Il
regista Quentin Tarantino è tornato
sul grande schermo. Lo fa con “Inglorious basterds”
– in Italia dai primi di ottobre – storia
ambientata in Normandia durante la Seconda guerra mondiale
dove imperversa un commando di soldati americani di
origine ebraica comandati da Brad Pitt. Uno squadrone
della morte che non combatte per la vittoria alleata,
ma cerca la vendetta per i supplizi inflitti agli ebrei
dalla politica del Terzo Reich. Il risultato è
che i “liberatori” si rivelano più
sadici dei nazisti stessi: killer seriali che uccidono
tedeschi, civili o militari, senza distinzione alcuna.
Niente buoni da una parte e cattivi dall’altra,
ma solo bastardi, per l’appunto, senza gloria.
La storia di Tarantino è solo finzione, nulla
a che vedere con avvenimenti storici, con fatti realmente
accaduti. Ma, d’altro canto, richiama altri fatti
per certi versi non dissimili. Un habitus che spesso
ha avvolto e stravolto le menti degli uomini degli eserciti
chiamati a combattere il Nazismo e i suoi alleati, veri
e presunti, militari e civili. Ad esempio, per trovare
qualche assonanza tra il film di Tarantino e la Storia,
la trasformazione degli ebrei da vittime in carnefici
secondo la legge biblica del taglione, della loro feroce
persecuzione contro i civili tedeschi venne portata
all’attenzione dal giornalista israelita John
Sack una quindicina di anni fa.
Nel suo “Occhio per occhio”
(Baldini Castoldi Dalai, 1995) l’autore ricostruisce
la rappresaglia ebraica che per tre anni, dal ’45
al ’48, si scatenò verso la popolazione
tedesca residente nei territori polacchi nel più
totale silenzio. Le truppe dell’Armata Rossa di
stanza in Polonia organizzarono ben 1.255 centri di
prigionia sotto la direzione dell’Ufficio di Sicurezza
dello Stato Polacco, una struttura ricalcata sul famigerato
NKVD sovietico. Per volere di Stalin il 70% degli appartenenti
a questo organismo, kapò compresi, venne reclutato
tra gli scampati ai campi nazisti. La scelta non fu
casuale. Si faceva conto sulla sete di vendetta dei
sopravvissuti per rendere il trattamento contro i sospetti
di simpatie naziste il più spietato possibile.
In realtà l’origine tedesca era sufficiente
per venire internati e sottoposti a vessazioni e torture
continue. Una tragica rivalsa che fu resa ancora più
feroce dalla notizia dei milioni di morti ebrei ad opera
della pulizia razziale nazista. Condannati sia che ammettessero
sia che negassero le loro simpatie naziste, i prigionieri
pagavano per il solo fatto di appartenere all’etnia
tedesca, «proprio come un ebreo ad Auschwitz».
In questi campi di concentramento furono stipati 200
mila sfollati tedeschi, perlopiù civili. «Nei
tre anni seguenti – racconta Sack – sarebbero
morti da 60 mila a 80 mila tedeschi». Come era
prevedibile il libro di Sack ha dato luogo a numerose
polemiche, alle quali l’autore rispose con le
parole di un testo sacro della tradizione ebraica: «La
Torah dice di rendere una testimonianza onesta, dice
che se qualcuno pecca e noi lo sappiamo e non lo riferiamo,
siamo colpevoli anche noi».
Il suo lavoro poggiava del resto su un’ampia documentazione
proveniente dagli archivi russi, tedeschi e polacchi,
oltre che sui ricordi di numerosi testimoni diretti.
Tra questi Lola Potok, sopravvissuta ad Auschwitz per
divenire poi direttrice del campo di Gleiwitz, una cittadina
a quarantacinque km da Auschwitz nella quale le bombe
russe avevano già ucciso due scolaresche, e i
soldati dell’Armata Rossa, «tutti asiatici,
coperti di pellicce, fisarmoniche, mitragliatori, i
nastri di proiettili incrociati sul petto, continuarono
a uccidere la gente del posto praticamente senza ragione».
Urlavano: «Du Hitler! Tu Hitler!» e sparavano
a tutti: poliziotti, pompieri, postini, controllori
dei treni nelle loro divise blu marina. Spararono persino
ad alcuni sopravvissuti di Auschwitz, anche a degli
ebrei. E poi, ovviamente, c’erano le donne da
punire: «Frau komm! Donna vieni!» intimavano
i russi e «si mettevano in fila per violentare
persino bambine di otto anni e suore di ottanta».
Riferisce Sack che quando Lola Potok uscì
dal lager «pesava 33 chili, i nazisti le avevano
ucciso la figlia di un anno, sterminato gran parte della
famiglia e degli amici. Quando l’esercito di Stalin
occupò la Polonia, le affidarono il comando di
una prigione di tedeschi. [...] Dal febbraio all’ottobre
’45, maltrattò e torturò decine
di persone. Ne lasciò morire 2.400, quasi per
rimarginare con l’odio le ferite che le SS le
avevano aperto. Poi ebbe paura dell’orrore in
cui era sprofondata, fuggì dalla Polonia, si
rifece una vita in America, ritornò a Dio».
Le condizioni di vita nei campi polacchi erano talmente
dure da far sostenere a un suo ex internato, in precedenza
recluso dai nazisti ad Auschwitz, che era preferibile
«stare dieci anni in un campo tedesco che un giorno
in uno polacco». I prigionieri morivano di fame
e a causa delle torture e delle sevizie, esposti al
tifo, «ridotti a scheletri, le orbite nere, gli
occhi come acqua in fondo a un pozzo».
Shlomo Morel comandava invece il campo di Schwientochlowitz.
Come quelli degli altri centri d’internamento
i suoi aguzzini non facevano distinzione tra pena corporale
e pena capitale; le guardie addestravano i cani a strappare
a morsi i testicoli degli uomini e violentavano le donne
tedesche. Trascorse poco tempo perché nel campo
di Morel trovassero la morte tre quarti dei tedeschi
lì detenuti. In un altro campo nei pressi del
mar Baltico si trovava una baracca, al suo interno una
serie di culle listate di bianco: i prigionieri erano
neonati, ce n’erano cinquanta, non avevano latte
«perché il medico con i capelli rossi,
un ebreo reduce da Auschwitz, non faceva entrare le
madri». Di quei fanciulli ne morirono quarantotto.
