graditissimo a Mussolini, che si vedeva consegnata su un piatto d’argento la rappresentanza politica di quell’area che – da sempre – era in cima alle attenzioni e alle ambizioni della diplomazia italiana. Anche Hitler, in un primo tempo, si mostrò d’accordo; salvo, poi, fare precipitosamente marcia indietro in novembre, quando si rese conto che la leadership del Blocco avrebbe significato, per l’Italia, l’egemonia su un territorio che la Germania voleva invece acquisire alla propria sfera d’influenza. Il progetto del Blocco dei Neutrali veniva così archiviato rapidamente e Mussolini costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Ma, nei fatti, il Duce continuerà a disegnare strategie, alleanze, mediazioni e talora (come nel caso della Croazia jugoslava) anche congiure che coinvolgevano un po’ tutti gli Stati balcanici e danubiani.
L’affare del Blocco dei Neutrali, comunque, portava allo scoperto il primo motivo di contrasto fra Italia e Germania: l’egemonia sulla regione centro-orientale e del sud-est europeo. Il secondo motivo di dissenso – anche questo esploso nel novembre 1939 – era relativo agli “optanti” altoatesini ed ai timori di un Anschluss sudtirolese. Ne abbiamo già parlato in una precedente occasione [vedi la “lettera al direttore” pubblicata in coda al presente articolo] e rimandiamo quindi i lettori a quelle pagine. Terzo oggetto di contesa era l’aggressione sovietica alla Finlandia, scattata il 30 novembre 1939. L’Italia prese risolutamente le parti di Helsinki, inviando ai finnici anche armi ed aerei, oltre ad una pattuglia di “volontari”. La Germania, invece, sia pure masticando amaro, si tenne dalla parte dei russi. I due contraenti del Patto d’Acciaio, così, lungi dall’armonizzare le loro politiche diplomatiche, venivano a trovarsi schierati su vari fronti opposti. Il trimestre novembre 1939 - gennaio 1940 doveva registrare l’apice del contrasto italo-tedesco, come apparve evidente anche da un torrenziale discorso di Ciano alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni (16 dicembre 1939); discorso che, oltre a stigmatizzare l’intransigenza inglese responsabile di infiniti guasti, elencava puntigliosamente (sia pure con prudentissimo linguaggio diplomatico) tutte le inadempienze tedesche alle clausole del Patto d’Acciaio, che – ricordava il ministro italiano – era stato concepito con una valenza difensiva e non offensiva. [Ed è in questo clima che matura il progetto e partono i lavori per il “Vallo Littorio” voluto da Mussolini lungo l’arco alpino, specie nel tratto di confine col Terzo Reich. Di questo curioso aspetto dei rapporti italo-tedeschi di quegli anni ci siamo occupati nel n. 54, NdR]
La situazione muta ai primi del febbraio 1940, quando la diplomazia britannica tentò di forzare la situazione, pretendendo che Roma acconsentisse a vendere a Londra armi e munizioni, venendo così meno agli obblighi della neutralità. Alla risposta negativa da parte italiana, l’ambasciatore inglese preannunziava le rituali, signorili, rappresaglie economiche: la flotta britannica avrebbe bloccato e confiscato le navi che trasportavano in Italia il carbone (all’epoca vitale per l’economia di un Paese industrializzato). I primi arrembaggi sono del 5 marzo: una mossa arrogante e miope, buona solo a far risalire le azioni tedesche sulla piazza di Roma.
Lo stesso Ciano – anglofilo di provata fede – commentò che quelle iniziative servivano a «spingere l’Italia nelle braccia della Germania». Il Duce era furioso, e reso un po’ meno ostile a Hitler rispetto a qualche settimana prima. Era l’inizio della “crisi del carbone”, che sarà determinante nell’indurre Mussolini a prendere in considerazione – dapprima solo teoricamente – una sorta di guerra di liberazione contro il dominio inglese nel Mediterraneo; non ancora l’adesione alla guerra tedesca, ma una “guerra parallela” a quella ingaggiata dalla Germania per “liberare” il Continente dall’egemonia britannica. I contorni di questo ipotetico conflitto andavano pian piano delineandosi: il Duce iniziava a concepire una guerra italiana, parallela ma ben distinta rispetto