Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA IN RETE"

 
 
La copertina di “Storia in Rete” del settembre 2009.

 
 
CHI È SENZA PECCATO…
 
LIBERATORI SENZA GLORIA
 
di Paolo Sidoni
 
 
Un nuovo film di Quentin Tarantino ripropone un tabù della Seconda guerra mondiale: le atrocità commesse dalle armate britanniche, americane e sovietiche.
Una ferocia che colpì, dall’aria e da terra, indiscriminatamente militari e civili, durante e dopo il conflitto, e che quasi sempre è rimasta impunita.
Vicende drammatiche e frequenti, spesso realmente in stile pulp, che a fatica sono emerse nel corso dei decenni.
E, in Italia, stragi, stupri di massa e bombardamenti terroristici hanno segnato l’avanzata degli Alleati lungo tutta la penisola.
Un tabu di cui per anni si doveva parlare poco o nulla e che ora la storiografia sta riscoprendo, finalmente senza doppi fini politici
 
 

Il regista Quentin Tarantino è tornato sul grande schermo. Lo fa con “Inglorious basterds” – in Italia dai primi di ottobre – storia ambientata in Normandia durante la Seconda guerra mondiale dove imperversa un commando di soldati americani di origine ebraica comandati da Brad Pitt. Uno squadrone della morte che non combatte per la vittoria alleata, ma cerca la vendetta per i supplizi inflitti agli ebrei dalla politica del Terzo Reich. Il risultato è che i “liberatori” si rivelano più sadici dei nazisti stessi: killer seriali che uccidono tedeschi, civili o militari, senza distinzione alcuna. Niente buoni da una parte e cattivi dall’altra, ma solo bastardi, per l’appunto, senza gloria.
La storia di Tarantino è solo finzione, nulla a che vedere con avvenimenti storici, con fatti realmente accaduti. Ma, d’altro canto, richiama altri fatti per certi versi non dissimili. Un habitus che spesso ha avvolto e stravolto le menti degli uomini degli eserciti chiamati a combattere il Nazismo e i suoi alleati, veri e presunti, militari e civili. Ad esempio, per trovare qualche assonanza tra il film di Tarantino e la Storia, la trasformazione degli ebrei da vittime in carnefici secondo la legge biblica del taglione, della loro feroce persecuzione contro i civili tedeschi venne portata all’attenzione dal giornalista israelita John Sack una quindicina di anni fa.

Nel suo “Occhio per occhio” (Baldini Castoldi Dalai, 1995) l’autore ricostruisce la rappresaglia ebraica che per tre anni, dal ’45 al ’48, si scatenò verso la popolazione tedesca residente nei territori polacchi nel più totale silenzio. Le truppe dell’Armata Rossa di stanza in Polonia organizzarono ben 1.255 centri di prigionia sotto la direzione dell’Ufficio di Sicurezza dello Stato Polacco, una struttura ricalcata sul famigerato NKVD sovietico. Per volere di Stalin il 70% degli appartenenti a questo organismo, kapò compresi, venne reclutato tra gli scampati ai campi nazisti. La scelta non fu casuale. Si faceva conto sulla sete di vendetta dei sopravvissuti per rendere il trattamento contro i sospetti di simpatie naziste il più spietato possibile. In realtà l’origine tedesca era sufficiente per venire internati e sottoposti a vessazioni e torture continue. Una tragica rivalsa che fu resa ancora più feroce dalla notizia dei milioni di morti ebrei ad opera della pulizia razziale nazista. Condannati sia che ammettessero sia che negassero le loro simpatie naziste, i prigionieri pagavano per il solo fatto di appartenere all’etnia tedesca, «proprio come un ebreo ad Auschwitz». In questi campi di concentramento furono stipati 200 mila sfollati tedeschi, perlopiù civili. «Nei tre anni seguenti – racconta Sack – sarebbero morti da 60 mila a 80 mila tedeschi». Come era prevedibile il libro di Sack ha dato luogo a numerose polemiche, alle quali l’autore rispose con le parole di un testo sacro della tradizione ebraica: «La Torah dice di rendere una testimonianza onesta, dice che se qualcuno pecca e noi lo sappiamo e non lo riferiamo, siamo colpevoli anche noi».
Il suo lavoro poggiava del resto su un’ampia documentazione proveniente dagli archivi russi, tedeschi e polacchi, oltre che sui ricordi di numerosi testimoni diretti. Tra questi Lola Potok, sopravvissuta ad Auschwitz per divenire poi direttrice del campo di Gleiwitz, una cittadina a quarantacinque km da Auschwitz nella quale le bombe russe avevano già ucciso due scolaresche, e i soldati dell’Armata Rossa, «tutti asiatici, coperti di pellicce, fisarmoniche, mitragliatori, i nastri di proiettili incrociati sul petto, continuarono a uccidere la gente del posto praticamente senza ragione». Urlavano: «Du Hitler! Tu Hitler!» e sparavano a tutti: poliziotti, pompieri, postini, controllori dei treni nelle loro divise blu marina. Spararono persino ad alcuni sopravvissuti di Auschwitz, anche a degli ebrei. E poi, ovviamente, c’erano le donne da punire: «Frau komm! Donna vieni!» intimavano i russi e «si mettevano in fila per violentare persino bambine di otto anni e suore di ottanta».

