Pagheremo
tutto e pagheremo caro? Caro senz’altro lo stiamo
già pagando. E’ sul «tutto»
che Roma e Tripoli non riescono ad accordarsi da quando
il primo settembre del 1969 nella nostra ex colonia
è salito al potere l’allora ventisettenne
neo-colonnello Muhammar Gheddafi. Perché questo
«tutto» sembra esser diventato una specie
di cappello del prestigiatore, da cui sempre nuovi conigli
escono fuori, magicamente.
E’ quasi un secolo, oramai, che l’Italia
è andata ad impantanarsi in quello scatolone
di sabbia che è la Quarta Sponda che, fino all’arrivo
del Tricolore, era meno che una mera «espressione
geografica»: infatti l’ex vilayet (provincia)
turco di Tripolitania, comprendente il sangiaccato di
Cirenaica, conquistato all’Impero Ottomano nel
1911-1912 è stata chiamato proprio dagli italiani
col nome classicheggiante di «Libia». Mal
ne incolse, poiché l’ingrata (sotto ogni
significato della parola) colonia non è costata
altro che soldati caduti, sudore mal ripagato dei coloni
e spese immani. Con in più la beffa che il petrolio,
di cui è impregnato – unica ricchezza –
il sottosuolo libico, è stato sfruttato solo
dopo che il Tricolore era stato ammainato a Tripoli,
Bengasi e Tobruk. E per soprammercato l’ex colonia
è diventata una specie di cambiale in perpetuo
protesto per l’Italia, da quando – con reiterate
e mai sazie pretese – il dittatore Gheddafi si
è dato alla facile arte di taglieggiare Roma,
quasi fosse l’erede dei pirati saraceni e barbareschi
che, fino a due secoli fa, da Tripoli salpavano per
far bottino sulle nostre coste.
Ma dopo nove secoli di taglieggiamenti dei pirati, nel
1911 l’Italia a sua volta salpava da Napoli e
Palermo per andare a conquistarsi anch’essa un
pezzo d’Africa, la Quarta Sponda. Le nostre navi
partivano al suono di «Tripoli bel suol d’amore»
e marinai e bersaglieri strappavano ai turchi l’ultimo
lembo dei loro domini africani. Guerra combattuta secondo
i crismi del diritto internazionale d’allora,
che ci vide vittoriosi su Costantinopoli dopo belle
prove d’armi come il forzamento dei Dardanelli.
Che avessimo più o meno diritto degli occupanti
turchi su quelle terre è questione da dibattere,
e tutt’altro che chiusa come pretenderebbero gli
anticolonialisti e masochisti. Giacché se Cirenaica
e Tripolitania erano terre appartenenti al Dar-al-Islam
[la Terra dell’Islam, contrapposta a quella degli
«infedeli» o Dar-al-harb, Terra della Guerra
NdR], giova comunque ricordare che fino al 700 d. C.
(vedi cartina a pag. 24) quelle erano province dell’Impero
Romano, e prima ancora erano state colonizzate da dori
e cartaginesi. E se i primi avevano seguito Roma di
buon grado nel 96 a.C., dei secondi non restano eredi
a pretendere diritti di sovranità Terre dunque
su cui l’Italia poteva vantare diritti non minori
di quelli dell’Impero Ottomano, del resto «padrone»
in terra tripolina solo dal 1836: un discorso sul quale
si dovrà tornare quando parleremo ( in un prossimo
numero) dell’assurda forca caudina del Comunicato
Congiunto italo-libico del 4 luglio 1998 sulla «restituzione»
di opere d’arte «trafugate» in epoca
coloniale.
