Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA VERITÀ"

 
 
 
1889. Una vignetta della stampa portoghese che ironizza sull’Inghilterra, “la nostra fedele alleata”.

 
 
 
IL CREPUSCOLO
DELLA MONARCHIA PORTOGHESE
(1885-1910)
 
di Michele Rallo
 

1. LA CONFERENZA COLONIALE EUROPEA DI BERLINO (1884-85)
Attorno alla metà degli anni ’80 del XIX secolo il “concerto europeo” riteneva che l’espansione coloniale in Africa (svoltasi fino a poco tempo prima in piena libertà, tranne che per il settore mediterraneo) dovesse essere disciplinata, e che le nuove acquisizioni dovessero sottostare a regole certe. Erano infatti intervenuti due fatti nuovi di grande importanza (l’apertura del canale di Suez e la scoperta dei giacimenti diamantiferi dell’Africa australe[1]) che avevano attirato l’interesse generale su due settori fino ad allora considerati di importanza secondaria: l’area del Mar Rosso e del cosiddetto Corno d’Africa, e la parte più interna dell’Africa meridionale.
Vi era poi il problema delle abnormi ambizioni africane dell’Inghilterra, che pure – per dirla con le parole di un insigne storico del colonialismo – possedeva già più di quanto potesse gestire.[2] Fino a quel momento, Londra si era preoccupata di insediarsi stabilmente e solidamente ai due estremi del continente nero (in Egitto e nella Colonia del Capo), convinta che sarebbe stato relativamente facile unire queste due punte [3] attraverso un continente che era rimasto in larga parte libero dalla colonizzazione europea, fino ad allora interessata quasi esclusivamente alle coste africane e non all’entroterra.
Negli ultimi anni, invece, soprattutto dal bacino del Congo in giù, la situazione si era fatta più complicata. Il re del Belgio, Leopoldo II, grazie ai cospicui finanziamenti accordati alle esplorazioni di Stanley, aveva acquisito quella immensa proprietà privata che diventerà più tardi il Congo Belga. Inoltre, tedeschi e portoghesi, detentori di vaste zone costiere a sud-ovest e a sud-est, avevano iniziato a guardare con sempre maggiore interesse alle contigue regioni interne.
Da qui, dunque, l’esigenza di un riordinamento complessivo della materia, affidato ad una Conferenza coloniale che si svolgeva a Berlino dal novembre 1884 al febbraio 1885.[4] Gli esiti della Conferenza non erano particolarmente rilevanti: l’unica decisione importante (e singolare) era quella di creare uno Stato Libero del Congo e di attribuirne il possesso non al Belgio, ma personalmente a re Leopoldo, “sovrano-proprietario” del nuovo “stato”.[5] La proprietà leopoldina veniva peraltro “aggiustata” secondo determinate convenienze: le si dava uno sbocco sull’Atlantico, attribuendole la regione del delta del fiume Congo, scippata al Portogallo;[6] ma la si delimitava nettamente ad est (al confine con la regione dei grandi laghi) in modo da lasciare campo libero all’Inghilterra – Germania permettendo – per realizzare la sua catena di colonie Cairo-Capo. Lisbona accettava la perdita del delta del Congo, ma rifiutava di cedere all’Inghilterra i territori interni rhodesiani.
Era in questo contesto che maturava una svolta fondamentale per il futuro politico del Portogallo.

