Brutti
tempi per gli storici. Hanno sempre avuto vita dura,
per la verità; ma oggi se la passano proprio
male. Perciò il loro «mestiere» merita
attenzione. Troppo spesso, come tutti sanno, annalisti
e memorialisti scrissero e scrivono sotto dettatura
di regimi, governi, potentati economici, partiti, sindacati,
chiese (grandi e piccole), sétte (più
o meno segrete), o in stato di necessità per
evitare il peggio o per ingraziarseli e trarne vantaggi.
E quindi subirono e subiscono i contraccolpi delle sorti
dei potenti e dei committenti, oggi sugli altari domani
nella polvere. Quando scrivono secondo il proprio libero
convincimento, fondato su studi non condizionati se
non dalla ricerca della verità (o di quella che
di volta in volta appare tale), gli storici entrano
fatalmente in conflitto con i pregiudizi prevalenti,
precorrono i tempi e scivolano nella categoria dei «profeti»
(in o senza patria) e vengono ignorati e scansati dai
contemporanei: che è sempre meglio di finir perseguitati
o persino condannati. Se è longevo e sopravvive
a qualche cambio di regime, talvolta lo storiografo
ha la magra soddisfazione di essere riscoperto sul limitar
di Dite; ma nella maggior parte dei casi ha quella,
macabra, di sentirsi dar ragione da morto, magari secoli
dopo la pubblicazione delle sue opere, chissà
come sottratte all’oblio.
D’altronde anche quando si occupa del suo tempo,
per metodo e prospettive, lo storico è necrofilo:
indaga e valuta come se tutto fosse consegnato al passato
remoto; diversamente cessa di essere storico e diviene
cronista (con tutto il rispetto che si deve ai cronisti,
preziosi per la prima selezione dei fatti e perché
ci fanno capire quale fosse il punto di vista prevalente
nel loro tempo: oggi come secoli o millenni orsono).
Mentre si occupa dei casi altrui sia nella visione della
contemporaneità sia volgendo lo sguardo ai secoli
andati, lo storico sa di mettere in gioco la propria
esistenza, sa che tutto gli potrà accadere per
quel che scrive e non deve attendersi altro se non la
soddisfazione di pensarlo, perché, dopotutto,
può anche darsi che i tempi gli sconsiglino o
gl’impediscano di pubblicare. Oppure gli consentano
di farlo in forme irrilevanti per la formazione dell’opinione
generale. Fu il dramma, per stare ai soli casi nostrani,
di Francesco Guicciardini, Pietro Giannone...via via
sino a Alfredo Oriani, ignorato da vivo, celebrato da
morto, poi nuovamente cancellato per odio nei confronti
di chi l’aveva riesumato.
Oggi il lavoro storico è intralciato dalla devastante
confusione di concetti elementari e dall’abuso
di moralismo retrospettivo: anzitutto dalla dilagante
pretesa che gli uomini siano «buoni» e che
come siamo noi così avrebbero dovuto comportarsi
anche gli antichi. Non bastassero comandamenti e precetti
di varie chiese, editti di Imperatori e di governi,
da due secoli e mezzo si susseguono dichiarazioni universali
sull’uomo, che dovrebbe essere così e cosà
secondo le buone intenzioni dei loro autori. Inoltre
da qualche tempo anche molti consessi internazionali
e governi hanno preso a legiferare su ciò che
è vero e ciò che è falso, sui termini
che si possono usare e quelli che vanno invece evitati
sotto pene gravissime. La condizione dello storico è
sempre più simile a quella dell’alchimista
costretto di tempo in tempo a nascondersi sempre più
nelle voragini della terra o a rifugiarsi sulle vette
più remote. E allo scienziato dal doppio laboratorio,
quello ufficiale per le indagini «ammesse»
e l’altro, oscuro, per quelle cui viene spinto
dalla sete inesauribile di ricerca, memore del celebre
motto: «se Dio stesso gli offrisse con una mano
la “verità” e nell’altra l’impervio
cammino della ricerca sceglierebbe la seconda».
Mentre dilaga la melassa della confusione tra (lodevoli)
buone intenzioni (personali e delle istituzioni) e realtà
dei fatti e sempre più, ingenuamente, si pretende
che gli uomini non siano come sono ma come «dovrebbero
essere» vengono introdotte categorie sempre più
nocive per la libertà di ricerca, tutt’uno
con quella di pensiero.
