L’uscita
nelle sale cinematografiche, lo scorso anno, di “Agorà”,
film del regista spagnolo Alejandro Amenàbar,
sottoposto a forti pressioni che in Italia ne hanno
ritardato sensibilmente la distribuzione, ha avuto il
merito di riportare all’attenzione dell’opinione
pubblica la figura di Ipazia, la grande filosofa e scienziata
alessandrina, Martire per eccellenza di quella Tradizione
Occidentale che, in epoca tardo-antica, ancora resisteva
con fierezza all’affermarsi di un pensiero unico
distruttivo che si poneva con arroganza l’obiettivo
di cancellare ed annientare millenni di libero pensiero
e di idealità trascendente.
Non essendo un critico cinematografico, bensì
uno storico particolarmente attento alle vicende religiose
della tarda antichità mediterranea, non mi soffermerò
sui numerosi errori storici, alcuni dei quali peraltro
piuttosto grossolani, commessi da Amenàbar nella
realizzazione di “Agorà”.
Questo discorso meriterebbe uno studio a parte e, del
resto, come ci insegna Bruno Pampaloni nel suo ottimo
saggio “La storia non è un
film”, difficilmente la cinematografia
riflette fedelmente le vicende storiche che intende
rappresentare, e sempre pesa in questo la libera e personale
interpretazione del regista. Mi concentrerò invece,
per poter meglio introdurvi sulla figura di Ipazia,
su quello che era il particolare e travagliato momento
storico in cui ella visse e su quello che fu il clima
politico, culturale e religioso di quegli anni. Ogni
persona è figlia e specchio della propria epoca
e se non si conosce o non si comprende il contesto in
cui una persona è vissuta, non si comprenderà
mai a fondo quello che essa ha costruito e realizzato,
o anche più semplicemente qual’era il suo
modo di pensare e la sua visione del mondo. Lascerò,
infine, la parola alle fonti dirette, ovvero a ciò
che di Ipazia e della sua vita scrissero autori ad ella
contemporanei. Troppo spesso, infatti, nella moderna
ricerca storica, le fonti dirette vengono omesse o trascurate
per far posto alle interpretazioni, del tutto soggettive
e spesso arbitrarie, di chi vive il nostro presente.
La stragrande maggioranza dei testi storici che prendono
in esame gli ultimi secoli dell’Impero Romano,
tendono a sottolineare la decadenza della civiltà
tardo-romana, attribuendola ad una non meglio precisata
“crisi di identità” del mondo antico,
una crisi di valori spirituali e religiosi della società
“pagana”, che sarebbe – a detta di
certi storici – la principale responsabile della
crisi politica, economica e militare che portò,
progressivamente, al cedimento e infine al tracollo
della struttura statale imperiale e dei suoi ordinamenti.
Si tratta di una visione distorta e assolutamente fuorviante.
Se crisi vi fu, essa fu soprattutto di natura economica
e sociale, e la vera crisi “spirituale”
fu innescata non da una società “pagana”
che gli storici si ostinano a definire come “decadente”,
ma dalla venuta meno del principio di rispetto, di tolleranza
e di civile convivenza religiosa che aveva fino ad allora
caratterizzato l’Impero, divenendone una delle
colonne portanti.
Roma, fin dai propri albori, aveva infatti sempre mostrato
il massimo rispetto nei confronti degli Dei e delle
religioni dei popoli che man mano aveva assoggettato
e inglobato nella sua progressiva espansione territoriale.
Uno dei punti di forza della Repubblica, e poi dell’Impero,
era stato non solo il non interferire con le istituzioni
religiose dei popoli vinti, ma addirittura il tutelarne
e difenderne la libertà di culto. Un’unica
e sola eccezione era stata fatta con la proibizione
dei Baccanali nel 186 a.C., dovuta però a motivi
di ordine pubblico. Con l’integrazione e l’assorbimento
della cultura ellenica da parte dei Romani, questo “punto
di forza” fondato sul rispetto e la tolleranza
toccò uno dei propri apici, determinando un notevole
accrescimento morale, filosofico e spirituale della
società. Grandi Imperatori come Lucio Domizio
Enobarbo, conosciuto comunemente come Nerone, e, successivamente,
gli Antonini, in primis Marco Aurelio e Adriano, furono
fautori e artefici di uno splendido e vincente connubio
fra la spiritualità e religiosità tradizionale
latina e quella ellenica, cimentandosi in prima persona
nello studio della filosofia e nella conoscenza –
anche iniziatica – della Weltanschauung ellenica
ed orientale.
