Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA IN RETE"

 
 
L’ultima statua del generalissimo Franco: il monumento equeste di Santander, rimosso dal governo zapaterista nel dicembre 2008.

 
 
LA STORIA “A NORMA DI LEGGE”
 
DAMNATIO MEMORIAE:
CHI VUOLE CONTROLLARE IL PASSATO?
 
di Aldo A. Mola
 
 
L’esempio che arriva dalla Spagna è pericoloso per tutta l’Europa: dalle vestigia del passato franchista
alla limitazione degli studi storici il passo può essere breve. Il binomio politica-Storia dimostra ancora una volta di non essere un’accoppiata felice. Anche se rischia di essere, nel breve termine, vincente. Purtroppo…
 
 

Brutti tempi per gli storici. Hanno sempre avuto vita dura, per la verità; ma oggi se la passano proprio male. Perciò il loro «mestiere» merita attenzione. Troppo spesso, come tutti sanno, annalisti e memorialisti scrissero e scrivono sotto dettatura di regimi, governi, potentati economici, partiti, sindacati, chiese (grandi e piccole), sétte (più o meno segrete), o in stato di necessità per evitare il peggio o per ingraziarseli e trarne vantaggi. E quindi subirono e subiscono i contraccolpi delle sorti dei potenti e dei committenti, oggi sugli altari domani nella polvere. Quando scrivono secondo il proprio libero convincimento, fondato su studi non condizionati se non dalla ricerca della verità (o di quella che di volta in volta appare tale), gli storici entrano fatalmente in conflitto con i pregiudizi prevalenti, precorrono i tempi e scivolano nella categoria dei «profeti» (in o senza patria) e vengono ignorati e scansati dai contemporanei: che è sempre meglio di finir perseguitati o persino condannati. Se è longevo e sopravvive a qualche cambio di regime, talvolta lo storiografo ha la magra soddisfazione di essere riscoperto sul limitar di Dite; ma nella maggior parte dei casi ha quella, macabra, di sentirsi dar ragione da morto, magari secoli dopo la pubblicazione delle sue opere, chissà come sottratte all’oblio.
D’altronde anche quando si occupa del suo tempo, per metodo e prospettive, lo storico è necrofilo: indaga e valuta come se tutto fosse consegnato al passato remoto; diversamente cessa di essere storico e diviene cronista (con tutto il rispetto che si deve ai cronisti, preziosi per la prima selezione dei fatti e perché ci fanno capire quale fosse il punto di vista prevalente nel loro tempo: oggi come secoli o millenni orsono). Mentre si occupa dei casi altrui sia nella visione della contemporaneità sia volgendo lo sguardo ai secoli andati, lo storico sa di mettere in gioco la propria esistenza, sa che tutto gli potrà accadere per quel che scrive e non deve attendersi altro se non la soddisfazione di pensarlo, perché, dopotutto, può anche darsi che i tempi gli sconsiglino o gl’impediscano di pubblicare. Oppure gli consentano di farlo in forme irrilevanti per la formazione dell’opinione generale. Fu il dramma, per stare ai soli casi nostrani, di Francesco Guicciardini, Pietro Giannone...via via sino a Alfredo Oriani, ignorato da vivo, celebrato da morto, poi nuovamente cancellato per odio nei confronti di chi l’aveva riesumato.
Oggi il lavoro storico è intralciato dalla devastante confusione di concetti elementari e dall’abuso di moralismo retrospettivo: anzitutto dalla dilagante pretesa che gli uomini siano «buoni» e che come siamo noi così avrebbero dovuto comportarsi anche gli antichi. Non bastassero comandamenti e precetti di varie chiese, editti di Imperatori e di governi, da due secoli e mezzo si susseguono dichiarazioni universali sull’uomo, che dovrebbe essere così e cosà secondo le buone intenzioni dei loro autori. Inoltre da qualche tempo anche molti consessi internazionali e governi hanno preso a legiferare su ciò che è vero e ciò che è falso, sui termini che si possono usare e quelli che vanno invece evitati sotto pene gravissime. La condizione dello storico è sempre più simile a quella dell’alchimista costretto di tempo in tempo a nascondersi sempre più nelle voragini della terra o a rifugiarsi sulle vette più remote. E allo scienziato dal doppio laboratorio, quello ufficiale per le indagini «ammesse» e l’altro, oscuro, per quelle cui viene spinto dalla sete inesauribile di ricerca, memore del celebre motto: «se Dio stesso gli offrisse con una mano la “verità” e nell’altra l’impervio cammino della ricerca sceglierebbe la seconda». Mentre dilaga la melassa della confusione tra (lodevoli) buone intenzioni (personali e delle istituzioni) e realtà dei fatti e sempre più, ingenuamente, si pretende che gli uomini non siano come sono ma come «dovrebbero essere» vengono introdotte categorie sempre più nocive per la libertà di ricerca, tutt’uno con quella di pensiero.