2. IL CONTRASTO FRA PORTOGALLO E INGHILTERRA IN AFRICA: LA MAPA COR-DE-ROSA (1886)
Fin dalla riconquista dell’indipendenza portoghese (1641) la politica del Regno dei Bragança era stata caratterizzata da alcune linee-guida: difesa dell'indipendenza nazionale dai manifesti appetiti spagnoli, difesa dell'impero ultramarino dalle mire dei concorrenti europei, ricorso all'alleanza della Gran Bretagna (tradizionale nemica della Spagna) per proteggersi contro il potente vicino, e speranza nella buona sorte per far convivere tutte queste diverse esigenze. Il risultato di tale linea era stato l'affermarsi di una fortissima egemonia politica ed economica dell'Inghilterra sulla nazione lusitana.
Durante il regno di dom Luís I di Bragança (detto “o Popular”)[7] i nodi dell’alleanza inglese avevano iniziato a venire al pettine. Non in Europa, dove i comuni interessi antispagnoli favorivano i buoni rapporti anglo-lusitani; ma in Africa, dove Lisbona appariva seriamente intenzionata a difendere i propri diritti “storici” su una determinata area dell’Africa australe, in forza della primazìa della presenza portoghese in quei territori.
I primi dissapori si erano manifestati negli anni ’70, quando il progetto inglese “dal Capo al Cairo” aveva iniziato ad apparire meno fumoso e più minaccioso, palesando in maniera inequivocabile il disegno di spezzare e di attraversare quell’unicum ideale che – nella visione dei portoghesi – comprendeva non soltanto l’Angola e il Mozambico, ma anche i territori intermedi, quelli che gli inglesi chiamavano Rhodesia del Nord e Rhodesia del Sud e che oggi corrispondono grosso modo allo Zambia e allo Zimbawe.
Luís I aveva reagito opponendo al progetto verticale Cairo-Capo un suo progetto orizzontale Atlantico-Indico, ed aveva dato impulso a tutta una serie di missioni esplorative verso l’entroterra, alla stipula di vari trattati di vassallaggio con le tribù dell’interno ed alla creazione di numerose stazioni coloniali (le estações civilizadoras) nei territori contesi.
Inglesi e tedeschi [8] avevano allora promosso la conferenza coloniale di Berlino, che – come abbiamo visto – aveva defraudato Lisbona del delta del Congo. E non solo: aveva anche esplicitamente rigettato il criterio “storico” come elemento per riconoscere alle singole nazioni europee dei diritti di colonizzazione, stabilendo che solo la piena occupazione fisica di singoli territori africani avrebbe dato luogo a prerogative concrete. La qualcosa equivaleva ad eliminare dalla corsa coloniale quei paesi che – come notamente il Portogallo – non disponevano di forti risorse economiche e potevano permettersi soltanto presenze a macchie di leopardo.
Nonostante ciò, il Portogallo non defletteva dalle sue posizioni e, all’indomani della conferenza di Berlino, continuava a rivendicare anche in termini ufficiali l’intera fascia di Africa australe che andava dall’Angola al Mozambico. Accadeva così che, in due trattati stipulati rispettivamente con la Francia nel 1886 e con la Germania nel 1887, Lisbona ribadisse a chiare lettere tutte le sue rivendicazioni africane, peraltro evidenziate nella famosa mappa rosa (la Mapa cor-de-rosa) che, d’intesa con i rappresentanti di Parigi e di Berlino, veniva consacrata nei documenti diplomatici ufficiali.[9]
L’Inghilterra reagiva con la consueta arroganza, dichiarando che l’accettazione delle rivendicazioni portoghesi da parte di Francia e Germania era nulla, perché quei paesi non avevano interessi in territorio rhodesiano. Il governo di Sua Maestà britannica, inoltre, supportava tale singolare interpretazione della prassi diplomatica con il solito, elegante ricatto: se i portoghesi non si fossero piegati alle richieste inglesi, il governo di Londra avrebbe riconsiderato la sua tradizionale politica di sostegno all’indipendenza lusitana, lasciando campo libero agli appetiti annessionisti spagnoli.
Iniziava un lungo braccio-di-ferro tra Londra e Lisbona, con i portoghesi tutt’altro che rassegnati a subire le pretese britanniche. Non soltanto – infatti – il Portogallo continuava le spedizioni militari nell’entroterra, ma iniziava a tessere un abbozzo di alleanza africana con la Germania e con le repubbliche boere del Transvaal e dell’Orange[10] in nome del comune interesse a contrastare l’invadenza britannica. A Lisbona nasceva e rapidamente cresceva un forte movimento d’opinione che sosteneva el Rei e il suo governo; la Mapa Cor-de-Rosa diventava in breve tempo il manifesto dell’orgoglio nazionale lusitano e della volontà di resistenza contro la prepotenza britannica.
L’Inghilterra annaspava: se l’alleanza tedesco-lusitano-boera fosse divenuta operativa, quasi tutta l’Africa a sud del Congo sarebbe stata definitivamente perduta per Londra, e la stessa Colonia del Capo avrebbe corso qualche rischio.