Con la Libia le cose sarebbero potute andar bene se
nel 1969 un colpo di Stato non avesse portato il colonnello
Muhammar al-Gheddafi (nato nel 1942) al potere. Con
il re Idris I (1890-1983), messo sul trono dagli inglesi
nel 1951, i rapporti con Roma erano buoni. E questo
nonostante Idris appartenesse alla Senussia, una setta
mussulmana fieramente avversa all’Italia durante
le guerre per il controllo della Cirenaica e la Seconda
guerra mondiale. Idris amministrò bene il Paese
e richiamò indietro i coloni italiani che erano
fuggiti nel 1943 per niente ansiosi di essere «liberati»
dagli inglesi di Montgomery. Di questi qualche migliaia
accolsero l’invito del sovrano e tornarono sulla
Quarta Sponda, unendosi ai pochi superstiti di una comunità
che nel periodo del suo massimo splendore superava i
centomila abitanti (per la precisione 108.419, pari
al 12,37% degli abitanti censiti nel 1939). I trentacinquemila
italiani che, a guerra finita, rimasero o tornarono
in Libia, soprattutto nella capitale Tripoli, continuarono
a svolgere il loro ruolo di spina dorsale della società
urbanizzata costiera. In particolare costituivano l’ossatura
dell’amministrazione, rappresentavano una notevole
percentuale dei docenti scolastici e soprattutto continuavano
a gestire il sistema bancario locale. I rapporti fra
essi e le popolazioni locali erano buoni, né
parevano esserci segni di rancore da parte di queste
ultime verso l’ex potenza coloniale. «Che
i rapporti fra la popolazione italiana e quella araba
fossero buoni – dice Giovanna Ortu, presidentessa
dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia
(AIRL) – è un fatto provato dalle molte
manifestazioni di simpatia ed amicizia che io ho potuto
riscontrare nei miei due viaggi recenti in Libia, nel
2002 e nel 2004. Gheddafi dice che noi non ci eravamo
voluti integrare, e nemmeno avevamo imparato l’arabo,
ma è falso: a scuola tutti avevamo studiato questa
lingua, e c’erano tante ore di italiano quante
di arabo. Inoltre anche dal punto di vista culturale
e dei costumi, per quello che fu possibile vi furono
numerosi scambi: gli arabi mangiavano i nostri spaghetti
e noi il loro cus-cus, una tradizione che fra noi esuli
è tuttora mantenuta ogni venerdì sera.
Certo, non dobbiamo dimenticare che per la particolare
condizione della donna nel mondo islamico l’integrazione
fra noi e loro era necessariamente limitata. C’era
infatti metà della popolazione che viveva pressoché
segregata e non poteva avere contatti con noi».
Le cose cambiarono drammaticamente con il colpo di Stato
del 1969, fra l’altro ordito da personalità
libiche in Italia e attuato dal capitano (promosso «sul
campo» colonnello) Gheddafi, anch’esso addestrato
in Italia (vedi «Il contesto delle stragi. Una
cronologia 1968-1975», elaborato redatto dal senatore
Alfredo Mantica e dal deputato Vincenzo Fragalà,
26 giugno 2000. Commissione parlamentare d’inchiesta
sul terrorismo in italia e sulle cause della mancata
individuazione dei responsabili delle stragi, XIII Legislatura,
2001). Approfittando dell’assenza di Idris, all’estero
per curare i suoi gravi problemi di salute, i militari
filo-nasseriani condotti da Gheddafi si impadronirono
del potere senza colpo ferire, fra 26 agosto e primo
settembre 1970. Agli iniziali segnali di distensione
verso la minoranza italiana, Gheddafi fece seguire un
repentino voltafaccia. Nel giro di poche settimane,
nemmeno un anno dopo essere asceso al potere, il neo
dittatore iniziò una serie di provvedimenti vessatori
contro gli italiani, culminati nella legge di esproprio
del 21 luglio 1970, che colpiva italiani ed ebrei. «Ricordo
ancora chiaramente quando arrivò a casa mia la
notizia della legge sull’esproprio: – racconta
Giovanna Ortu – era il mio trentunesimo compleanno,
e la torta era già sul tavolo. Avevamo anche
due bottiglie di champagne, rigorosamente di contrabbando,
perché Gheddafi aveva messo fuorilegge l’alcool.
Giunse un amico, poi una telefonata a confermare la
notizia. Rimanemmo tutti così scossi che torta
e champagne finirono nella pattumiera. Fu il compleanno
più amaro della mia vita. E dai giorni successivi
iniziò una vera via crucis fatta di file, burocrazia
e vessazioni. Persi 13 chili in due settimane. Eravamo
infatti obbligati a consegnare noi stessi i nostri beni
alle autorità libiche, con una trafila umiliante
e spossante. Tanto che quando riuscimmo a metter piede
sull’aeroplano che ci avrebbe portato in Italia,
oramai ridotti in miseria, brindammo per la ritrovata
libertà».