Riferisce Sack che quando Lola Potok uscì dal lager «pesava 33 chili, i nazisti le avevano ucciso la figlia di un anno, sterminato gran parte della famiglia e degli amici. Quando l’esercito di Stalin occupò la Polonia, le affidarono il comando di una prigione di tedeschi. [...] Dal febbraio all’ottobre ’45, maltrattò e torturò decine di persone. Ne lasciò morire 2.400, quasi per rimarginare con l’odio le ferite che le SS le avevano aperto. Poi ebbe paura dell’orrore in cui era sprofondata, fuggì dalla Polonia, si rifece una vita in America, ritornò a Dio». Le condizioni di vita nei campi polacchi erano talmente dure da far sostenere a un suo ex internato, in precedenza recluso dai nazisti ad Auschwitz, che era preferibile «stare dieci anni in un campo tedesco che un giorno in uno polacco». I prigionieri morivano di fame e a causa delle torture e delle sevizie, esposti al tifo, «ridotti a scheletri, le orbite nere, gli occhi come acqua in fondo a un pozzo».
Shlomo Morel comandava invece il campo di Schwientochlowitz. Come quelli degli altri centri d’internamento i suoi aguzzini non facevano distinzione tra pena corporale e pena capitale; le guardie addestravano i cani a strappare a morsi i testicoli degli uomini e violentavano le donne tedesche. Trascorse poco tempo perché nel campo di Morel trovassero la morte tre quarti dei tedeschi lì detenuti. In un altro campo nei pressi del mar Baltico si trovava una baracca, al suo interno una serie di culle listate di bianco: i prigionieri erano neonati, ce n’erano cinquanta, non avevano latte «perché il medico con i capelli rossi, un ebreo reduce da Auschwitz, non faceva entrare le madri». Di quei fanciulli ne morirono quarantotto.
Episodi ancora più raccapriccianti si verificarono nel campo di Lamsdorf, sotto il comando di Czeslaw Geborski. Le guardie del complesso obbligarono «le tedesche a bere orina e sangue o a mangiare escrementi umani» e le torturavano «inserendo nella loro vagina una banconota da dieci marchi intrisa di benzina per poi accostarvi un fiammifero acceso». Le più disgraziate appartenevano ad un gruppo di donne alle quali venne ordinato di disseppellire dei cadaveri fatti sotterrare anni prima dalle SS. L’ordine di stendersi accanto ai morti e fare l’amore con loro partì secco dai carcerieri. «Con i fucili, spingevano la testa delle donne finché i loro occhi, il naso, la bocca affondavano nel marciume dei volti. [...] Sputando e vomitando, finalmente si alzarono in piedi, con i residui putrefatti ancora sul mento, sulle dita, sui vestiti». Sembra che i resti riportati alla luce appartenessero a polacchi deceduti a causa del tifo; di lì a poco sessantaquattro tra le donne obbligate al tragico mimo persero la vita. Complessivamente nel campo di Lamdorf sopravvissero 1.576 prigionieri su 8.064 uomini, donne e bambini internati.

Un “olocausto tedesco”, come è stato definito, cui si aggiunse l’esodo forzato dei tedeschi che abitavano nei territori dell’est europeo, una vera e propria pulizia etnica voluta dal Cremlino [vedi “Storia in Rete” n.30]. Portando con loro poche povere cose, 14 milioni di vecchi, donne e bambini formarono un’interminabile fila controllata dall’Armata Rossa: due milioni trovarono la morte per le violenze, la fame e gli sfinimenti patiti nel corso della loro lunga marcia (in Andreas Kossert, «Kalte heimat», Siedler Verlag, 2008, inedito in Italia). Questi fatti dovettero giungere alle orecchie degli anglo-americani, se Winston Churchill riportò alla Camera dei Comuni che «la sorte di un grandissimo numero di tedeschi resta avvolta nel più assoluto mistero». «Non è impossibile – continuò il premier inglese – che sia in atto, dietro la Cortina di ferro, un’enorme tragedia». Qualche settimana prima, a Washington un senatore aveva dichiarato che «ci si sarebbe aspettato che dopo gli orrori dei campi di concentramento nazisti, niente di simile sarebbe più accaduto». Una reazione venne dalla Croce Rossa americana, ma alla richiesta di ispezione nelle prigioni allestite in Polonia i portoni dei campi dell’Ufficio di Sicurezza Polacco rimasero sbarrati.

Se gli anglo-americani ammiccarono qualche inquietudine per l’eccidio dei civili tedeschi nell’Est europeo (ma non altrettanto per i cinque milioni di internati della Wehrmacht nei loro campi, dei quali circa un milione fu lasciato morire di fame e malattie fino al 1946, almeno stando a James Bacque in “Gli altri lager”, Mursia, 1993), non mostrarono altrettanta sensibilità a guerra ancora in corso, adottando su vasta scala la tattica del terrorismo aereo contro la popolazione civile dei paesi ostili. Bombardamento a tappeto, d’area o di saturazione, “area bombing” o “carpet bombing” in inglese, sono tutti sinonimi per indicare la tecnica dei bombardamenti indiscriminati contro i civili con il fine di demoralizzare e spezzare il fronte interno e rendere più agevole l’avanzata delle truppe d’invasione.
Dalle tempeste di fuoco delle bombe alleate non si salvò nemmeno la Francia, come messo in evidenza nel numero scorso di “Storia in Rete” [«Quanti francesi hanno ucciso?» di Fabio Andriola]. L’esito dei bombardamenti indiscriminati della RAF sulla Francia (e non solo quella collaborazionista di Pétain, anche quella occupata dalla Wehrmacht) provocò la morte di 60 mila civili, pressappoco lo stesso numero di vittime dei raid della Luftwaffe sulla Gran Bretagna.
Nella Seconda guerra mondiale la strategia dei bombardamenti indiscriminati ebbe inizio con quelli tedeschi su Varsavia e Rotterdam, quest’ultima rasa al suolo il 14 maggio 1940: il giorno successivo la RAF ebbe ordine di attaccare anche i bersagli civili in Germania. Iniziò così un botta e risposta tra Londra e Berlino il cui primo record fu l’incursione aerea su Coventry, ordinata come ritorsione per il raid inglese che qualche giorno prima aveva colpito Monaco. La cittadina inglese venne completamente distrutta da 500 tonnellate di bombe che causarono 1.236 morti e quasi 2.000 feriti. La devastazione fu così massiccia da colpire l’immaginario del mondo intero e indurre al conio del neologismo “coventrizzare”, a indicare quei bombardamenti aerei che avessero ottenuto la distruzione pressoché totale di una città. Durante la Battaglia d’Inghilterra i tedeschi colpirono Londra in numerose occasioni, concentrando sul “blitz” contro la capitale britannica tutte le proprie forze. Un errore strategico che costò alla Luftwaffe una gravissima battuta d’arresto contro la RAF. Considerata però la scarsa rilevanza e gli alti costi che queste azioni aeree ottenevano per il risultato bellico, i raid diminuirono notevolmente da parte di ambedue gli schieramenti.