A Roma e in tutte le città dell’Impero,
dalla Gallia alle coste africane, dalla Pannonia alla
Bitinia, dall’Illirico al Ponto, convivevano in
armonia, a fianco dei templi dedicati alla Triade Capitolina,
templi di Iside, mitrei, serapei, santuari di Artemide
e di Astarte, di Cibele e di Asclepio, di Demetra e
Kore Persefone. Persino nell’ambito del più
importante collegio sacerdotale di Roma, quello dei
Fratres Arvales, del quale l’Imperatore Ottaviano
Augusto fu Pontefice Massimo, si celebravano i riti
ed i misteri della Dea Dia, un’esoterica personificazione
latina della Dea Demetra.
Chi conosce un’opera fondamentale della storia
tardo-antica quale la Historia Nea
di Zosimo, può comprendere quale fosse il clima
filosofico e religioso di quei tempi e quanto la responsabilità
dell’inizio della decadenza sociale e politica
di Roma sia da attribuire non ad una “crisi”
religiosa del “paganesimo”, ma al venir
meno del prezioso equilibrio del rispetto e della tolleranza
innescatosi con la presa del potere da parte di Costantino
(306-337 d.C.). Parliamoci chiaro: una pesante crisi
sociale ed economica era già in atto da tempo
entro i confini dell’Impero. Anni turbolenti di
guerre intestine e fratricide fra Imperatori spesso
in carica per pochi anni e ancor più spesso destituiti
con le armi da rivali militari e da usurpatori, invasioni
barbariche e progressiva perdita del controllo imperiale
su intere province periferiche, riforme monetarie sbagliate
o incompiute: tutto questo e molti altri fattori ancora
avevano portato alla necessità di una profonda
riforma delle istituzioni imperiali e dell’esercito.
Costantino, una volta assicuratosi il pieno controllo
del potere, invece di porre rimedio a questa situazione
con riforme tese al rafforzamento dello Stato, sfaldò
la compattezza delle legioni, mise l’esercito
in condizione di non poter più difendere i confini,
introdusse riforme economiche e monetarie devastanti
e spalancò le porte all’intolleranza religiosa
e alla dittatura di un’unica religione, scaturita
e delineata dal Concilio di Nicea, su tutte le altre.
Nell’anno 313 d.C., con il controverso Editto
di Milano, Costantino (che mai fu cristiano) aveva posto
fine alle persecuzioni dei cristiani, legittimandone
il culto. Da lì il passo fu breve per dichiarare
(nel 324) il Cristianesimo l’unica religione ufficiale
dell’Impero. Dal Concilio di Nicea, convocato
e presieduto dall’Imperatore l’anno seguente,
nacque un perfetto connubio tra potere politico e potere
religioso: Costantino si era in sintesi costruito in
sede conciliare un’inedita forma teocratica di
potere. Potere politico e potere religioso avevano formato
un connubio inscindibile e indissolubile che presto
rivelò i suoi primi effetti.
Già nel 324, nella città di Didima in
Asia Minore, venne saccheggiato l’Oracolo del
Dio Apollo e ne furono torturati a morte i sacerdoti.
Simili fatti avvennero nei templi del Monte Athos, dove
monaci cristiani sfrattarono i sacerdoti distruggendone
i templi. Appena due anni dopo, nel 326, seguendo le
istruzioni della madre Elena, Costantino fece distruggere
il tempio di Asclepio a Aigeai, in Cilicia, e numerosi
templi della Dea Afrodite a Gerusalemme, Aphaca, Mambre,
Phoenice e Baalbek, martirizzandone i sacerdoti. E la
maggior parte dei tesori e delle statue dei templi “pagani”
di Byzantion venne saccheggiata per decorare la Nuova
Roma, Costantinopoli, divenuta ufficialmente nel 330
la nuova capitale dell’Impero.