In troppi casi chi cerca di veder chiaro nel passato viene liquidato come revisionista (un addebito fatuo) o addirittura quale negazionista: marchio applicato non solo a chi nega fatti accertati (e in questo caso anziché negazionista andrebbe classificato solo come ignorante trascurabile o povero visionario) ma anche chi cerca di stabilire se tutto ciò che è stato asserito su un argomento risponda davvero alla verità dei fatti. Al riguardo va detto in modo chiaro e tondo che non esiste alcuna «verità» che non possa essere ripresa in esame. E che prevedere sanzioni (anche penali) a carico di chi ricerca è una pretesa che neppure gli Dèi hanno, giacché, dopotutto, si limitano a minacciare le punizioni più severe, ma per l’al di là. Mentre qui si pretende di punire il ricercatore sia per ciò che fa, sia per ciò che pensa o addirittura per ciò che si propone di studiare, senza che sia prestabilita la conclusione del suo lavoro. Questo deplorevole regime di terrore culturale va denunciato e combattuto, giacché si moltiplicano i casi di studiosi che vengono perseguiti o comunque ostracizzati perché violano leggi che pretendono di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso sulla base di «principi» che sono come la «foglia frale» di Giacomo Leopardi: vengono affermati in Dichiarazioni Universali che vanno dove le porta il vento. Sbandierati a piacere da un potere che è strabico e che mentre predica bene razzola malissimo.
Tempo è venuto di dire che allo storico poco importa dei «divieti». Lo storico ha un solo dovere: la ricerca della verità. Aggiungiamo che storiografia non fa necessariamente rima con «democrazia»: sono mondi diversi. Questa ha a che fare con le regole del vivere. L’altra con la comprensione di quanto avvenne per opera degli uomini. Non ha in sé propositi pedagogici, meno ancora si propone di rieducare i defunti o far loro comprendere quanto fossero in errore. Lo storico non fa la reprimenda a Nerone perché fece assassinare la madre, né deplora il ruvido trattamento riservato dai crociati al nemico nella conquista di Gerusalemme o da Maometto II ai cristiani in quella di Costantinopoli. Cerca solo di capire come quelle vicende siano accadute. Né si deve far condizionare con la costituzione di questo o quel Paese o con le opinioni di capi di Stato e cosiddette cariche istituzionali. Questo va precisato soprattutto in Italia dove di frequente codeste persone cambiano. Al contario la storiografia ha il dovere di guardare l’età contemporanea come se fosse antica, una «civiltà sepolta» meritevole di rispetto. Benché siano ovvie queste considerazioni vanno ripetute per recuperare spazio di libertà al mestiere dello storico, sempre più insidiato, calpestato, ristretto da pretese altrui. Lo storico, dunque, non si fa intimidire da prepotenze. Sa che, da quando esistono, le comunità umane fanno i conti con la «memoria del potente»: esaltato, denigrato, eretto, abbattuto... Nell’antico Egitto la datazione iniziava dall’insediamento di ogni nuovo Faraone. I romani continuarono a datare «dalla fondazione di Roma» anche dopo il trasferimento della capitale dell’Impero dalla Città Eterna a Costantinopoli. Era un modo per resistere al verme del cambiamento che sempre pretende d’imporre nuove ere. Fu il caso della rivoluzione francese che volle cambiare l’inizio dell’anno, mutò i nomi dei mesi, sostituì feste tradizionali con quelle proprie e soprattutto fece iniziare la storia dall’avvento della repubblica (1792) finita a ghigliottinate reciproche e sepolta con il colpo di Stato di Napoleone Buonaparte (1799), il Consolato, l’Impero: un quarto di secolo di sangue. Lo stesso accadde in Italia per glorificare la marcia su Roma e «l’avvento del Fascismo»: una frottola colossale che fece il gioco degli «antifascisti di professione», i quali datarono dal 1922 il cosiddetto «regime» che essi stessi avevano concorso a instaurare (fu il caso dei liberali, dei demosociali, del partito popolare).
L’Europa odierna ha problemi enormi. Non ha molto da insegnare e ha parecchio di cui vergognarsi, come ricorda Georges Bensoussan nell’eccellente saggio «Genocidio. Una passione europea» (Marsilio, 2009; titolo originario «Europe. Une passion génocidaire», Fayard, 2006). Non ha ancora digerito due guerre mondiali, i regimi totalitari (nazismo e comunismo sovietico, tanto in URSS che nei Paesi dell’Est, soggiogati e schiavizzati) e autoritari e ha alle spalle secoli di feroci conflitti tra i «suoi» popoli, intervallati da lotte altrettanto dure contro i nemici principali: gli «arabi» da ovest e dal mare prima, i turchi dai Balcani e dal mare poi. Nell’una e nell’altra veste quel nemico era l’islam.