Storie struggenti quelle degli italiani di Libia che
hanno faticato e faticano ad avere il giusto peso nella
memoria nazionale. E’ interessante notare come
il molto indulgente biografo italiano di Gheddafi –
Angelo Del Boca – identifichi il motivo di questo
voltafaccia nel mancato riconoscimento da parte di Aldo
Moro (allora ministro degli Esteri del governo Rumor
III, in carica dal 27 marzo 1970 al 6 agosto 1970) dei
«crimini» commessi dall’Italia in
Libia. Scrive infatti Del Boca (su «Gheddafi,
una sfida dal deserto», Laterza, 1998) che Gheddafi
il 9 luglio 1970 nonostante un violento discorso contro
il colonialismo italiano «non vuol rompere con
l’Italia» e «intende aprire delle
trattative e cercare una soluzione che soddisfi le esigenze
di entrambi i paesi». Il ministro degli Esteri
italiano Aldo Moro – secondo Del Boca –
non coglie questa… velata «mano tesa»,
e mancando di andare a Tripoli ad incontrare il dittatore
(perché il governo cade il 6 agosto 1970) lo
lascia «libero di agire». Peccato che se
il governo cadde il 6 agosto, le leggi contro gli italiani
invece furono promulgate quasi tre settimane prima,
e presumibilmente dovevano esser già pronte da
un bel pezzo. La scusa per giustificare la rapina e
l’espulsione di migliaia di italiani è
questa grottesca caricatura del trentennio coloniale
italiano fatta dall’allora ministro degli Esteri
libico Salah Bouissir: «L’Italia ha compiuto
ogni possibile atto inumano. Per avere un’idea
delle atrocità commesse dagli italiani basti
ricordare che mentre la popolazione della Libia nel
1911 ammontava a due milioni, nel 1955 era scesa a un
milione e 250 mila. Vi erano campi di concentramento
circondati da filo spinato che racchiudevano centomila
persone. Dappertutto vi erano patiboli. Nel paese regnavano
la miseria e le malattie. Le nostre terre erano state
prese e la popolazione araba deportata nel deserto.
Ci era persino vietato l’ingresso nelle città.
Per 32 anni l’Italia ci ha privato dell’istruzione.
Durante questo periodo non è uscito da noi né
un medico né un ingegnere. La politica italiana
di quell’epoca tendeva addirittura all’annientamento
della natura arabo-islamica della Libia. I famosi lager
nazisti non sono per noi cose estranee, perché
ne avevamo di ben peggiori in Libia». Un passo
citato integralmente da Del Boca a pagina 48 del suo
libro in cui prende apertamente le distanze solo dal
discorso del preteso sterminio di 750 mila libici. In
realtà i provvedimenti dell’estate 1970
contro la comunità italiana erano una violazione
non solo delle norme generali di diritto internazionale,
ma anche delle disposizioni della Risoluzione 388 dell’ONU
del 1950 sulla Libia e del Trattato italo-libico del
2 ottobre 1956.
Del Boca sembra trascurare un fatto fondamentale. Ovvero
che «la Libia, come la gran parte dei Paesi arabi,
era e resta una nazione tribale» come spiega Claudio
Lanti, oggi direttore de «La Velina Azzurra»
e già direttore dell’Ufficio Stampa dell’AIRL.
«La dittatura di Gheddafi – continua Lanti
- si mantiene senz’altro sul terrore e sulla polizia,
oltre che sul consenso demagogico, ma anche e soprattutto
grazie all’abilità del colonnello nella
mediazione con gli altri ufficiali golpisti, tutti in
qualche maniera rappresentanti delle varie tribù
e clan libici. Nel dover gestire i rapporti di forza
interni con gli altri capi, Gheddafi sceglie di usare
la carta dell’odio anti-italiano» per galvanizzare
le energie e i rancori all’esterno, e trovare
un collante che puntelli il suo potere. «L’ostilità
verso l’Italia – osserva infine Lanti -
è una caratteristica di base del regime libico,
la bandiera dell’indipendenza nazionale con la
quale Gheddafi andò al potere nel 1969 e vi è
rimasto sino ad ora. Una bandiera che il colonnello
dovrebbe adesso ammainare turbando gli equilibri interni
con i clan politici ed etnici rivali».
E’ quindi la presenza di un «nemico»
esterno a fornire il cemento per unire tribù
secolarmente ostili fra di loro, per i più vari
motivi. Quando – infatti – Del Boca scrive
(a pagina 4) che la guerra in Libia «era durata
più di trent’anni», praticamente
da quando erano sbarcati gli italiani nel 1911 omette
di ricordare che tribù e clan erano da secoli
in guerra fra loro e contro i precedenti padroni ottomani.