alla tedesca; una guerra che nulla avesse da spartire con l’attacco alla Polonia e con l’alleanza nazi-comunista; una guerra diretta soltanto o quasi esclusivamente contro l’Inghilterra, ignorando praticamente la Francia; una guerra breve, dai costi contenuti, soltanto navale, sfruttando la potenza della nostra flotta (che era stata notevolmente rafforzata e resa più forte della flotta inglese nel Mediterraneo) ed evitando accuratamente di lasciarsi impegnare sul fronte terrestre (dove invece le forze italiane erano notevolmente inferiori a quelle degli Alleati a causa di cinque anni di usura di materiali e magazzini in Abissinia e Spagna).
Intanto, il 10 marzo 1940, Mussolini è invitato da Hitler ad un incontro diretto da tenersi al Brennero. Il dittatore italiano, perplesso, accettò: comprendeva che il tedesco avrebbe spinto per un rapido intervento in guerra dell’Italia, ma non sembrava preoccupato. Malgrado la rabbia per l’affronto britannico, infatti, Mussolini era deciso ad entrare in guerra solo quando – e se – i tedeschi fossero riusciti a mettere gli inglesi con le spalle al muro. Quanto allo scontro fra Germania e Francia, l’unica preoccupazione del Duce era di restarne fuori. Anzi – come vedremo – la sua speranza era che la “Sorella latina” riuscisse ad infliggere una salutare lezione all’arroganza germanica.
E, anche per la guerra “parallela” contro Londra, Mussolini non intendeva sottostare ai desiderata hitleriani. Illuminante è questa annotazione di Ciano sul Diario del 16 marzo, alla vigilia della partenza per il Brennero: «Oggi il Duce è più calmo. Intende confermare alla Germania la sua solidarietà potenziale, ma non intende entrare, almeno per ora, in guerra. Ha detto: “Farò come Bertoldo. Accettò la condanna a morte a condizione di scegliere l’albero adatto per esservi impiccato. Inutile dire che quell’albero non lo trovò mai. Io accetterò di entrare in guerra, riservandomi la scelta del momento propizio. Io solo intendo esserne giudice, e molto dipenderà dall’andamento della guerra”.» Ovvio che – con queste premesse – il convegno del Brennero non possa avere il valore di grande “svolta” che, oggi, molti storici ancora gli attribuiscono. Non è stato l’incontro con Hitler a segnare un riavvicinamento dell’Italia alla Germania ma era stata la “crisi del carbone” a segnare un ulteriore allontanamento dell’Italia dall’Inghilterra.
L’unica vera novità del vertice al Brennero fu una analisi più dettagliata del progetto di guerra parallela nel Mediterraneo, analisi prospettata da Mussolini a Hitler e, al ritorno a Roma, a Vittorio Emanuele III. Al Sovrano, infatti, il Duce indirizzò – a fine marzo – un memorandum segreto, che faceva il punto della situazione all’indomani del convegno del Brennero. Su questo documento vale la pena di soffermarsi brevemente, perché fotografa quello che era il pensiero del Capo del Governo italiano fino alla vigilia dell’invasione tedesca della Scandinavia e, con qualche aggiustamento, fino alla vigilia della blitzkrieg contro la Francia. Premessa dell’analisi mussoliniana era la constatazione che l’ipotesi di una pace di compromesso si allontanava, mentre sembrava crescere la prospettiva di un prolungamento della guerra (che all’epoca non aveva ancora investito il teatro occidentale). In questa seconda ipotesi, l’Italia avrebbe fatalmente finito per essere coinvolta; e, naturalmente, dalla parte della Germania. Non solo, infatti, non sarebbe stato onorevole tradire i patti d’alleanza, ma era proprio grazie a tali patti che l’Italia poteva – per un periodo che si sperava il più lungo possibile – mantenere la propria sostanziale neutralità. «Esclusa l’ipotesi del voltafaccia – scriveva Mussolini – rimane l’altra ipotesi, cioè la guerra parallela a quella della Germania, per raggiungere i nostri obiettivi che si compendiano in questa affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano. L’Italia non sarà veramente una nazione indipendente sino a quando avrà a sbarre della sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta e, a mura della stessa prigione, Gibilterra e Suez. Risolto