10
giugno 1940: alle 6 del pomeriggio, dal balcone di Palazzo
Venezia, Benito Mussolini annunziava a Roma e al mondo
che l’Italia aveva già consegnato la dichiarazione
di guerra agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Il conflitto che dal settembre 1939 vedeva opposti,
dopo l’occupazione nazista della Polonia, i tedeschi
a francesi e inglesi si allargava. Ma come si era giunti
a questo passo? Davvero – come sostiene la storiografia
di scuola anglosassone – il Duce dell’Italia
fascista aveva voluto accomunare i destini del suo paese
a quelli della Germania hitleriana per solidarietà
ideologica e per spirito avventuristico? La risposta
è no, e basta seguire gli avvenimenti dei tredici
mesi precedenti per averne una conferma assolutamente
incontestabile.
Assumiamo, dunque, come punto di partenza il maggio
1939, quando Germania e Italia stipularono il Patto
d’Acciaio. Cosa stabiliva quel patto? Due cose,
in primo luogo: l’obbligo di consultazioni reciproche
per ogni decisione riguardante le scelte di fondo delle
rispettive politiche diplomatiche (articoli 1 e 2);
e l’obbligo di schierarsi militarmente al fianco
del socio che fosse coinvolto in “complicazioni
belliche” (articolo 3). Orbene, queste condizioni
– come vedremo – saranno disattese, nel
giro di pochi mesi, da entrambi i contraenti; sicché,
al momento della dichiarazione di guerra italiana, il
Patto d’Acciaio era sostanzialmente decaduto,
ed entrambi i soci – se lo avessero ritenuto opportuno
– avrebbero potuto denunciarlo; e l’Italia
con più buon diritto della Germania. Era stato
il Terzo Reich, infatti, a violare per primo il Patto
d’Acciaio, stipulando – il 23 agosto 1939
– un “trattato di non aggressione”
con l’Unione Sovietica, trattato che in realtà
era un’autentica seppur ufficiosa alleanza politica
e militare. Ora, l’intesa con il governo russo
era stata raggiunta da Hitler e dal suo ministro degli
Esteri von Ribbentrop senza alcuna preventiva consultazione
con il governo italiano; anzi, contro il parere del
governo italiano. E l’intesa prevedeva –
in un protocollo addizionale segreto – la spartizione
fra i due soci non soltanto della Polonia, ma dell’intera
Europa Orientale; con scarsa attenzione, tra l’altro,
per le esigenze dell’Italia, che nell’Est
europeo aveva notevoli e consolidati interessi. Peraltro,
l’indicazione di una precisa linea di confine
tra le “sfere d’influenza” tedesca
e sovietica in Polonia (fissata in un primo tempo al
corso della Vistola) comportava necessariamente una
aggressione militare congiunta per raggiungere –
da ovest e da est – la frontiera pattuita. L’attacco
tedesco alla Polonia (come anche quello sovietico, di
alcuni giorni successivo) era, dunque, la conseguenza
logica e inevitabile del cosiddetto Patto Ribbentrop-Molotov;
ed anche questa mossa era stata effettuata da Berlino
contro il parere e gli interessi di Roma, nettamente
avversa ad ogni ipotesi del genere.
Mussolini aveva ben compreso, già prima della
stipula del trattato russo-tedesco, che Hitler si preparava
a muovere guerra alla Polonia, e non aveva nascosto
la sua completa avversione. «Il duce
– leggiamo sul Diario di Ciano alla data del 9
agosto ’39 – tiene molto a che
io provi ai tedeschi, documenti alla mano, che lo scatenare
una guerra adesso sarebbe una follia.»
Pensiero ribadito il giorno seguente («bisogna
evitare il conflitto con la Polonia, poiché è
ormai impossibile localizzarlo e una guerra generale
sarebbe per tutti disastrosa») e
accompagnato dall’auspicio di una seconda Monaco
(«negoziati internazionali per risolvere
le questioni che turbano tanto pericolosamente la vita
europea»). Ma Hitler, oramai, aveva
decisamente imboccato la strada dell’alleanza
con l’URSS. La violazione del Patto d’Acciaio
(e dell’Antikomintern) era palese, e l’Italia
avrebbe potuto anche denunziare l’alleanza. Perché
Mussolini non lo fece? Perché un passo del genere,
proprio all’indomani dell’inizio della guerra,
sarebbe stato interpretato come una sostanziale adesione
alla linea inglese. E il Duce non voleva, per vari motivi,
che si pensasse questo. Voleva – sì –
stigmatizzare il comportamento tedesco e prenderne le
distanze, ma senza che ciò comportasse il passaggio
nel campo avverso. Peraltro, la diplomazia fascista
non aveva puntato mai ad una politica di blocchi ideologici
contrapposti, ma l’aveva piuttosto subita. Mussolini
tendeva – ancora nel settembre del 1939 –
ad un direttorio europeo delle quattro “grandi
potenze” (Inghilterra, Francia, Germania e Italia,
con esclusione della Russia) così come aveva
sostenuto già nel 1933 col famoso Patto a Quattro
(poi naufragato perché Londra e Parigi non avevano
dato sèguito alla cosa) fino al Trattato di Monaco
del 1938 (intervenuto appunto fra le quattro potenze).