E continuarono a lottare fra loro – oltreché
contro gli italiani – anche dopo l’occupazione
tricolore della Quarta Sponda. Insomma, inizialmente
almeno, gli italiani non furono altro che l’ennesima
«tribù» che (alleandosi con alcune
delle realtà locali) si inserì nel gioco
tribale tripolino e cirenaico, fin quando l’evoluzione
culturale dei berberi e degli arabi di Libia non arrivò
a concepire una unità proprio grazie al contrasto
con gli italiani e soprattutto grazie agli italiani
che – come ha spiegato bene Sergio Romano sul
«Corriere della Sera» del 20 novembre 2007
- trasformano «le tribù di pastori, i pochi
contadini che coltivavano la terra delle oasi, gli artigiani
di Tripoli e Bengasi, le comunità ebraiche della
costa, i mercanti di schiavi» in una comunità
unitaria attraverso «l’amministrazione italiana
che durante il fascismo soppresse i governatorati di
Tripoli e Bengasi», eredità del vilayet
ottomano, e «creò una pubblica amministrazione,
una rete di tribunali, molti villaggi agricoli, piccole
zone industriali e qualche infrastruttura, come la Via
Balbia che correva lungo la costa dalla Tunisia all’Egitto».
La ricostruzione di Del Boca lascia quindi diverse perplessità:
«Del Boca è un mio amico-nemico –confessa
Giovanna Ortu – con il quale ho avuto modo di
dibattere pubblicamente ed alla radio molte volte. Purtroppo
come storico lavora più «a tesi»
che non sui fatti, e così mischia la verità
con ciò che serve a far quadrare i suoi conti.
Per esempio sulla nostra colonizzazione in Libia, Del
Boca non ha voluto fare un lavoro di contestualizzazione,
che ne presenti tanto le ombre quanto le luci. E, al
contrario, nei confronti di Gheddafi, ha minimizzato
gli aspetti dittatoriali di questo personaggio, che
si è macchiato di crimini quali gli assassinii
dei dissidenti libici in pieno centro di Roma, nella
famosa via Veneto. Ma Del Boca non è l’unico
storico a comportarsi poco da storico. Penso ad Eric
Salerno [autore di libri-denuncia sulle atrocità
commesse dagli italiani, NdR], per esempio, che scrive
di Gheddafi come fosse un santo. A volte prima di leggere
lui o Del Boca non posso fare a meno di prendere due
scatole di Tavor…»
Gheddafi fa leva sul contrasto con gli italiani –
creatori involontari del patriottismo libico –
per sostenersi, ma tiene un occhio anche alla questione
venale: grazie agli espropri massicci di proprietà,
beni e liquidità degli italiani (secondo Del
Boca vennero confiscate 352 fattorie per 37 mila ettari,
500 negozi, 1.750 case e 1.200 autoveicoli, aerei e
trattori), e degli ebrei ha potuto mettere in cassa
qualcosa come 400 miliardi di lire dell’epoca
(tre miliardi d’euro equivalenti d’oggi):
una mezza manovra economica per un paese come il nostro;
un vero pozzo di san Patrizio per una piccola nazione
come la Libia, che allora aveva meno di due milioni
d’abitanti (oggi ne ha 5,6 e un PIL pari a poco
più del 4% di quello italiano, secondo i dati
del Fondo Monetario Internazionale). Spiega ancora Giovanna
Ortu: «In 38 anni abbiamo ricevuto, e in lunghissime
rate, nemmeno il 25% di quanto ci è stato tolto.
Noi chiaramente non pretendiamo la restituzione di tutto,
oramai, ma almeno un gesto riparatorio da parte del
nostro governo, quello sì. Non si deve dimenticare
che i beni sottratti agli italiani, da soli, valgono
quanto oggi preteso da Gheddafi per la costruzione della
famosa autostrada costiera. Se il governo italiano riuscisse
a restituirci almeno un 10% di quanto ci è stato
preso, ma con una formula di riparazione e risarcimento
ufficiale, noi considereremmo la partita chiusa».
Negli anni Settanta Inizia così il lungo contenzioso
fra il nostro Paese e l’ex colonia, che chiede
risarcimenti e atti di contrizione all’Italia
per poter «normalizzare» le relazioni. Ma
nonostante ogni passo in avanti fatto da Roma (forse
anche nella consapevolezza che irrigidire le relazioni
non farebbe altro che il gioco di Gheddafi, rafforzandone
il potere interno), la storia sembra continuare infinita.
Nessun gesto dell’Italia (di suo restia - fino
al masochismo - a far pesare il proprio peso politico,
economico e militare) sembra sufficiente a far cessare
le richieste libiche. Gheddafi sa di poter contare sulla
formidabile arma di ricatto del petrolio, con la quale
lega il nostro Paese mani e piedi (l’Italia oggi
rappresenta il maggior partner commerciale della Libia,
con il 37,2% delle esportazioni libiche e il 25,2% delle
importazioni), e – da consumato politico qual
è – gioca su più tavoli, compreso
quello dell’appoggio al terrorismo e – da
qualche anno a questa parte – sulla gestione dei
flussi di immigrazione che – passando per le sue
carovaniere e i suoi approdi, lasciano denaro in Libia
e scaricano disperati e problemi sull’Italia.