Anziché riflettere sulle prospettive imposte dai grandi cambiamenti del Ventesimo Secolo (anzitutto dall’immigrazione) alcuni governi si baloccano con leggi sulla memoria storica. Poiché costituiscono un pericoloso precedente per altri Paesi (ed è il caso dell’Italia) soggetti o inclini a cedimenti di memoria, il loro caso merita attenzione. Vediamo, per esempio che cosa sta accadendo in Spagna. Morto Francisco Franco e instaurata la monarchia con Juan Carlo di Borbone, la Spagna completò la transizione dal regime monopartitico alla democrazia pluripartitica: un processo in corso da anni, ancora vivente il generalissimo, e consolidato dalla costituzione e, successivamente, da larghe autonomie per regioni che ne possedevano i prerequisiti (Paesi Baschi, Catalogna, Galizia ), modello poi imitato da chi se li inventò (Aragona, Castiglie, Andalusia...). Tutto o quasi filò liscio. Il cambio comportò alcuni adeguamenti, ma nulla di traumatico, neppure dopo il tentato golpe del colonnello della Guardia Civil, Antonio Tejero (1981), che anzi rafforzò monarchia e democrazia. Ogni provincia e ogni città vissero i decenni seguenti secondo ritmi propri. Così, mentre Barcellona oscurò subito il ricordo di Miguel Primo de Rivera, la plaza major di Valencia continuò a essere intitolata al generale franchista Emilio Mola, a Palazuelo rimase immutata la memoria del caudillo e nessuno si sognò di cancellare le memorie del franchismo a Salamanca e in cento altre città. Un decreto reale del 19 gennaio 1996 riconobbe la cittadinanza spagnola a chi aveva combattuto per la repubblica di Madrid nelle brigate internazionali a patto che optassero per questa sola, ma il 3 novembre 2008 Zapatero cancellò la clausola e asserì che che era il riconoscimento dovuto alle vittime della guerra civile e del franchismo e alla «più importante esperienza democratica che possiamo contemplare guardando al nostro passato»: cioè quella sciagurata Seconda Repubblica che generò la guerra civile per insipienza della dirigenza «democratica» socialista e calcoli malvagi dei comunisti, eterodiretti dall’URSS di Stalin. Zapatero e lo stesso Juan Carlos possono dire e decretare quello che vogliono (o che possono), cioè ciò che loro conviene oggi; ma la storiografia ne tiene il conto che crede.
Così accade che, per assecondare supinamente una condanna del franchismo pronunciata dal Consiglio d’Europa (17 marzo 2006), il 26 dicembre 2007 sia stata promulgata in Spagna la legge sulla Memoria storica comportante, tra altro, la rimozione dei «monumenti» («escudos, insignias, placas, y otros objetos o menciones conmemorativas de exaltacion, personal o colectiva, de la sublevacion militar, de al Guerra Civili y de la represion de la dictadura»), tranne gli stretti ricordi privati «o quando ricorrano ragioni artistiche, architettoniche o artistico-religiose protette dalla legge»: una legge fortemente voluta dalla pugnace vicepresidente Maria Teresa Fernandez de la Vega. Un’apposita norma ha retrocesso il Valle de los Caidos da luogo memoriale a semplice tempio religioso. La damnatio memoriae non è affatto nuova. Venne applicata sotto tutti i cieli del mondo. Non è che una forma più colta e sofisticata dell’esercizio della «giustizia» con applicazione di «pena pedagogica», a scopo edificante, come le severe sanzioni applicate al corpo di chi viene condannato per reati che meritino il contrappasso esemplare. Era il caso della mutilazione dei genitali inflitta da molte genti ai colpevoli di reati sessuali, della distruzione delle mani col fuoco per i ladri presso i beciuana del Sudafrica, della deposizione dell’adultera su un formicaio, usata in Gabon, per mostrare quanto possano costare i... pruriti. Né van dimenticate le punizioni in uso in Paesi islamici e presso molti popoli africani.
Dall’inizio dell’Impero il Senato di Roma condannò alla cancellazione della memoria non solo i morti, ma anche e gli sconfitti pericolosi. La damnatio fu una pena accessoria di forte valore parapedagogico per chi, secondo il costume romano e l’etica stoica, teneva alla gloria più che alla vita. Il divieto di sepoltura si aggiunse poi quale punizione ulteriore. Perché scriverne? Sentiamo crescere un nuovo brontolio iconoclastico a senso unico. Si smarrisce il senso della storia e tutto diviene possibile. Il vicesindaco di Cuneo chiede di cancellare dallo stemma della città le insegne di Casa Savoia, assegnatele da Emanuele Filiberto nel remoto 1559. Persino la Lega si oppone a una proposta così insulsa. Ma non è che uno dei tanti segnali dello smarrimento oggi dominante. Solo la sua caduta impedì che il governo Prodi varasse in Italia una «legge sulla memoria» che avrebbe comportato la mordacchia per gli studi storici. Poiché però il rischio è sempre incombente è il caso di affrontare l’argomento. Vi sono termini presenti e ricorrenti nella Costituzione vigente (Patria, nazione...) che vanno meditati e posti al centro dello studio. Occorre farlo in questo scialbo 150° della proclamazione del Regno d’Italia anche con un onesto dibattito sull’uso politico della storia. Questa rivista ha i titoli per farsene promotrice.

 

Aldo A. Mola
aldoamola@alice.it

 
 

PER GENTILE CONCESSIONE DI STORIA IN RETE EDITORIALE SRL
- articolo pubblicato sul n. 40 del mensile “Storia in rete” - febbraio 2009 -

 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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