Episodi ancora più raccapriccianti si verificarono
nel campo di Lamsdorf, sotto il comando di Czeslaw Geborski.
Le guardie del complesso obbligarono «le tedesche
a bere orina e sangue o a mangiare escrementi umani»
e le torturavano «inserendo nella loro vagina
una banconota da dieci marchi intrisa di benzina per
poi accostarvi un fiammifero acceso». Le più
disgraziate appartenevano ad un gruppo di donne alle
quali venne ordinato di disseppellire dei cadaveri fatti
sotterrare anni prima dalle SS. L’ordine di stendersi
accanto ai morti e fare l’amore con loro partì
secco dai carcerieri. «Con i fucili, spingevano
la testa delle donne finché i loro occhi, il
naso, la bocca affondavano nel marciume dei volti. [...]
Sputando e vomitando, finalmente si alzarono in piedi,
con i residui putrefatti ancora sul mento, sulle dita,
sui vestiti». Sembra che i resti riportati alla
luce appartenessero a polacchi deceduti a causa del
tifo; di lì a poco sessantaquattro tra le donne
obbligate al tragico mimo persero la vita. Complessivamente
nel campo di Lamdorf sopravvissero 1.576 prigionieri
su 8.064 uomini, donne e bambini internati.
Un “olocausto tedesco”, come è
stato definito, cui si aggiunse l’esodo forzato
dei tedeschi che abitavano nei territori dell’est
europeo, una vera e propria pulizia etnica voluta dal
Cremlino [vedi “Storia in Rete” n.30]. Portando
con loro poche povere cose, 14 milioni di vecchi, donne
e bambini formarono un’interminabile fila controllata
dall’Armata Rossa: due milioni trovarono la morte
per le violenze, la fame e gli sfinimenti patiti nel
corso della loro lunga marcia (in Andreas Kossert, «Kalte
heimat», Siedler Verlag, 2008, inedito in Italia).
Questi fatti dovettero giungere alle orecchie degli
anglo-americani, se Winston Churchill riportò
alla Camera dei Comuni che «la sorte di un grandissimo
numero di tedeschi resta avvolta nel più assoluto
mistero». «Non è impossibile –
continuò il premier inglese – che sia in
atto, dietro la Cortina di ferro, un’enorme tragedia».
Qualche settimana prima, a Washington un senatore aveva
dichiarato che «ci si sarebbe aspettato che dopo
gli orrori dei campi di concentramento nazisti, niente
di simile sarebbe più accaduto». Una reazione
venne dalla Croce Rossa americana, ma alla richiesta
di ispezione nelle prigioni allestite in Polonia i portoni
dei campi dell’Ufficio di Sicurezza Polacco rimasero
sbarrati.
Se gli anglo-americani ammiccarono qualche inquietudine
per l’eccidio dei civili tedeschi nell’Est
europeo (ma non altrettanto per i cinque milioni di
internati della Wehrmacht nei loro campi, dei quali
circa un milione fu lasciato morire di fame e malattie
fino al 1946, almeno stando a James Bacque in “Gli
altri lager”, Mursia, 1993), non mostrarono altrettanta
sensibilità a guerra ancora in corso, adottando
su vasta scala la tattica del terrorismo aereo contro
la popolazione civile dei paesi ostili. Bombardamento
a tappeto, d’area o di saturazione, “area
bombing” o “carpet bombing” in inglese,
sono tutti sinonimi per indicare la tecnica dei bombardamenti
indiscriminati contro i civili con il fine di demoralizzare
e spezzare il fronte interno e rendere più agevole
l’avanzata delle truppe d’invasione.
Dalle tempeste di fuoco delle bombe alleate non si salvò
nemmeno la Francia, come messo in evidenza nel numero
scorso di “Storia in Rete” [«Quanti
francesi hanno ucciso?» di Fabio Andriola]. L’esito
dei bombardamenti indiscriminati della RAF sulla Francia
(e non solo quella collaborazionista di Pétain,
anche quella occupata dalla Wehrmacht) provocò
la morte di 60 mila civili, pressappoco lo stesso numero
di vittime dei raid della Luftwaffe sulla Gran Bretagna.
Nella Seconda guerra mondiale la strategia dei bombardamenti
indiscriminati ebbe inizio con quelli tedeschi su Varsavia
e Rotterdam, quest’ultima rasa al suolo il 14
maggio 1940: il giorno successivo la RAF ebbe ordine
di attaccare anche i bersagli civili in Germania. Iniziò
così un botta e risposta tra Londra e Berlino
il cui primo record fu l’incursione aerea su Coventry,
ordinata come ritorsione per il raid inglese che qualche
giorno prima aveva colpito Monaco. La cittadina inglese
venne completamente distrutta da 500 tonnellate di bombe
che causarono 1.236 morti e quasi 2.000 feriti. La devastazione
fu così massiccia da colpire l’immaginario
del mondo intero e indurre al conio del neologismo “coventrizzare”,
a indicare quei bombardamenti aerei che avessero ottenuto
la distruzione pressoché totale di una città.
Durante la Battaglia d’Inghilterra i tedeschi
colpirono Londra in numerose occasioni, concentrando
sul “blitz” contro la capitale britannica
tutte le proprie forze. Un errore strategico che costò
alla Luftwaffe una gravissima battuta d’arresto
contro la RAF. Considerata però la scarsa rilevanza
e gli alti costi che queste azioni aeree ottenevano
per il risultato bellico, i raid diminuirono notevolmente
da parte di ambedue gli schieramenti.
