Storia contemporanea dell'Europa Orientale
e Centro-orientale
 
Sito curato da MICHELE RALLO
 

LINEA DIRETTA CON "STORIA VERITÀ"

 
 
 
Ipazia di Alessandria (in piedi al centro) nel particolare di un dipinto di Raffaello dedicato alla “scuola di Atene”.

 
 
 
IPAZIA DI ALESSANDRIA:
UNA DONNA E IL SUO TEMPO
 
di Nicola Bizzi
Lo scontro di civiltà fra Tradizione e intolleranza
nei cupi anni del basso Impero Romano

 
 

L’uscita nelle sale cinematografiche, lo scorso anno, di “Agorà”, film del regista spagnolo Alejandro Amenàbar, sottoposto a forti pressioni che in Italia ne hanno ritardato sensibilmente la distribuzione, ha avuto il merito di riportare all’attenzione dell’opinione pubblica la figura di Ipazia, la grande filosofa e scienziata alessandrina, Martire per eccellenza di quella Tradizione Occidentale che, in epoca tardo-antica, ancora resisteva con fierezza all’affermarsi di un pensiero unico distruttivo che si poneva con arroganza l’obiettivo di cancellare ed annientare millenni di libero pensiero e di idealità trascendente.
Non essendo un critico cinematografico, bensì uno storico particolarmente attento alle vicende religiose della tarda antichità mediterranea, non mi soffermerò sui numerosi errori storici, alcuni dei quali peraltro piuttosto grossolani, commessi da Amenàbar nella realizzazione di “Agorà”. Questo discorso meriterebbe uno studio a parte e, del resto, come ci insegna Bruno Pampaloni nel suo ottimo saggio “La storia non è un film”, difficilmente la cinematografia riflette fedelmente le vicende storiche che intende rappresentare, e sempre pesa in questo la libera e personale interpretazione del regista. Mi concentrerò invece, per poter meglio introdurvi sulla figura di Ipazia, su quello che era il particolare e travagliato momento storico in cui ella visse e su quello che fu il clima politico, culturale e religioso di quegli anni. Ogni persona è figlia e specchio della propria epoca e se non si conosce o non si comprende il contesto in cui una persona è vissuta, non si comprenderà mai a fondo quello che essa ha costruito e realizzato, o anche più semplicemente qual’era il suo modo di pensare e la sua visione del mondo. Lascerò, infine, la parola alle fonti dirette, ovvero a ciò che di Ipazia e della sua vita scrissero autori ad ella contemporanei. Troppo spesso, infatti, nella moderna ricerca storica, le fonti dirette vengono omesse o trascurate per far posto alle interpretazioni, del tutto soggettive e spesso arbitrarie, di chi vive il nostro presente.
La stragrande maggioranza dei testi storici che prendono in esame gli ultimi secoli dell’Impero Romano, tendono a sottolineare la decadenza della civiltà tardo-romana, attribuendola ad una non meglio precisata “crisi di identità” del mondo antico, una crisi di valori spirituali e religiosi della società “pagana”, che sarebbe – a detta di certi storici – la principale responsabile della crisi politica, economica e militare che portò, progressivamente, al cedimento e infine al tracollo della struttura statale imperiale e dei suoi ordinamenti. Si tratta di una visione distorta e assolutamente fuorviante. Se crisi vi fu, essa fu soprattutto di natura economica e sociale, e la vera crisi “spirituale” fu innescata non da una società “pagana” che gli storici si ostinano a definire come “decadente”, ma dalla venuta meno del principio di rispetto, di tolleranza e di civile convivenza religiosa che aveva fino ad allora caratterizzato l’Impero, divenendone una delle colonne portanti.