Dal 330 al 335 non si contarono più i templi
“pagani” saccheggiati in tutta l’Asia
Minore e in Palestina e Costantino arrivò a ordinare
l’esecuzione mediante crocifissione dei “praticanti
di magia” e degli “indovini (lettori di
sorte)”. Questa persecuzione coinvolse anche il
filosofo neoplatonico Sopatro, iniziato ai Misteri Eleusini,
che proprio nel 335 venne martirizzato.
Le persecuzioni, sia ai danni dei non cristiani che
dei cristiani “eretici”, si intensificarono
notevolmente con gli imperatori successivi. Anche Flavio
Giulio Costanzo (comunemente conosciuto come Costanzo
II), secondogenito di Costantino, perseguitò
senza sosta tutti gli “indovini” e gli “hellenici”,
imprigionandone e giustiziandone in gran numero. Sempre
sotto il suo regno (337-361 d.C.) le persecuzioni si
estesero su larga scala a Costantinopoli e venne bandito
il celebre oratore Libanius, accusato di praticare magia.
Nel 353, con editto, Costanzo ordinò la pena
di morte per tutti i tipi di adorazione attraverso i
sacrifici e gli “idoli”. L’anno seguente,
un nuovo editto ordina la chiusura di tutti i templi
“pagani”. Molte delle loro aree vengono
profanate e trasformate in bordelli oppure in case da
gioco, e vengono giustiziati i sacerdoti. Tale editto
venne seguito, nello stesso anno (354) da un altro simile
che ordinava la distruzione sistematica dei templi “pagani”
e l’uccisione dei relativi sacerdoti. Iniziano,
parallelamente, i primi roghi delle biblioteche in varie
città dell’Impero, e presso i templi devastati
iniziano a sorgere cantieri per realizzare la calce
con i marmi distrutti dei frontoni e delle colonne.
Un ulteriore editto dello scatenato Costanzo, nel 357,
mise fuori legge tutti i metodi di divinazione, inclusa
l’Astrologia.
A tutto questo pose fine la breve parentesi del regno
dell’illuminato Imperatore Giuliano, ma con la
sua morte, nel 363, le persecuzioni ricominciarono ancora
più violente. Il suo successore al soglio imperiale,
Flavio Gioviano, infatti, appena eletto nel 364 ordinò
di dare alle fiamme la biblioteca di Antiochia ed emanò
un nuovo editto (l’11 Settembre dello stesso anno)
che ripristinava la pena di morte per quei gentili che
praticavano “il culto antico degli Dei”
e le arti divinatorie («sileat omnibus
perpetuo divinandi curiositas»).
Altri tre editti, nel corso del medesimo anno, ordinavano
la confisca di tutte le proprietà dei templi
“pagani”, introducendo la pena di morte
anche per chi partecipava a riti privati.
Sotto l’Imperatore Valente (364-378) vennero introdotte
persecuzioni e discriminazioni anche all’interno
dell’esercito. Un editto imperiale del 365 vietava,
infatti, ai gentili ufficiali dell’esercito di
comandare soldati cristiani, un provvedimento che portò
al definitivo collasso delle legioni.
Sempre Valente, nel 370, ordinò una persecuzione
su larga scala che coinvolse tutti i territori orientali
dell’Impero. Ad Antiochia vennero giustiziati
i sacerdoti Hilarius e Patricius e l’ex governatore
Fidustius, e tonnellate di libri “proibiti”
vennero bruciate nelle piazze di tutte le città
della parte orientale dell’Impero. Tutti i dignitari
e i funzionari che erano stati vicini all’Imperatore
Giuliano (tra cui Orebasius, Sallustius, Pegasius e
molti altri) vennero perseguitati, il filosofo Simonides
venne arso vivo, e un altro filosofo, Maximus, venne
decapitato dopo essere stato torturato. Due anni dopo,
nel 372, Valente arrivò ad ordinare al proprio
fidato governatore dell’Asia Minore lo sterminio
di tutti gli “Hellenici” e la distruzione
sistematica del loro sapere, e l’anno successivo,
nel 373, fu introdotto un nuovo provvedimento contro
le pratiche divinatorie, e il termine “pagani”
(abitanti dei pagus, i villaggi), venne ufficialmente
introdotto nella legislazione in sostituzione del termine
“gentili”.