Era la sola linea che avrebbe potuto garantire all’Italia
la definitiva equiparazione con le principali protagoniste
della scena europea, ma né l’Inghilterra
né la Francia erano disponibili per una tale
politica: avversavano, infatti, oltre che le aspirazioni
tedesche a “riparare i torti” sanciti a
Versailles all’indomani della fine della Prima
guerra mondiale, anche le tradizionali ambizioni italiane,
che con le loro configgevano sia in Mitteleuropa che
nel Mediterraneo. Unica concessione alle attese mussoliniane
era stata, nel settembre 1938, la ricordata adesione
alla mediazione di Monaco. Per il resto, Londra e Parigi
avevano prodotto soltanto una lunga sequela di ostacoli
all’azione diplomatica di Roma: dal ricordato
sabotaggio del Patto a Quattro al rifiuto di sostenere
la difesa (solo italiana) dell’indipendenza austriaca
all’epoca dell’uccisione del cancelliere
Dollfuss ad opera dei nazisti di Vienna (1934), all’ipocrita
campagna sanzionistica contro la creazione dell’impero
coloniale italiano in Africa (1935-1936), all’altrettanto
ipocrita levata di scudi per l’annessione dell’Albania
(1939). Il risultato inevitabile della politica anglo-francese
era stato il progressivo avvicinamento dell’Italia
alla Germania, che – fra l’altro –
si era schierata decisamente contro le sanzioni antitaliane.
Tuttavia, oltre alla coerenza, v’era anche un
altro motivo che induceva Mussolini a non rompere definitivamente
con Hitler; un motivo che – in una situazione
del tutto diversa – ritroveremo pure, il 10 giugno
1940, alla base della decisione di entrare in guerra.
Questo motivo era la prudenza; o, se si preferisce,
il timore, la paura nei confronti del potente alleato.
Il Duce non si fidava del Führer, cui rimproverava
non soltanto l’alleanza con la Russia comunista
contro la Polonia nazionalista, ma anche altre cose:
l’aver vanificato l’accordo di Monaco con
la proclamazione del Protettorato di Boemia e Moravia;
e, prima ancora, i ripetuti attacchi all’indipendenza
dell’Austria filoitaliana in nome del pangermanesimo,
l’uccisione di Dollfuss e, da ultimo, quell’indesideratissimo
Anschluss che, nel 1938, l’Italia era stata costretta
ad accettare come una assai amara medicina. In effetti,
in tutta la Mitteleuropa e nei Balcani – tradizionali
obiettivi delle aspirazioni egemoniche della politica
italiana – Berlino agiva sempre più come
concorrente diretta di Roma, senza alcuno scrupolo “cameratesco”
e senza tener conto di una “solidarietà
ideologica” alquanto aleatoria. E chi garantiva
– era il timore del Duce – che Hitler tenesse
fede all’impegno (più volte ribadito) di
rinunziare ad ogni rivendicazione territoriale nei confronti
dell’Italia? Analogo impegno aveva assunto verso
la Cecoslovacchia all’epoca della Conferenza di
Monaco; e tutti avevano visto come era andata a finire.
Fino a quel momento il dittatore tedesco non aveva dato
alcun peso ai mugugni di alcuni circoli pangermanisti
che rivendicavano il Sudtirolo/Altoadige e, addirittura,
il Lombardo-Veneto ex asburgico; e certamente non avrebbe
mutato parere nei confronti di una Italia amica [ancora
il 17 febbraio 1945 Hitler manifestava nei suoi discorsi
privati la sua amicizia per l’Italia e Mussolini
NdR]. Ma, se Roma avesse dato l’impressione di
volersi sganciare totalmente dall’asse con Berlino,
Hitler sarebbe stato certo più permeabile alle
pressioni dei pangermanisti radicali e di quanti altri
accusavano l’Italia di prepararsi a ripetere il
“tradimento” della Grande Guerra. Tutto
considerato, quindi, l’interesse nazionale non
consigliava né l’intervento in guerra,
né lo sganciamento dalla Germania; richiedeva,
invece, una scelta di neutralità, temperata quel
tanto che bastasse ad indicare che l’Italia non
era equidistante fra tedeschi ed anglo-francesi. Mussolini
coniò, allora, la formula della “non belligeranza”,
che stava ad indicare la non partecipazione al conflitto
pur nel rispetto formale delle alleanze in vigore.
Certo, era una soluzione “all’italiana”,
un compromesso fra tendenze ed esigenze diverse, talora
inconciliabili. Ma, a ben guardare, neanche gli altri
mostravano di avere le idee molto chiare su quello strano
conflitto “regionale” che assomigliava tanto
all’anticamera di una nuova guerra mondiale. E
che le idee non fossero chiare per nessuno, era dimostrato
dai comportamenti assai strani dei contendenti, soprattutto
per quanto atteneva al teatro occidentale. Il 3 settembre
1939 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania,
ma guardandosi bene dal mandare un solo uomo a difendere
le linee polacche. Parigi seguiva Londra nel conflitto,
ma assai malvolentieri e dopo avere sollecitato una
mediazione italiana che però si era trovata di
fronte all’intransigente veto dell’Inghilterra.