il problema delle frontiere terrestri, se l’Italia vuole essere una Potenza veramente mondiale deve risolvere il problema delle sue frontiere marittime: la stessa sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione di questo problema.» E concludeva: «Il problema non è quindi di sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra; perché l’Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra; si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra: a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione; b) perché l’Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi come sono costretti a fare i Paesi attualmente belligeranti. Ma circa il quando, cioè la data, nel convegno del Brennero si è nettamente stabilito che ciò riguarda l’Italia e soltanto l’Italia.»
Ma non bisogna credere che la teorizzazione della guerra parallela avesse già portato Mussolini verso una scelta bellicista. Il Duce non era ancora convinto di una vittoria finale e totale della Germania; in ogni caso, la sua opzione preferita restava sempre quella di una mediazione italiana e di una intesa europea quadripartita: e proprio in quei giorni – tra la seconda decade di marzo e la prima di aprile – si impegnò concretamente in tale direzione. Il 16 marzo, alla vigilia della partenza per il Brennero, ricevendo il Sottosegretario agli Esteri americano, Benjamin Sumner Welles, in Europa per una scialba missione conoscitiva, Mussolini esortò il politico statunitense a trasformare il suo viaggio in una concreta missione di pace, assicurandogli l’appoggio italiano. Sumner Welles si mostrò convinto ma, il giorno dopo, una telefonata del presidente USA Roosevelt (evidentemente non interessato a concrete iniziative di pace) gli proibì espressamente di procedere in tale direzione.
Altra inascoltata (e poco nota) proposta di pace è datata 7 aprile 1940, quando il Duce fece una nuova offerta di mediazione al premier britannico Chamberlain. Ne era tramite l’avvocato maltese Adrian Dingli, legale dell’ambasciata britannica a Roma. Ciano annotò: «Parlo con Dingli e gli dico che, qualora Chamberlain sia pronto ad offrire veramente condizioni possibili, noi potremmo farci tramite delle sue proposte e facilitare un compromesso.» Intanto, la guerra si avvicinava a occidente: il 9 aprile i tedeschi invadevano Danimarca e Norvegia. Gli inglesi – in procinto di invadere anche loro la Scandinavia – erano stati battuti sul tempo; ma, soprattutto, davano l’impressione di non essere in grado di reagire e di essere quasi rassegnati alla sconfitta. Ciò, naturalmente, aveva un effetto psicologico fortissimo sull’opinione pubblica europea. A Roma, in particolare, le azioni germaniche salivano rapidamente e la prospettiva di un prossimo intervento dell’Italia sembrava prendere corpo. Ma Mussolini, pur impressionato, continuava ad essere molto prudente. Ostentava un cipiglio guerriero e rinforzava ogni giorno di più il tasso di interventismo nei suoi discorsi pubblici; ma, nella sostanza, continuava a cercare… l’albero di Bertoldo. A Ciano indicava la primavera dell’anno seguente come data di un possibile intervento italiano; ma – in realtà – il Duce era convinto che, per quella data, la guerra sarebbe stata finita e, probabilmente, con un risultato di sostanziale parità.
Non che Mussolini desiderasse segretamente la sconfitta della Germania, né tantomeno la vittoria dell’Inghilterra. Alla Germania augurava di vincere ma non di stravincere, di sconfiggere l’Inghilterra ma non la Francia, di battere chi si opponeva alla “riparazione dei torti” che avevano sancito la sconfitta tedesca nella Grande Guerra ma non di trionfare in Europa. Per l’Italia, sperava nella prosecuzione della non-belligeranza o, tutt’al più, in una “guerra parallela” rapida, poco costosa e poco cruenta, da combattersi sui mari e non sulla terraferma, tale da procurare i massimi vantaggi con il minimo sforzo. «Qui ci sono due imperi in lotta, due leoni. – aveva confidato qualche tempo prima a Bottai – Non abbiamo interesse che stravinca nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra le code. E, caso