Il mutamento nella conduzione delle battaglie dai cieli arrivò quando, nel 1942, il fisico di origini tedesche naturalizzato inglese Frederick Lindemann si recò presso il Gabinetto di Guerra presieduto da Winston Churchill. Lindemann consegnò uno studio nel quale veniva suggerita una campagna di bombardamenti strategici delle città tedesche con il preciso scopo non solo di colpire e neutralizzare le industrie più importanti del paese, ma anche per distruggere deliberatamente il maggior numero di abitazioni in modo da ridurre la forza lavoro a disposizione della Germania di Hitler. Churchill approvò la proposta e a capo del Bomber Command inglese fu nominato il maresciallo dell’aria sir Arthur Harris che ben presto si guadagnò il soprannome da parte dei suoi stessi uomini di “the Butcher”, il Macellaio, per la sua insensibilità alle altissime perdite umane fra gli equipaggi dei bombardieri.
Nei nuovi scenari bellici che si andavano prefigurando, la popolazione civile era ormai considerata, a tutti gli effetti e da tutti gli stati maggiori, come obiettivo legittimo quanto i soldati stessi. Colpirla indiscriminatamente significava creare il caos tra le fila nemiche, ridurre le capacità produttive della nazione ostile, deprimerne il morale della popolazione e delle truppe e, non secondariamente, punirla per il semplice fatto di appartenere a un paese nemico. Gli Alleati (ma non i sovietici) usarono il bombardamento a tappeto e il terrorismo aereo contro i civili con un impeto senza pari.

Il 24 luglio del 1943 prese avvio l’operazione Gomorra, che durò fino al 29 dello stesso mese: i bombardieri della RAF e quelli americani presero di mira la città di Amburgo, centro di produzione dei sommergibili tedeschi. La conta delle vittime è difficile da eseguire con esattezza. Calcoli sommari ritengono probabile un numero di morti tra 45 e 150 mila, più un milione di senza un tetto. Fu un inferno di fuoco in cui «quartieri residenziali con un fronte su strada di ben 200 chilometri complessivi furono distrutti senza remissione», come riporta W. G. Sebald nel suo “Storia naturale della distruzione” (Adelphi, 2004), una riflessione filosofica che mette in luce il risultato dei bombardamenti alleati sulla Germania. Una pioggia di fuoco al termine della quale sui cadaveri continuavano a serpeggiare le fiammelle azzurre del fosforo, i corpi carbonizzati erano stati rimpiccioliti di due terzi dalle alte temperature sviluppate dalle bombe incendiarie e «giacevano contorti nelle pozze del loro grasso già in parte solidificato»; alcuni invece erano stati lessati dallo scoppio delle caldaie dell’acqua calda. Solo i morti per soffocamento da monossido di carbonio rimanevano integri, a volte ancora dignitosamente seduti su una poltrona o attorno un tavolino.
Dopo Amburgo fu la volta di Kassel (in cui persero la vita 10 mila civili), di Chemnitz e di Berlino, di Norimberga e Colonia. Harris si fece vanto di aver incenerito quarantacinque tra le principali città tedesche, ed era ansioso di polverizzarne almeno un’altra quindicina. A Pforzheim perirono più di 20 mila persone, un abitante su tre; in proporzione più che a Nagasaki. Secondo lo “United States Strategic Bombing Survey” stilato nel novembre del ’44 su richiesta del presidente Usa Roosevelt, le vittime civili dei bombardamenti alleati sulla Germania risultarono 300 mila, 780 mila i feriti, 7,5 milioni i senzatetto. Cifre che sarebbero aumentate a dismisura nei pochi mesi che separavano dalla fine del conflitto. Si calcola infatti che le vittime civili dei bombardamenti congiunti RAF-USAF sul suolo tedesco furono in totale almeno 600 mila, tra cui 76 mila bambini.

L’apice del terrore aereo applicato dagli anglo-americani fu raggiunto il 14 e 15 febbraio del ’45 quando, su pressante disposizione di Churchill, venne dato il via alla coventrizzazione della città barocca di Dresda. Sulla “Firenze dell’Elba”, come all’epoca era soprannominata la città per il suo patrimonio artistico e architettonico, vennero sganciate in tre giorni 3.906,9 tonnellate di bombe incendiarie e ad alto esplosivo per una potenza totale corrispondente a un quarto dell’atomica sganciata su Hiroshima. La città si trasformò in un unico immenso incendio, la temperatura arrivò a 1.500°. Ciò che restava della “Firenze della Sassonia” fu ulteriormente martoriato da altri due raid, il 2 marzo, e il 17 aprile successivi, con rispettivamente 1.080 e 1.690 tonnellate di bombe. Inoltre, come spesso avveniva a seguito di un bombardamento aereo, i superstiti venivano sottoposti senza sosta ai mitragliamenti dai caccia alleati mentre scappavano dalla città in fiamme per trovare rifugio nei vicini centri. Al termine della tempesta di fuoco un’area di 15 km quadrati era stata completamente rasa al suolo. Dresda sembrava la «superficie della Luna» come la descrisse nel suo “Mattatoio n.5” lo scrittore americano Kurt Vonnegut, all’epoca prigioniero di guerra in un campo nei pressi della città. Nel ’39 la città tedesca contava 642 mila abitanti e nel 1945 ospitava, proprio per l’assenza di obiettivi militari, 200 mila profughi provenienti da tutto il territorio della Germania. Per questo motivo il numero di morti è contraddittorio e ancora dibattuto. Rimarrà probabilmente impossibile da quantificare con esattezza. Vonnegut parla di 135 mila vittime, altri li calcolano tra i 35 e i 135 mila; recenti ricerche ufficiali sono giunte a ipotizzare un numero che oscilla tra 25 e le 35 mila, sollevando però polemiche e proteste fra la popolazione della città. I registri tedeschi riportavano 21.271 sepolture di cadaveri, cifra che tuttavia non tiene conto dei morti dispersi e di quelli liquefatti dalle alte temperature o disintegrati dalle esplosioni. È comunque indicativo il fatto che a Dresda i ritrovamenti dei cadaveri dei bombardamenti proseguirono fino al 1966.