Mentre l’opinione pubblica francese si mostrava
del tutto ostile a «mourir pour Dantzig»
(“Morire per Danzica”, cioè per la
città libera del Baltico oggetto delle rivendicazioni
tedesche) le truppe di Parigi accennavano appena a disturbare
i tedeschi nella Saar, per ritirarsi subito dopo dietro
la linea fortificata Maginot ad ascoltare musica ed
a giocare a calcio. I tedeschi, dal canto loro, avanzavano
come un rullo compressore in Polonia, ma – sul
fronte occidentale – si limitavano ad osservare
i francesi dalle torrette della Linea Sigfrido. I russi
– infine – mentre si preparavano a loro
volta ad aggredire la Polonia da est (cosa che avverrà
il 17 settembre), spedivano circolari a tutti i partiti
dell’Internazionale Comunista (compresi l’inglese
ed il francese) per sollecitare il sostegno alla causa
tedesca. Era l’inizio della «drôle
de guerre», come la chiamavano i
francesi: una guerra che veniva definita “strana”,
“buffa”, la “guerra noiosa”
degli inglesi, la “guerra seduta” dei tedeschi,
o addirittura – come taluno diceva in Italia –
la “guerra finta”. Ad est, però,
la guerra era tutt’altro che finta: la Polonia
(spinta dall’Inghilterra ad una intransigenza
totale che era stata la causa prima dell’attacco
tedesco) era adesso abbandonata al suo destino. Londra
non muoveva un dito per difendere Varsavia dai tedeschi,
né tampoco dai russi, che non avranno neanche
il fastidio di una dichiarazione di guerra anglo-francese
per un comportamento del tutto analogo a quello germanico.
Stalin, peraltro, si accingeva a porre all’incasso
le cambiali del Patto Ribbentrop-Molotov; cambiali già
sottoscritte da Hitler (Lettonia, Estonia, Finlandia,
Bessarabia rumena), ed altre che il dittatore georgiano
avrebbe voluto estorcere e che riguardavano la Lituania
[che poi otterrà NdR], la Bulgaria, una ulteriore
fetta di Romania e, addirittura, uno spicchio di Balcani
ed uno sbocco sull’Egeo.
Naturalmente, tutto l’Est europeo era in fermento:
che fra Russia e Germania fosse intervenuto un accordo
per la spartizione dell’Europa Orientale, lo si
sapeva. I dettagli dell’accordo, invece, non erano
noti; la qualcosa faceva lievitare i timori di tutti
per una possibile inclusione nella sfera sovietica.
Gli Stati baltici erano in un certo qual modo rassegnati,
ma gli altri – i danubiani, i balcanici e finanche
la Turchia – cominciavano a guardare all’Italia
come alla potenza che avrebbe potuto guidare una alleanza
di tutti gli Stati europei neutrali che intendevano
restar tali (Spagna compresa e i Balcani). Nasceva,
così, il progetto di un Blocco dei Neutrali a
guida italiana, progetto naturalmente graditissimo a
Mussolini, che si vedeva consegnata su un piatto d’argento
la rappresentanza politica di quell’area che –
da sempre – era in cima alle attenzioni e alle
ambizioni della diplomazia italiana. Anche Hitler, in
un primo tempo, si mostrò d’accordo; salvo,
poi, fare precipitosamente marcia indietro in novembre,
quando si rese conto che la leadership del Blocco avrebbe
significato, per l’Italia, l’egemonia su
un territorio che la Germania voleva invece acquisire
alla propria sfera d’influenza. Il progetto del
Blocco dei Neutrali veniva così archiviato rapidamente
e Mussolini costretto a fare buon viso a cattivo gioco.
Ma, nei fatti, il Duce continuerà a disegnare
strategie, alleanze, mediazioni e talora (come nel caso
della Croazia jugoslava) anche congiure che coinvolgevano
un po’ tutti gli Stati balcanici e danubiani.
L’affare del Blocco dei Neutrali, comunque, portava
allo scoperto il primo motivo di contrasto fra Italia
e Germania: l’egemonia sulla regione centro-orientale
e del sud-est europeo. Il secondo motivo di dissenso
– anche questo esploso nel novembre 1939 –
era relativo agli “optanti” altoatesini
ed ai timori di un Anschluss sudtirolese. Ne abbiamo
già parlato in una precedente occasione [vedi
la “lettera al direttore” pubblicata in
coda al presente articolo] e rimandiamo quindi i lettori
a quelle pagine. Terzo oggetto di contesa era l’aggressione
sovietica alla Finlandia, scattata il 30 novembre 1939.
L’Italia prese risolutamente le parti di Helsinki,
inviando ai finnici anche armi ed aerei, oltre ad una
pattuglia di “volontari”. La Germania, invece,
sia pure masticando amaro, si tenne dalla parte dei
russi. I due contraenti del Patto d’Acciaio, così,
lungi dall’armonizzare le loro politiche diplomatiche,
venivano a trovarsi schierati su vari fronti opposti.
Il trimestre novembre 1939 - gennaio 1940 doveva registrare
l’apice del contrasto italo-tedesco, come apparve
evidente anche da un torrenziale discorso di Ciano alla
Camera dei Fasci e delle Corporazioni (16 dicembre 1939);
discorso che, oltre a stigmatizzare l’intransigenza
inglese responsabile di infiniti guasti, elencava puntigliosamente
(sia pure con prudentissimo linguaggio diplomatico)
tutte le inadempienze tedesche alle clausole del Patto
d’Acciaio, che – ricordava il ministro italiano
– era stato concepito con una valenza difensiva
e non offensiva. [Ed è in questo clima che matura
il progetto e partono i lavori per il “Vallo Littorio”
voluto da Mussolini lungo l’arco alpino, specie
nel tratto di confine col Terzo Reich. Di questo curioso
aspetto dei rapporti italo-tedeschi di quegli anni ci
siamo occupati nel n. 54, NdR]
La situazione muta ai primi del febbraio 1940, quando
la diplomazia britannica tentò di forzare la
situazione, pretendendo che Roma acconsentisse a vendere
a Londra armi e munizioni, venendo così meno
agli obblighi della neutralità. Alla risposta
negativa da parte italiana, l’ambasciatore inglese
preannunziava le rituali, signorili, rappresaglie economiche:
la flotta britannica avrebbe bloccato e confiscato le
navi che trasportavano in Italia il carbone (all’epoca
vitale per l’economia di un Paese industrializzato).