Roma, fin dai propri albori, aveva infatti sempre mostrato il massimo rispetto nei confronti degli Dei e delle religioni dei popoli che man mano aveva assoggettato e inglobato nella sua progressiva espansione territoriale. Uno dei punti di forza della Repubblica, e poi dell’Impero, era stato non solo il non interferire con le istituzioni religiose dei popoli vinti, ma addirittura il tutelarne e difenderne la libertà di culto. Un’unica e sola eccezione era stata fatta con la proibizione dei Baccanali nel 186 a.C., dovuta però a motivi di ordine pubblico. Con l’integrazione e l’assorbimento della cultura ellenica da parte dei Romani, questo “punto di forza” fondato sul rispetto e la tolleranza toccò uno dei propri apici, determinando un notevole accrescimento morale, filosofico e spirituale della società. Grandi Imperatori come Lucio Domizio Enobarbo, conosciuto comunemente come Nerone, e, successivamente, gli Antonini, in primis Marco Aurelio e Adriano, furono fautori e artefici di uno splendido e vincente connubio fra la spiritualità e religiosità tradizionale latina e quella ellenica, cimentandosi in prima persona nello studio della filosofia e nella conoscenza – anche iniziatica – della Weltanschauung ellenica ed orientale.
A Roma e in tutte le città dell’Impero, dalla Gallia alle coste africane, dalla Pannonia alla Bitinia, dall’Illirico al Ponto, convivevano in armonia, a fianco dei templi dedicati alla Triade Capitolina, templi di Iside, mitrei, serapei, santuari di Artemide e di Astarte, di Cibele e di Asclepio, di Demetra e Kore Persefone. Persino nell’ambito del più importante collegio sacerdotale di Roma, quello dei Fratres Arvales, del quale l’Imperatore Ottaviano Augusto fu Pontefice Massimo, si celebravano i riti ed i misteri della Dea Dia, un’esoterica personificazione latina della Dea Demetra.
Chi conosce un’opera fondamentale della storia tardo-antica quale la Historia Nea di Zosimo, può comprendere quale fosse il clima filosofico e religioso di quei tempi e quanto la responsabilità dell’inizio della decadenza sociale e politica di Roma sia da attribuire non ad una “crisi” religiosa del “paganesimo”, ma al venir meno del prezioso equilibrio del rispetto e della tolleranza innescatosi con la presa del potere da parte di Costantino (306-337 d.C.). Parliamoci chiaro: una pesante crisi sociale ed economica era già in atto da tempo entro i confini dell’Impero. Anni turbolenti di guerre intestine e fratricide fra Imperatori spesso in carica per pochi anni e ancor più spesso destituiti con le armi da rivali militari e da usurpatori, invasioni barbariche e progressiva perdita del controllo imperiale su intere province periferiche, riforme monetarie sbagliate o incompiute: tutto questo e molti altri fattori ancora avevano portato alla necessità di una profonda riforma delle istituzioni imperiali e dell’esercito. Costantino, una volta assicuratosi il pieno controllo del potere, invece di porre rimedio a questa situazione con riforme tese al rafforzamento dello Stato, sfaldò la compattezza delle legioni, mise l’esercito in condizione di non poter più difendere i confini, introdusse riforme economiche e monetarie devastanti e spalancò le porte all’intolleranza religiosa e alla dittatura di un’unica religione, scaturita e delineata dal Concilio di Nicea, su tutte le altre.
Nell’anno 313 d.C., con il controverso Editto di Milano, Costantino (che mai fu cristiano) aveva posto fine alle persecuzioni dei cristiani, legittimandone il culto. Da lì il passo fu breve per dichiarare (nel 324) il Cristianesimo l’unica religione ufficiale dell’Impero. Dal Concilio di Nicea, convocato e presieduto dall’Imperatore l’anno seguente, nacque un perfetto connubio tra potere politico e potere religioso: Costantino si era in sintesi costruito in sede conciliare un’inedita forma teocratica di potere. Potere politico e potere religioso avevano formato un connubio inscindibile e indissolubile che presto rivelò i suoi primi effetti.
Già nel 324, nella città di Didima in Asia Minore, venne saccheggiato l’Oracolo del Dio Apollo e ne furono torturati a morte i sacerdoti. Simili fatti avvennero nei templi del Monte Athos, dove monaci cristiani sfrattarono i sacerdoti distruggendone i templi. Appena due anni dopo, nel 326, seguendo le istruzioni della madre Elena, Costantino fece distruggere il tempio di Asclepio a Aigeai, in Cilicia, e numerosi templi della Dea Afrodite a Gerusalemme, Aphaca, Mambre, Phoenice e Baalbek, martirizzandone i sacerdoti. E la maggior parte dei tesori e delle statue dei templi “pagani” di Byzantion venne saccheggiata per decorare la Nuova Roma, Costantinopoli, divenuta ufficialmente nel 330 la nuova capitale dell’Impero.
