Anche
se la speranza è che questo articolo lasci un
po’ di rabbia nel lettore, la prima notizia è,
a suo modo, tranquillizzante: non preoccupatevi, finora
calma piatta. All’orizzonte nessun segnale di
cambiamento anche perché nessuno sospetta che
ci sia anche questo problema. O, per lo meno, che il
problema sia grosso come in realtà è.
E cioè che in Italia si fanno pochi documentari
di Storia. Come mai? La risposta arriverà tra
un po’. Per ora partiamo dalla premessa, che è
la solita: l’Italia che è un gigante dal
punto di vista artistico-storico-culturale diventa un
nano non appena si cerchi, in un modo qualunque, di
trasformare in peso specifico questa dote unica al mondo.
Che sia la gestione dei musei o del flusso turistico,
la conservazione dei beni culturali o la tutela dei
centri storici o del paesaggio, la consapevolezza della
nostra Storia o la valorizzazione dei giacimenti culturali
«periferici», l’organizzazione dei
fondi archivistici o la divulgazione: qualunque sia
la carta presa dal mazzo il risultato è sempre
lo stesso. Un ritardo spaziale rispetto agli altri Paesi
europei, uno schiaffo in faccia alla logica, un insulto
a quella che è la nostra incredibile (e per lo
più trascurata) eredità storico-culturale.
In linea con tutti gli scandali e le inefficienze italiane
che da anni vengono messe in fila da magistratura e
stampa d’inchiesta, anche l’assenza di una
produzione di documentari storici qualitativamente e
quantitativamente all’altezza della storia italiana
ha radici numerose, complesse e sufficientemente aggrovigliate.
Ritardi culturali complicati dalla burocrazia; la latitanza
degli imprenditori che va a braccetto con un mercato
nostrano - in apparenza? – asfittico; il deficit
di progettualità che trae linfa dalla scarsa
considerazione dei grandi operatori stranieri abituati
a considerare il mercato italiano come un mercato di
acquirenti, neanche troppo sofisticati, e non certo
di produttori, men che meno di qualità. Eh già,
perché quello che si vede nelle reti generaliste
o nei canali satellitari o del digitale terrestre, ha
una sponda anche nel campo del documentario storico:
che siano i cartoni animati Disney o giapponesi, che
sia il Dottor House oppure le «Casalinghe disperate»,
un quiz come «Chi vuol essere milionario»
o un gioco come «Affari tuoi», oppure un
reality come il Grande Fratello o «X Factor»
la nostra TV è sfacciatamente debitrice dei format
e delle serie prodotte all’estero, in primis negli
USA ovviamente. L’Italia è un mercato televisivo
di primo piano per più di un aspetto ma da noi
la produzione è secondaria rispetto alla trasmissione
di programmi realizzati all’estero o è
incanalata nella riproposizione di format TV (cioè
di modelli di programmi da seguire scrupolosamente)
comprati a caro prezzo sul mercato internazionale. Così
come le nostre emittenti, quando vogliono trasmettere
qualche cosa di storico, si svenano per comprare documentari
prodotti dalla BBC, da Discovery Channel o dalla statunitense
A&E Television Network, proprietaria – tra
le altre cose – del marchio «History Channel».
Ovviamente c’è anche altro, soprattutto
prodotto in casa RAI ma, come vedremo tra poco, non
c’è comunque da stare allegri.
Ma quali sono – e dove – gli spazi per i
documentari storici? La risposta più semplice
riguarda Mediaset: da nessuna parte. Le televisioni
fondate da Berlusconi riflettono alla perfezione gli
orientamenti culturali dell’uomo che le ha create
(salvo poi denunciare a ripetizione una presunta preponderanza
culturale dei propri avversari, preponderanza che non
si è mai cercato di contrastare in alcun modo
segno che o non è così fastidiosa o non
è così preponderante): poco spazio alla
cultura, nessuno alla Storia. Ogni tanto qualcosa faceva
capolino su Rete 4: la trasmissione «Solaris»
tra un bel po’ di natura ogni tanto si concedeva
qualche tema storico, per lo più con documentari
d’acquisto realizzati all’estero. Quando
poi trasmissioni come «Vite Straordinarie»
si accostano a temi storici (es. Mussolini o Padre Pio)
la mano invece che al telecomando vorrebbe correre direttamente
alla pistola. Tempo fa Claudio Brachino si cimentò
con una trasmissione dal titolo «Top Secret»
(Italia 1) ma considerarla una trasmissione di inchiesta
storica sarebbe eccessivo. Andando molto indietro nel
tempo c’è stato anche il caso, invero un
po’ patetico, di Roberto Gervaso, ridotto a parlare
a ruota libera anche di personaggi storici, in piena
notte, o quello, più ambizioso, della «Macchina
del Tempo» (per qualche tempo diventata anche
una TV satellitare e una rivista senz’anima) condotta
da Alessandro Cecchi Paone. Cecchi Paone ha cercato
di accreditarsi come divulgatore storico, prendendo
la scorciatoia di acquistare documentari stranieri in
cui inserire, ogni manciata di minuti, un proprio intervento.