Due giorni dopo il raid, Colin McCay, responsabile delle forze aeree inglesi, suscitò parecchie polemiche nell’opinione pubblica dei paesi alleati quando in una conferenza stampa dichiarò che l’operazione su Dresda aveva come scopo quello di colpire i centri popolati e impedire ai soccorsi di correre in aiuto ai civili. Vista la reazione negativa, lo stesso Churchill, che aveva sostenuto con decisione il bombardamento, tentò di prendere le distanze dall’accaduto. In una sua nota del 28 marzo 1945 scrisse infatti: «Mi sembra giunto il momento di rivedere la questione del bombardamento delle città tedesche al solo scopo di seminare terrore, sebbene con altri pretesti».
Secondo sir Basil Liddell Hart, esperto inglese di storia militare, dal gennaio 1945 le forze anglo-americane avevano deciso il «deliberato ripristino della politica di terrorismo aereo, [...] che passò così ad occupare il secondo posto nella scala delle priorità, subito dopo gli obiettivi petroliferi e prima delle comunicazioni». E lapidariamente riassume che «verso la fine di febbraio la città di Dresda fu sottoposta, col deliberato intento di seminare strage fra la popolazione civile e i profughi, a un micidiale attacco sferrato proprio contro i quartieri centrali, e non contro gli stabilimenti o le linee ferroviarie». La medesima interpretazione di Liddell Hart viene accolta anche dallo storico tedesco Jörg Friedrich (“La Germania bombardata”, Mondadori) sull’effetto “a terra” delle bombe alleate. Non si trattò, come già esposto, di danni collaterali – che pur ci furono – ma di una scientifica campagna di bombardamenti a tappeto scatenata dalla RAF negli ultimi mesi di guerra che non servì scopi militari, ma fu determinata dalla pura volontà di rappresaglia indiscriminata contro i civili tedeschi, rei di aver fornito sostegno al Reich hitleriano e rafforzata dalle notizie che giungevano a seguito della liberazione di Bergen-Belsen, Auschwitz ed altri lager della “soluzione finale”.

A questa un’altra motivazione andrebbe forse aggiunta, stando ad alcuni studiosi, per comprendere le motivazioni che indussero Churchill a tale gratuita devastazione: il voler dare a Stalin una prova della potenza militare britannica in prospettiva della prevedibile, e prevista, assunzione della Russia sovietica a nemico in un vicino domani. Lasciandone la decisione nelle mani degli inglesi, che ne fecero ampio uso, in genere però nel teatro europeo l’aeronautica americana evitò il ricorso deliberato ai bombardamenti indiscriminati (anche se poi le tattiche di sgancio in alta quota da parte delle formazioni USA finivano spesso per colpire tutt’altri bersagli che quelli previsti). La motivazione era puramente politica. Mentre Londra aveva nei suoi progetti una punizione con metodi draconiani da comminare ai paesi che avevano messo in discussione la sua egemonia politica e militare, Washington andava invece tessendo la trama del suo futuro predominio nell’area dell’Occidente europeo, zona di confronto diretto con il sua attuale alleato e futuro avversario sovietico.

La medesima premura di limitare il coinvolgimento della popolazione civile non venne infatti adottata sul fronte del Pacifico, dove gli scarsi risultati ottenuti dalla USAAF con i bombardamenti di precisione ad alta quota contro il Giappone indussero ben presto all’adozione dell’area bombing da scatenare sugli abitati nipponici. Considerata la lunga distanza che i bombardieri americani dovevano coprire per raggiungere le coste del Sol Levante, la possibilità per la USAAF di usare il terrore aereo si presentò solo nel 1944 quando vennero realizzate le superfortezze volanti B29 con un’autonomia di volo pari a seimila chilometri. A quel punto i problemi tecnici erano risolti e, analogamente a quanto già avvenuto nelle città tedesche, anche il Giappone ebbe modo di conoscere le tempeste di fuoco alleate, che ottennero risultati ancor maggiori a causa del legno impiegato diffusamente come materiale edilizio. La prima città colpita fu Kobe, il 3 febbraio 1945; fu poi il turno di Tokyo, colpita a più riprese. Solo il 10 marzo 1945, durante l’operazione Meetinghouse, oltre 41 km quadrati della capitale furono rasi al suolo; le stime parlano di oltre 100 mila vittime in quel solo attacco. Dopo la guerra il generale Curtis LeMay, comandante del XXI Comando Bombardieri di stanza nelle Marianne, dichiarò: «penso che se avessimo perso, io sarei stato trattato come un criminale di guerra». Una considerazione non priva di senso, visto che Hermann Göring dal Tribunale di Norimberga venne condannato, tra le altre cose, proprio perché i bombardamenti tedeschi su Londra vennero considerati crimini di guerra. «Per fortuna eravamo dal lato dei vincitori», concluse LeMay.