Dal 330 al 335 non si contarono più i templi “pagani” saccheggiati in tutta l’Asia Minore e in Palestina e Costantino arrivò a ordinare l’esecuzione mediante crocifissione dei “praticanti di magia” e degli “indovini (lettori di sorte)”. Questa persecuzione coinvolse anche il filosofo neoplatonico Sopatro, iniziato ai Misteri Eleusini, che proprio nel 335 venne martirizzato.
Le persecuzioni, sia ai danni dei non cristiani che dei cristiani “eretici”, si intensificarono notevolmente con gli imperatori successivi. Anche Flavio Giulio Costanzo (comunemente conosciuto come Costanzo II), secondogenito di Costantino, perseguitò senza sosta tutti gli “indovini” e gli “hellenici”, imprigionandone e giustiziandone in gran numero. Sempre sotto il suo regno (337-361 d.C.) le persecuzioni si estesero su larga scala a Costantinopoli e venne bandito il celebre oratore Libanius, accusato di praticare magia. Nel 353, con editto, Costanzo ordinò la pena di morte per tutti i tipi di adorazione attraverso i sacrifici e gli “idoli”. L’anno seguente, un nuovo editto ordina la chiusura di tutti i templi “pagani”. Molte delle loro aree vengono profanate e trasformate in bordelli oppure in case da gioco, e vengono giustiziati i sacerdoti. Tale editto venne seguito, nello stesso anno (354) da un altro simile che ordinava la distruzione sistematica dei templi “pagani” e l’uccisione dei relativi sacerdoti. Iniziano, parallelamente, i primi roghi delle biblioteche in varie città dell’Impero, e presso i templi devastati iniziano a sorgere cantieri per realizzare la calce con i marmi distrutti dei frontoni e delle colonne. Un ulteriore editto dello scatenato Costanzo, nel 357, mise fuori legge tutti i metodi di divinazione, inclusa l’Astrologia.
A tutto questo pose fine la breve parentesi del regno dell’illuminato Imperatore Giuliano, ma con la sua morte, nel 363, le persecuzioni ricominciarono ancora più violente. Il suo successore al soglio imperiale, Flavio Gioviano, infatti, appena eletto nel 364 ordinò di dare alle fiamme la biblioteca di Antiochia ed emanò un nuovo editto (l’11 Settembre dello stesso anno) che ripristinava la pena di morte per quei gentili che praticavano “il culto antico degli Dei” e le arti divinatorie («sileat omnibus perpetuo divinandi curiositas»). Altri tre editti, nel corso del medesimo anno, ordinavano la confisca di tutte le proprietà dei templi “pagani”, introducendo la pena di morte anche per chi partecipava a riti privati.
Sotto l’Imperatore Valente (364-378) vennero introdotte persecuzioni e discriminazioni anche all’interno dell’esercito. Un editto imperiale del 365 vietava, infatti, ai gentili ufficiali dell’esercito di comandare soldati cristiani, un provvedimento che portò al definitivo collasso delle legioni.
Sempre Valente, nel 370, ordinò una persecuzione su larga scala che coinvolse tutti i territori orientali dell’Impero. Ad Antiochia vennero giustiziati i sacerdoti Hilarius e Patricius e l’ex governatore Fidustius, e tonnellate di libri “proibiti” vennero bruciate nelle piazze di tutte le città della parte orientale dell’Impero. Tutti i dignitari e i funzionari che erano stati vicini all’Imperatore Giuliano (tra cui Orebasius, Sallustius, Pegasius e molti altri) vennero perseguitati, il filosofo Simonides venne arso vivo, e un altro filosofo, Maximus, venne decapitato dopo essere stato torturato. Due anni dopo, nel 372, Valente arrivò ad ordinare al proprio fidato governatore dell’Asia Minore lo sterminio di tutti gli “Hellenici” e la distruzione sistematica del loro sapere, e l’anno successivo, nel 373, fu introdotto un nuovo provvedimento contro le pratiche divinatorie, e il termine “pagani” (abitanti dei pagus, i villaggi), venne ufficialmente introdotto nella legislazione in sostituzione del termine “gentili”.