3. L’ULTIMATUM INGLESE E LA NASCITA DEL MOVIMENTO NAZIONALISTA REPUBBLICANO (1890)
In aiuto dei britannici giungevano però alcuni avvicendamenti ai vertici europei: in Portogallo – innanzitutto – dove nell’ottobre 1889 moriva dom Luís I “o Popular” e saliva al trono dom Carlos I “o Diplomata”, sovrano certamente più incline che non il suo predecessore alla tradizione anglofila della casa di Bragança; e – poco tempo dopo – anche in Germania, dove nel marzo 1890 il “cancelliere di ferro” Otto von Bismarck usciva improvvisamente di scena e veniva sostituito dal generale Georg Leo von Caprivi, personaggio notamente digiuno di politica estera.
Più o meno in concomitanza con tali eventi, la situazione precipitava: il Portogallo revocava alcuni privilegi precedentemente accordati in Mozambico all’Inghilterra, e questa prendeva le difese della tribù Macolele in lotta contro i coloni portoghesi. Poi, l’11 gennaio 1890, Londra indirizzava a Lisbona una perentoria richiesta di ritiro delle truppe dai territori contesi, minacciando la rottura delle relazioni diplomatiche e lasciando addirittura intravedere l’ipotesi di una dichiarazione di guerra: era il famoso ultimato britânico.
Dom Carlos I – re da neppure tre mesi – era ben cosciente che il piccolo Portogallo non aveva neanche la minima possibilità di far fronte alla superpotenza inglese, e si acconciava a sottomettersi all’intimazione della nazione “amica”.
D’altro canto, proprio in quei mesi anche la Germania di Caprivi iniziava una politica di genuflessione dinanzi ai desiderata britannici, politica che – nel prossimo luglio – sfocerà nel cosiddetto trattato Zanzibar-Helgoland, nefasto per gli interessi tedeschi. Né Parigi – sempre più remissiva di fronte a Londra – mostrava interesse a sostenere la politica africana di Lisbona. Il Portogallo si trovava, dunque, quasi del tutto isolato, con il solo appoggio delle deboli seppur combattive repubbliche boere.
El Rei non aveva perciò alternative, ma commetteva l’errore di arrendersi senza combattere, anche soltanto metaforicamente, cosa che avrebbe poi avuto conseguenze drammatiche per la sua sorte e per quella della dinastia dei Bragança. Mentre nel paese era un continuo fiorire di iniziative patriottiche, mentre cresceva la passione e montava la rabbia, mentre l’ostilità verso l’Inghilterra andava rapidamente assumendo le tinte accese dell’odio politico, dom Carlos non trovava di meglio che licenziare il governo di José Luciano de Castro,[11] colpevole di lesa maestà britannica, e sostituirlo con quello di António de Serpa Pimentel,[12] incaricato di ricondurre rapidamente alla normalità i rapporti anglo-lusitani.[13] L’immagine che il Re offriva all’opinione pubblica portoghese era dunque quella della rassegnazione, del ritorno disciplinato nell’alveo della subordinazione alla potenza inglese che – sia pure al nobile scopo di difendere l’indipendenza nazionale – aveva sempre caratterizzato la linea seguita dalla Casa regnante.
La conseguenza di tutto ciò era che il movimento nazionalista portoghese – che in quei frangenti nasceva dalla reazione patriottica all’ultimato britânico – si incanalava nel solco di una linea repubblicana che, fino a quel momento, aveva rappresentato nel panorama politico lusitano un fenomeno estremamente marginale, di nicchia, espressione di sparuti circoli intellettuali il cui estremismo poneva automaticamente ai margini della società e della vita politica.
Adesso, invece, il repubblicanesimo diventava di colpo un fenomeno popolare (sia pur limitatamente alle due uniche grandi città, Lisbona e Oporto), e la sua proiezione politica – il rinnovato Partido Repúblicano Português – riscuoteva numerose simpatie tra la borghesia cittadina e nell’ambiente intellettuale.[14] Parallelamente, il nazionalismo si caratterizzava come un fattore politico “di sinistra”, repubblicano, laico, con forti connotazioni massoniche.
Certo, questo primo nazionalismo era assai diverso da quello che, alcuni decenni più tardi, si affermerà come l’elemento politico dominante della scena portoghese: un nazionalismo “di destra”, filoinglese, monarchico, conservatore, cattolico se non addirittura clericale.
Questi due nazionalismi saranno spesso rivali, ma talora troveranno significativi momenti di collaborazione, come nel periodo della breve dittatura nazionalista-repubblicana di Sidónio Pais.[15]
Un’ultima notazione: per una singolare coincidenza, in quello stesso 1890 circostanze del tutto analoghe ponevano le premesse pure per la nascita del moderno nazionalismo tedesco. Anche in quel caso la vicenda scaturiva dalla politica coloniale e dall’arrendevolezza del governo nazionale di fronte alle pretese inglesi. Abbiamo già ricordato il trattato Zanzibar-Helgoland, trattato con il quale – in cambio dell’acquisizione di un minuscolo arcipelago del mare del Nord – la Germania riduceva al minimo la propria presenza nell’Africa orientale, lasciando campo libero all’Inghilterra in Kenia, Uganda e Zanzibar.
Orbene, esattamente come l’ultimatum inglese in Portogallo, così in Germania il trattato Zanzibar-Helgoland generava un sentimento di frustrazione nazionale da cui prendeva le mosse un forte movimento d’opinione di segno nazionalista ed antinglese: da questo movimento – l’anno seguente – sarebbe scaturita l’Allgemeine Deutsches Verband (poi Alldeutscher Verband), la lega pangermanista progenitrice del nazionalsocialismo.