Il mutamento nella conduzione delle battaglie
dai cieli arrivò quando, nel 1942, il fisico
di origini tedesche naturalizzato inglese Frederick
Lindemann si recò presso il Gabinetto di Guerra
presieduto da Winston Churchill. Lindemann consegnò
uno studio nel quale veniva suggerita una campagna di
bombardamenti strategici delle città tedesche
con il preciso scopo non solo di colpire e neutralizzare
le industrie più importanti del paese, ma anche
per distruggere deliberatamente il maggior numero di
abitazioni in modo da ridurre la forza lavoro a disposizione
della Germania di Hitler. Churchill approvò la
proposta e a capo del Bomber Command inglese fu nominato
il maresciallo dell’aria sir Arthur Harris che
ben presto si guadagnò il soprannome da parte
dei suoi stessi uomini di “the Butcher”,
il Macellaio, per la sua insensibilità alle altissime
perdite umane fra gli equipaggi dei bombardieri.
Nei nuovi scenari bellici che si andavano prefigurando,
la popolazione civile era ormai considerata, a tutti
gli effetti e da tutti gli stati maggiori, come obiettivo
legittimo quanto i soldati stessi. Colpirla indiscriminatamente
significava creare il caos tra le fila nemiche, ridurre
le capacità produttive della nazione ostile,
deprimerne il morale della popolazione e delle truppe
e, non secondariamente, punirla per il semplice fatto
di appartenere a un paese nemico. Gli Alleati (ma non
i sovietici) usarono il bombardamento a tappeto e il
terrorismo aereo contro i civili con un impeto senza
pari.
Il 24 luglio del 1943 prese avvio l’operazione
Gomorra, che durò fino al 29 dello stesso
mese: i bombardieri della RAF e quelli americani presero
di mira la città di Amburgo, centro di produzione
dei sommergibili tedeschi. La conta delle vittime è
difficile da eseguire con esattezza. Calcoli sommari
ritengono probabile un numero di morti tra 45 e 150
mila, più un milione di senza un tetto. Fu un
inferno di fuoco in cui «quartieri residenziali
con un fronte su strada di ben 200 chilometri complessivi
furono distrutti senza remissione», come riporta
W. G. Sebald nel suo “Storia naturale della distruzione”
(Adelphi, 2004), una riflessione filosofica che mette
in luce il risultato dei bombardamenti alleati sulla
Germania. Una pioggia di fuoco al termine della quale
sui cadaveri continuavano a serpeggiare le fiammelle
azzurre del fosforo, i corpi carbonizzati erano stati
rimpiccioliti di due terzi dalle alte temperature sviluppate
dalle bombe incendiarie e «giacevano contorti
nelle pozze del loro grasso già in parte solidificato»;
alcuni invece erano stati lessati dallo scoppio delle
caldaie dell’acqua calda. Solo i morti per soffocamento
da monossido di carbonio rimanevano integri, a volte
ancora dignitosamente seduti su una poltrona o attorno
un tavolino.
Dopo Amburgo fu la volta di Kassel (in cui persero la
vita 10 mila civili), di Chemnitz e di Berlino, di Norimberga
e Colonia. Harris si fece vanto di aver incenerito quarantacinque
tra le principali città tedesche, ed era ansioso
di polverizzarne almeno un’altra quindicina. A
Pforzheim perirono più di 20 mila persone, un
abitante su tre; in proporzione più che a Nagasaki.
Secondo lo “United States Strategic Bombing Survey”
stilato nel novembre del ’44 su richiesta del
presidente Usa Roosevelt, le vittime civili dei bombardamenti
alleati sulla Germania risultarono 300 mila, 780 mila
i feriti, 7,5 milioni i senzatetto. Cifre che sarebbero
aumentate a dismisura nei pochi mesi che separavano
dalla fine del conflitto. Si calcola infatti che le
vittime civili dei bombardamenti congiunti RAF-USAF
sul suolo tedesco furono in totale almeno 600 mila,
tra cui 76 mila bambini.
L’apice del terrore aereo applicato dagli
anglo-americani fu raggiunto il 14 e 15 febbraio del
’45 quando, su pressante disposizione di Churchill,
venne dato il via alla coventrizzazione della città
barocca di Dresda. Sulla “Firenze dell’Elba”,
come all’epoca era soprannominata la città
per il suo patrimonio artistico e architettonico, vennero
sganciate in tre giorni 3.906,9 tonnellate di bombe
incendiarie e ad alto esplosivo per una potenza totale
corrispondente a un quarto dell’atomica sganciata
su Hiroshima. La città si trasformò in
un unico immenso incendio, la temperatura arrivò
a 1.500°. Ciò che restava della “Firenze
della Sassonia” fu ulteriormente martoriato da
altri due raid, il 2 marzo, e il 17 aprile successivi,
con rispettivamente 1.080 e 1.690 tonnellate di bombe.
Inoltre, come spesso avveniva a seguito di un bombardamento
aereo, i superstiti venivano sottoposti senza sosta
ai mitragliamenti dai caccia alleati mentre scappavano
dalla città in fiamme per trovare rifugio nei
vicini centri. Al termine della tempesta di fuoco un’area
di 15 km quadrati era stata completamente rasa al suolo.
Dresda sembrava la «superficie della Luna»
come la descrisse nel suo “Mattatoio n.5”
lo scrittore americano Kurt Vonnegut, all’epoca
prigioniero di guerra in un campo nei pressi della città.
Nel ’39 la città tedesca contava 642 mila
abitanti e nel 1945 ospitava, proprio per l’assenza
di obiettivi militari, 200 mila profughi provenienti
da tutto il territorio della Germania. Per questo motivo
il numero di morti è contraddittorio e ancora
dibattuto. Rimarrà probabilmente impossibile
da quantificare con esattezza. Vonnegut parla di 135
mila vittime, altri li calcolano tra i 35 e i 135 mila;
recenti ricerche ufficiali sono giunte a ipotizzare
un numero che oscilla tra 25 e le 35 mila, sollevando
però polemiche e proteste fra la popolazione
della città. I registri tedeschi riportavano
21.271 sepolture di cadaveri, cifra che tuttavia non
tiene conto dei morti dispersi e di quelli liquefatti
dalle alte temperature o disintegrati dalle esplosioni.
È comunque indicativo il fatto che a Dresda i
ritrovamenti dei cadaveri dei bombardamenti proseguirono
fino al 1966.