In questa fase storica sono innumerevoli le testimonianze relative alle persecuzioni dei “pagani” e l’elevato numero di editti imperiali - se ne contano a decine - relativi alla proibizione degli antichi culti e alla distruzione dei templi (editti che si protrarranno e succederanno per secoli, sempre più spietati e feroci, fino al regno di Giustiniano ed oltre) sono un palese indice di come l’antica religiosità fosse difficile da sradicare e tutt’altro che in crisi. Potremmo dilungarci per intere pagine ad elencarli tutti, ma non è questa, per motivi di spazio, la sede adatta. Mi limiterò a menzionare i più eclatanti ed i fatti di maggior rilievo, per dare un’idea ai lettori di quale fosse nella realtà il pesante clima sociale e culturale in cui Ipazia visse e svolse la propria attività di studio, ricerca e insegnamento.
L’apice delle persecuzioni dell’intolleranza venne raggiunto sotto il regno di Teodosio “Il Grande” (379-395), proprio gli anni in cui Ipazia, come vedremo, che era nata attorno al 370, iniziava la sua formazione culturale e si affermava come grande filosofa e illuminata scienziata.
Il 27 Febbraio del 380 Teodosio ribadiva l’esclusività e unicità del Cristianesimo quale religione dell’Impero, emanando un editto che proclamava: «tutte le varie nazioni le quali sono soggette alla nostra clemenza e moderazione devono continuare nella professione di quella religione che è stata consegnata ai Romani dal divino apostolo Pietro". I non cristiani, che ancora, nonostante quasi sessant’anni di persecuzioni, si contavano a milioni, sono bollati come “detestabili, eretici, stupidi e ciechi.» In un altro editto Teodosio chiama "insani" quelli che non credono nel Dio cristiano e dichiara fuorilegge tutti i dissensi dai dogmi imposti dalla Chiesa. Sempre nel corso di quell’anno Ambrosio, Vescovo di Milano, inizia la distruzione dei templi “pagani” del territorio sottoposto al suo controllo, e in Grecia i vescovi incitarono le masse di fanatici ad assalire e a devastare il più nobile e rispettato dei santuari dell’antichità, quello di Eleusi. Il novantacinquenne Nestorius, Pritan degli Hierofanti di Eleusi, sfuggito per miracolo al linciaggio, decise così la formale chiusura dei Riti, annunciando la predominanza del buio mentale sull’intera umanità.
Il 2 Maggio dell’anno successivo, Teodosio privò di tutti i loro diritti i cristiani che, nonostante il battesimo, decidevano di tornare all’antica religione. Le cronache del tempo attestano che i casi in questione erano numerosissimi. Mentre continuavano senza sosta i roghi delle biblioteche (e dei loro curatori), Teodosio vietò formalmente anche le semplici visite ai templi ellenici. A Costantinopoli il tempio della Dea Afrodite venne trasformato, sotto la benedizione dei vescovi, in un bordello, e quello di Artemide in una stalla, e il canto Alleluia (gloria a Jahwe) venne imposto nella liturgia. Nel 384, sempre Teodosio ordina al Prefetto Maternus Cynegius di cooperare con i vescovi per distruggere tutti i templi dei “pagani” nel Nord della Grecia e in Asia Minore. Maternus Cynegius, incoraggiato dal fanatismo di sua moglie e dal Vescovo Marcellus (proclamato Santo dalla Chiesa), con le sue bande batte palmo a palmo le campagne, saccheggiando e distruggendo centinaia di templi hellenici ancora in attività, santuari e altari. Tra gli altri essi distruggono il tempio di Edessa, il Cabeireion di Imbros, il tempio di Zeus ad Apamea, quello di Apollo a Didima e tutti i templi di Palmira. Azioni che furono seguite, nel 386, da un nuovo editto di Teodosio che, a scanso di equivoci, vietava il restauro e la ricostruzione dei templi distrutti. Si arrivò addirittura a porre fuori legge tutti i sistemi di datazione non cristiani e a proibire, con un nuovo editto (nel 391), il solo posare lo sguardo sulle statue vandalizzate!