4. IL NUOVO LIBERALISMO PORTOGHESE E IL TRADIMENTO DEGLI IDEALI NAZIONAL-LIBERALI DELL’OTTOCENTO
Il 1890 – come abbiamo visto – era l’anno della svolta nella vita politica portoghese: la supina accettazione dell’ultimato britânico determinava una profonda crisi di credibilità delle istituzioni monarchiche e dava fiato ad un movimento repubblicano che abbracciava – almeno per il momento – posizioni nazionaliste.
Tutto ciò, naturalmente, era limitato ad un decimo circa della popolazione portoghese, quella residente nelle due grandi città di Lisbona e Oporto, gli unici centri (a parte alcune piccole cittadine particolarmente vivaci, come Coimbra o Braga) ove si svolgesse una vita politica ed ove esistesse un minimo di opinione pubblica. I rimanenti 9/10 della popolazione risiedevano nelle campagne e nei paesi rurali: lì nessuno sembrava interessato alle istanze repubblicane o alle rivendicazioni nazionaliste. Ciò era di conforto ai vari Governi del Re, sicuri di poter continuare a dare pessima prova di sé senza che il loro potere potesse esser messo seriamente in discussione.
Quei governi erano espressione di un filone liberale che in passato non si era discostato dai cànoni modernizzatori, romantici e nazionalisti del liberalismo europeo ottocentesco; il movimento liberale lusitano era stato peraltro protagonista dei moti antinglesi del 1820, moti che erano valsi – se non altro – ad attenuare la tutela britannica sul Portogallo.
Dalla metà del XIX secolo, però, il movimento liberale era andato gradatamente mutando la propria fisionomia: si era articolato in due partiti secondo il modello inglese (il Partido Regenerador e il Partido Progressista, emuli con molta approssimazione dei Whigs e dei Tories) ed aveva abbandonato l’ispirazione innovatrice, laica e patriottica che lo aveva caratterizzato nei decenni precedenti. Il Ferrarin parlerà di «tradimento consumato dai liberali di tutte le tinte verso il loro ideale e verso il loro paese».[16]
Adesso, comunque, all’indomani dei fatti del 1890, il movimento liberale tradizionale non esisteva praticamente più, ed in suo nome agivano due conventicole politiche conservatrici, obbedienti ad una Corte sempre più anglodipendente e ad una Chiesa Cattolica che non faceva mistero della sua volontà di ingerire nella vita politica portoghese. Peraltro, i due partiti e i diversi gruppi di potere operanti al loro interno erano soliti darsi battaglia senza quartiere, fino al colpo-di-stato ed all’insurrezione di piazza. In epoca relativamente recente – tuttavia – regeneradores[17] e progressistas[18] avevano messo a punto un meccanismo che consentiva un avvicendamento programmato al potere senza la necessità di far scorrere del sangue: era il rotativismo, e cioè un accordo ufficioso permanente che garantiva ad entrambi, con una cadenza più o meno quadriennale, l’alternanza alla guida del governo; tale accordo sarà perfezionato nel 1901 da una legge elettorale – la “ignóbil porcaria” – volta (vanamente) ad evitare l’intromissione di nuovi soggetti politici. Il tutto, all’insegna dell’incompetenza, della corruzione, del nepotismo e del caciquismo, il mercato dei voti. Le elezioni erano soltanto una formalità che consacrava “democraticamente” il successo del partito che il Re aveva incaricato di formare il nuovo governo:[19] era tacitamente inteso (e nessuno sembrava scandalizzarsene) che il partito al potere utilizzasse il denaro pubblico per comprare l’appoggio di cacicchi e maggiorenti locali in vista delle elezioni che venivano regolarmente convocate ad ogni cambio di governo.
Il sovrano era oggettivamente complice del rotativismo. Il perché lo spiegava un acuto lusitanista italiano: «La Corona, paurosamente indebitata e costretta a farsi elargire di sottomano anticipi sulla lista civile, è obbligata non solo a tollerare ma anche a tutelare il sistema rotativo che le offre, ad ogni crisi di gabinetto, un ministro delle Finanze iniziato ai piccoli misteri del bilancio reale e pertanto ben disposto a chiudere un occhio.»[20]

5. IL RUOLO DELLA CHIESA CATTOLICA
V’era poi la questione confessionale, originata dal secolare atteggiamento intrigante e oscurantista della Chiesa lusitana, nonché dai provvedimenti anticlericali dei governi portoghesi che risalivano addirittura all’epoca dell’assolutismo monarchico settecentesco.[21] Il Portogallo era un paese profondamente religioso e con una percentuale di cattolici dichiarati pari al 93%:[22] di ciò aveva approfittato la locale gerarchia cattolica per affermare un proprio ruolo politico, pretendendo peraltro di imporre a tutti – ivi compreso un ceto intellettuale laico poco disposto ad accettare acriticamente verità rivelate – la totale obbedienza agli insegnamenti della Chiesa ed il rifiuto aprioristico di ogni dissenso e di ogni tendenza “modernista”.[23]
A ciò si aggiunga che la Chiesa aveva fatto di tutto per accrescere i propri nemici, innanzitutto accomunando alla Carboneria portoghese – ricettacolo del più anacronistico fanatismo antireligioso[24] – la foltissima Massoneria di quel paese (che era profondamente laica ma solo tiepidamente anticlericale) e tutti gli ambienti – anche cattolici – che mostravano una qualche simpatia per le idee moderniste e positiviste. Ciò avrebbe favorito il rafforzamento delle tendenze anticlericali in ampi strati dell’intellettualità lusitana (ivi compresi alcuni ambienti della Corte di Dom Carlos e della dirigenza del Partido Regenerador), tendenze peraltro rafforzate dall’immagine non limpida offerta da larghissimi settori del clero portoghese: si pensi che erano assai numerosi i preti lusitani che vivevano in stato di aperto concubinaggio, tanto – riferisce il Ferrarin – da essere indicati nel 1910 dall’ex-sacerdote italiano Romolo Murri[25] come "ammogliati".[26]