mai, andare a raccoglierle». Evidentemente, il Duce sperava in una vittoria stentata della Germania sull’Inghilterra, forse anche con l’aiuto italiano nel settore mediterraneo; ma sperava anche in una vittoria della Francia sulla Germania e, naturalmente, senza la partecipazione italiana allo scontro fra le due nazioni. In ultima analisi, il “tifo” segreto di Mussolini andava proprio alla “Sorella latina”, come emergeva da tutte le sue riflessioni, da tutte le sue confidenze a Ciano ma anche a Bottai e Grandi. Secondo quest’ultimo, ad esempio: «Mussolini non credeva che la Germania fosse tanto forte. Non lo desiderava e gli dava fastidio il solo pensiero che Hitler potesse essere tanto più forte di lui. (…) Credeva invece al mito dell’invincibilità dell’esercito francese e all’invulnerabilità della linea Maginot. La Francia non era la Polonia. Hitler si faceva delle illusioni. Avrebbe trovato in Francia un osso ben duro da rodere. In Francia Hitler si sarebbe rotto il collo. E’ quello che Mussolini desiderava, che ardentemente sperava.» A fine aprile, ricevendo Balbo che sollecitava armi e materiali per la difesa della Libia, il Duce non sembrava dubitare del proseguimento della non belligeranza italiana: «Non ci sarà la guerra. – lo tranquillizzava – Pensa ai tuoi coloni, ai tuoi pozzi d’acqua e ai tuoi ulivi.»
Ciano sbagliava – dunque – quando imputava gli sbalzi d’umore del Capo del Governo al dilemma sull’entrare in guerra o meno. La preoccupazione principale del Duce era sempre la stessa: non rompere con i tedeschi, non indurli a credere che l’Italia volesse ripetere l’avvilente copione del 1914-15, non prestare il fianco alla terribile vendetta di una Germania ipoteticamente vittoriosa nei confronti di una Italia ipoteticamente fedifraga. Così confidava a Grandi: «Non entreremo in guerra. Ma occorre tenere a bada i tedeschi e non irritarli. Sono forti e pericolosi, ma non così forti come ritengono di essere.» Intanto, l’arroganza inglese verso l’Italia toccava vette di stupidità inimmaginabili. Dopo l’embargo di marzo, il 1° maggio scattava un blocco navale alle coste italiane: camuffato da prevenzione per del tutto improbabili attacchi italiani al naviglio britannico, si trattava in realtà di un blocco in piena regola, diretto non a tutelare la navigazione inglese ma a disarticolare l’intero traffico marittimo italiano e, come diretta conseguenza, a colpire i tre quarti dell’economia nazionale. Inutile dire che questa ulteriore squallida esibizione di muscoli aveva l’effetto di far lievitare i sentimenti antibritannici in Italia; in un momento – peraltro – che, a seguito delle vicende scandinave, vedeva in ascesa le simpatie per la causa tedesca. Ma Mussolini dava disposizioni di non reagire: l’Inghilterra non era ancora con le spalle al muro e, conseguentemente, i tempi per la guerra parallela non erano maturi.
La stessa prudenza fu mostrata da Mussolini anche per quasi tutto il mese di maggio, anche dopo l’attacco tedesco contro Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Un attacco fulmineo, devastante, tale da far pensare a molti che le sorti del conflitto fossero ormai decise. Non solo, infatti, Belgio, Olanda e Lussemburgo andarono in breve a raggiungere Polonia, Danimarca e Norvegia nel carniere di Hitler; ma pure i tedeschi penetrarono anche in Francia: non dissanguandosi in un problematico assalto alla Maginot, ma semplicemente ignorando la linea fortificata francese e puntando verso ben altri obbiettivi. E non era tutto, perché i panzer tedeschi, raggiungendo la Manica (e l’Atlantico) già il 20 maggio, imbottigliarono l’intero Corpo di Spedizione Britannico e la 1a Armata francese, l’uno e l’altra pericolosamente sbilanciati in avanti nelle Fiandre, attratti – esattamente come nei piani tedeschi – dall’invasione di Olanda e Belgio.