I primi arrembaggi sono del 5 marzo: una mossa arrogante
e miope, buona solo a far risalire le azioni tedesche
sulla piazza di Roma.
Lo stesso Ciano – anglofilo di provata fede –
commentò che quelle iniziative servivano a
«spingere l’Italia nelle braccia della Germania».
Il Duce era furioso, e reso un po’ meno ostile
a Hitler rispetto a qualche settimana prima. Era l’inizio
della “crisi del carbone”, che sarà
determinante nell’indurre Mussolini a prendere
in considerazione – dapprima solo teoricamente
– una sorta di guerra di liberazione contro il
dominio inglese nel Mediterraneo; non ancora l’adesione
alla guerra tedesca, ma una “guerra parallela”
a quella ingaggiata dalla Germania per “liberare”
il Continente dall’egemonia britannica. I contorni
di questo ipotetico conflitto andavano pian piano delineandosi:
il Duce iniziava a concepire una guerra italiana, parallela
ma ben distinta rispetto alla tedesca; una guerra che
nulla avesse da spartire con l’attacco alla Polonia
e con l’alleanza nazi-comunista; una guerra diretta
soltanto o quasi esclusivamente contro l’Inghilterra,
ignorando praticamente la Francia; una guerra breve,
dai costi contenuti, soltanto navale, sfruttando la
potenza della nostra flotta (che era stata notevolmente
rafforzata e resa più forte della flotta inglese
nel Mediterraneo) ed evitando accuratamente di lasciarsi
impegnare sul fronte terrestre (dove invece le forze
italiane erano notevolmente inferiori a quelle degli
Alleati a causa di cinque anni di usura di materiali
e magazzini in Abissinia e Spagna).
Intanto, il 10 marzo 1940, Mussolini è invitato
da Hitler ad un incontro diretto da tenersi al Brennero.
Il dittatore italiano, perplesso, accettò: comprendeva
che il tedesco avrebbe spinto per un rapido intervento
in guerra dell’Italia, ma non sembrava preoccupato.
Malgrado la rabbia per l’affronto britannico,
infatti, Mussolini era deciso ad entrare in guerra solo
quando – e se – i tedeschi fossero riusciti
a mettere gli inglesi con le spalle al muro. Quanto
allo scontro fra Germania e Francia, l’unica preoccupazione
del Duce era di restarne fuori. Anzi – come vedremo
– la sua speranza era che la “Sorella latina”
riuscisse ad infliggere una salutare lezione all’arroganza
germanica.
E, anche per la guerra “parallela” contro
Londra, Mussolini non intendeva sottostare ai desiderata
hitleriani. Illuminante è questa annotazione
di Ciano sul Diario del 16 marzo, alla vigilia della
partenza per il Brennero: «Oggi il
Duce è più calmo. Intende confermare alla
Germania la sua solidarietà potenziale, ma non
intende entrare, almeno per ora, in guerra. Ha detto:
“Farò come Bertoldo. Accettò la
condanna a morte a condizione di scegliere l’albero
adatto per esservi impiccato. Inutile dire che quell’albero
non lo trovò mai. Io accetterò di entrare
in guerra, riservandomi la scelta del momento propizio.
Io solo intendo esserne giudice, e molto dipenderà
dall’andamento della guerra”.»
Ovvio che – con queste premesse – il convegno
del Brennero non possa avere il valore di grande “svolta”
che, oggi, molti storici ancora gli attribuiscono. Non
è stato l’incontro con Hitler a segnare
un riavvicinamento dell’Italia alla Germania ma
era stata la “crisi del carbone” a segnare
un ulteriore allontanamento dell’Italia dall’Inghilterra.
L’unica vera novità del vertice al Brennero
fu una analisi più dettagliata del progetto di
guerra parallela nel Mediterraneo, analisi prospettata
da Mussolini a Hitler e, al ritorno a Roma, a Vittorio
Emanuele III. Al Sovrano, infatti, il Duce indirizzò
– a fine marzo – un memorandum segreto,
che faceva il punto della situazione all’indomani
del convegno del Brennero. Su questo documento vale
la pena di soffermarsi brevemente, perché fotografa
quello che era il pensiero del Capo del Governo italiano
fino alla vigilia dell’invasione tedesca della
Scandinavia e, con qualche aggiustamento, fino alla
vigilia della blitzkrieg contro la Francia. Premessa
dell’analisi mussoliniana era la constatazione
che l’ipotesi di una pace di compromesso si allontanava,
mentre sembrava crescere la prospettiva di un prolungamento
della guerra (che all’epoca non aveva ancora investito
il teatro occidentale). In questa seconda ipotesi, l’Italia
avrebbe fatalmente finito per essere coinvolta; e, naturalmente,
dalla parte della Germania. Non solo, infatti, non sarebbe
stato onorevole tradire i patti d’alleanza, ma
era proprio grazie a tali patti che l’Italia poteva
– per un periodo che si sperava il più
lungo possibile – mantenere la propria sostanziale
neutralità. «Esclusa l’ipotesi
del voltafaccia – scriveva Mussolini
– rimane l’altra ipotesi, cioè
la guerra parallela a quella della Germania, per raggiungere
i nostri obiettivi che si compendiano in questa affermazione:
libertà sui mari, finestra sull’oceano.
L’Italia non sarà veramente una nazione
indipendente sino a quando avrà a sbarre della
sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta
e, a mura della stessa prigione, Gibilterra e Suez.