L’Italia aveva infatti già chiuso i conti
con il passato coloniale fra 1950 e 1957 con un trattato
derivante dalla risoluzione 388 V dall’ONU. Un
trattato firmato da quello stesso Idris della Senussia,
che per vent’anni era stato acerrimo nemico del
nostro Paese e che trovò equo porre fine alle
sue lotte con quell’accordo, «e la consegna
di cinque milioni di sterline d’allora, più
tutti i beni demaniali dello Stato italiano» puntualizza
Giovanna Ortu. Più nel dettaglio si trattava
di 4.812.500.000 lire italiane, la proprietà
degli enti agricoli di colonizzazione con oltre 40 mila
ettari di terreno bonificato e reso fertile. L’accordo
trasferiva anche i contributi previdenziali versati
degli Italiani con la promessa da parte dell’omologo
ente libico di assicurazione di erogare le prestazioni.
Ma, 13 anni dopo, Gheddafi non poteva accettare la chiusura
della partita. Tanto più in un periodo storico
in cui tutto l’Occidente era sotto offensiva da
parte dei paesi ex coloniali. Indebolita all’interno
dal terrorismo e dalla contestazione, dipendente dal
petrolio, l’Italia era la preda giusta per poter
mostrare i muscoli: è sempre stato facile per
Gheddafi tirare di boxe su questo avversario ammanettato,
fra il plauso della sua claque. Una preda talmente debole
che contro di essa ogni anno viene celebrata una «festa
della vendetta» (nel giorno che ricorda l’espulsione
di ventimila nostri connazionali), una festa che doveva
essere tramutata in «festa della riconciliazione»
dal 2004, e che invece è rimasta tale e quale
a prima. E, come se niente fosse, invece quando si celebra
l’anniversario della presa di potere da parte
di Gheddafi, i politici (di destra e sinistra indifferentemente)
accettano l’invito dell’ambasciatore libico
in Italia per il rituale ricevimento in ambasciata…
«Quello che dispiace a noi della comunità
italiana espulsa – dice Giovanna Ortu –
è che comprendendo pure l’importanza commerciale,
petrolifera e strategica della Libia, non sembra che
la politica perseguita dal nostro Paese abbia poi dato
il minimo frutto. I beni e la storia degli italiani
di Libia sono stati sacrificati sull’altare dei
buoni rapporti fra le due sponde del Mediterraneo: bene,
ma questi «buoni rapporti» ora dove sono?
E pur avendo sacrificato i nostri beni – grazie
ai quali oggi Gheddafi deve comunque pretendere molto
meno da Roma – possibile che non si riesca a dare
un riconoscimento, anche solo simbolico, alla comunità
italiana espulsa? La mia paura è che oggi, un
governo di destra che si dice «nazionale»
sia molto più pronto a sacrificarci di nuovo
sull’altare delle relazioni italo-libiche che
non il precedente governo di sinistra».
Una preda così debole, l’Italia, che sui
suoi affari interni il clan Gheddafi si sente in diritto
d’ingerire – come nel caso della possibile
nomina del leghista Roberto Calderoli (protagonista,
nel 2006, di un discutibile show a proposito delle vignette
presunte anti Islam) come ministro del nuovo governo
Berlusconi la scorsa primavera - e nella quale i suoi
rampolli si sentono perfino in diritto di scorrazzare
vilipendendo e percuotendo i nostri agenti di polizia
(meno fortuna ha avuto uno dei figli di Gheddafi in
Svizzera, finito in galera per le sue violente intemperanze
da ragazzone viziato). Un capitolo – quello dei
tracotanti figli di papà Muhammar – che
meriterebbe un intero capitolo, e che ci limitiamo a
riassumere tramite un trafiletto del settimanale «Tempi»
dell’8 maggio scorso, nel quale si rileva come
Said el Islam Gheddafi – colui il quale aveva
minacciato e millantato «catastrofiche ripercussioni»
in caso di inserimento di Roberto Calderoli nella compagine
di governo attuale a causa dello scivolone dell’esponente
leghista circa le note vignette su Maometto –
si era già divertito in passato a fare delle
sue illustrazioni ingiuriose contro la religione cattolica,
mostrando abiti monacali e croci cristiane à
la Ku Klux Klan (vedi http://www.tempi.it/interni/001056-gheddafi-il-blasfemo).
Bene ha fatto «Tempi» ad intitolare il pezzo
«Da che pulpito.». Ma i figli non fanno
che imitare, anche in blasfemia, l’inarrivabile
padre (vedi box a pag. 16).