6. L’INVOLUZIONE DEL PARTITO REPUBBLICANO PORTOGHESE
Governi liberali, istituzioni monarchiche e gerarchie ecclesiastiche erano dunque accomunati in un medesimo moto di riprovazione che scaturiva da larghi settori dell’opinione pubblica lusitana, che però – si ricordi – investiva quasi esclusivamente quel 10% di portoghesi che risiedevano a Lisbona ed Oporto. La situazione, tuttavia, iniziava a cambiare all’inizio del XX secolo, quando la tendenza all’inurbamento di strati sempre più vasti di popolazione contadina assumeva proporzioni vistose, determinando un aumento tumultuoso degli abitanti delle grandi città. I nuovi arrivati, non più soggetti all’obbedienza ai cacicchi, si orientavano verso i repubblicani, che infatti – negli anni seguenti – vinceranno le elezioni municipali sia a Lisbona che ad Oporto.[27]
Il Partito Repubblicano Portoghese appariva, in quegli anni, quasi come un’isola felice nel marasma di un parlamentarismo della peggiore scuola, una scommessa di ordine e di stabilità che si contrapponeva alla corruzione, all’incompetenza, al degrado morale ed alla crisi economica. Il PRP, in altri termini, si presentava come un partito nazionalista che occupava la sinistra e al tempo stesso la destra della scena portoghese, anticipando per certi versi alcune peculiarità dei movimenti nazionalrivoluzionari europei dei prossimi decenni.
Ma anche questo partito deviava ben presto dagli onesti ideali del passato, operando un tradimento parallelo a quello perpetrato dai partiti liberali negli anni precedenti. Quello repubblicano era anzi un doppio tradimento: nei confronti del modello di partito d’ordine, e nei confronti del nazionalismo. Nel PRP prendevano rapidamente il sopravvento le componenti più incontrollabili ed anarcoidi della sinistra, che infatti trionferanno poi al Congresso di Setúbal del 1909.
Il risultato più evidente della svolta repubblicana era il drastico accentuarsi delle tendenze anticlericali, che – per i motivi cui si accennava in precedenza – erano assai forti nell’opinione pubblica portoghese. Adesso, tuttavia, si assisteva ad un preoccupante salto di qualità: il vecchio anticlericalismo laico diventava una moderna forma di persecuzione confessionale, l’ostilità nei confronti di una Gerarchia troppo invadente si trasformava in predicazione anticattolica e antireligiosa, trionfavano la carboneria più gretta ed un giacobinismo d’importazione che guardava con nostalgia alla ghigliottina.
Parallelamente, il Partito Repubblicano abbandonava le posizioni nazionaliste che lo avevano strappato all’isolamento e si convertiva all’anglofilia dominante, inviando a Londra vere e proprie ambascerie – sia pure di natura ufficiosa – volte ad ottenere l’avallo britannico per un ipotizzabile cambiamento istituzionale a Lisbona. La prima “ambasciata repubblicana” in Inghilterra era organizzata già durante il regime monarchico, ed era portatrice di «un messaggio realista, moderato ed in linea con i presupposti storici delle relazioni esterne del Portogallo».[28]