In seguito, Cecchi Paone, con meno mezzi ha fatto la
stessa operazione (sempre su Rete 4) con «Appuntamento
con la Storia».
Se il capitolo Mediaset è cosa che si risolve
in poche righe non è così per quello RAI.
La TV di Stato italiana infatti, pur tra mille ritardi,
settarismi e miopie, ha prodotto e produce molti documentari
ma continua ad acquistarne troppi all’estero,
limitando così gli spazi per l’industria
documentaristica italiana. Di quelli che sono i limiti
strutturali di un sistema televisivo che non investe
in cultura si dirà più avanti. Qui –
visto che di RAI si parla – basterà anticipare
un elemento: la TV di Stato tende ad acquistare, quando
acquista, tutti i diritti dei documentari che intende
trasmettere. Cosa vuol dire? Vuol dire che il produttore
privato che abbia realizzato un documentario se vuole
venderlo alla RAI (come del resto fanno anche altri
grandi del panorama televisivo internazionale) deve
cedere ogni diritto sulla sua opera. In pratica non
potrà rivendere la sua opera, ad esempio, ad
altre emittenti straniere ma si dovrà accontentare
dell’unica vendita alla RAI per cui la vita del
documentario si risolve in una unica messa in onda,
sovente con tagli sostanziosi e nessuna citazione di
chi l’ha realizzato e prodotto.
Se a coronamento di tutto questo si aggiunge che il
prezzo di mercato di un documentario di circa 50 minuti
difficilmente supera i 20 mila euro e molto spesso scende
molto più in basso, ecco che un rapido elenco
delle spese necessarie a produrre il documentario può
lasciare i non addetti ai lavori attoniti quasi quanto
quelli del settore. La cifra che si riesce a spuntare
deve comunque coprire i costi di riprese, viaggio e
montaggio, di scrittura e regia, lo speaker, la grafica,
eventuali materiali di repertorio, diritti di ripresa
in alcuni luoghi, magari intervistati celebri che chiedono
un compenso… La premessa per la nascita di una
industria del settore sarebbe quindi la possibilità
per i produttori di mantenere la proprietà delle
proprie opere e di cederne lo sfruttamento per un certo
periodo o per un certo numero di repliche ad una sola
emittente per ogni nazione e per ogni canale di trasmissione.
Insomma, si può vendere in Italia ad una TV generalista
e ad un canale satellitare a pagamento e, contemporaneamente,
ad un canale tematico in Germania e ad uno in Polonia
e così via… Si potrebbero quindi realizzare
contemporaneamente più vendite in diverse realtà,
ricavando cifre maggiori da quelle di un’unica
e definitiva vendita ad una sola emittente. Ma per farlo
c’è bisogno di un po’ di ossigeno
finanziario e bisogna avere un catalogo, bisogna cioè
differenziare l’offerta, avere più prodotti
da vendere per soddisfare il maggior numero di potenziali
acquirenti: il documentario che può interessare
in Germania magari non va bene in Brasile oppure quello
che può piacere alle TV arabe non è commercializzabile
in Russia. Ma come porsi, da produttori di storia italiani
in uno scenario globale se la TV commerciale predominante
non si cura del tema e quella di Stato non stimola la
produzione nazionale (cosa che invece fa, ad esempio,
per il cinema o la fiction)?