Così i rapporti fra Italia e Libia si sono trascinati
per anni fra ufficiali muro-contro-muro e ufficiosi
rapporti di reciproco interesse: l’Italia verso
il petrolio, Gheddafi verso un nemico (e i suoi soldi…)
con il quale far la voce grossa e sostenere la propria
immagine interna. E per l’oro nero, l’Italia
è sempre rimasta… «a novanta gradi»:
dal mancato pagamento delle imprese italiane chiamate
dal dittatore a lavorare in Libia dopo l’espulsione
della nostra comunità, all’empio trattamento
riservato al cimitero italiano di Tripoli – l’Hammangi
– con 20.492 salme di soldati caduti (fra cui
Italo Balbo) frettolosamente rimpatriate dopo il 1970,
e la beffa del 2006, con il governo libico che riesce
ad estorcere all’ultimo governo Prodi ben 647
mila euro (e una sua riduzione da dieci ettari di estensione
a uno), quale ennesimo riscatto nella miglior tradizione
barbaresca: soldi in cambio dei restauri e della «protezione»
delle restanti 8.600 sepolture (o ciò che ne
resta) dal vandalismo, dai tombaroli, dalla minaccia
di trasformarlo nuovamente in una discarica. Poi c’è
lo scandalo di un Mare Nostrum periodicamente preda
di un surrogato della pirateria saracena: da un lato
i pescherecci siciliani arrembati e internati nei porti
libici (l’ultimo caso questo stesso agosto, con
il Valeria I arrestato fraudolentemente in acque internazionali),
e dall’altro il Mediterraneo usato come corsia
preferenziale per il traffico di esseri umani, col quale
la Libia ricatta l’Italia ormai da anni.
Così, mentre il nostro Paese – tanto per
motivi di rispettabilità quanto di comprensibile
pietà umana - non può permettersi di abbandonare
al loro destino le decine di migliaia (sessantamila
dal 2005 al 2007, secondo «Il Giornale»
del 10 maggio scorso) di disperati che vengono a spiaggiarsi
sulle nostre coste, con spietato cinismo la Libia consente
loro di imbarcarsi nei propri lidi (soprattutto a Zuara)
aprendo e chiudendo il rubinetto dei flussi migratori
in perfetta corrispondenza con la pressione da mantenere
sul governo di Roma. Magari – come ha rilevato
Guido Ruotolo su «La Stampa» del 17 giugno
scorso - per riuscire ad estorcerci la famigerata autostrada
che dovrebbe rappresentare il «raddoppio»
della Via Balbia costruita negli anni Trenta, oppure
(«Il Corriere della Sera» del 9 maggio 2008)
come mezzo di ritorsione per la nomina di Roberto Calderoli,
«responsabile» secondo Saif al Islam Gheddafi,
degli incidenti anti-italiani di Bengasi che furono
scatenati nel 2006 con la scusa della maglietta «irriverente»
di Calderoli. Con la nomina di Calderoli a ministro
per la Delegificazione, «la Libia non è
più responsabile della protezione delle coste
italiane degli immigrati illegali».
Risultato, il Canale di Sicilia è trasformato
in una enorme tomba, nella quale si perdono migliaia
di disgraziati, la cui orrenda fine ricade sulla testa
– sono parole di Magdi Cristiano Allam sul «Corriere»
del 18 giugno – del «Grande burattinaio
che dall’altra sponda del Mediterraneo usa gli
stranieri come carne da cannone per sottometterci al
suo arbitrio». Un burattinaio col quale l’Italia
rischia di essere correa, se non proprio complice –
continua Allam – «perché non vogliamo
sanzionare il principale responsabile di questa tragedia,
il dittatore libico Gheddafi». E così,
mentre Bossi oltre alle scemenze sull’Inno Nazionale
dice anche dure verità sul turpe mercato umano
fatto dalla Libia ai danni dell’Italia, ecco arrivare
pronta la smentita della Farnesina: il 10 maggio «La
Stampa» può evidenziare «La battuta
del Senatùr: «sono loro che ci mandano
i clandestini». E immediatamente dopo l’intervento
del ministro degli Esteri Frattini: «No, è
un Paese amico». E intanto l’amico, da quando
è riuscito a rinsaldare i rapporti con gli ex
nemici Stati Uniti (oggi alla ricerca di consensi fra
i regimi arabi non integralisti e possibilmente detentori
di notevoli riserve petrolifere) si preoccupa sempre
meno di mantenere una parvenza di legalità nei
rapporti con l’Italia. Un atteggiamento spregiudicato,
quello di Tripoli, che saltuariamente si esercita anche
in altre direzioni: pochi mesi or sono si è chiusa,
ad esempio, la lunghissima vertenza tra Libia e Bulgaria.