L’azione persecutoria dilaga anche in Egitto, con distruzione di templi, statue e biblioteche e l’uccisione di migliaia di sacerdoti. Ad Alessandria, la città di Ipazia, dal 389 al 390, il Patriarca Teofilo dà il via ad una pesante persecuzione contro i “gentili”, trasformando il tempio di Dioniso in una chiesa cristiana, facendo incendiare il Mitreo cittadino e il tempio di Zeus e ridicolizzando pubblicamente i sacerdoti (che vennero poi lapidati dalla folla). Si ebbe di conseguenza ad Alessandria una rivolta dei “gentili”, guidati dal filosofo Olympius. Dopo una serie di cruenti scontri per le vie della città, essi si asserragliarono all’interno del Serapeion (il tempio del Dio Serapide), decisi a resistere ad ogni costo. Dopo, un lungo assedio, i cristiani riuscirono ad espugnare l’edificio e a distruggerlo, dando alle fiamme la più importante e famosa Biblioteca dell’antichità. Ma ad Alessandria d’Egitto la resistenza “pagana” fu veramente tenace, se teniamo conto che, quasi un secolo dopo (nel 486), molti sacerdoti “pagani” che ancora operavano ed officiavano in clandestinità vennero scoperti, arrestati, torturati e giustiziati. E ancora due secoli dopo, nel 590, in tutto l'Impero d'Oriente e in particolare in Egitto, si ha menzione di continue denuncie e scoperte di “cospirazioni pagane”, con ulteriori ondate di torture ed esecuzioni.
Questo era quindi il clima che si respirava ad Alessandria al tempo di Ipazia.
Padre di Ipazia fu il celebre filosofo e matematico Teone (335-405 circa) che nacque, visse ed insegnò ad Alessandria d’Egitto, noto per aver redatto e commentato varie opere matematiche e scientifiche, tra cui gli Elementi di Euclide e l’Almagesto di Tolomeo (il suo commento all’Almagesto viene considerato uno dei migliori lavori di astronomia della scuola alessandrina), e per aver scritto un saggio sull’astrolabio piano. Fu proprio grazie alla sua edizione degli Elementi che, probabilmente, l’opera di Euclide venne sottratta dall’oblio. Infatti, tutte le edizioni circolanti nei secoli successivi, fino a quella di Johan Ludvig Heiberg del 1880, sono state riconosciute come fondate sul testo di Teone. Fu a lungo rettore della Biblioteca di Alessandria.
Ipazia nacque ad Alessandria intorno al 370, fu istruita dal padre nelle scienze esatte (specialmente Astronomia e Geometria), ma ricevette sicuramente anche importanti insegnamenti di natura filosofica, misterica ed iniziatica, in quanto frequentò la Scuola Neoplatonica di Alessandria.
Molto importante per la sua formazione culturale fu un viaggio compiuto in Grecia, ove si aggregò alla Scuola Neoplatonica ateniese di Plutarco, nipote ed erede dell’ultimo Pritan degli Hierofanti di Eleusi. Nella Scuola Neoplatonica di Atene, di pari passo con gli insegnamenti filosofici, pochi sanno che sopravvisse e si perpetuò, come un silente fiume carsico, uno dei rami dell’insegnamento dottrinale e dell’esperienza iniziatica eleusina, quello custodito dalla famiglia sacerdotale degli Eumolpidi, alla quale il Pritan Nestorius, nonno di Plutarco, apparteneva. Non si può quindi escludere – anche se le fonti non lo attestano con certezza – un’iniziazione di Ipazia ai Sacri Misteri delle Due Dee, la Madre e la Figlia; fattore questo che potrebbe confermare e spiegare molti punti relativi al suo carattere.
La ricerca e lo studio di Ipazia erano fortemente orientati verso l’insegnamento, la trasmissione ed il commento dei testi antichi. Anche se di lei non ci è rimasto alcuno scritto, sappiamo dalle fonti storiche scrisse importanti opere autografe andate poi scomparse: un Commentario a Diofanto (il padre dell’algebra) di 13 volumi, il Canone astronomico (una raccolta di tavole sui corpi celesti), ed un Commentario alle sezioni coniche di Apollonio Pergeo, un trattato di geometria in 8 volumi che è considerato il suo capolavoro. All'insegnamento delle scienze esatte è certo che aggiunse quello della Filosofia, commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori.
E’ triste constatare che di una scienziata tanto rinomata al suo tempo, per vari motivi, non rimangono altro che i titoli di alcune sue opere. Tuttavia questi titoli sono indizi che delineano una traiettoria teorica, e le fonti tramandano che Ipazia scrisse un’opera astronomica originale. E’ dunque possibile che la scienziata avesse portato a termine delle osservazioni e delle verifiche che non erano semplicemente collocabili al margine del Sistema matematico di Tolomeo già commentato dal padre, ma erano tali da richiedere una trattazione autonoma, purtroppo però la perdita delle sue opere rende impossibile affermarlo con certezza.