Questi avvenimenti ebbero un riscontro immediato sull’opinione pubblica italiana, che – fatte le debite eccezioni – sembrava adesso convinta che la Germania fosse sul punto di vincere la guerra e che l’Italia non dovesse lasciarsi sfuggire l’occasione – previa una partecipazione poco più che simbolica al conflitto – di prendere parte alla spartizione del bottino di guerra. «Come nel 1939 – recitava un rapporto riservato dell’OVRA per Mussolini – si rilevava il quasi unanime dissenso verso l’avventura bellica, così, nella primavera del 1940, si registra un rovesciamento della pubblica opinione, presa da un ossessionante timore di arrivare troppo tardi.» E più o meno gli stessi erano, in quei giorni, gli orientamenti della classe dirigente italiana, compreso Ciano, compreso Grandi, compresi i vari esponenti della tendenza anglofila. Perfino Vittorio Emanuele III – che non aveva mai nascosto la sua avversione per la Germania hitleriana – mostrava qualche segno di impazienza: «il più delle volte – confidava al fedelissimo aiutante di campo, il generale Puntoni – gli assenti hanno torto».
Quanto a Mussolini, era certamente colpito dal travolgente successo tedesco, più rapido e più schiacciante di quanto egli avrebbe mai immaginato. Un successo che, per molti versi, non lo entusiasmava affatto, soprattutto nelle dimensioni che aveva assunto. In cuor suo, il Duce sperava che i francesi potessero ancora resistere, potessero inchiodare i tedeschi sulla Somme, potessero difendere Parigi con un secondo “miracolo della Marna”. «Tuttavia – scriveva Grandi – cominciava a temere, ed era la prima volta, che la Germania avrebbe veramente vinto. A temere, ma non ancora a credere.» E, fino a quando una reazione francese (ed inglese) appariva possibile, il Duce non si sbilanciava sull’intervento italiano nel conflitto; e, ciò, malgrado il crescendo di provocazioni da parte britannica e le aumentate pressioni interventiste del fronte interno. «Adesso – confidava al figlio Vittorio – tutti desiderano sparare il primo colpo di fucile: il Re, lo Stato Maggiore, i gerarchi. Per quanto paradossale sembri, l’unico pacifista sono rimasto io, io solo.»
La svolta, tuttavia, si approssimava. Il 27 maggio il Corpo di Spedizione Britannico iniziò sulla spiaggia di Dunkerque (a poche braccia di mare dalle “bianche scogliere di Dover”) le operazioni di reimbarco per la Gran Bretagna: una fuga caotica, bruciante. Per Mussolini Dunkerque fu l’evento in grado di fugare gli ultimi dubbi. E non tanto e non soltanto per la disfatta storica, epocale dell’Inghilterra, umiliata ed espulsa dal continente europeo; ma, soprattutto, perché ciò segnava anche la fine delle ultime speranze di una resistenza francese che potesse interrompere la lunga teoria delle vittorie tedesche. La Francia, peraltro, era stata ormai abbandonata al proprio destino dall’Inghilterra, che aveva sistematicamente respinto gli ultimi, disperati appelli del governo parigino: sia quelli che peroravano una mediazione italiana (riproposti ancora il 28 maggio), sia quelli volti ad ottenere aiuti in uomini e mezzi per bloccare l’ulteriore avanzata tedesca verso ovest.
La “Sorella latina”, ormai sola, rappresentava un brusco richiamo alla realtà per il Duce: la temuta vittoria finale e totale della Germania si avvicinava. Non c’era più spazio per la prudenza, per i tentennamenti. Con gli inglesi in fuga, la sanzione finale della guerra sarebbe stata la caduta di Parigi. Dopo tale evento (che si verificherà poi il 14 giugno) l’intervento nel conflitto avrebbe perso ogni valore, sarebbe stato addirittura controproducente. Bisognava, dunque, fare presto. Per partecipare alla spartizione del bottino di guerra? Certo, anche se il Duce non si faceva illusioni sull’entità della “fetta” di spettanza italiana. Ma, soprattutto, per scongiurare una possibile rappresaglia tedesca, per impedire mutilazioni territoriali, per evitare all’Italia un destino simile a quello del Protettorato di Boemia e Moravia. Il 30 maggio, così, Mussolini comunicava a Hitler la decisione di entrare in guerra. Ciano annotava: «il dado è tratto».
Il 10 giugno, mentre i tedeschi – dopo aver travolto le ultime difese francesi sulla Somme – convergevano a tappe forzate verso Parigi, l’Italia dichiarava guerra a Gran Bretagna e Francia. Mussolini pensava così di essere, ancora una volta, riuscito ad evitare il peggio per l’ Italia.