A breve la definitiva affermazione del digitale terrestre
e il possibile varo di nuove piattaforme satellitari
in competizione con Sky, oltre alla diffusione delle
web TV ormai già sbarcate sugli schermi casalinghi,
porterà ad un allargamento esponenziale dell’offerta
di programmi televisivi. Con il prevedibile effetto,
in tempi brevi e medi, di una mega-corsa al riciclaggio:
da sempre l’innovazione tecnologica precede l’offerta
di contenuti: prima è arrivata la radio e poi
ci si è chiesti cosa trasmettere e per quanto
tempo; così è stato per la televisione
e, in tempi più recenti, per internet. Tutti
i grandi operatori volevano creare dei portali ma avevano
difficoltà a riempirli: è storia di pochi
anni fa. Con l’esplosione di canali che ci sarà
da qui a un paio d’anni il fenomeno è destinato
a ripetersi. Con quali conseguenze? La prima è
che chi potrà darà fondo ai magazzini,
per cui saremo sommersi da quello che già è
andato in onda. Cosa che del resto già fa, tanto
per restare dalle parti di Viale Mazzini, la RAI col
suo canale satellitare «Raisat Extra» (canale
Sky 120) o il neonato «RAI Edu Storia» (canale
Sky 806). E se «Raisat Extra» nasce come
canale che offre il meglio della programmazione delle
tre reti RAI nei giorni immediatamente precedenti (e
non a caso risulta essere uno dei migliori canali satellitari)
«RAI Edu Storia» nei suoi primi mesi di
vita ha offerto – solo nella fascia serale –
soprattutto puntate della «Storia siamo noi»
di Giovanni Minoli (che non a caso, come direttore di
RAI Educazione, è il promotore di questa iniziativa)
e altro materiale decisamente datato. Detto questo Minoli
ha – insieme al difetto di non stimolare la produzione
esterna per i motivi che si son già detti - il
pregio di avere, comunque, un progetto di comunicazione
storica che, facendo leva sull’immenso archivio
RAI, punta a raccontare l’Italia e la sua storia.
Peccato che la Storia de «La storia siamo noi»
sia solo quella del Novecento, anzi soprattutto quella
del secondo Novecento: insomma restano fuori oltre venticinque
secoli di fatti e personaggi italiani. Un «buco»
un po’ troppo grosso per chi ha ambizioni di divulgazione
storica. Detto questo, il prodotto storico della squadra
di Minoli è per forma e contenuti nettamente
migliore di quello prodotto da altre realtà RAI.
Decentramento, decentramento, decentramento: in RAI
il localismo contenutistico viene da sempre praticato
con coerenza non sempre proporzionata alla qualità
finale. Con la sola eccezione dello sport – RAI
Sport offre i propri servizi a tutte le reti di Viale
Mazzini – per tutti gli altri temi si va di preferenza
in ordine sparso. E così parlano (saltuariamente)
di storia gli Angela su RAI Uno e RAI Tre, il TG1 ha
una rubrica settimanale di Storia affidata al bravo
(ma lasciato un po’ solo) Roberto Olla che nella
stessa struttura giornalistica si ritrova, tutte le
mattine, i «fondamentali» servizi di Gianni
Bisiach (81 anni) titolare inamovibile della rubrica
«Un minuto di storia», realizzata come se
fossimo ancora negli anni Sessanta e non nel 2009. Su
RAI Tre c’è «Enigma» condotto
da Corrado Augias che con lo stile dell’inchiesta
da studio costruisce, a metà fra storia e costume,
puntate sui paralleli tipo «Sissi e Lady Diana»
oppure passando con superficiale disinvoltura da Moana
Pozzi alla Callas, da Mussolini a Che Guevara, da Grace
Kelly a Bernardo Provenzano. A completare il panorama
le rade puntate a tema storico di «Porta a Porta»,
con la solita compagnia di giro di più o meno
ottuagenari «esperti» che va da Arrigo Petacco
al senatore Giulio Andreotti. Ma il capitolo più
discutibile è quello de «La Grande Storia».