Si devono quindi a Ipazia e a suo padre le edizioni di fondamentali opere del pensiero filosofico e scientifico, alcune delle quali presero la via dell'Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo oltre un millennio di rimozione.
I suoi studi non erano solo teorici, si occupò anche di meccanica e di tecnologia applicata, in particolare le vengono attribuite due invenzioni: un areometro e un astrolabio piatto. Il primo strumento, che determina il peso specifico di un liquido, fu progettato come un tubo sigillato avente un peso fissato ad una estremità: a seconda di quanto questo tubo affondava in un liquido, era possibile leggerne su una scala graduata il peso specifico. L’astrolabio perfezionato e progettato da Ipazia era formato da due dischi metallici forati, ruotanti uno sopra l’altro mediante un perno rimuovibile: veniva utilizzato per calcolare il tempo, per definire la posizione del Sole, delle stelle e dei pianeti; pare che mediante questo strumento essa risolse alcuni problemi di astronomia sferica. Ed è noto anche il suo lavoro a proposito del Sistema matematico di Tolomeo, astronomo, matematico e geografo alessandrino del II sec. la cui teoria astronomica geocentrica restò in auge fino alla “rivoluzione copernicana” del XVI secolo.
Il discepolo più illustre di Ipazia fu Sinesio di Cirene, filosofo neoplatonico, poeta e oratore, che poi divenne, forse tradendo l'insegnamento di Ipazia, vescovo cristiano di Tolemaide. Dopo la morte di Ipazia egli cercherà di fondere le dottrine gnostiche con quelle neoplatoniche, senza tuttavia perdere mai di vista la fondamentale concezione platonica alla quale si attenne da vicino in due opuscoli: uno "Sugli Egizi", dove espose in forma allegorica le condizioni della corte di Costantinopoli, l'altro "Sui Sogni" in cui sostenne la possibilità di servirsi del sogno a scopo divinatorio.
Ipazia insegnava, come Socrate, per le strade e il prefetto romano Oreste si diceva che cercasse il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico e che addirittura fosse suo discepolo. Ella non teneva il suo sapere per sé, né lo condivideva soltanto con i suoi allievi. Al contrario, lo dispensava con grande liberalità a chiunque e per questo si conquistò grande considerazione fra i suoi concittadini. Le fonti attestano che questa donna straordinaria insegnò ininterrottamente ad Alessandria per più di vent’anni.
Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia rifiutò sempre di scendere a compromessi con il Cristianesimo fanatico e intollerante del vescovo Teofilo, e da taluni è stata considerata come una gnostica che cercò di difendere la rinascita del Platonismo contro il Cristianesimo.
La Scuola di Alessandria appartiene, stando alle fonti classiche, all’ultima grande corrente del Neoplatonismo, fiorita tra la prima metà del V e la prima metà del VII secolo. La tendenza erudita, che aveva man mano acquistato rilevanza nelle scuole che la precedettero, era diventata qui prevalente, respingendo in secondo piano la speculazione prettamente metafisica. Il disinteresse per la costruzione della gerarchia emanatistica che era stata concepita nei suoi tre momenti della permanenza in sé, dell'uscita da sé e del ritorno in sé, aveva condotto all'abbandono di quel politeismo classico che in tale gerarchia era stato inquadrato, soprattutto ad opera della Scuola Siriaca.
In teoria, come alcuni storici delle religioni hanno sottolineato, le possibilità d'intesa col Cristianesimo (ovvero con la scuola catechetica alessandrina) sembravano essere maggiori proprio ad Alessandria che altrove, ma proprio la sensazione che questa forma di Neoplatonismo potesse costituire un'alternativa valida al Cristianesimo, faceva dei cristiani i nemici più accesi dei filosofi, in quanto le gerarchie cristiane cittadine mal digerivano l'accentuato interesse del Neoplatonismo per le questioni di carattere scientifico.
Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile di Alessandria fu occupata, nel 412, da suo nipote Cirillo, di idee fondamentaliste, specie contro i novaziani e i giudei, e che venne subito in urto col prefetto romano Oreste.