Michele Rallo

 
 
 
 
 
 
APPENDICE
 
A PROPOSITO
DEL “VALLO DEL LITTORIO”
IN ALTO ADIGE
 
 
Caro Direttore,
ho letto con grande interesse, sull’ultimo numero di “Storia in Rete”, il Tuo articolo sulla Linea Non-mi-fido e sul prezioso volume dedicato da Alessandro Bernasconi e Giovanni Muran alla costruzione del Vallo Alpino del Littorio.
Al di là dell’interesse specifico dell’argomento (non a caso ignorato sistematicamente dalla storiografia ufficiale), ritengo che da questo si possa prendere le mosse per una rilettura un po’ meno superficiale delle vicende che – settant’anni or sono – portarono l’Italia ad intervenire nella Seconda guerra mondiale. Credo, infatti, che sia giunto il momento di affrontare la materia con un minimo di rigore e di serenità, fuori dagli schemi triti di ricostruzioni “storiche” che altro non sono se non la stanca riproposizione dei vecchi temi della propaganda di guerra inglese, quella propaganda che dipingeva il mondo diviso in due: da una parte i “buoni”, e cioè gli inglesi, gli americani e i loro alleati del momento; e dall’altra i “cattivi”, e cioè tutti i loro nemici. Erede diretta di questa propaganda bellica è la versione che ancor oggi (o, forse, oggi più di ieri) viene data degli inizi della Seconda guerra mondiale, che sarebbe stata scatenata dal “nazifascismo” contro “le democrazie”.
Naturalmente, fatti come quello del Vallo Alpino del Littorio sono difficilmente incasellabili in questo tipo di rievocazioni di maniera, perché è sommamente difficile spiegare il perché della costruzione (varata meno di tre mesi dopo l’inizio del conflitto mondiale) di una formidabile linea di fortificazioni a ridosso del confine fra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista. Come conciliare ciò con l’alleanza nazifascista responsabile della guerra?
La verità, caro direttore, è che l’alleanza nazifascista non c’era. La verità è che la Seconda guerra mondiale non fu scatenata dal languente nazifascismo di un Patto d’Acciaio disatteso proprio dai tedeschi, ma da un attivo ed operante “nazicomunismo”. La verità è che la Seconda guerra mondiale fu la conseguenza diretta dell’alleanza militare fra Terzo Reich ed Unione Sovietica, che tale era in realtà il trattato di non-aggressione dell’agosto 1939; una alleanza volta ad aggredire congiuntamente la Polonia (che, tra parentesi, non era una democrazia ma una dittatura militarista-nazionalista con un tasso di antisemitismo di poco inferiore a quello nazista), ed a dividere fraternamente tra i due soci le spoglie della stessa Polonia e, in prospettiva, quelle dell’intera Europa Orientale. La verità è che l’Italia fascista avversò strenuamente sia l’alleanza russo-tedesca, sia l’aggressione alla Polonia, sia la spartizione dell’Europa Orientale fra URSS e Terzo Reich. La verità è che Mussolini si oppose ostinatamente alla guerra e che, sia prima che dopo lo scatenamento del conflitto, si propose come mediatore per il raggiungimento di una pace onorevole per tutti. La verità è – con buona pace dei tanti anglofili di casa nostra – che questo progetto mediatorio fallì in primo luogo per l’opposizione dell’Inghilterra, che temeva una seconda Monaco.
Nel novembre del 1939 (quando venne emanato il primo ordine per la progettazione e la costruzione del Vallo Alpino del Littorio) tutti i ricordati motivi di contrasto fra Roma e Berlino erano in pieno sviluppo, con l’aggiunta di nuovi argomenti di contesa: il Blocco dei Neutrali, che l’Italia avrebbe voluto creare e capitanare per cercare di recuperare uno spazio di manovra nell’Europa Orientale; e, soprattutto, la questione dei cosiddetti “optanti” altoatesini.
A parte la vicenda del Blocco dei Neutrali (su cui sarà utile tornare), ciò che in quel momento era al primo posto nei pensieri di Mussolini era la questione degli optanti. Hitler – com’è noto – aveva sempre dichiarato di non avere alcun tipo di rivendicazione territoriale nei confronti dell’Italia e di rinunziare espressamente ad ogni contenzioso sull’Altoadige/Sudtirolo. E, tuttavia, dopo il ricongiungimento al Reich dell’Austria, dei Sudeti e – in ultimo – della Prussia Occidentale, alcuni ambienti pangermanisti (discretamente sollecitati dai circoli antitaliani di Berlino che facevano capo al Ministro degli Esteri von Ribbentrop) erano tornati a chiedere – sia pur sommessamente – che anche i “fratelli sudtirolesi” potessero tornare nel seno della Grande Germania.