Risolto il problema delle frontiere terrestri, se l’Italia
vuole essere una Potenza veramente mondiale deve risolvere
il problema delle sue frontiere marittime: la stessa
sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione
di questo problema.» E concludeva:
«Il problema non è quindi di
sapere se l’Italia entrerà o non entrerà
in guerra; perché l’Italia non potrà
fare a meno di entrare in guerra; si tratta soltanto
di sapere quando e come; si tratta di ritardare il più
a lungo possibile, compatibilmente con l’onore
e la dignità, la nostra entrata in guerra: a)
per prepararci in modo tale che il nostro intervento
determini la decisione; b) perché l’Italia
non può fare una guerra lunga, non può
cioè spendere centinaia di miliardi come sono
costretti a fare i Paesi attualmente belligeranti. Ma
circa il quando, cioè la data, nel convegno del
Brennero si è nettamente stabilito che ciò
riguarda l’Italia e soltanto l’Italia.»
Ma non bisogna credere che la teorizzazione della guerra
parallela avesse già portato Mussolini verso
una scelta bellicista. Il Duce non era ancora convinto
di una vittoria finale e totale della Germania; in ogni
caso, la sua opzione preferita restava sempre quella
di una mediazione italiana e di una intesa europea quadripartita:
e proprio in quei giorni – tra la seconda decade
di marzo e la prima di aprile – si impegnò
concretamente in tale direzione. Il 16 marzo, alla vigilia
della partenza per il Brennero, ricevendo il Sottosegretario
agli Esteri americano, Benjamin Sumner Welles, in Europa
per una scialba missione conoscitiva, Mussolini esortò
il politico statunitense a trasformare il suo viaggio
in una concreta missione di pace, assicurandogli l’appoggio
italiano. Sumner Welles si mostrò convinto ma,
il giorno dopo, una telefonata del presidente USA Roosevelt
(evidentemente non interessato a concrete iniziative
di pace) gli proibì espressamente di procedere
in tale direzione.
Altra inascoltata (e poco nota) proposta di pace è
datata 7 aprile 1940, quando il Duce fece una nuova
offerta di mediazione al premier britannico Chamberlain.
Ne era tramite l’avvocato maltese Adrian Dingli,
legale dell’ambasciata britannica a Roma. Ciano
annotò: «Parlo con Dingli e
gli dico che, qualora Chamberlain sia pronto ad offrire
veramente condizioni possibili, noi potremmo farci tramite
delle sue proposte e facilitare un compromesso.»
Intanto, la guerra si avvicinava a occidente: il 9 aprile
i tedeschi invadevano Danimarca e Norvegia. Gli inglesi
– in procinto di invadere anche loro la Scandinavia
– erano stati battuti sul tempo; ma, soprattutto,
davano l’impressione di non essere in grado di
reagire e di essere quasi rassegnati alla sconfitta.
Ciò, naturalmente, aveva un effetto psicologico
fortissimo sull’opinione pubblica europea. A Roma,
in particolare, le azioni germaniche salivano rapidamente
e la prospettiva di un prossimo intervento dell’Italia
sembrava prendere corpo. Ma Mussolini, pur impressionato,
continuava ad essere molto prudente. Ostentava un cipiglio
guerriero e rinforzava ogni giorno di più il
tasso di interventismo nei suoi discorsi pubblici; ma,
nella sostanza, continuava a cercare… l’albero
di Bertoldo. A Ciano indicava la primavera dell’anno
seguente come data di un possibile intervento italiano;
ma – in realtà – il Duce era convinto
che, per quella data, la guerra sarebbe stata finita
e, probabilmente, con un risultato di sostanziale parità.
Non che Mussolini desiderasse segretamente la sconfitta
della Germania, né tantomeno la vittoria dell’Inghilterra.
Alla Germania augurava di vincere ma non di stravincere,
di sconfiggere l’Inghilterra ma non la Francia,
di battere chi si opponeva alla “riparazione dei
torti” che avevano sancito la sconfitta tedesca
nella Grande Guerra ma non di trionfare in Europa. Per
l’Italia, sperava nella prosecuzione della non-belligeranza
o, tutt’al più, in una “guerra parallela”
rapida, poco costosa e poco cruenta, da combattersi
sui mari e non sulla terraferma, tale da procurare i
massimi vantaggi con il minimo sforzo. «Qui
ci sono due imperi in lotta, due leoni.
– aveva confidato qualche tempo prima a Bottai
– Non abbiamo interesse che stravinca
nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non
ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse
la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare
che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra
le code. E, caso mai, andare a raccoglierle».
Evidentemente, il Duce sperava in una vittoria stentata
della Germania sull’Inghilterra, forse anche con
l’aiuto italiano nel settore mediterraneo; ma
sperava anche in una vittoria della Francia sulla Germania
e, naturalmente, senza la partecipazione italiana allo
scontro fra le due nazioni. In ultima analisi, il “tifo”
segreto di Mussolini andava proprio alla “Sorella
latina”, come emergeva da tutte le sue riflessioni,
da tutte le sue confidenze a Ciano ma anche a Bottai
e Grandi. Secondo quest’ultimo, ad esempio: «Mussolini
non credeva che la Germania fosse tanto forte. Non lo
desiderava e gli dava fastidio il solo pensiero che
Hitler potesse essere tanto più forte di lui.
(…) Credeva invece al mito dell’invincibilità
dell’esercito francese e all’invulnerabilità
della linea Maginot. La Francia non era la Polonia.
Hitler si faceva delle illusioni. Avrebbe trovato in
Francia un osso ben duro da rodere. In Francia Hitler
si sarebbe rotto il collo. E’ quello che Mussolini
desiderava, che ardentemente sperava.»