Vari scritti del cristianesimo primitivo, quali l'Epistola agli Ebrei, quella attribuita a Barnaba, la Didachè, secondo molti storici proverebbero che in Alessandria c'era una spiccata tendenza della stessa chiesa ufficiale verso lo gnosticismo. A questa tendenza intellettualistica aveva cercato di porre rimedio la scuola catechetica, ma la difesa non era stata condotta senza far gravi concessioni all'avversario, ammettendo, oltre all'interpretazione allegorica delle scritture, l'esistenza di una gnosi ortodossa, che rendeva perfetto chi la possedeva e l’innalzava al di sopra del semplice fedele.
Cirillo si trova nella difficile situazione di porre un argine alla scuola catechetica che intreccia rapporti sempre più stretti con i rappresentanti neoplatonici alessandrini e la necessità di dettare la formula della retta fede in Oriente, in virtù di quella tradizione dottrinale che gli derivava da Demetrio.
Ad Alessandria vi erano, allora, oltre a gentili di ogni culto, cristiani di tutti gli scismi ed eresie, nonché una cospicua colonia di ebrei fatta oggetto di discriminazioni da parte dei cristiani. Gli ebrei insorsero e si difesero e il patriarca Cirillo li cacciò dalla città saccheggiandone le sinagoghe.
Il prefetto Oreste fece arrestare un seguace di Cirillo, sottoponendolo a pubblica punizione, ma una folla cristiana, per rappresaglia, ferì il prefetto. A motivo di ciò l'attentatore, un monaco, fu giustiziato e Cirillo ne fece l'elogio come fosse stato martirizzato.
Cirillo tentò di riconciliarsi con Oreste, ma il tentativo fallì, forse anche a causa di Ipazia. Oreste invano sollecitò un intervento diretto dell'Imperatore, il quale però era soggetto alla volontà della sorella Pulcheria, imperatrice di fatto e strettamente legata al cristianesimo di Cirillo.
Cirillo, che mal sopportava la predicazione “pagana” di Ipazia, divenuta ad Alessandria la rappresentante più qualificata della filosofia ellenica, si convinse che l'ostacolo maggiore alla risoluzione della controversia fosse proprio lei.
Pur non dando un esplicito ordine, egli istigò il gruppo fanatico di monaci parabolani ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore a togliere di mezzo Ipazia. E così, dopo averla trascinata fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, quasi volessero compiere una sorta di sacrificio umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli altri monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono il corpo di Ipazia e lo bruciarono. Era l'anno 415, il IV dell'episcopato di Cirillo.
Gli assassini rimasero impuniti. Oreste chiese un'inchiesta; Costantinopoli non poté non concederla, e mandò ad Alessandria un tale Edesio, il quale non fece nulla, poiché si lasciò corrompere da Cirillo. Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare l'ingerenza politica dei vescovi nei poteri civili. Cirillo in seguito verrà addirittura santificato come esempio di sicura ortodossia.
Fu il grande filosofo neoplatonico Damascio, quinto successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia, che per primo, nella Vita di Isidoro, incolpò Cirillo del delitto.
Nella Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio, nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati, si arriva a sostenere che l'assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel clero cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva spadroneggiare su tutti.
La scomparsa di Ipazia segnò l'inizio del declino di Alessandria come il più grande centro di erudizione dell’antichità.
Gli ultimi neoplatonici furono tolti di mezzo dall'imperatore Giustiniano, che chiuse la Scuola neoplatonica nel 529 d.C. Essi fuggirono in Persia presso Chosroe I, illuminato sovrano amante della Filosofia, che garantì loro di professare liberamente il Platonismo (531). Questo diritto fu addirittura sancito nel trattato di pace tra Giustiniano e Chosroe. E' degno di nota come, al crepuscolo ormai del pensiero greco, la libertà di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il loro cristianissimo imperatore, dall'ultimo grande sovrano persiano, della dinastia dei Sassanidi.