Due giorni dopo il raid, Colin McCay, responsabile
delle forze aeree inglesi, suscitò parecchie
polemiche nell’opinione pubblica dei paesi alleati
quando in una conferenza stampa dichiarò che
l’operazione su Dresda aveva come scopo quello
di colpire i centri popolati e impedire ai soccorsi
di correre in aiuto ai civili. Vista la reazione negativa,
lo stesso Churchill, che aveva sostenuto con decisione
il bombardamento, tentò di prendere le distanze
dall’accaduto. In una sua nota del 28 marzo 1945
scrisse infatti: «Mi sembra giunto il momento
di rivedere la questione del bombardamento delle città
tedesche al solo scopo di seminare terrore, sebbene
con altri pretesti».
Secondo sir Basil Liddell Hart, esperto inglese di storia
militare, dal gennaio 1945 le forze anglo-americane
avevano deciso il «deliberato ripristino della
politica di terrorismo aereo, [...] che passò
così ad occupare il secondo posto nella scala
delle priorità, subito dopo gli obiettivi petroliferi
e prima delle comunicazioni». E lapidariamente
riassume che «verso la fine di febbraio la città
di Dresda fu sottoposta, col deliberato intento di seminare
strage fra la popolazione civile e i profughi, a un
micidiale attacco sferrato proprio contro i quartieri
centrali, e non contro gli stabilimenti o le linee ferroviarie».
La medesima interpretazione di Liddell Hart viene accolta
anche dallo storico tedesco Jörg Friedrich (“La
Germania bombardata”, Mondadori) sull’effetto
“a terra” delle bombe alleate. Non si trattò,
come già esposto, di danni collaterali –
che pur ci furono – ma di una scientifica campagna
di bombardamenti a tappeto scatenata dalla RAF negli
ultimi mesi di guerra che non servì scopi militari,
ma fu determinata dalla pura volontà di rappresaglia
indiscriminata contro i civili tedeschi, rei di aver
fornito sostegno al Reich hitleriano e rafforzata dalle
notizie che giungevano a seguito della liberazione di
Bergen-Belsen, Auschwitz ed altri lager della “soluzione
finale”.
A questa un’altra motivazione andrebbe forse aggiunta,
stando ad alcuni studiosi, per comprendere le motivazioni
che indussero Churchill a tale gratuita devastazione:
il voler dare a Stalin una prova della potenza militare
britannica in prospettiva della prevedibile, e prevista,
assunzione della Russia sovietica a nemico in un vicino
domani. Lasciandone la decisione nelle mani degli inglesi,
che ne fecero ampio uso, in genere però nel teatro
europeo l’aeronautica americana evitò il
ricorso deliberato ai bombardamenti indiscriminati (anche
se poi le tattiche di sgancio in alta quota da parte
delle formazioni USA finivano spesso per colpire tutt’altri
bersagli che quelli previsti). La motivazione era puramente
politica. Mentre Londra aveva nei suoi progetti una
punizione con metodi draconiani da comminare ai paesi
che avevano messo in discussione la sua egemonia politica
e militare, Washington andava invece tessendo la trama
del suo futuro predominio nell’area dell’Occidente
europeo, zona di confronto diretto con il sua attuale
alleato e futuro avversario sovietico.
La medesima premura di limitare il coinvolgimento
della popolazione civile non venne infatti adottata
sul fronte del Pacifico, dove gli scarsi risultati ottenuti
dalla USAAF con i bombardamenti di precisione ad alta
quota contro il Giappone indussero ben presto all’adozione
dell’area bombing da scatenare sugli abitati nipponici.
Considerata la lunga distanza che i bombardieri americani
dovevano coprire per raggiungere le coste del Sol Levante,
la possibilità per la USAAF di usare il terrore
aereo si presentò solo nel 1944 quando vennero
realizzate le superfortezze volanti B29 con un’autonomia
di volo pari a seimila chilometri. A quel punto i problemi
tecnici erano risolti e, analogamente a quanto già
avvenuto nelle città tedesche, anche il Giappone
ebbe modo di conoscere le tempeste di fuoco alleate,
che ottennero risultati ancor maggiori a causa del legno
impiegato diffusamente come materiale edilizio. La prima
città colpita fu Kobe, il 3 febbraio 1945; fu
poi il turno di Tokyo, colpita a più riprese.
Solo il 10 marzo 1945, durante l’operazione Meetinghouse,
oltre 41 km quadrati della capitale furono rasi al suolo;
le stime parlano di oltre 100 mila vittime in quel solo
attacco. Dopo la guerra il generale Curtis LeMay, comandante
del XXI Comando Bombardieri di stanza nelle Marianne,
dichiarò: «penso che se avessimo perso,
io sarei stato trattato come un criminale di guerra».
Una considerazione non priva di senso, visto che Hermann
Göring dal Tribunale di Norimberga venne condannato,
tra le altre cose, proprio perché i bombardamenti
tedeschi su Londra vennero considerati crimini di guerra.
«Per fortuna eravamo dal lato dei vincitori»,
concluse LeMay.
Saranno proprio gli americani, con le atomiche
su Hiroshima e Nagasaki, a portare la tecnica del terrorismo
aereo al suo momento di maggiore e mai eguagliata intensità:
106 mila i morti per le esplosioni, il doppio nei giorni
e negli anni successivi a causa delle ferite e delle
radiazioni. La documentazione storica contraddice palesemente
la giustificazione che il presidente Usa Harry S. Truman
fornì sull’uso dell’atomica quale
unico mezzo per porre finalmente termine al conflitto
salvando, in questa maniera, innumerevoli vite umane.
Una excusatio che ha fatto sbottare stizzito lo storico
americano Mike Walzer, che nel suo recente “Guerre
giuste e ingiuste” (Laterza, 2009) l’ha
definita un’affermazione «grottesca, blasfema,
spaventosa ed orrenda». La cosa certa è
che il Giappone era ormai inesorabilmente in ginocchio,
e il suo governo stava trattando una pace separata con
i russi.