Sul piatto – salvate poi dall’intervento
della Francia di Sarkozy – un medico palestinese
e cinque infermiere bulgare condannate a morte dalla
Libia perché accusate di aver volontariamente
infettato di aids malati di alcuni ospedali libici.
Dopo aver strillato al complotto occidentale, Gheddafi
si è «accontentato» di uno sconto
sui debiti libici nei confronti della Bulgaria. Ovviamente,
il contagio di massa era frutto di una carenza della
sanità locale. Per coprire la magagna c’era
bisogno, come vuole la tradizione gheddafiana, di un
capro espiatorio internazionale…
Un «salto della quaglia», quello della Libia,
da qualche tempo particolarmente affamata di legittimazione
internazionale, che riuscendo a buttare a mare le sue
lune di miele col terrorismo internazionale e assolutamente
bipartizan (vedi box a pag. 18) ha ottenuto una nuova
verginità politica (potenza del petrolio, ovviamente,
e della minaccia di gettare nelle braccia dei fondamentalisti
l’ennesimo paese arabo). Una verginità
che permette di scoprire qualche altro altarino vergognoso:
tutti lo sapevano, ma finalmente ci sono anche le prove
inconfutabili – perché c’è
chi le ha tirate fuori, come «scopre» il
«Corriere della Sera» del 15 aprile scorso
– che fin dagli anni Settanta Gheddafi (mentre
da una parte entrava nel capitale sociale della FIAT)
sosteneva ed addestrava i terroristi di mezzo mondo
e in cambio otteneva trattamenti di favore e «lezioni
private» per i suoi agenti segreti nella Germania
Federale, mentre – ben peggio – in Italia
addirittura i sicari del governo libico venivano indisturbati
ad ammazzare i nemici del dittatore, come ha denunciato
non ieri, ma vent’anni fa, su «La Repubblica»
del 15 agosto 1986 Magdi – non ancora Cristiano
- Allam. Una serie di casi liquidata dall’ambasciatore
libico come «regolamenti di conti personali»
perché «la vendetta è una consuetudine
diffusa nel mondo arabo». La citata Commissione
parlamentare scrive infatti che «mentre le diplomazie
occidentali si arrovellano davanti all’osso agitato
da Gheddafi, le autorità italiane si legano a
doppio filo al regime del Colonnello. La parola “prudenza”
diventa un leitmotiv negli ambienti governativi ogni
qual volta si accenna al caso Libia. Nel contempo, le
autorità libiche iniziano a foraggiare, addestrare
e controllare una serie di gruppi terroristici operanti
in Europa, fra cui l’IRA, l’ETA, la banda
Baader-Meinhof e le Brigate rosse».
Ma torniamo al problema energetico, vero tallone d’Achille
italiano. E’ grazie al petrolio libico che Gheddafi
riesce ad tenere l’Italia supina ai propri capricci:
l’ENI, che ha contratti in Libia dai tempi di
re Idris, è una delle poche aziende italiane
a non essere stata cacciata o completamente nazionalizzata
da Gheddafi nel 1970: venne colpita di striscio solo
la Asseil, una società petrolifera italo-libica
per metà dell’AGIP. Fin dall’estate
1970, a Roma, si comprende che attuare misure economiche
di rappresaglia per l’espulsione degli italiani
significa danneggiare l’ENI. La Libia forniva
il 28% del fabbisogno petrolifero italiano nel 1969,
e all’epoca della chiusura del Canale di Suez
per le guerre arabo-israeliane, le fonti d’approvvigionamento
alternative sarebbero risultate troppo onerose. Intanto
già nel 1972, mentre sono ancora ospiti nelle
baracche dei campi profughi i 20 mila italiani espulsi,
l’ENI riesce ad ottenere un contratto per 50 milioni
di barili di petrolio (la fonte è sempre la citata
relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta
del 2001). Lo stesso anno vendiamo sottobanco alla Libia
armi per 25,5 miliardi di lire d’allora. Un sottobanco
scoperto subito dagli americani (ancora furibondi per
l’espulsione dalle loro basi militari e petrolifere
dalla Libia nel 1970) che ci obbligano in cambio ad
acquistare da loro armi per 45 miliardi e cedere basi
a Lampedusa e La Maddalena (un vero affare!). Poco dopo
parte una joint venture con l’ENI, e la SNAM inizia
l’edificazione della prima raffineria libica,
a Tripoli: un crescendo di concessioni e contratti,
che si configura come una vera «guerra del petrolio»
con gli inglesi, e che – veduta in prospettiva
– getta un’inquietante luce su chi negli
anni ha forse stilato l’agenda politica del nostro
Paese. Infatti, mentre la British Petroleum viene nazionalizzata
da Gheddafi proprio mentre sta cacciando via (dopo averli
rapinati) i ventimila italiani, è l’ENI
che di lì a poco subentra ai britannici nello
sfruttamento dell’oro nero libico. Il ritorno
economico per il dittatore è così buono
che nel 1976 può – auspice l’URSS
– acquistare il 9,1% delle azioni della FIAT.