* * *

Diamo adesso la parola ad alcune fonti dirette e contemporanee ai fatti, che meglio di qualsiasi nostra interpretazione, possono fare chiarezza sulla tragica fine di una delle più grandi donne di tutti i tempi.

I. Dalla “Vita di Isidoro” di Damascio, riprodotta nel “Suda”. Damascio (480-550), pagano, fu filosofo neoplatonico e ultimo direttore della Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529.
«Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poiché aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.
La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.
Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l'aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, "Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!" Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore.
Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente nel parlare come prudente e civile nei suoi atti. La città intera l'amò e l'adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l'invidiarono, cosa che spesso è accaduta anche ad Atene. Anche se la filosofia stessa è perita, il suo nome sembra ancora magnifico e venerabile agli uomini che esercitano il potere nello stato.
Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione [il Cristianesimo], passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c'era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dall’invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare.
Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il loro paese d'origine.
L'Imperatore si adirò, e l'avrebbe vendicata se non fosse stato subornato da Aedesius. Così l'Imperatore ritirò la punizione sopra la sua testa e la sua famiglia tramite i suoi discendenti pagò il prezzo. La memoria di questi eventi ancora è vivida fra gli alessandrini.»

II. Dalla “Historia Ecclesiastica” di Socrate Scolastico. Socrate Scolastico (380-450), di religione cristiana, di professione avvocato, scrisse la “Historia Ecclesiastica” in sette libri.
«Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.
Questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere.
Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima, nel quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio.»

III. Dalla “Cronaca” di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu.
«In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici.
Il governatore della città l'onorò esageratamente perché lei l'aveva sedotto con le sue arti magiche. Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume. Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua.
Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro.
Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di comprendere esattamente il contenuto dell'editto.
C'era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani. Era un seguace affezionato all'illustre padre il patriarca ed obbediente ai suoi consigli. Egli era anche molto versato nella fede cristiana.
Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere la natura dell'editto. Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero: 'Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare un baccano'.
Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della santa chiesa, e Hierax fu afferrato e sottoposto pubblicamente a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente senza colpa.
Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, ed anche perché aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, ed anche altri monaci.
Quando il magistrato principale della città venne informato, rivolse la parola agli ebrei come segue: ”Cessate le ostilità contro i cristiani.” Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell'appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.
Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: “La chiesa dell'apostolico Athanasius è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani.” Ed i cristiani al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza alcuna colpa.
Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca. Ed i cristiani si chiamarono a raccolta tutti insieme. Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a S. Giorgio.
Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente. Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun aiuto.
Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.
Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia. Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Questo accadde nei giorni del digiuno. Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono “il nuovo Teofilo” perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città.»

 
 
La locandina del film “Agora”.
 
 
 
 

 

 

Storia contemporanea dell'Europa Orientale :: 2007

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