Per tagliare la testa al toro e per risolvere alla radice il problema di una consistente minoranza volksdeutsche entro i confini italiani, Roma e Berlino si erano accordate per offrire alla popolazione di lingua tedesca (e ladina) del Bolzanino e delle province limitrofe la possibilità di optare fra la permanenza in Italia e l’emigrazione nel Reich. La relativa convenzione era stata ufficialmente stipulata il 21 ottobre e, nel mese di novembre, si era in attesa di dare materialmente corso alle opzioni. L’interesse italiano era chiaro: le scelte della popolazione altoatesina avrebbero dovuto essere le più rapide possibili e gli optanten für Deutschland avrebbero dovuto abbandonare il territorio bolzanino in tempi ragionevoli. Per il governo fascista si trattava quasi di una polizza d’assicurazione, una garanzia contro il rischio di una riproposizione di scenari di tipo sudetico.
Stranamente, però, alcuni attivisti nazisti di Bolzano e dintorni avevano quasi subito iniziato una campagna propagandistica sotterranea, campagna volta a diffondere tra la popolazione voci di un imminente anschluss sudtirolese. Il conte Ciano se ne era lamentato – il 9 novembre – con l’ambasciatore tedesco, von Mackensen. Quanto a Mussolini, era furioso; il suo tasso di ostilità verso Hitler e la Germania aumentava costantemente, al punto che, dovendo lo stesso giorno felicitarsi con il Führer che era appena sfuggito ad un rudimentale attentato, «ha faticato non poco – annotava Ciano – a redigere il telegramma di compiacimento per lo scampato pericolo; voleva che fosse caloroso ma non troppo, perché, a suo giudizio, nessun italiano ha provato questa grande gioia per la salvezza di Hitler. E meno di tutti, il Duce».
Per tutto il mese di novembre, il diario del “Conte-genero” era costellato da annotazioni che testimoniavano un antihitlerismo crescente da parte di Mussolini, spesso in parallelo con le vicende altoatesine. «Vanno male le cose in Alto Adige. – leggiamo sul Diario alla data del 21 novembre – I tedeschi, in seguito agli accordi, si preparano a compiervi un vero e proprio plebiscito. E fin qui niente di male, se i tedeschi, subito dopo optato, se ne andassero. Invece niente. Hanno la facoltà di rimanere fino a tre anni, e nulla fa sperare che da parte tedesca si intenda accelerare i tempi. Mussolini dice che non ci vede chiaro: stamani affermava che su questa questione si potrebbe arrivare al conflitto col Reich. Intanto rafforza la polizia ed i carabinieri ed aumenta anche gli effettivi della guardia alla frontiera.»
In pratica, si temeva che i tedeschi volessero ufficializzare la volontà della popolazione sudtirolese di ricongiungersi alla madrepatria (ed infatti oltre l’80% della comunità germanofona opterà in questo senso), lasciando però gli optanten entro le frontiere italiane per tre lunghi anni, quasi che vi restassero a mo’ di “quinta colonna” in attesa dell’arrivo della Wehrmacht. Ecco perché, ad ogni buon conto, il Duce aveva dato il via alla fortificazione del confine con la Germania.
Dunque, il timore (il timore, non l’avversione) era, nel novembre-dicembre del 1939, uno degli elementi basilari dell’atteggiamento dell’Italia fascista nei confronti della Germania di Hitler. Ed il timore – aggiungo – sarà ancora una delle molle principali che, nel giugno del 1940, indurrà Mussolini ad entrare in guerra; una guerra che si riteneva dovesse essere breve, brevissima: quel tanto da testimoniare a Berlino che Roma le era amica, e da porre l’Italia – si sperava – al riparo da una possibile rappresaglia tedesca. Ma questa è un’altra storia.

Michele Rallo

 
 
 
 
 

PER GENTILE CONCESSIONE DI STORIA IN RETE EDITORIALE SRL
- articoli pubblicati sui nn. 55 e 56 del mensile “Storia in rete” - maggio e giugno 2010 -

 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

Risoluzione consigliata 1024x768
All rights reserved