7. LA CRISI DEL SISTEMA “ROTATIVISTA” (1901-1906)
Dall’altro lato della barricata, le gerarchie cattoliche – anche in ossequio alle direttive che giungevano dal Vaticano – tentavano di dar vita ad un esperimento politico di segno centrista, favorendo la creazione di vari organismi che avrebbero dovuto verosimilmente convergere in futuro in un partito clericale: fra gli altri, il Circulo Católico Operario ad Oporto nel 1898 ed il Centro Académico de Democracia Cristã a Coimbra nel 1901. Dovranno comunque rassegnarsi – come vedremo meglio in sèguito – ad accantonare il progetto democristiano e ad avallare la confluenza di numerosi cattolici in un Partido Nacionalista di estrema destra.[29]
Mentre la destra e la sinistra andavano riorganizzandosi e rischierandosi, il centro liberale si avviava verso una crisi inarrestabile: proprio nel 1901 il sistema rotativo iniziava a mostrare le prime crepe, né il tentativo di blindarlo contro l’irrompere di nuovi soggetti politici (abbiamo già ricordato la “ignóbil porcaria”) serviva ad evitare la sua implosione.
Convenzionalmente, il 2° governo del progressista José Luciano (1897-1900)[30] ed il 2° governo del rigeneratore Hintze Ribeiro (1900-1904) sono considerati gli ultimi gabinetti del sistema rotativo, che nel 1901, con la creazione di nuove formazioni politiche, entrava globalmente in crisi.
Nel 1901, infatti, vedevano la luce diversi movimenti politici. Ad aprile nascevano due movimenti anticlericali “liberali”: la Comissão Liberal dell’ex-premier José Dias Ferreira e la Junta Liberal Repúblicana di Miguel Bombarda. Contemporaneamente, nel campo cattolico veniva avviata la formazione dei Centros Nacionais, antesignani del Partido Nacionalista. Ma era soprattutto la scissione dal Partido Regenerador della corrente franquista (dal nome del suo leader) a determinare la sconfitta definitiva del meccanismo rotativo: in maggio – infatti – João Franco[31] ed un gruppo di 25 deputati dissidenti abbandonavano il partito di governo e davano vita al Partido Regenerador Liberal. Nel parlamento di Lisbona v’era ormai una terza forza politica di dimensioni consistenti, e con questa forza i partiti del rotativismo dovranno necessariamente fare i conti.
Franco era peraltro una personalità di primo piano, uno degli uomini politici più stimati ed apprezzati dall’opinione pubblica del tempo. Avversario irriducibile del governo progressista di José Luciano (al potere fino al luglio 1900), ne aveva contestato duramente, in particolare, la politica estera anglofila; questa era culminata – nel 1899 – con la firma del cosiddetto trattato di Windsor, con cui Lisbona si impegnava a fiancheggiare la politica coloniale dell’Inghilterra, perpetrando peraltro un odioso tradimento verso le repubbliche boere che, in un recente passato, erano state generose alleate della causa africana del Portogallo.
La presa di posizione antinglese era probabilmente all’origine dell’esclusione di João Franco dal successivo governo regenerador di Ernesto Hintze Ribeiro. Franco si considerava ormai svincolato da ogni disciplina di partito, spingendosi fino al punto di appoggiare – in funzione antirotativista – i candidati repubblicani nelle elezioni di Oporto.[32]
Il 2° Governo Hintze Ribeiro durava fino all’ottobre 1904, quando cedeva il campo al 3° Governo Castro Pereira (che sarà noto come “il governo delle mille e una meraviglia”[33]). Ma il meccanismo dell’alternanza pilotata era ormai alle corde, e la compagine progressista (a sua volta indebolita nel 1905 dalla scissione della Dissidencia Progressista) lasciava il posto al 3° Governo Hintze Ribeiro nel marzo 1906, ben prima dei rituali quattro anni delle regole rotativiste.
A questo punto, Franco rompeva gli indugi e dava vita ad un’inedita alleanza fra il suo Partido Regenerador Liberal ed il Partido Progressista: era la Concentração Liberal, che vedeva la luce il 2 aprile 1906.
Ernesto Hintze Ribeiro cercava di parare il colpo ricorrendo alle solite elezioni con i soliti metodi: conseguiva un plebiscito nelle campagne dominate dai cacicchi, ma la quasi totalità del voto delle città andava alla coalizione franchista-lucianista ed ai partiti minori.[34]
Il leader regenerador otteneva dunque la maggioranza parlamentare, ma il suo astro non brillava più, oscurato dall’aggravarsi della crisi economica, dalla confusione politica, dall’agitazione repubblicana e anticlericale che aveva ormai assunto dimensioni preoccupanti.