Nella determinazione all’uso del nuovo mezzo di
distruzione di massa concorsero piuttosto una serie
di concause legate alla politica interna, alla giustificazione
delle enormi spese per il progetto Manhattan e, come
per il bombardamento inglese di Dresda, ai nuovi scenari
politici che si andavano delineando con la divisione
del potere mondiale tra i blocchi contrapposti USA-URSS
e, di conseguenza, l’opportunità per Washington
di inviare un visibile monito al Cremlino. Di quell’anticipo
di Guerra Fredda, altri studiosi hanno portato all’attenzione
la volontà statunitense di porre fine quanto
prima alle ostilità con il Giappone per evitare
il concordato intervento russo in Estremo Oriente, impedendo
in questo modo l’ampliamento delle aree d’influenza
sovietica. Qualcuno ha infine suggerito anche il peso
che avrebbe avuto nella decisione di sganciare le atomiche
sul Giappone il vecchio e radicato sentimento americano
di xenofobia per i “musi gialli”, maggiormente
colpevoli a seguito del proditorio (e discusso) attacco
contro Pearl Harbour.
Dresda, Hiroshima e Nagasaki, insomma, come prove generali
di guerra fredda e zenit dell’odio che gli inglesi
nutrivano nei confronti dei tedeschi e gli americani
verso i giapponesi.
La storiografia in Germania sta ancora muovendo
i primi timidi e circospetti passi nelle ricerche sulle
violenze subite dalla sua popolazione civile durante
e dopo la guerra. Sia Jörg Friedrich che Winfried
George Sebald hanno osservato come, da parte della letteratura
e della storiografia tedesca, persista quel senso di
colpa indotto dalla nemesi storica per il nazismo che
impedisce l’affiorare delle stragi perpetrate
dagli Alleati sul territorio e contro la popolazione
civile della Germania.
In Italia la costruzione del mito dei “liberatori”
ha invece potuto godere del disinvolto cambio di fronte
dell’8 settembre per spacciarsi, attraverso quell’artifizio
che in retorica viene definito ribaltamento semantico,
come nazione vincitrice. Secondo una lettura artefatta
dei fatti storici, gli Alleati giunsero per affrancare
il paese dal giogo mussoliniano cui gli italiani furono
costretti contro la propria volontà. In questo
modo la storia – cosa purtroppo ricorrente –
è stata utilizzata quale supporto di propaganda
ideologica e politica, scindendo in maniera manichea,
fanciullesca e fantasiosa i “buoni” dai
“cattivi”. Dove ovviamente alla prima schiera
appartengono i vincitori. Per consolidare tale pensiero
è stato necessario porre un dogma e obliare tutte
le numerose evidenze storiche che invalidavano, per
il solo fatto di esistere, questa ricostruzione autoreferenziale.
Da noi, oggi, la situazione è in parte mutata.
Ma vale la pena ricordare come studiosi che applicavano
le regole scientifiche nello studio della storia sopportarono
ostracismi e vessazioni continue. Come De Felice che
subì diverse aggressioni fisiche all’univeristà
“La Sapienza” di Roma fino a un attentato
incendiario contro la sua abitazione. Oppure il caso
del ricercatore presso l’ateneo torinese Romolo
Gobbi, invitato dalle autorità accademiche a
cambiare la direzione dei propri studi, considerati
al limite dell’eresia.
Le “stragi dei liberatori” sono
ormai un campo di studio aperto e l’approccio
generalmente condiviso – seppur alcune isolate
“sacche di resistenza” persistono nell’ambito
del dibattito culturale – è ormai quello
di riesumare le violenze perpetrate dagli Alleati dall’oblio
in cui vennero relegate per quegli interessi che perseguivano
lo scopo della legittimazione morale dei vincitori.
Il terrorismo aereo anglo-americano in Italia, le esecuzioni
sommarie di civili inermi e di prigionieri disarmati,
gli stupri di massa sono ampiamente trattati e documentati.
Come è stata rivisitata la leggenda che vorrebbe
i “liberatori” accolti a braccia aperte
dagli italiani.
È così che lo sbarco alleato in Sicilia,
spacciato per decenni quasi alla stregua di una scampagnata
dei soldati anglo-americani accolti festanti dalla popolazione
locale, è stato posto infine nella sua esatta
dimensione storica. A farlo hanno contribuito il libro
“Le stragi dimenticate” di Gianfranco Ciriacono
[vedi l’intervista di Luciano Garibaldi all’autore
nel numero 27 del gennaio 2008 di “Storia in Rete”]
e, pochi mesi fa, lo studio di Andrea Augello “Uccidi
gli italiani” [anticipato su “Storia in
Rete” n.42], titolo che trae spunto dal suggerimento
prescritto nel manuale “The Sicily Zone Handbook”
distribuito alle forze inglesi all’indomani dello
sbarco.
Come queste ricerche evidenziano, lo sbarco
in Sicilia incontrò la resistenza militare dell’Asse
ma anche quella dei civili italiani, che a sua volta
fu la scusa con cui le truppe alleate giustificarono
i crimini di guerra perpetrati. Né va dimenticato
inoltre il ripristino in Sicilia, grazie alla politica
perseguita dagli Stati Uniti, del potere mafioso che
durante la dittatura mussoliniana era stato posto in
condizione di inattività.
Durante le prime settimane dallo sbarco si susseguirono
le esecuzioni sommarie da parte degli americani, tra
queste gli eccidi di Biscari e Piano Stella. La compagnia
del capitano John Compton aveva raggiunto l’area
dove sorgeva l’aeroporto militare siciliano noto
col nome di Biscari, perdendo 12 uomini del suo plotone
e rimanendo inchiodata da una tenace difesa avversaria.
Quando il presidio si arrese, dalle trincee uscirono
36 soldati italiani; furono fatti allineare lungo un
dirupo. Compton impartì l’ordine di fucilazione
immediata. Chi non morì sotto i colpi del plotone
d’esecuzione venne finito con un colpo alla nuca.
Nella stessa giornata, non lontano da Biscari, nonostante
avesse ricevuto l’ordine di scortarli al comando
per un interrogatorio, il sergente Horace West riservò
la stessa fine ad un altro gruppo di 37 prigionieri
italiani. E durante la marcia verso Biscari si consumò
la strage di Piano Stella, quando alcuni soldati americani
passarono per le armi quattro contadini e un ragazzino
di 13 anni.