In troppi casi chi cerca di veder chiaro nel passato
viene liquidato come revisionista (un addebito fatuo)
o addirittura quale negazionista: marchio applicato
non solo a chi nega fatti accertati (e in questo caso
anziché negazionista andrebbe classificato solo
come ignorante trascurabile o povero visionario) ma
anche chi cerca di stabilire se tutto ciò che
è stato asserito su un argomento risponda davvero
alla verità dei fatti. Al riguardo va detto in
modo chiaro e tondo che non esiste alcuna «verità»
che non possa essere ripresa in esame. E che prevedere
sanzioni (anche penali) a carico di chi ricerca è
una pretesa che neppure gli Dèi hanno, giacché,
dopotutto, si limitano a minacciare le punizioni più
severe, ma per l’al di là. Mentre qui si
pretende di punire il ricercatore sia per ciò
che fa, sia per ciò che pensa o addirittura per
ciò che si propone di studiare, senza che sia
prestabilita la conclusione del suo lavoro. Questo deplorevole
regime di terrore culturale va denunciato e combattuto,
giacché si moltiplicano i casi di studiosi che
vengono perseguiti o comunque ostracizzati perché
violano leggi che pretendono di stabilire ciò
che è vero e ciò che è falso sulla
base di «principi» che sono come la «foglia
frale» di Giacomo Leopardi: vengono affermati
in Dichiarazioni Universali che vanno dove le porta
il vento. Sbandierati a piacere da un potere che è
strabico e che mentre predica bene razzola malissimo.
Tempo è venuto di dire che allo storico poco
importa dei «divieti». Lo storico ha un
solo dovere: la ricerca della verità. Aggiungiamo
che storiografia non fa necessariamente rima con «democrazia»:
sono mondi diversi. Questa ha a che fare con le regole
del vivere. L’altra con la comprensione di quanto
avvenne per opera degli uomini. Non ha in sé
propositi pedagogici, meno ancora si propone di rieducare
i defunti o far loro comprendere quanto fossero in errore.
Lo storico non fa la reprimenda a Nerone perché
fece assassinare la madre, né deplora il ruvido
trattamento riservato dai crociati al nemico nella conquista
di Gerusalemme o da Maometto II ai cristiani in quella
di Costantinopoli. Cerca solo di capire come quelle
vicende siano accadute. Né si deve far condizionare
con la costituzione di questo o quel Paese o con le
opinioni di capi di Stato e cosiddette cariche istituzionali.
Questo va precisato soprattutto in Italia dove di frequente
codeste persone cambiano. Al contario la storiografia
ha il dovere di guardare l’età contemporanea
come se fosse antica, una «civiltà sepolta»
meritevole di rispetto. Benché siano ovvie queste
considerazioni vanno ripetute per recuperare spazio
di libertà al mestiere dello storico, sempre
più insidiato, calpestato, ristretto da pretese
altrui. Lo storico, dunque, non si fa intimidire da
prepotenze. Sa che, da quando esistono, le comunità
umane fanno i conti con la «memoria del potente»:
esaltato, denigrato, eretto, abbattuto... Nell’antico
Egitto la datazione iniziava dall’insediamento
di ogni nuovo Faraone. I romani continuarono a datare
«dalla fondazione di Roma» anche dopo il
trasferimento della capitale dell’Impero dalla
Città Eterna a Costantinopoli. Era un modo per
resistere al verme del cambiamento che sempre pretende
d’imporre nuove ere. Fu il caso della rivoluzione
francese che volle cambiare l’inizio dell’anno,
mutò i nomi dei mesi, sostituì feste tradizionali
con quelle proprie e soprattutto fece iniziare la storia
dall’avvento della repubblica (1792) finita a
ghigliottinate reciproche e sepolta con il colpo di
Stato di Napoleone Buonaparte (1799), il Consolato,
l’Impero: un quarto di secolo di sangue. Lo stesso
accadde in Italia per glorificare la marcia su Roma
e «l’avvento del Fascismo»: una frottola
colossale che fece il gioco degli «antifascisti
di professione», i quali datarono dal 1922 il
cosiddetto «regime» che essi stessi avevano
concorso a instaurare (fu il caso dei liberali, dei
demosociali, del partito popolare).
L’Europa odierna ha problemi enormi. Non ha molto
da insegnare e ha parecchio di cui vergognarsi, come
ricorda Georges Bensoussan nell’eccellente saggio
«Genocidio. Una passione europea» (Marsilio,
2009; titolo originario «Europe. Une passion génocidaire»,
Fayard, 2006). Non ha ancora digerito due guerre mondiali,
i regimi totalitari (nazismo e comunismo sovietico,
tanto in URSS che nei Paesi dell’Est, soggiogati
e schiavizzati) e autoritari e ha alle spalle secoli
di feroci conflitti tra i «suoi» popoli,
intervallati da lotte altrettanto dure contro i nemici
principali: gli «arabi» da ovest e dal mare
prima, i turchi dai Balcani e dal mare poi. Nell’una
e nell’altra veste quel nemico era l’islam.