In questa fase storica sono innumerevoli le testimonianze
relative alle persecuzioni dei “pagani”
e l’elevato numero di editti imperiali - se ne
contano a decine - relativi alla proibizione degli antichi
culti e alla distruzione dei templi (editti che si protrarranno
e succederanno per secoli, sempre più spietati
e feroci, fino al regno di Giustiniano ed oltre) sono
un palese indice di come l’antica religiosità
fosse difficile da sradicare e tutt’altro che
in crisi. Potremmo dilungarci per intere pagine ad elencarli
tutti, ma non è questa, per motivi di spazio,
la sede adatta. Mi limiterò a menzionare i più
eclatanti ed i fatti di maggior rilievo, per dare un’idea
ai lettori di quale fosse nella realtà il pesante
clima sociale e culturale in cui Ipazia visse e svolse
la propria attività di studio, ricerca e insegnamento.
L’apice delle persecuzioni dell’intolleranza
venne raggiunto sotto il regno di Teodosio “Il
Grande” (379-395), proprio gli anni in cui Ipazia,
come vedremo, che era nata attorno al 370, iniziava
la sua formazione culturale e si affermava come grande
filosofa e illuminata scienziata.
Il 27 Febbraio del 380 Teodosio ribadiva l’esclusività
e unicità del Cristianesimo quale religione dell’Impero,
emanando un editto che proclamava: «tutte
le varie nazioni le quali sono soggette alla nostra
clemenza e moderazione devono continuare nella professione
di quella religione che è stata consegnata ai
Romani dal divino apostolo Pietro". I non cristiani,
che ancora, nonostante quasi sessant’anni di persecuzioni,
si contavano a milioni, sono bollati come “detestabili,
eretici, stupidi e ciechi.» In un
altro editto Teodosio chiama "insani" quelli
che non credono nel Dio cristiano e dichiara fuorilegge
tutti i dissensi dai dogmi imposti dalla Chiesa. Sempre
nel corso di quell’anno Ambrosio, Vescovo di Milano,
inizia la distruzione dei templi “pagani”
del territorio sottoposto al suo controllo, e in Grecia
i vescovi incitarono le masse di fanatici ad assalire
e a devastare il più nobile e rispettato dei
santuari dell’antichità, quello di Eleusi.
Il novantacinquenne Nestorius, Pritan degli Hierofanti
di Eleusi, sfuggito per miracolo al linciaggio, decise
così la formale chiusura dei Riti, annunciando
la predominanza del buio mentale sull’intera umanità.
Il 2 Maggio dell’anno successivo, Teodosio privò
di tutti i loro diritti i cristiani che, nonostante
il battesimo, decidevano di tornare all’antica
religione. Le cronache del tempo attestano che i casi
in questione erano numerosissimi. Mentre continuavano
senza sosta i roghi delle biblioteche (e dei loro curatori),
Teodosio vietò formalmente anche le semplici
visite ai templi ellenici. A Costantinopoli il tempio
della Dea Afrodite venne trasformato, sotto la benedizione
dei vescovi, in un bordello, e quello di Artemide in
una stalla, e il canto Alleluia
(gloria a Jahwe) venne imposto nella liturgia. Nel 384,
sempre Teodosio ordina al Prefetto Maternus Cynegius
di cooperare con i vescovi per distruggere tutti i templi
dei “pagani” nel Nord della Grecia e in
Asia Minore. Maternus Cynegius, incoraggiato dal fanatismo
di sua moglie e dal Vescovo Marcellus (proclamato Santo
dalla Chiesa), con le sue bande batte palmo a palmo
le campagne, saccheggiando e distruggendo centinaia
di templi hellenici ancora in attività, santuari
e altari. Tra gli altri essi distruggono il tempio di
Edessa, il Cabeireion di Imbros, il tempio di Zeus ad
Apamea, quello di Apollo a Didima e tutti i templi di
Palmira. Azioni che furono seguite, nel 386, da un nuovo
editto di Teodosio che, a scanso di equivoci, vietava
il restauro e la ricostruzione dei templi distrutti.