Saranno proprio gli americani, con le atomiche su Hiroshima e Nagasaki, a portare la tecnica del terrorismo aereo al suo momento di maggiore e mai eguagliata intensità: 106 mila i morti per le esplosioni, il doppio nei giorni e negli anni successivi a causa delle ferite e delle radiazioni. La documentazione storica contraddice palesemente la giustificazione che il presidente Usa Harry S. Truman fornì sull’uso dell’atomica quale unico mezzo per porre finalmente termine al conflitto salvando, in questa maniera, innumerevoli vite umane. Una excusatio che ha fatto sbottare stizzito lo storico americano Mike Walzer, che nel suo recente “Guerre giuste e ingiuste” (Laterza, 2009) l’ha definita un’affermazione «grottesca, blasfema, spaventosa ed orrenda». La cosa certa è che il Giappone era ormai inesorabilmente in ginocchio, e il suo governo stava trattando una pace separata con i russi.
Nella determinazione all’uso del nuovo mezzo di distruzione di massa concorsero piuttosto una serie di concause legate alla politica interna, alla giustificazione delle enormi spese per il progetto Manhattan e, come per il bombardamento inglese di Dresda, ai nuovi scenari politici che si andavano delineando con la divisione del potere mondiale tra i blocchi contrapposti USA-URSS e, di conseguenza, l’opportunità per Washington di inviare un visibile monito al Cremlino. Di quell’anticipo di Guerra Fredda, altri studiosi hanno portato all’attenzione la volontà statunitense di porre fine quanto prima alle ostilità con il Giappone per evitare il concordato intervento russo in Estremo Oriente, impedendo in questo modo l’ampliamento delle aree d’influenza sovietica. Qualcuno ha infine suggerito anche il peso che avrebbe avuto nella decisione di sganciare le atomiche sul Giappone il vecchio e radicato sentimento americano di xenofobia per i “musi gialli”, maggiormente colpevoli a seguito del proditorio (e discusso) attacco contro Pearl Harbour.
Dresda, Hiroshima e Nagasaki, insomma, come prove generali di guerra fredda e zenit dell’odio che gli inglesi nutrivano nei confronti dei tedeschi e gli americani verso i giapponesi.

La storiografia in Germania sta ancora muovendo i primi timidi e circospetti passi nelle ricerche sulle violenze subite dalla sua popolazione civile durante e dopo la guerra. Sia Jörg Friedrich che Winfried George Sebald hanno osservato come, da parte della letteratura e della storiografia tedesca, persista quel senso di colpa indotto dalla nemesi storica per il nazismo che impedisce l’affiorare delle stragi perpetrate dagli Alleati sul territorio e contro la popolazione civile della Germania.
In Italia la costruzione del mito dei “liberatori” ha invece potuto godere del disinvolto cambio di fronte dell’8 settembre per spacciarsi, attraverso quell’artifizio che in retorica viene definito ribaltamento semantico, come nazione vincitrice. Secondo una lettura artefatta dei fatti storici, gli Alleati giunsero per affrancare il paese dal giogo mussoliniano cui gli italiani furono costretti contro la propria volontà. In questo modo la storia – cosa purtroppo ricorrente – è stata utilizzata quale supporto di propaganda ideologica e politica, scindendo in maniera manichea, fanciullesca e fantasiosa i “buoni” dai “cattivi”. Dove ovviamente alla prima schiera appartengono i vincitori. Per consolidare tale pensiero è stato necessario porre un dogma e obliare tutte le numerose evidenze storiche che invalidavano, per il solo fatto di esistere, questa ricostruzione autoreferenziale. Da noi, oggi, la situazione è in parte mutata. Ma vale la pena ricordare come studiosi che applicavano le regole scientifiche nello studio della storia sopportarono ostracismi e vessazioni continue. Come De Felice che subì diverse aggressioni fisiche all’univeristà “La Sapienza” di Roma fino a un attentato incendiario contro la sua abitazione. Oppure il caso del ricercatore presso l’ateneo torinese Romolo Gobbi, invitato dalle autorità accademiche a cambiare la direzione dei propri studi, considerati al limite dell’eresia.

Le “stragi dei liberatori” sono ormai un campo di studio aperto e l’approccio generalmente condiviso – seppur alcune isolate “sacche di resistenza” persistono nell’ambito del dibattito culturale – è ormai quello di riesumare le violenze perpetrate dagli Alleati dall’oblio in cui vennero relegate per quegli interessi che perseguivano lo scopo della legittimazione morale dei vincitori. Il terrorismo aereo anglo-americano in Italia, le esecuzioni sommarie di civili inermi e di prigionieri disarmati, gli stupri di massa sono ampiamente trattati e documentati. Come è stata rivisitata la leggenda che vorrebbe i “liberatori” accolti a braccia aperte dagli italiani.
È così che lo sbarco alleato in Sicilia, spacciato per decenni quasi alla stregua di una scampagnata dei soldati anglo-americani accolti festanti dalla popolazione locale, è stato posto infine nella sua esatta dimensione storica. A farlo hanno contribuito il libro “Le stragi dimenticate” di Gianfranco Ciriacono [vedi l’intervista di Luciano Garibaldi all’autore nel numero 27 del gennaio 2008 di “Storia in Rete”] e, pochi mesi fa, lo studio di Andrea Augello “Uccidi gli italiani” [anticipato su “Storia in Rete” n.42], titolo che trae spunto dal suggerimento prescritto nel manuale “The Sicily Zone Handbook” distribuito alle forze inglesi all’indomani dello sbarco.

Come queste ricerche evidenziano, lo sbarco in Sicilia incontrò la resistenza militare dell’Asse ma anche quella dei civili italiani, che a sua volta fu la scusa con cui le truppe alleate giustificarono i crimini di guerra perpetrati. Né va dimenticato inoltre il ripristino in Sicilia, grazie alla politica perseguita dagli Stati Uniti, del potere mafioso che durante la dittatura mussoliniana era stato posto in condizione di inattività.
Durante le prime settimane dallo sbarco si susseguirono le esecuzioni sommarie da parte degli americani, tra queste gli eccidi di Biscari e Piano Stella. La compagnia del capitano John Compton aveva raggiunto l’area dove sorgeva l’aeroporto militare siciliano noto col nome di Biscari, perdendo 12 uomini del suo plotone e rimanendo inchiodata da una tenace difesa avversaria. Quando il presidio si arrese, dalle trincee uscirono 36 soldati italiani; furono fatti allineare lungo un dirupo. Compton impartì l’ordine di fucilazione immediata. Chi non morì sotto i colpi del plotone d’esecuzione venne finito con un colpo alla nuca. Nella stessa giornata, non lontano da Biscari, nonostante avesse ricevuto l’ordine di scortarli al comando per un interrogatorio, il sergente Horace West riservò la stessa fine ad un altro gruppo di 37 prigionieri italiani. E durante la marcia verso Biscari si consumò la strage di Piano Stella, quando alcuni soldati americani passarono per le armi quattro contadini e un ragazzino di 13 anni.