A fine aprile, ricevendo Balbo che sollecitava armi
e materiali per la difesa della Libia, il Duce non sembrava
dubitare del proseguimento della non belligeranza italiana:
«Non ci sarà la guerra.
– lo tranquillizzava – Pensa
ai tuoi coloni, ai tuoi pozzi d’acqua e ai tuoi
ulivi.»
Ciano sbagliava – dunque – quando imputava
gli sbalzi d’umore del Capo del Governo al dilemma
sull’entrare in guerra o meno. La preoccupazione
principale del Duce era sempre la stessa: non rompere
con i tedeschi, non indurli a credere che l’Italia
volesse ripetere l’avvilente copione del 1914-15,
non prestare il fianco alla terribile vendetta di una
Germania ipoteticamente vittoriosa nei confronti di
una Italia ipoteticamente fedifraga. Così confidava
a Grandi: «Non entreremo in guerra.
Ma occorre tenere a bada i tedeschi e non irritarli.
Sono forti e pericolosi, ma non così forti come
ritengono di essere.» Intanto, l’arroganza
inglese verso l’Italia toccava vette di stupidità
inimmaginabili. Dopo l’embargo di marzo, il 1°
maggio scattava un blocco navale alle coste italiane:
camuffato da prevenzione per del tutto improbabili attacchi
italiani al naviglio britannico, si trattava in realtà
di un blocco in piena regola, diretto non a tutelare
la navigazione inglese ma a disarticolare l’intero
traffico marittimo italiano e, come diretta conseguenza,
a colpire i tre quarti dell’economia nazionale.
Inutile dire che questa ulteriore squallida esibizione
di muscoli aveva l’effetto di far lievitare i
sentimenti antibritannici in Italia; in un momento –
peraltro – che, a seguito delle vicende scandinave,
vedeva in ascesa le simpatie per la causa tedesca. Ma
Mussolini dava disposizioni di non reagire: l’Inghilterra
non era ancora con le spalle al muro e, conseguentemente,
i tempi per la guerra parallela non erano maturi.
La stessa prudenza fu mostrata da Mussolini anche per
quasi tutto il mese di maggio, anche dopo l’attacco
tedesco contro Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.
Un attacco fulmineo, devastante, tale da far pensare
a molti che le sorti del conflitto fossero ormai decise.
Non solo, infatti, Belgio, Olanda e Lussemburgo andarono
in breve a raggiungere Polonia, Danimarca e Norvegia
nel carniere di Hitler; ma pure i tedeschi penetrarono
anche in Francia: non dissanguandosi in un problematico
assalto alla Maginot, ma semplicemente ignorando la
linea fortificata francese e puntando verso ben altri
obbiettivi. E non era tutto, perché i panzer
tedeschi, raggiungendo la Manica (e l’Atlantico)
già il 20 maggio, imbottigliarono l’intero
Corpo di Spedizione Britannico e la 1a Armata francese,
l’uno e l’altra pericolosamente sbilanciati
in avanti nelle Fiandre, attratti – esattamente
come nei piani tedeschi – dall’invasione
di Olanda e Belgio.
Questi avvenimenti ebbero un riscontro immediato sull’opinione
pubblica italiana, che – fatte le debite eccezioni
– sembrava adesso convinta che la Germania fosse
sul punto di vincere la guerra e che l’Italia
non dovesse lasciarsi sfuggire l’occasione –
previa una partecipazione poco più che simbolica
al conflitto – di prendere parte alla spartizione
del bottino di guerra. «Come nel 1939
– recitava un rapporto riservato dell’OVRA
per Mussolini – si rilevava il quasi
unanime dissenso verso l’avventura bellica, così,
nella primavera del 1940, si registra un rovesciamento
della pubblica opinione, presa da un ossessionante timore
di arrivare troppo tardi.» E più
o meno gli stessi erano, in quei giorni, gli orientamenti
della classe dirigente italiana, compreso Ciano, compreso
Grandi, compresi i vari esponenti della tendenza anglofila.
Perfino Vittorio Emanuele III – che non aveva
mai nascosto la sua avversione per la Germania hitleriana
– mostrava qualche segno di impazienza: «il
più delle volte – confidava
al fedelissimo aiutante di campo, il generale Puntoni
– gli assenti hanno torto».
Quanto a Mussolini, era certamente colpito dal travolgente
successo tedesco, più rapido e più schiacciante
di quanto egli avrebbe mai immaginato. Un successo che,
per molti versi, non lo entusiasmava affatto, soprattutto
nelle dimensioni che aveva assunto. In cuor suo, il
Duce sperava che i francesi potessero ancora resistere,
potessero inchiodare i tedeschi sulla Somme, potessero
difendere Parigi con un secondo “miracolo della
Marna”. «Tuttavia
– scriveva Grandi – cominciava
a temere, ed era la prima volta, che la Germania avrebbe
veramente vinto. A temere, ma non ancora a credere.»
E, fino a quando una reazione francese (ed inglese)
appariva possibile, il Duce non si sbilanciava sull’intervento
italiano nel conflitto; e, ciò, malgrado il crescendo
di provocazioni da parte britannica e le aumentate pressioni
interventiste del fronte interno. «Adesso
– confidava al figlio Vittorio – tutti
desiderano sparare il primo colpo di fucile: il Re,
lo Stato Maggiore, i gerarchi. Per quanto paradossale
sembri, l’unico pacifista sono rimasto io, io
solo.»