Si arrivò addirittura a porre fuori legge tutti
i sistemi di datazione non cristiani e a proibire, con
un nuovo editto (nel 391), il solo posare lo sguardo
sulle statue vandalizzate!
L’azione persecutoria dilaga anche in Egitto,
con distruzione di templi, statue e biblioteche e l’uccisione
di migliaia di sacerdoti. Ad Alessandria, la città
di Ipazia, dal 389 al 390, il Patriarca Teofilo dà
il via ad una pesante persecuzione contro i “gentili”,
trasformando il tempio di Dioniso in una chiesa cristiana,
facendo incendiare il Mitreo cittadino e il tempio di
Zeus e ridicolizzando pubblicamente i sacerdoti (che
vennero poi lapidati dalla folla). Si ebbe di conseguenza
ad Alessandria una rivolta dei “gentili”,
guidati dal filosofo Olympius. Dopo una serie di cruenti
scontri per le vie della città, essi si asserragliarono
all’interno del Serapeion (il tempio del Dio Serapide),
decisi a resistere ad ogni costo. Dopo, un lungo assedio,
i cristiani riuscirono ad espugnare l’edificio
e a distruggerlo, dando alle fiamme la più importante
e famosa Biblioteca dell’antichità. Ma
ad Alessandria d’Egitto la resistenza “pagana”
fu veramente tenace, se teniamo conto che, quasi un
secolo dopo (nel 486), molti sacerdoti “pagani”
che ancora operavano ed officiavano in clandestinità
vennero scoperti, arrestati, torturati e giustiziati.
E ancora due secoli dopo, nel 590, in tutto l'Impero
d'Oriente e in particolare in Egitto, si ha menzione
di continue denuncie e scoperte di “cospirazioni
pagane”, con ulteriori ondate di torture ed esecuzioni.
Questo era quindi il clima che si respirava ad Alessandria
al tempo di Ipazia.
Padre di Ipazia fu il celebre filosofo e matematico
Teone (335-405 circa) che nacque, visse ed insegnò
ad Alessandria d’Egitto, noto per aver redatto
e commentato varie opere matematiche e scientifiche,
tra cui gli Elementi di Euclide
e l’Almagesto di Tolomeo
(il suo commento all’Almagesto viene considerato
uno dei migliori lavori di astronomia della scuola alessandrina),
e per aver scritto un saggio sull’astrolabio piano.
Fu proprio grazie alla sua edizione degli Elementi
che, probabilmente, l’opera di Euclide venne sottratta
dall’oblio. Infatti, tutte le edizioni circolanti
nei secoli successivi, fino a quella di Johan Ludvig
Heiberg del 1880, sono state riconosciute come fondate
sul testo di Teone. Fu a lungo rettore della Biblioteca
di Alessandria.
Ipazia nacque ad Alessandria intorno al 370, fu istruita
dal padre nelle scienze esatte (specialmente Astronomia
e Geometria), ma ricevette sicuramente anche importanti
insegnamenti di natura filosofica, misterica ed iniziatica,
in quanto frequentò la Scuola Neoplatonica di
Alessandria.
Molto importante per la sua formazione culturale fu
un viaggio compiuto in Grecia, ove si aggregò
alla Scuola Neoplatonica ateniese di Plutarco, nipote
ed erede dell’ultimo Pritan degli Hierofanti di
Eleusi. Nella Scuola Neoplatonica di Atene, di pari
passo con gli insegnamenti filosofici, pochi sanno che
sopravvisse e si perpetuò, come un silente fiume
carsico, uno dei rami dell’insegnamento dottrinale
e dell’esperienza iniziatica eleusina, quello
custodito dalla famiglia sacerdotale degli Eumolpidi,
alla quale il Pritan Nestorius, nonno di Plutarco, apparteneva.