Nei primi giorni dello sbarco scene di questo tipo si ripeterono numerose volte: a Canicattì, a Santo Stefano di Camastra e in altri paesini siciliani. Quarantanove civili, tra i quali 15 bambini, vennero sterminati senza pietà a Barrafranca otto giorni dopo lo sbarco. Nel verbale d’interrogatorio reso presso la Corte Marziale dell’US Army, il sergente Brown, che faceva parte della pattuglia agli ordini del capitano West, dichiarò che il ritornello che in Nord Africa veniva continuamente ripetuto ai soldati prima dell’imbarco verso la Sicilia era “kill, kill and kill some more”. I suggerimenti di Patton d'altronde andavamo lungo la stessa linea. Rivolgendosi ai suoi uomini il “generale d’acciaio” aveva consigliato: «Se si arrendono quando tu sei a 2-300 metri da loro, non pensare alle mani alzate. Mira tra la testa e la quarta costola e poi spara. Si fottano. Nessun prigioniero.» Più chiaro di così, non si poteva; considerata comunque l’ovvietà che era una guerra quella si stava combattendo, sarebbe stata assurda un’indicazione diversa da quella di eliminare il maggior numero di nemici e senza troppe distinzioni.

A questi episodi seguirono poi le razzie e le violenze sulle donne. Fu proprio la Sicilia a conoscere, prima in Italia, gli stupri dei goumiers, le truppe irregolari marocchine sotto il comando francese, che in Ciociaria si sarebbero poi scatenate in tutta la loro brutalità. A mettere a fuoco le violenze sessuali commesse nel periodo bellico è Robert J. Lilly (“Stupri di guerra”, Mursia). Dalla sua ricerca risulta che la percentuale dei soldati di colore, nonostante la loro proporzione minoritaria nelle forze armate degli Stati Uniti, è preponderante negli atti di violenza carnale rispetto quella dei bianchi. È anche emersa una certa benevolenza da parte delle Corti Marziali nel giudicare questi atti e un differente trattamento, a seconda che l’imputato fosse bianco oppure nero. Le donne – qual che fosse la loro nazionalità, amica o nemica – comunque avevano poche ciance di salvarsi dalle violenze sessuali di alcuni fra i liberatori alleati: non le italiane né le francesi, ma neanche le inglesi e, in proporzione prevedibilmente maggiore, le donne tedesche che già nel primo dopoguerra ebbero la sventura di conoscere in Renania gli africani aggregati all’esercito francese. Lilly ha conteggiato le vittime di abusi sessuali da parte delle truppe USA in 17 mila, in tutta Europa e lungo i due anni della partecipazione al conflitto delle forze a stelle e strisce.

Nulla se paragonato a quanto compiuto in soli pochi mesi dai marocchini del CEF (Corp Expetionnaire Français) sotto il comando del generale Alphonse Pierre Juin, che – a piedi scalzi, con la baionetta in pugno, le bombe alla cintura, le borracce piene di cognac e infoiati di desiderio sessuale – nella zona della Ciociaria si resero responsabili di 25 mila stupri. Questo almeno il numero (con molta probabilità in difetto, considerata la comprensibile ritrosia delle vittime a denunciare fatti di questo genere) dei ricorsi che durante il conflitto furono presentati al comando francese, che se ne disinteressò completamente. Prima i bombardamenti alleati, poi le razzie, le violenze brutali e gli omicidi indiscriminati dei “liberatori” maghrebini che non ebbero riscontri altrove, fecero ben presto rimpiangere alle popolazioni locali persino l’occupante tedesco.
Gli sventurati abitanti della Ciociaria conobbero più di altri quanto il ritratto di Radio Londra degli alleati accorsi a “salvare” gli italiani e ridare loro la libertà non corrispondesse a verità. E molti si dovettero pentire di non aver approfittato degli autocarri messi loro a disposizione dall’esercito tedesco per sfuggire alle violenze alleate evacuando verso Fiuggi. Le cronache e i racconti dei sopravvissuti che trovarono il coraggio di parlare delle loro tragiche esperienze sono agghiaccianti [molti dei quali sono raccolti in una sala apposita e visitabile solo a richiesta dell’Historiale di Montecassino, vedi “Storia in Rete” n.8]. L’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra riporta di due bambini, uno di sei anni e l’altro di nove, che ad Ausonia subirono “vergognose violenze da parte dei marocchini”.
I medesimi turpi episodi si ripeterono con tragica ripetitività ovunque passassero i goumiers di Juin. Il libro di Domenico Tortolano “I cannoni di Cassino” riporta come «a Sant’Andrea le truppe marocchine stuprarono una trentina di donne e due uomini. Una maestra di 45 anni dovette sottostare durante una intera notte ad un plotone di marocchini e una povera donna fu stuprata alla presenza del marito che i marocchini avevano legato. A Vallemaio con le pistole puntate si portarono via due sorelle e per tutta la notte dovettero soggiacere ai piaceri di un plotone di 200 individui. Una vecchia sessantenne fu uccisa dopo essere stata violentemente stuprata da circa 300 bestie». Le violenze più efferate si verificarono a Polleca, un altopiano appartato dove migliaia di sfollati avevano trovato rifugio. Nella tendopoli che era stata allestita per i profughi il 16 maggio si affacciarono le truppe marocchine guidate dal generale Guillaume. L’esito dell’incontro tra la povera gente e i liberatori è stato ricordato da Luciano Garibaldi (“L’assalto alle ciociare”, in “Noi”, 18 giugno 1994) con questa ricostruzione: «Furono stuprate bambine e anziane, gli uomini che tentarono di reagire furono uccisi, chi a raffica di mitra chi addirittura impalato vivo, altri, circa 600, subirono la stessa sorte delle donne.»
Neanche i preti si salvarono dalla furia belluina delle truppe marocchine. Una sorte altrettanto agghiacciante la subì lo stesso parroco di Esperia, don Alberto Trilli. Nel tentativo di difendere dalle turpitudini dei marocchini due ragazze, poi comunque violentate, l’uomo di chiesa venne legato a un albero e sodomizzato per la notte intera; don Alberto morì due anni più tardi a causa delle lacerazioni interne che aveva riportato. Nessuno poteva ribellarsi allo stupro di massa, chi accennava la minima reazione veniva passato per le armi seduta stante.