Una struttura che riesce a produrre ogni anno una manciata
di documentari che girano, nella stragrande maggioranza
dei casi, intorno ai soliti temi: Fascismo, Nazismo,
Comunismo. Il programma fa parte del «Progetto
Storia» di RAI Tre così come «Enigma»
e «Correva l’anno» (curioso fenomeno
che vede la presenza fissa del solo Paolo Mieli che,
in genere, chiude la trasmissione raccontando in cinque
minuti quello che si è appena visto in 50). Della
«Grande Storia», questo giornale si è
già occupato nel numero 11 del settembre 2006
per documentare l’incredibile serie di strafalcioni
e superficialità di due documentari (su l’Oro
di Dongo e sulla battaglia di Montecassino) mandati
in onda tra la fine di agosto e il primo settembre di
quell’anno. Ma la storia della «Grande Storia»
vanta altre perle, il cui «valore» è
amplificato dalla supponenza con cui i documentari vengono
presentati nonostante la frequente sciatteria dei testi
sovente sganciati dalle immagini. Eppure a disposizione
ci sono gli immensi archivi dell’Istituto LUCE,
archivi la cui vastità non autorizza a scegliere
una immagine a caso: quando, ad esempio, si parla di
Mussolini nel 1943 è ammissibile mostrare un
Mussolini di 10, 15 anni prima? La Storia richiede precisione
che non è pignoleria ma semplicemente informazione
corretta, soprattutto quando non si può addurre
la scusante della carenza di immagini o quella del poco
tempo a disposizione. C’è gente come il
celebrato Nicola Caracciolo che passa mesi e mesi per
confezionare prodotti sempre uguali e montati come se
fosse ancora al tempo della sua gioventù che
coincide con il periodo che continua a raccontare in
modo ossessivo, trovando ogni volta il «filmato
inedito». A proposito di inediti, sempre la «Grande
Storia» anni fa mandò in onda, in due puntate,
un documentario sugli ultimi giorni di Mussolini firmato
dall’americano Peter Tompkins che giunse anche
a stravolgere il senso di una fondamentale testimonianza
per piegarlo alla sua tesi. Caso piuttosto raro nella
storia del documentario la seconda puntata si chiuse
con un cartello di scuse e di rettifica. Solo un cartello…
Troppi esempi su Mussolini e il Fascismo? Il problema
è che (non sola) la «Grande Storia»
ama cimentarsi soprattutto con certi temi, sia per ragioni
di audience sia perché avendo a disposizione
l’archivio dell’Istituto LUCE, è
giocoforza limitarsi al Novecento. Anche per la «Grande
Storia» la grande storia è solo quella
del XX secolo: prima devono essere avvenute solo cose
trascurabili… In realtà l’Istituto
LUCE rappresenta un altro ostacolo allo sviluppo del
documentario storico italiano. Un ostacolo perché,
offrendo molto materiale su relativamente pochi aspetti
(Grande Guerra, Fascismo, periodo coloniale, monarchia,
Seconda guerra mondiale, guerra civile, ricostruzione,
boom economico…) vellica la pigrizia di autori
e registi, indirizzandoli sempre verso i soliti temi.
Ed è anche un ostacolo perché la sua privatizzazione
ha creato una strozzatura sul fronte produttivo difficilmente
aggirabile. Nonostante alcuni recenti accordi con la
giovane associazione dei documentaristi italiani (Doc/it,
Associazione dei documentaristi italiani, www.documentaristi.it)
il LUCE vende il materiale d’archivio a costi
e condizioni comunque sproporzionate rispetto alla realtà
del mercato: diverse centinaia di euro per ogni minuto
e che devono essere corrisposte ogni volta che il documentario
viene messo in onda. Con i prezzi che corrono non è
quindi difficile capire che è un po’ complicato
montare un documentario di 50 minuti anche con solo
5/10 minuti di filmati di repertorio. Ci sono poi altri
esempi da fare: ad esempio quello dei National Archives
di Washington dove il materiale è gratuito e
si paga solo il riversamento dal master alla cassetta
digitale. Chi ottiene il materiale ne diventa proprietario
e può farne ciò che vuole. Questo nell’America
che molti, in tutti gli schieramenti, hanno per modello,
salvo poi non copiarla nelle cose che oggettivamente
fa in modo encomiabile e democratico. «Democratico»
è il termine giusto perché il LUCE era,
di fatto, un archivio pubblico audiovisivo. Con la sua
privatizzazione si è fatto in modo che un bene
pubblico (in questo caso migliaia di ore di riprese
storiche) venisse trattato in termini di «mercato»
(anche se, come si è visto, del reale andamento
di mercato non si cura) privando così gli italiani
del pieno godimento di un patrimonio comune. Una scelta
fatta già anni addietro e che ora può
sembrare di grande attualità visto che per rimediare
allo sfascio del nostro patrimonio storico-museale-paesaggistico
si parla sempre più di frequente dell’ingresso
di privati nella gestione di realtà come Pompei
o Venezia. Ma ora che anche l’acqua potabile di
molti e importanti comuni sta per essere affidata in
gestione ai privati, perché stupirsi di come
si cerca di cavar denaro da vecchi rulli di pellicola?
Fabio
Andriola
direzione@storiainrete.com
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