E tutt’oggi la presenza dell’ENI è
in continua crescita e proprio il giugno scorso il mega
gruppo italiano è riuscito a ricontrattare con
la dittatura libica un accordo che prevede altri decenni
di collaborazione fra l’Ente e Tripoli per lo
sfruttamento degli idrocarburi. Il tutto ad un prezzo
salato - il «Corriere della Sera» del 13
giugno scorso parlava di un miliardo di dollari - ma
tutto sommato accettabile, considerando il fatto che
– con gli aumenti del prezzo a barile –
a pagarlo saranno i consumatori italiani. E intanto,
mentre da noi ci si interroga ancora sul nucleare, qualche
genio (nella fattispecie la società Techint,
secondo «La Repubblica» del 12 agosto scorso)
sta pensando di andare ad aprire centrali eliotermiche
nel Fezzan, così da consentire alla Libia di
risparmiare petrolio per venderne in maggior quantità
all’estero. Così, l’Italia resta
sempre più dipendente dalle importazioni, mentre
la Libia dell’«affidabile» Gheddafi
acquisisce da un lato infrastrutture e know-how per
rendersi autosufficiente e dall’altro mantiene
il coltello dalla parte del manico perché il
flusso verso Italia ed Europa dell’energia elio-prodotta
nel deserto libico potrà essere bloccato in qualunque
momento.
E il governo di Roma che fa? Si incontra con Gheddafi.
L’unica volta che la nostra diplomazia, negli
ultimi anni, ha realmente alzato la voce con Tripoli
è stato, incredibilmente lo scorso 24 aprile,
non per difendere concretamente i propri interessi nazionali
ma per difendere un altro Paese, quando per richiesta
dell’ambasciatore italiano, Marcello Spatafora,
si è sospesa la riunione del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU dopo che il rappresentante della Libia,
Ibrahim Dabbashi, accusando Israele aveva paragonato
la condizione di Gaza a quella nei campi di concentramento
nazisti. Per il resto è la politica del cus-cus
sotto la tenda (corazzata) del colonnello a tenere banco.
Destra o sinistra che comandi, si tratta solo di incontri,
strette di mano, cordialità di facciata - «l’accordo
è vicino» - ma in pratica non se ne fa
nulla. E fra il lusco e il brusco il solo Berlusconi
ha incontrato Gheddafi ben sei volte (in sei anni e
due governi): nonostante i due anni all’opposizione
più che con il presidente del nostro principale
alleato, gli USA (d’altronde circolava fin dagli
anni Settanta la battuta «moglie americana, amante
libica»…). E tra fine agosto e primi di
settembre gli incontri son saliti a sette visto che
c’è l’accordo «definitivo»
da firmare. Al solito, Gheddafi in questi incontri sciorina
la storia della sua infanzia: povero, con il padre combattente
e gli zii caduti nella «guerra patriottica»
contro gli italiani (un po’ sotto tono invece
le storie degli altri suoi parenti morti nelle guerre
tribali fra beduini). Chissà come commenterebbe
invece quei due «Gheddafi» e «Gheddafi»
che compaiono al numero 6960 e 8927 della lista dei
soldati coloniali del Regio Esercito cui lo Stato italiano
ha pagato spettanze ed indennità negli anni Cinquanta…
Infine la storia della cicatrice lasciatagli sul braccio
dall’esplosione di un residuato bellico (italiano,
dice lui: chissà, ma potrebbe essere stato anche
forse inglese o tedesco, ma siccome l’Italia da
quelle parti è «il Male Assoluto»…),
esplosione che gli ha ucciso anche due cugini. Storie
con le quali cerca di mettere a disagio gli interlocutori
italiani, e ci riesce grazie alla tipica remissività
dei suoi ospiti. Come al solito, se i nostri governanti
conoscessero un po’ più la Storia del nostro
Paese, avrebbero qualche freccia in più al loro
arco. Ma, a lezione di Storia (e dignità) sono
tradizionalmente sempre assenti.
Emanuele
Mastrangelo
mastrangelo@storiainrete.com
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