Nei primi giorni dello sbarco scene
di questo tipo si ripeterono numerose volte: a Canicattì,
a Santo Stefano di Camastra e in altri paesini siciliani.
Quarantanove civili, tra i quali 15 bambini, vennero
sterminati senza pietà a Barrafranca otto giorni
dopo lo sbarco. Nel verbale d’interrogatorio reso
presso la Corte Marziale dell’US Army, il sergente
Brown, che faceva parte della pattuglia agli ordini
del capitano West, dichiarò che il ritornello
che in Nord Africa veniva continuamente ripetuto ai
soldati prima dell’imbarco verso la Sicilia era
“kill, kill and kill some more”. I suggerimenti
di Patton d'altronde andavamo lungo la stessa linea.
Rivolgendosi ai suoi uomini il “generale d’acciaio”
aveva consigliato: «Se si arrendono quando tu
sei a 2-300 metri da loro, non pensare alle mani alzate.
Mira tra la testa e la quarta costola e poi spara. Si
fottano. Nessun prigioniero.» Più chiaro
di così, non si poteva; considerata comunque
l’ovvietà che era una guerra quella si
stava combattendo, sarebbe stata assurda un’indicazione
diversa da quella di eliminare il maggior numero di
nemici e senza troppe distinzioni.
A questi episodi seguirono poi le razzie
e le violenze sulle donne. Fu proprio la Sicilia a conoscere,
prima in Italia, gli stupri dei goumiers, le truppe
irregolari marocchine sotto il comando francese, che
in Ciociaria si sarebbero poi scatenate in tutta la
loro brutalità. A mettere a fuoco le violenze
sessuali commesse nel periodo bellico è Robert
J. Lilly (“Stupri di guerra”, Mursia). Dalla
sua ricerca risulta che la percentuale dei soldati di
colore, nonostante la loro proporzione minoritaria nelle
forze armate degli Stati Uniti, è preponderante
negli atti di violenza carnale rispetto quella dei bianchi.
È anche emersa una certa benevolenza da parte
delle Corti Marziali nel giudicare questi atti e un
differente trattamento, a seconda che l’imputato
fosse bianco oppure nero. Le donne – qual che
fosse la loro nazionalità, amica o nemica –
comunque avevano poche ciance di salvarsi dalle violenze
sessuali di alcuni fra i liberatori alleati: non le
italiane né le francesi, ma neanche le inglesi
e, in proporzione prevedibilmente maggiore, le donne
tedesche che già nel primo dopoguerra ebbero
la sventura di conoscere in Renania gli africani aggregati
all’esercito francese. Lilly ha conteggiato le
vittime di abusi sessuali da parte delle truppe USA
in 17 mila, in tutta Europa e lungo i due anni della
partecipazione al conflitto delle forze a stelle e strisce.
Nulla se paragonato a quanto compiuto
in soli pochi mesi dai marocchini del CEF (Corp Expetionnaire
Français) sotto il comando del generale Alphonse
Pierre Juin, che – a piedi scalzi, con la baionetta
in pugno, le bombe alla cintura, le borracce piene di
cognac e infoiati di desiderio sessuale – nella
zona della Ciociaria si resero responsabili di 25 mila
stupri. Questo almeno il numero (con molta probabilità
in difetto, considerata la comprensibile ritrosia delle
vittime a denunciare fatti di questo genere) dei ricorsi
che durante il conflitto furono presentati al comando
francese, che se ne disinteressò completamente.
Prima i bombardamenti alleati, poi le razzie, le violenze
brutali e gli omicidi indiscriminati dei “liberatori”
maghrebini che non ebbero riscontri altrove, fecero
ben presto rimpiangere alle popolazioni locali persino
l’occupante tedesco.
Gli sventurati abitanti della Ciociaria conobbero più
di altri quanto il ritratto di Radio Londra degli alleati
accorsi a “salvare” gli italiani e ridare
loro la libertà non corrispondesse a verità.
E molti si dovettero pentire di non aver approfittato
degli autocarri messi loro a disposizione dall’esercito
tedesco per sfuggire alle violenze alleate evacuando
verso Fiuggi. Le cronache e i racconti dei sopravvissuti
che trovarono il coraggio di parlare delle loro tragiche
esperienze sono agghiaccianti [molti dei quali sono
raccolti in una sala apposita e visitabile solo a richiesta
dell’Historiale di Montecassino, vedi “Storia
in Rete” n.8]. L’Associazione Nazionale
Vittime Civili di Guerra riporta di due bambini, uno
di sei anni e l’altro di nove, che ad Ausonia
subirono “vergognose violenze da parte dei marocchini”.
I medesimi turpi episodi si ripeterono con tragica ripetitività
ovunque passassero i goumiers di Juin. Il libro di Domenico
Tortolano “I cannoni di Cassino” riporta
come «a Sant’Andrea le truppe marocchine
stuprarono una trentina di donne e due uomini. Una maestra
di 45 anni dovette sottostare durante una intera notte
ad un plotone di marocchini e una povera donna fu stuprata
alla presenza del marito che i marocchini avevano legato.
A Vallemaio con le pistole puntate si portarono via
due sorelle e per tutta la notte dovettero soggiacere
ai piaceri di un plotone di 200 individui. Una vecchia
sessantenne fu uccisa dopo essere stata violentemente
stuprata da circa 300 bestie». Le violenze più
efferate si verificarono a Polleca, un altopiano appartato
dove migliaia di sfollati avevano trovato rifugio. Nella
tendopoli che era stata allestita per i profughi il
16 maggio si affacciarono le truppe marocchine guidate
dal generale Guillaume. L’esito dell’incontro
tra la povera gente e i liberatori è stato ricordato
da Luciano Garibaldi (“L’assalto alle ciociare”,
in “Noi”, 18 giugno 1994) con questa ricostruzione:
«Furono stuprate bambine e anziane, gli uomini
che tentarono di reagire furono uccisi, chi a raffica
di mitra chi addirittura impalato vivo, altri, circa
600, subirono la stessa sorte delle donne.»