Anziché riflettere sulle prospettive imposte
dai grandi cambiamenti del Ventesimo Secolo (anzitutto
dall’immigrazione) alcuni governi si baloccano
con leggi sulla memoria storica. Poiché costituiscono
un pericoloso precedente per altri Paesi (ed è
il caso dell’Italia) soggetti o inclini a cedimenti
di memoria, il loro caso merita attenzione. Vediamo,
per esempio che cosa sta accadendo in Spagna. Morto
Francisco Franco e instaurata la monarchia con Juan
Carlo di Borbone, la Spagna completò la transizione
dal regime monopartitico alla democrazia pluripartitica:
un processo in corso da anni, ancora vivente il generalissimo,
e consolidato dalla costituzione e, successivamente,
da larghe autonomie per regioni che ne possedevano i
prerequisiti (Paesi Baschi, Catalogna, Galizia ), modello
poi imitato da chi se li inventò (Aragona, Castiglie,
Andalusia...). Tutto o quasi filò liscio. Il
cambio comportò alcuni adeguamenti, ma nulla
di traumatico, neppure dopo il tentato golpe del colonnello
della Guardia Civil, Antonio Tejero (1981), che anzi
rafforzò monarchia e democrazia. Ogni provincia
e ogni città vissero i decenni seguenti secondo
ritmi propri. Così, mentre Barcellona oscurò
subito il ricordo di Miguel Primo de Rivera, la plaza
major di Valencia continuò a essere intitolata
al generale franchista Emilio Mola, a Palazuelo rimase
immutata la memoria del caudillo e nessuno si sognò
di cancellare le memorie del franchismo a Salamanca
e in cento altre città. Un decreto reale del
19 gennaio 1996 riconobbe la cittadinanza spagnola a
chi aveva combattuto per la repubblica di Madrid nelle
brigate internazionali a patto che optassero per questa
sola, ma il 3 novembre 2008 Zapatero cancellò
la clausola e asserì che che era il riconoscimento
dovuto alle vittime della guerra civile e del franchismo
e alla «più importante esperienza democratica
che possiamo contemplare guardando al nostro passato»:
cioè quella sciagurata Seconda Repubblica che
generò la guerra civile per insipienza della
dirigenza «democratica» socialista e calcoli
malvagi dei comunisti, eterodiretti dall’URSS
di Stalin. Zapatero e lo stesso Juan Carlos possono
dire e decretare quello che vogliono (o che possono),
cioè ciò che loro conviene oggi; ma la
storiografia ne tiene il conto che crede.
Così accade che, per assecondare supinamente
una condanna del franchismo pronunciata dal Consiglio
d’Europa (17 marzo 2006), il 26 dicembre 2007
sia stata promulgata in Spagna la legge sulla Memoria
storica comportante, tra altro, la rimozione dei «monumenti»
(«escudos, insignias, placas, y otros objetos
o menciones conmemorativas de exaltacion, personal o
colectiva, de la sublevacion militar, de al Guerra Civili
y de la represion de la dictadura»), tranne gli
stretti ricordi privati «o quando ricorrano ragioni
artistiche, architettoniche o artistico-religiose protette
dalla legge»: una legge fortemente voluta dalla
pugnace vicepresidente Maria Teresa Fernandez de la
Vega. Un’apposita norma ha retrocesso il Valle
de los Caidos da luogo memoriale a semplice tempio religioso.
La damnatio memoriae non è affatto nuova. Venne
applicata sotto tutti i cieli del mondo. Non è
che una forma più colta e sofisticata dell’esercizio
della «giustizia» con applicazione di «pena
pedagogica», a scopo edificante, come le severe
sanzioni applicate al corpo di chi viene condannato
per reati che meritino il contrappasso esemplare. Era
il caso della mutilazione dei genitali inflitta da molte
genti ai colpevoli di reati sessuali, della distruzione
delle mani col fuoco per i ladri presso i beciuana del
Sudafrica, della deposizione dell’adultera su
un formicaio, usata in Gabon, per mostrare quanto possano
costare i... pruriti. Né van dimenticate le punizioni
in uso in Paesi islamici e presso molti popoli africani.
Dall’inizio dell’Impero il Senato di Roma
condannò alla cancellazione della memoria non
solo i morti, ma anche e gli sconfitti pericolosi. La
damnatio fu una pena accessoria di forte valore parapedagogico
per chi, secondo il costume romano e l’etica stoica,
teneva alla gloria più che alla vita. Il divieto
di sepoltura si aggiunse poi quale punizione ulteriore.
Perché scriverne? Sentiamo crescere un nuovo
brontolio iconoclastico a senso unico. Si smarrisce
il senso della storia e tutto diviene possibile. Il
vicesindaco di Cuneo chiede di cancellare dallo stemma
della città le insegne di Casa Savoia, assegnatele
da Emanuele Filiberto nel remoto 1559. Persino la Lega
si oppone a una proposta così insulsa. Ma non
è che uno dei tanti segnali dello smarrimento
oggi dominante. Solo la sua caduta impedì che
il governo Prodi varasse in Italia una «legge
sulla memoria» che avrebbe comportato la mordacchia
per gli studi storici. Poiché però il
rischio è sempre incombente è il caso
di affrontare l’argomento. Vi sono termini presenti
e ricorrenti nella Costituzione vigente (Patria, nazione...)
che vanno meditati e posti al centro dello studio. Occorre
farlo in questo scialbo 150° della proclamazione
del Regno d’Italia anche con un onesto dibattito
sull’uso politico della storia. Questa rivista
ha i titoli per farsene promotrice.
Aldo
A. Mola
aldoamola@alice.it |