La svolta, tuttavia, si approssimava. Il 27 maggio il
Corpo di Spedizione Britannico iniziò sulla spiaggia
di Dunkerque (a poche braccia di mare dalle “bianche
scogliere di Dover”) le operazioni di reimbarco
per la Gran Bretagna: una fuga caotica, bruciante. Per
Mussolini Dunkerque fu l’evento in grado di fugare
gli ultimi dubbi. E non tanto e non soltanto per la
disfatta storica, epocale dell’Inghilterra, umiliata
ed espulsa dal continente europeo; ma, soprattutto,
perché ciò segnava anche la fine delle
ultime speranze di una resistenza francese che potesse
interrompere la lunga teoria delle vittorie tedesche.
La Francia, peraltro, era stata ormai abbandonata al
proprio destino dall’Inghilterra, che aveva sistematicamente
respinto gli ultimi, disperati appelli del governo parigino:
sia quelli che peroravano una mediazione italiana (riproposti
ancora il 28 maggio), sia quelli volti ad ottenere aiuti
in uomini e mezzi per bloccare l’ulteriore avanzata
tedesca verso ovest.
La “Sorella latina”, ormai sola, rappresentava
un brusco richiamo alla realtà per il Duce: la
temuta vittoria finale e totale della Germania si avvicinava.
Non c’era più spazio per la prudenza, per
i tentennamenti. Con gli inglesi in fuga, la sanzione
finale della guerra sarebbe stata la caduta di Parigi.
Dopo tale evento (che si verificherà poi il 14
giugno) l’intervento nel conflitto avrebbe perso
ogni valore, sarebbe stato addirittura controproducente.
Bisognava, dunque, fare presto. Per partecipare alla
spartizione del bottino di guerra? Certo, anche se il
Duce non si faceva illusioni sull’entità
della “fetta” di spettanza italiana. Ma,
soprattutto, per scongiurare una possibile rappresaglia
tedesca, per impedire mutilazioni territoriali, per
evitare all’Italia un destino simile a quello
del Protettorato di Boemia e Moravia. Il 30 maggio,
così, Mussolini comunicava a Hitler la decisione
di entrare in guerra. Ciano annotava: «il
dado è tratto».
Il 10 giugno, mentre i tedeschi – dopo aver travolto
le ultime difese francesi sulla Somme – convergevano
a tappe forzate verso Parigi, l’Italia dichiarava
guerra a Gran Bretagna e Francia. Mussolini pensava
così di essere, ancora una volta, riuscito ad
evitare il peggio per l’ Italia.
Michele
Rallo |
Caro
Direttore,
ho letto con grande interesse, sull’ultimo numero
di “Storia in Rete”, il Tuo articolo sulla
Linea Non-mi-fido e sul prezioso volume dedicato da
Alessandro Bernasconi e Giovanni Muran alla costruzione
del Vallo Alpino del Littorio.
Al di là dell’interesse specifico dell’argomento
(non a caso ignorato sistematicamente dalla storiografia
ufficiale), ritengo che da questo si possa prendere
le mosse per una rilettura un po’ meno superficiale
delle vicende che – settant’anni or sono
– portarono l’Italia ad intervenire nella
Seconda guerra mondiale. Credo, infatti, che sia giunto
il momento di affrontare la materia con un minimo di
rigore e di serenità, fuori dagli schemi triti
di ricostruzioni “storiche” che altro non
sono se non la stanca riproposizione dei vecchi temi
della propaganda di guerra inglese, quella propaganda
che dipingeva il mondo diviso in due: da una parte i
“buoni”, e cioè gli inglesi, gli
americani e i loro alleati del momento; e dall’altra
i “cattivi”, e cioè tutti i loro
nemici. Erede diretta di questa propaganda bellica è
la versione che ancor oggi (o, forse, oggi più
di ieri) viene data degli inizi della Seconda guerra
mondiale, che sarebbe stata scatenata dal “nazifascismo”
contro “le democrazie”.
Naturalmente, fatti come quello del Vallo Alpino del
Littorio sono difficilmente incasellabili in questo
tipo di rievocazioni di maniera, perché è
sommamente difficile spiegare il perché della
costruzione (varata meno di tre mesi dopo l’inizio
del conflitto mondiale) di una formidabile linea di
fortificazioni a ridosso del confine fra l’Italia
fascista e la Germania nazionalsocialista. Come conciliare
ciò con l’alleanza nazifascista responsabile
della guerra?
La verità, caro direttore, è che l’alleanza
nazifascista non c’era. La verità è
che la Seconda guerra mondiale non fu scatenata dal
languente nazifascismo di un Patto d’Acciaio disatteso
proprio dai tedeschi, ma da un attivo ed operante “nazicomunismo”.
La verità è che la Seconda guerra mondiale
fu la conseguenza diretta dell’alleanza militare
fra Terzo Reich ed Unione Sovietica, che tale era in
realtà il trattato di non-aggressione dell’agosto
1939; una alleanza volta ad aggredire congiuntamente
la Polonia (che, tra parentesi, non era una democrazia
ma una dittatura militarista-nazionalista con un tasso
di antisemitismo di poco inferiore a quello nazista),
ed a dividere fraternamente tra i due soci le spoglie
della stessa Polonia e, in prospettiva, quelle dell’intera
Europa Orientale. La verità è che l’Italia
fascista avversò strenuamente sia l’alleanza
russo-tedesca, sia l’aggressione alla Polonia,
sia la spartizione dell’Europa Orientale fra URSS
e Terzo Reich. La verità è che Mussolini
si oppose ostinatamente alla guerra e che, sia prima
che dopo lo scatenamento del conflitto, si propose come
mediatore per il raggiungimento di una pace onorevole
per tutti. La verità è – con buona
pace dei tanti anglofili di casa nostra – che
questo progetto mediatorio fallì in primo luogo
per l’opposizione dell’Inghilterra, che
temeva una seconda Monaco.