Alcune reazioni ci furono. Eric Morris racconta in “La guerra inutile” (Longanesi) del tentativo di alcuni soldati del 351° fanteria USA di fermare le violenze cui stavano assistendo in una cittadina nei pressi di Pico. Per soddisfare le bestiali voglie dei goumiers donne, giovani e bambini erano stati legati in attesa delle violenze sessuali della truppa francese. I soldati americani avanzarono infuriati per porre termine alla barbarie e salvare i malcapitati, ma il loro comandante li fermò spiegando «che erano lì per combattere contro i tedeschi, non contro i goums». Si dice che alcuni casi di fuoco amico (in particolare un massiccio bombardamento d’artiglieria contro un intero reggimento coloniale francese) non furono sfortunati errori, ma reazioni da parte di ufficiali americani sdegnati.
Comunque, tanto i generali Clark e Alexander, responsabili per le operazione militari in Italia, quanto gli ufficiali francesi e lo stesso De Gaulle, che nel giorno degli stupri di Polleca si trovava lì in visita alle truppe, non potevano verosimilmente essere all’oscuro delle violenze del CEF. La prima giustificazione che i responsabili francesi addussero per ribattere alla valanga di proteste che si riversavano al loro comando, fu scaricare la responsabilità di quei gesti alle abitudini tribali dei loro soldati. I marocchini non avrebbero mai rinunciato dopo il combattimento – questa fu la risposta – alle loro usanze di guerra, alle donne e al bottino. Una spiegazione antropologica che ha senza dubbio la sua validità, che omette tuttavia altre sostanziali cause che produssero quegli scempi: la conseguenza diretta dell’atteggiamento di disprezzo che i francesi nutrivano nei confronti degli italiani, motivata in parte dalla cosiddetta “pugnalata alle spalle” del 1940, e un preciso sistema atto a sollecitare lo spirito combattivo dei goumiers attraverso la promessa di donne e beni di cui far razzia nei paesi espugnati ai tedeschi. In queste direzioni vanno sia una dichiarazione del generale De Monsabert – «noi stiamo cominciando a far pagare loro per il 1940» – sia il testo di un volantino redatto e diffuso in lingua araba dal comandante in capo Juin, che spronava i suoi uomini alla battaglia. Un brano di questo comunicativo chiariva alla truppa: «Se voi riuscirete a passare oltre quella linea senza lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale vi promette, vi giura, vi proclama che quelle donne, quelle case, quel vino, tutto quello che troverete sarà vostro, a vostro piacimento e volontà. Per cinquanta ore.» In realtà il diritto di stupro e di razzia si protrasse per mesi e mesi. È sempre Luciano Garibaldi che, nel suo articolo citato più sopra, informa della consegna durata due mesi delle truppe francesi entro recinti circondati da filo spinato e privati dell’abituale compagnia delle prostitute arabe al loro seguito. Lo scopo, quello appunto di aizzare la combattività e la ferocia dei soldati.

Se la violenza belluina dei goumiers conobbe in Ciociaria il suo punto massimo, non si fermò nel basso Lazio e procedette in direzione di Roma e della Toscana. Un partigiano comunista, Pasquale Pantera, rammenta come si accorse che «per i soldati marocchini il depredare, l’uccidere, il commettere brutali atti di violenza costituivano un diritto del vincitore».
Quando in una cittadine del Senese, Abbadia San Salvatore, i francesi furono inaspettatamente sottoposti al tiro di alcuni cecchini, gli stessi partigiani italiani vennero disarmati e obbligati a non lasciare il loro campo. «L’indomani capimmo la vera ragione del disarmo e del coprifuoco così pressantemente impostoci: durante la notte la soldataglia si era scatenata sulla popolazione indifesa, stuprando e violentando bambine, ragazze, madri di famiglia e perfino povere vecchie. [...] Una delle vittime era la compagna Lidia, la nostra staffetta. [...] I criminali in divisa americana entravano nelle case isolate e nei ricoveri antiaerei con le armi in pugno, terrorizzando e depredando chi trovavano» ricorda ne “Lo strano soldato” un altro partigiano, Enzo Nizza nome di battaglia “La Pietra”, aggregato alla Brigata “Garibaldi” Spartaco Lavagnini.

La brutalità dei “liberatori” non fece insomma distinzione tra militari e civili, non la fece nemmeno tra nemici e cobelligeranti dando luogo a episodi paradossali. Tra i partigiani non solo fu la staffetta Lidia a dover pagar pegno agli irregolari di Juin. Stessa sorte toccò anche al partigiano Paolo, attirato da un marocchino lontano dal suo distaccamento con la scusa di fornire delle sigarette per lui e i suoi compagni. Il partigiano Paolo venne condotto in un bosco e, sotto la minaccia delle armi, sodomizzato per tutta la lunga notte da sette goumiers. Per questa lunga scia di violenze e brutalità mai alcun provvedimento venne preso dal comando francese. Solo in procinto dell’imbarco delle truppe di Juin per la Francia venne fatto chiaramente capire ai goumiers che l’ora di porre fine alle barbarie era giunta. A Montalcino un marocchino venne fatto uccidere a bastonate dal suo comandante per aver violentato una vecchia di ottant’anni; in provincia di Grosseto sei marocchini vennero fucilati per lo stupro della moglie del segretario locale Partito Fascista.
Se fino ad allora le brutalità erano state tollerate, quando non direttamente aizzate dagli ufficiali francesi, ora che si avvicinava il via all’operazione “Anvil-Dragon”, con il conseguente sbarco sulle coste francesi, subentrava una inesorabile rigore che più nulla abbandonava all’impunità. È ancora un partigiano della Spartaco Lavagnini (citato da Alessandro Orlandini, in “I giudici e la resistenza”, Edizioni La Pietra) a fornirci il senso di questo cambio di atteggiamento nell’ambito del comando francese, riportando la frase di un capitano del CEF secondo cui i marocchini erano «gente che sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia e meglio è».