Neanche i preti si salvarono dalla furia belluina delle
truppe marocchine. Una sorte altrettanto agghiacciante
la subì lo stesso parroco di Esperia, don Alberto
Trilli. Nel tentativo di difendere dalle turpitudini
dei marocchini due ragazze, poi comunque violentate,
l’uomo di chiesa venne legato a un albero e sodomizzato
per la notte intera; don Alberto morì due anni
più tardi a causa delle lacerazioni interne che
aveva riportato. Nessuno poteva ribellarsi allo stupro
di massa, chi accennava la minima reazione veniva passato
per le armi seduta stante.
Alcune reazioni ci furono. Eric Morris
racconta in “La guerra inutile” (Longanesi)
del tentativo di alcuni soldati del 351° fanteria
USA di fermare le violenze cui stavano assistendo in
una cittadina nei pressi di Pico. Per soddisfare le
bestiali voglie dei goumiers donne, giovani e bambini
erano stati legati in attesa delle violenze sessuali
della truppa francese. I soldati americani avanzarono
infuriati per porre termine alla barbarie e salvare
i malcapitati, ma il loro comandante li fermò
spiegando «che erano lì per combattere
contro i tedeschi, non contro i goums». Si dice
che alcuni casi di fuoco amico (in particolare un massiccio
bombardamento d’artiglieria contro un intero reggimento
coloniale francese) non furono sfortunati errori, ma
reazioni da parte di ufficiali americani sdegnati.
Comunque, tanto i generali Clark e Alexander, responsabili
per le operazione militari in Italia, quanto gli ufficiali
francesi e lo stesso De Gaulle, che nel giorno degli
stupri di Polleca si trovava lì in visita alle
truppe, non potevano verosimilmente essere all’oscuro
delle violenze del CEF. La prima giustificazione che
i responsabili francesi addussero per ribattere alla
valanga di proteste che si riversavano al loro comando,
fu scaricare la responsabilità di quei gesti
alle abitudini tribali dei loro soldati. I marocchini
non avrebbero mai rinunciato dopo il combattimento –
questa fu la risposta – alle loro usanze di guerra,
alle donne e al bottino. Una spiegazione antropologica
che ha senza dubbio la sua validità, che omette
tuttavia altre sostanziali cause che produssero quegli
scempi: la conseguenza diretta dell’atteggiamento
di disprezzo che i francesi nutrivano nei confronti
degli italiani, motivata in parte dalla cosiddetta “pugnalata
alle spalle” del 1940, e un preciso sistema atto
a sollecitare lo spirito combattivo dei goumiers attraverso
la promessa di donne e beni di cui far razzia nei paesi
espugnati ai tedeschi. In queste direzioni vanno sia
una dichiarazione del generale De Monsabert –
«noi stiamo cominciando a far pagare loro per
il 1940» – sia il testo di un volantino
redatto e diffuso in lingua araba dal comandante in
capo Juin, che spronava i suoi uomini alla battaglia.
Un brano di questo comunicativo chiariva alla truppa:
«Se voi riuscirete a passare oltre quella linea
senza lasciare vivo un solo nemico, il vostro generale
vi promette, vi giura, vi proclama che quelle donne,
quelle case, quel vino, tutto quello che troverete sarà
vostro, a vostro piacimento e volontà. Per cinquanta
ore.» In realtà il diritto di stupro e
di razzia si protrasse per mesi e mesi. È sempre
Luciano Garibaldi che, nel suo articolo citato più
sopra, informa della consegna durata due mesi delle
truppe francesi entro recinti circondati da filo spinato
e privati dell’abituale compagnia delle prostitute
arabe al loro seguito. Lo scopo, quello appunto di aizzare
la combattività e la ferocia dei soldati.
Se la violenza belluina dei goumiers
conobbe in Ciociaria il suo punto massimo, non si fermò
nel basso Lazio e procedette in direzione di Roma e
della Toscana. Un partigiano comunista, Pasquale Pantera,
rammenta come si accorse che «per i soldati marocchini
il depredare, l’uccidere, il commettere brutali
atti di violenza costituivano un diritto del vincitore».
Quando in una cittadine del Senese, Abbadia San Salvatore,
i francesi furono inaspettatamente sottoposti al tiro
di alcuni cecchini, gli stessi partigiani italiani vennero
disarmati e obbligati a non lasciare il loro campo.
«L’indomani capimmo la vera ragione del
disarmo e del coprifuoco così pressantemente
impostoci: durante la notte la soldataglia si era scatenata
sulla popolazione indifesa, stuprando e violentando
bambine, ragazze, madri di famiglia e perfino povere
vecchie. [...] Una delle vittime era la compagna Lidia,
la nostra staffetta. [...] I criminali in divisa americana
entravano nelle case isolate e nei ricoveri antiaerei
con le armi in pugno, terrorizzando e depredando chi
trovavano» ricorda ne “Lo strano soldato”
un altro partigiano, Enzo Nizza nome di battaglia “La
Pietra”, aggregato alla Brigata “Garibaldi”
Spartaco Lavagnini.
La brutalità dei “liberatori”
non fece insomma distinzione tra militari e civili,
non la fece nemmeno tra nemici e cobelligeranti dando
luogo a episodi paradossali. Tra i partigiani non solo
fu la staffetta Lidia a dover pagar pegno agli irregolari
di Juin. Stessa sorte toccò anche al partigiano
Paolo, attirato da un marocchino lontano dal suo distaccamento
con la scusa di fornire delle sigarette per lui e i
suoi compagni. Il partigiano Paolo venne condotto in
un bosco e, sotto la minaccia delle armi, sodomizzato
per tutta la lunga notte da sette goumiers. Per questa
lunga scia di violenze e brutalità mai alcun
provvedimento venne preso dal comando francese. Solo
in procinto dell’imbarco delle truppe di Juin
per la Francia venne fatto chiaramente capire ai goumiers
che l’ora di porre fine alle barbarie era giunta.