8. LA “DITTATURA TIMIDA” DI JOÃO FRANCO E LA FINE DELLA MONARCHIA PORTOGHESE (1907-1910)
El Rei si rendeva ben conto dell’insostenibilità della situazione e dell’inadeguatezza del Primo Ministro: lo invitava perciò alle dimissioni, ed in sua vece nominava un “uomo forte” che sembrava godere di un ampio sostegno popolare. Il 19 maggio 1906, così, João Franco era incaricato di formare un nuovo governo, cui si provvedeva a conferire una maggioranza parlamentare con nuove elezioni politiche generali, tenutesi a quattro mesi di distanza dalle precedenti (19 agosto).
Ma neanche questo serviva ad arrestare il caos dilagante. Franco entrava ben presto in contrasto con il suo alleato José Luciano e, nel maggio 1907, perdeva il sostegno parlamentare dei progressisti; otteneva in cambio quello dei nazionalisti, ma questo non era sufficiente e non gli consentiva di governare con i normali metodi parlamentari.
Il leader neorigeneratore optava allora per una soluzione sostanzialmente dittatoriale, e chiedeva a Carlos I di confermarlo al governo e di sciogliere il parlamento. Il sovrano – fidando sull’appoggio dell’opinione pubblica di cui Franco aveva goduto fino a quel momento – acconsentiva, e puntava tutte le carte di una monarchia ormai alle corde sulla nascente “dittatura tecnica” franchista – ma sarà più nota come “a ditadura timida” – e sul favore popolare di cui sembrava godere.
João Franco non aveva, tuttavia, il tempo per porre mano al suo programma di risanamento: i repubblicani ed i vecchi partiti del rotativismo avviavano una violentissima (ed alquanto ipocrita) campagna in difesa delle libertà costituzionali, e l’opinione pubblica portoghese – assai abilmente sobillata – abbandonava repentinamente il Primo Ministro e si schierava con l’opposizione.
Il governo franchista – sempre appoggiato dal re – rispondeva accentuando le misure repressive, specie quelle dirette contro i protagonisti di rivolte armate.
In questo clima arroventato maturava una svolta drammatica: il 1° febbraio 1908 l’attentato di alcuni estremisti repubblicani causava la morte di dom Carlos I e del suo primogenito dom Luis Felipe. João Franco, rimasto privo del sostegno reale, era rapidamente messo da parte e sostituito dall’ammiraglio Francisco Joaquim Ferreira do Amaral, appoggiato dai ringalluzziti partiti del rotativismo.
Ma il tramonto della monarchia portoghese era ormai inevitabile, ed il nuovo sovrano Manuel II (secondogenito del monarca assassinato) non era certamente in grado di padroneggiare la situazione: «nei due anni scarsi che durò il regno del giovane re si succedettero al potere ben sei gabinetti e tutti si distinsero, oltre che per la loro incapacità amministrativa, per gli scandali che turbarono il loro periodo, scandali che, com'era fatale, distrussero quel poco di prestigio di cui godeva ancora la dinastia affidata quasi esclusivamente alla giovinezza malinconica di dom Manoel.»[35]
I repubblicani (che nel loro congresso di Setúbal dell’aprile 1909 avevano deciso il ricorso a metodi violenti di lotta) il 4 ottobre 1910 scatenavano una rivolta armata, che trionfava senza incontrare resistenza da parte del governo di António Teixeira de Sousa, praticamente già acquisito alla causa repubblicana.
Il giorno dopo – 5 ottobre – veniva proclamata la Repubblica Portoghese.

 
 
 
 