Anche se in misura notevolmente minore rispetto alla Germania e al Giappone, il nostro paese non evitò le distruzioni e la morte dei civili cagionati del terrorismo aereo alleato. I bombardamenti sull’Italia sono stati oggetto di approfonditi studi da parte di alcuni ricercatori italiani, che ne hanno ricostruito le diverse fasi e gli effetti provocati sulla popolazione. Marco Patricelli (“L’Italia sotto le bombe”, Laterza) e Marco Gioannini insieme a Giulio Massobrio (“Bombardate l’Italia”, Rizzoli) hanno invece posto sotto la lente d’ingrandimento l’intera campagna di bombardamenti alla quale l’Italia venne sottoposta e dove, ancora una volta, le esplicite direttive di Churchill seguirono la strada del terrore e della rappresaglia indiscriminata. Il bombardamento che venne effettuato su Avellino è indicativo: la città non solo era priva di qualsiasi obiettivo che potesse considerarsi di rilevanza strategica o militare, ragione per la quale, come a Dresda, numerosi sfollati avevano trovato rifugio nel suo territorio; ma ormai faceva parte del “Regno del Sud” cobelligerante quindi con le forze anglo-americane. Se il comando militare USA era intenzionato ad annullare l’operazione, gli inglesi non furono dello stesso avviso e pretesero con fermezza di continuare secondo i piani, in modo da infliggere un “meritato castigo” alla popolazione italiana che aveva appoggiato il Fascismo e la sua entrata nel conflitto. Il numero dei morti non venne mai accertato esattamente, si pensa comunque che si aggirino nell’ordine delle migliaia.
Nel suo documentato lavoro, Patricelli ha ricostruito il calvario dei bombardamenti sull’Italia e l’incubo dei mitragliamenti a volo radente contro contadini e civili. Qualunque cosa capitasse sotto il tiro dei caccia della RAF era considerato obiettivo militare, compresi i luna-park. Il 26 aprile 1943 in una Grosseto in festa, con le giostre e la gente che passeggiava tranquillamente lungo le strade cittadine, le mitragliatrice degli aerei alleati falciarono 145 persone, in gran parte donne e bambini, ferendone altre 268. Oppure come a Treviso, il 7 aprile del ’44, giorno del venerdì santo, dove non esisteva nulla in grado di giustificare un attacco in profondità, e dove le bombe alleate provocarono oltre 1.500 vittime.

Quello della strage degli innocenti, dei bambini vittime degli orrori della guerra, è un capitolo particolarmente doloroso. Uno scampato al bombardamento di Alessandria, Gianfranco Peirone, scrisse qualche tempo fa una lettera al direttore di un quotidiano (“La Stampa”, 16 aprile 2003) ricordando nel suo messaggio l’eccidio che una bomba alleata provocò presso l’asilo, contrassegnato da una enorme croce rossa sul tetto, che all’epoca frequentava. Tra le quarantuno persone che lì persero la vita la metà erano bambini, i suoi compagni di scuola e di giochi. «Avrei preferito non fossero mai venuti a liberarci» termina lapidariamente la sua lettera. Le cronache belliche sono purtroppo piene di tragici eventi che riguardano le piccole vittime senza colpe delle guerre dei grandi. A Belisario Solfare nel Cesanese il bombardamento alleato distrusse la chiesa e l’annesso asilo dove trovarono la morte le suore, le inservienti e la decina di bambini che lì pensavano di aver trovato un rifugio sicuro. Infine la tristemente nota operazione aerea vicino Milano, nella cittadina di Gorla, in cui una bomba si infilò dritta nella tromba delle scale di una scuola elementare, provocando in un sol colpo la morte di 200 bambini.

L’accusa che solitamente viene imputata a coloro i quali fanno riemergere questi aspetti meno edificanti dei “liberatori”, è quella di voler equiparare i crimini dei “buoni” a quelli dei “cattivi”. Una dicotomia del genere rientra tuttavia nel campo della morale, quindi in ambito filosofico, dove la Storia non possiede strumenti d’indagine; né tanto meno questo compito è chiamata ad assolvere.
Un sistema che ricorda solamente ciò che rientra nelle sue convenienze, lasciando nell’oscurità ciò che le contraddice risponde a una legge che è puro arbitrio. È invece compito della ricerca storica ricostruire, pezzo dopo pezzo, senza dimenticanze dolose né omissioni, i fatti per come realmente accaddero. Solo in questa maniera è possibile poi tentare un’interpretazione, la più ampia e chiarificatrice del perché le dinamiche del passato si sono succedute secondo una determinata maniera. Un antieroe alla Tarantino avrebbe probabilmente detto: «È la guerra, ragazzo, dove il crimine si tramuta in virtù.»
Ma se proprio si volesse trarre un’indicazione morale dalle cose che sono accadute, non si dovrebbe allora prescindere da una onesta riflessione sul senso della Giustizia e dalla consapevolezza di quanto in fin dei conti siano labili i confini che separano il bene dal male.

Paolo Sidoni

 
 

PER GENTILE CONCESSIONE DI STORIA IN RETE EDITORIALE SRL
- articolo pubblicato sui nn. 47 e 48 del mensile “Storia in rete” - settembre e ottobre 2009 -

 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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