Nel novembre del 1939 (quando venne emanato il primo
ordine per la progettazione e la costruzione del Vallo
Alpino del Littorio) tutti i ricordati motivi di contrasto
fra Roma e Berlino erano in pieno sviluppo, con l’aggiunta
di nuovi argomenti di contesa: il Blocco dei Neutrali,
che l’Italia avrebbe voluto creare e capitanare
per cercare di recuperare uno spazio di manovra nell’Europa
Orientale; e, soprattutto, la questione dei cosiddetti
“optanti” altoatesini.
A parte la vicenda del Blocco dei Neutrali (su cui sarà
utile tornare), ciò che in quel momento era al
primo posto nei pensieri di Mussolini era la questione
degli optanti. Hitler – com’è noto
– aveva sempre dichiarato di non avere alcun tipo
di rivendicazione territoriale nei confronti dell’Italia
e di rinunziare espressamente ad ogni contenzioso sull’Altoadige/Sudtirolo.
E, tuttavia, dopo il ricongiungimento al Reich dell’Austria,
dei Sudeti e – in ultimo – della Prussia
Occidentale, alcuni ambienti pangermanisti (discretamente
sollecitati dai circoli antitaliani di Berlino che facevano
capo al Ministro degli Esteri von Ribbentrop) erano
tornati a chiedere – sia pur sommessamente –
che anche i “fratelli sudtirolesi” potessero
tornare nel seno della Grande Germania.
Per tagliare la testa al toro e per risolvere alla radice
il problema di una consistente minoranza volksdeutsche
entro i confini italiani, Roma e Berlino si erano accordate
per offrire alla popolazione di lingua tedesca (e ladina)
del Bolzanino e delle province limitrofe la possibilità
di optare fra la permanenza in Italia e l’emigrazione
nel Reich. La relativa convenzione era stata ufficialmente
stipulata il 21 ottobre e, nel mese di novembre, si
era in attesa di dare materialmente corso alle opzioni.
L’interesse italiano era chiaro: le scelte della
popolazione altoatesina avrebbero dovuto essere le più
rapide possibili e gli optanten für
Deutschland avrebbero dovuto abbandonare
il territorio bolzanino in tempi ragionevoli. Per il
governo fascista si trattava quasi di una polizza d’assicurazione,
una garanzia contro il rischio di una riproposizione
di scenari di tipo sudetico.
Stranamente, però, alcuni attivisti nazisti di
Bolzano e dintorni avevano quasi subito iniziato una
campagna propagandistica sotterranea, campagna volta
a diffondere tra la popolazione voci di un imminente
anschluss sudtirolese. Il
conte Ciano se ne era lamentato – il 9 novembre
– con l’ambasciatore tedesco, von Mackensen.
Quanto a Mussolini, era furioso; il suo tasso di ostilità
verso Hitler e la Germania aumentava costantemente,
al punto che, dovendo lo stesso giorno felicitarsi con
il Führer che era appena sfuggito ad un rudimentale
attentato, «ha faticato non poco –
annotava Ciano – a redigere il telegramma
di compiacimento per lo scampato pericolo; voleva che
fosse caloroso ma non troppo, perché, a suo giudizio,
nessun italiano ha provato questa grande gioia per la
salvezza di Hitler. E meno di tutti, il Duce».
Per tutto il mese di novembre, il diario del “Conte-genero”
era costellato da annotazioni che testimoniavano un
antihitlerismo crescente da parte di Mussolini, spesso
in parallelo con le vicende altoatesine. «Vanno
male le cose in Alto Adige. – leggiamo
sul Diario alla data del 21 novembre – I
tedeschi, in seguito agli accordi, si preparano a compiervi
un vero e proprio plebiscito. E fin qui niente di male,
se i tedeschi, subito dopo optato, se ne andassero.
Invece niente. Hanno la facoltà di rimanere fino
a tre anni, e nulla fa sperare che da parte tedesca
si intenda accelerare i tempi. Mussolini dice che non
ci vede chiaro: stamani affermava che su questa questione
si potrebbe arrivare al conflitto col Reich. Intanto
rafforza la polizia ed i carabinieri ed aumenta anche
gli effettivi della guardia alla frontiera.»
In pratica, si temeva che i tedeschi volessero ufficializzare
la volontà della popolazione sudtirolese di ricongiungersi
alla madrepatria (ed infatti oltre l’80% della
comunità germanofona opterà in questo
senso), lasciando però gli optanten
entro le frontiere italiane per tre lunghi anni, quasi
che vi restassero a mo’ di “quinta colonna”
in attesa dell’arrivo della Wehrmacht. Ecco perché,
ad ogni buon conto, il Duce aveva dato il via alla fortificazione
del confine con la Germania.
Dunque, il timore (il timore, non l’avversione)
era, nel novembre-dicembre del 1939, uno degli elementi
basilari dell’atteggiamento dell’Italia
fascista nei confronti della Germania di Hitler. Ed
il timore – aggiungo – sarà ancora
una delle molle principali che, nel giugno del 1940,
indurrà Mussolini ad entrare in guerra; una guerra
che si riteneva dovesse essere breve, brevissima: quel
tanto da testimoniare a Berlino che Roma le era amica,
e da porre l’Italia – si sperava –
al riparo da una possibile rappresaglia tedesca. Ma
questa è un’altra storia.
Michele
Rallo
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