A Montalcino un marocchino venne fatto uccidere a bastonate
dal suo comandante per aver violentato una vecchia di
ottant’anni; in provincia di Grosseto sei marocchini
vennero fucilati per lo stupro della moglie del segretario
locale Partito Fascista.
Se fino ad allora le brutalità erano state tollerate,
quando non direttamente aizzate dagli ufficiali francesi,
ora che si avvicinava il via all’operazione “Anvil-Dragon”,
con il conseguente sbarco sulle coste francesi, subentrava
una inesorabile rigore che più nulla abbandonava
all’impunità. È ancora un partigiano
della Spartaco Lavagnini (citato da Alessandro Orlandini,
in “I giudici e la resistenza”, Edizioni
La Pietra) a fornirci il senso di questo cambio di atteggiamento
nell’ambito del comando francese, riportando la
frase di un capitano del CEF secondo cui i marocchini
erano «gente che sa combattere benissimo, però
meno ne riportiamo in Francia e meglio è».
Anche se in misura notevolmente minore rispetto
alla Germania e al Giappone, il nostro paese non evitò
le distruzioni e la morte dei civili cagionati del terrorismo
aereo alleato. I bombardamenti sull’Italia sono
stati oggetto di approfonditi studi da parte di alcuni
ricercatori italiani, che ne hanno ricostruito le diverse
fasi e gli effetti provocati sulla popolazione. Marco
Patricelli (“L’Italia sotto le bombe”,
Laterza) e Marco Gioannini insieme a Giulio Massobrio
(“Bombardate l’Italia”, Rizzoli) hanno
invece posto sotto la lente d’ingrandimento l’intera
campagna di bombardamenti alla quale l’Italia
venne sottoposta e dove, ancora una volta, le esplicite
direttive di Churchill seguirono la strada del terrore
e della rappresaglia indiscriminata. Il bombardamento
che venne effettuato su Avellino è indicativo:
la città non solo era priva di qualsiasi obiettivo
che potesse considerarsi di rilevanza strategica o militare,
ragione per la quale, come a Dresda, numerosi sfollati
avevano trovato rifugio nel suo territorio; ma ormai
faceva parte del “Regno del Sud” cobelligerante
quindi con le forze anglo-americane. Se il comando militare
USA era intenzionato ad annullare l’operazione,
gli inglesi non furono dello stesso avviso e pretesero
con fermezza di continuare secondo i piani, in modo
da infliggere un “meritato castigo” alla
popolazione italiana che aveva appoggiato il Fascismo
e la sua entrata nel conflitto. Il numero dei morti
non venne mai accertato esattamente, si pensa comunque
che si aggirino nell’ordine delle migliaia.
Nel suo documentato lavoro, Patricelli ha ricostruito
il calvario dei bombardamenti sull’Italia e l’incubo
dei mitragliamenti a volo radente contro contadini e
civili. Qualunque cosa capitasse sotto il tiro dei caccia
della RAF era considerato obiettivo militare, compresi
i luna-park. Il 26 aprile 1943 in una Grosseto in festa,
con le giostre e la gente che passeggiava tranquillamente
lungo le strade cittadine, le mitragliatrice degli aerei
alleati falciarono 145 persone, in gran parte donne
e bambini, ferendone altre 268. Oppure come a Treviso,
il 7 aprile del ’44, giorno del venerdì
santo, dove non esisteva nulla in grado di giustificare
un attacco in profondità, e dove le bombe alleate
provocarono oltre 1.500 vittime.
Quello della strage degli innocenti,
dei bambini vittime degli orrori della guerra, è
un capitolo particolarmente doloroso. Uno scampato al
bombardamento di Alessandria, Gianfranco Peirone, scrisse
qualche tempo fa una lettera al direttore di un quotidiano
(“La Stampa”, 16 aprile 2003) ricordando
nel suo messaggio l’eccidio che una bomba alleata
provocò presso l’asilo, contrassegnato
da una enorme croce rossa sul tetto, che all’epoca
frequentava. Tra le quarantuno persone che lì
persero la vita la metà erano bambini, i suoi
compagni di scuola e di giochi. «Avrei preferito
non fossero mai venuti a liberarci» termina lapidariamente
la sua lettera. Le cronache belliche sono purtroppo
piene di tragici eventi che riguardano le piccole vittime
senza colpe delle guerre dei grandi. A Belisario Solfare
nel Cesanese il bombardamento alleato distrusse la chiesa
e l’annesso asilo dove trovarono la morte le suore,
le inservienti e la decina di bambini che lì
pensavano di aver trovato un rifugio sicuro. Infine
la tristemente nota operazione aerea vicino Milano,
nella cittadina di Gorla, in cui una bomba si infilò
dritta nella tromba delle scale di una scuola elementare,
provocando in un sol colpo la morte di 200 bambini.
L’accusa che solitamente viene imputata
a coloro i quali fanno riemergere questi aspetti meno
edificanti dei “liberatori”, è quella
di voler equiparare i crimini dei “buoni”
a quelli dei “cattivi”. Una dicotomia del
genere rientra tuttavia nel campo della morale, quindi
in ambito filosofico, dove la Storia non possiede strumenti
d’indagine; né tanto meno questo compito
è chiamata ad assolvere.
Un sistema che ricorda solamente ciò che rientra
nelle sue convenienze, lasciando nell’oscurità
ciò che le contraddice risponde a una legge che
è puro arbitrio. È invece compito della
ricerca storica ricostruire, pezzo dopo pezzo, senza
dimenticanze dolose né omissioni, i fatti per
come realmente accaddero. Solo in questa maniera è
possibile poi tentare un’interpretazione, la più
ampia e chiarificatrice del perché le dinamiche
del passato si sono succedute secondo una determinata
maniera. Un antieroe alla Tarantino avrebbe probabilmente
detto: «È la guerra, ragazzo, dove il crimine
si tramuta in virtù.»
Ma se proprio si volesse trarre un’indicazione
morale dalle cose che sono accadute, non si dovrebbe
allora prescindere da una onesta riflessione sul senso
della Giustizia e dalla consapevolezza di quanto in
fin dei conti siano labili i confini che separano il
bene dal male.
Paolo
Sidoni |