[1] Endre SIK: Storia dell’Africa nera. Volume 1. La Pietra, Milano, 1977.
[2] Henri WESSELING: La spartizione dell’Africa. 1880-1914. Casa editrice Corbaccio, Milano, 2001.
[3] In un primo tempo si era ipotizzata una semplice strada interna al continente – “dal Capo al Cairo” – ma adesso si pensava ad una catena ininterrotta di colonie e protettorati dislocati nelle fasce centrale e orientale dell’Africa.
[4] René ALBRECHT-CARRIÉ: Storia diplomatica d’Europa. 1815-1968. Editori Laterza, Bari, 1978.
[5] Georges-Henri DUMONT: Histoire de la Belgique. Le Cri éditions, Bruxelles, 1997.
[6] Lisbona conservava tuttavia il territorio di Cabinda, che diventava praticamente una enclàve a nord del delta del Congo.
[7] Luigi I di Braganza aveva sposato nel 1862 la principessa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II. Sovrano “illuminato” e dotato di un notevole intuito politico, i primi anni del suo regno erano stati segnati da due scelte di grande rilevanza: l’abolizione della schiavitù nelle colonie e la ripresa della politica di acquisizione dei beni del clero, il cui primo impulso risaliva al 1834.
[8] La Germania di Bismarck, interessata ad ottenere l’internazionalizzazione del fiume Congo (“il Danubio dell’Africa”), era al momento in sorprendente accordo con l’Inghilterra di Gladstone. Dopo un ritorno all’antagonismo, l’innaturale alleanza africana anglo-tedesca sarà per breve tempo ripresa sotto il cancellierato von Caprivi.
[9] Mapa Cor-de-Rosa. www.wikipedia.org/ [2007].
[10] Le repubbliche del Transvaal e dell’Orange, create nel 1854 dai coloni boeri (di origine olandese) dopo una dura guerra d’indipendenza contro la dominazione inglese, conserveranno la loro libertà fino alla nuova guerra del 1899-1902, che le vedranno definitivamente soccombere ai britannici.
[11] José Luciano de Castro Pereira Corte-Real (o semplicemente José Luciano), fondatore di uno dei partiti liberali (il progressista), Primo Ministro dal 16 febbraio 1886 al 14 gennaio 1890.
[12] António de Serpa Pimentel (o semplicemente Serpa Pimentel), esponente del partito liberale regenerador, Primo Ministo dal 14 gennaio all’11 ottobre 1890.
[13] L’imbarazzata marciaindietro di Serpa Pimentel era ben poca cosa di fronte alla resa totale alle pretese britanniche ed all’ignobile tradimento verso i boeri che più tardi saranno messi in atto dal 2° governo di José Luciano de Castro, responsabile del vergognoso trattato di Windsor, vera e propria abiura delle ragioni africane del Portogallo.
[14] Alle elezioni legislative di marzo il Partito Repubblicano Portoghese otteneva tre deputati, tutti eletti a Lisbona. La stagione nazionalista del PRP avrà, comunque, breve durata e sarà presto sostituita da una nuova deriva anglofila.
[15] Sidónio Bernardino Cardoso da Silva Pais, ufficiale di idee repubblicane e massoniche, opererà un colpo di stato nel dicembre 1917 ed assumerà la Presidenza della Repubblica, mantenuta fino alla sua uccisione nel dicembre 1918.
[16] A.R. FERRARIN: Storia del Portogallo. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1940.
[17] Il Partido Regenerador era stato fondato nel 1851 dal duca João Carlos Gregório Domingos Vicente Francisco de Saldanha Oliveira e Daun, ed era adesso guidato da Ernesto Rodolfo Hintze Ribeiro.
[18] Il Partido Progressista era stato fondato nel 1877 da José Luciano de Castro Pereira Corte-Real.
[19] José Hermano SARAIVA: Storia del Portogallo. Bruno Mondadori editore, Milano, 2005.
[20] A.R. FERRARIN: Storia del Portogallo. Cit.
[21] Ci si riferisce – in particolare – alla lotta senza esclusione di colpi che, fra il 1755 e il 1775, oppose il Primo Ministro del tempo, il marchese de Pombal (con Salazar, il maggiore statista della storia portoghese), al Tribunale del Santo Uffizio (cioè all’Inquisizione) ed ai Gesuiti.
[22] Dati desunti dal censimento del 1900. Il censimento non poteva però rilevare la percentuale dei cattolici praticanti e, fra questi, di quanti erano obbedienti alle indicazioni del clero anche in campi eccedenti la sfera religiosa, la percentuale cioè – nettamente inferiore – dei “verdadeiros católicos”.
[23] Si tenga presente che il dogma della infallibilità ex cathedra del Papa era stato proclamato solo da pochi anni (nel 1870) e che larghi settori del mondo cattolico lusitano consideravano ancòra il Pontefice come fallibile.
[24] «La Carboneria – scriverà il Ferrarin – è il Portogallo che si illumina a gas quando tutti gli altri stati d’Europa hanno da tempo accolto l’illuminazione elettrica.»
[25] Fondatore della Democrazia Cristiana italiana nel 1901 e della Lega Democratica Nazionale nel 1905, deputato di area radicale nel 1909, don Romolo Murri verrà sospeso a divinis e poi scomunicato per le sue idee moderniste. Si avvicinerà successivamente al fascismo, da cui si allontanerà in sèguito ai Patti Lateranensi.
[26] Romolo MURRI: Dalla monarchia alla repubblica: lettere portoghesi. Fratelli Treves, Milano, 1910. [A.R. FERRARIN: Storia del Portogallo.]
[27] António José TELO: Sidónio Pais: a chegada do século XX. // A Primeira República portuguesa: entre o liberalismo e o autoritarismo. Edições Colibri, Lisbona, 1999.
[28] Nuno Severiano TEIXEIRA: A política externa da Primeira República, 1910-1926. // A Primeira República portuguesa: entre o liberalismo e o autoritarismo. Cit.
[29] Amaro CARVALHO da SILVA: O Partido Nacionalista no contexto do nacionalismo católico. 1901-1910. Edições Colibri, Lisbona, 1996.
[30] Secondo un vecchio vezzo iberico, talora il nome-e-cognome convenzionale di un individuo era sostituito dal doppio nome proprio: era questo il caso appunto di José Luciano (Corte Real), ma anche del leader del Partido Nacionalista Jacinto Cândido (da Silva) e, in Spagna, del fondatore della Falange José Antonio (Primo de Rivera). In altri casi, invece, l’appellativo consuetudinario era costituito da due cognomi: Hintze Ribeiro, Oliveira Martins, Oliveira Salazar, Paiva Couceiro, etc.
[31] João Ferreira Franco Pinto Castelo-Branco, deputato regenerador dal 1848, più volte Ministro.
[32] Partido Regenerador Liberal. www.iscsp.utl.pt/ [2007].
[33] In Italia si sarebbe detto “delle mille e una notte”.
[34] Eleições de 1906 (29 de abril). www.iscsp.utl.pt/ [2007].
[35] A.R. FERRARIN: Storia del Portogallo. Cit.

 
 
 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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