Non si può quindi escludere – anche se
le fonti non lo attestano con certezza – un’iniziazione
di Ipazia ai Sacri Misteri delle Due Dee, la Madre e
la Figlia; fattore questo che potrebbe confermare e
spiegare molti punti relativi al suo carattere.
La ricerca e lo studio di Ipazia erano fortemente orientati
verso l’insegnamento, la trasmissione ed il commento
dei testi antichi. Anche se di lei non ci è rimasto
alcuno scritto, sappiamo dalle fonti storiche scrisse
importanti opere autografe andate poi scomparse: un
Commentario a Diofanto (il
padre dell’algebra) di 13 volumi, il Canone astronomico
(una raccolta di tavole sui corpi celesti), ed un Commentario
alle sezioni coniche di Apollonio Pergeo,
un trattato di geometria in 8 volumi che è considerato
il suo capolavoro. All'insegnamento delle scienze esatte
è certo che aggiunse quello della Filosofia,
commentando Platone, Aristotele e i filosofi maggiori.
E’ triste constatare che di una scienziata tanto
rinomata al suo tempo, per vari motivi, non rimangono
altro che i titoli di alcune sue opere. Tuttavia questi
titoli sono indizi che delineano una traiettoria teorica,
e le fonti tramandano che Ipazia scrisse un’opera
astronomica originale. E’ dunque possibile che
la scienziata avesse portato a termine delle osservazioni
e delle verifiche che non erano semplicemente collocabili
al margine del Sistema matematico
di Tolomeo già commentato dal padre, ma erano
tali da richiedere una trattazione autonoma, purtroppo
però la perdita delle sue opere rende impossibile
affermarlo con certezza.
Si devono quindi a Ipazia e a suo padre le edizioni
di fondamentali opere del pensiero filosofico e scientifico,
alcune delle quali presero la via dell'Oriente durante
i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba,
dopo oltre un millennio di rimozione.
I suoi studi non erano solo teorici, si occupò
anche di meccanica e di tecnologia applicata, in particolare
le vengono attribuite due invenzioni: un areometro e
un astrolabio piatto. Il primo strumento, che determina
il peso specifico di un liquido, fu progettato come
un tubo sigillato avente un peso fissato ad una estremità:
a seconda di quanto questo tubo affondava in un liquido,
era possibile leggerne su una scala graduata il peso
specifico. L’astrolabio perfezionato e progettato
da Ipazia era formato da due dischi metallici forati,
ruotanti uno sopra l’altro mediante un perno rimuovibile:
veniva utilizzato per calcolare il tempo, per definire
la posizione del Sole, delle stelle e dei pianeti; pare
che mediante questo strumento essa risolse alcuni problemi
di astronomia sferica. Ed è noto anche il suo
lavoro a proposito del Sistema matematico
di Tolomeo, astronomo, matematico e geografo alessandrino
del II sec. la cui teoria astronomica geocentrica restò
in auge fino alla “rivoluzione copernicana”
del XVI secolo.
Il discepolo più illustre di Ipazia fu Sinesio
di Cirene, filosofo neoplatonico, poeta e oratore, che
poi divenne, forse tradendo l'insegnamento di Ipazia,
vescovo cristiano di Tolemaide. Dopo la morte di Ipazia
egli cercherà di fondere le dottrine gnostiche
con quelle neoplatoniche, senza tuttavia perdere mai
di vista la fondamentale concezione platonica alla quale
si attenne da vicino in due opuscoli: uno "Sugli
Egizi", dove espose in forma allegorica
le condizioni della corte di Costantinopoli, l'altro
"Sui Sogni" in cui
sostenne la possibilità di servirsi del sogno
a scopo divinatorio.
Ipazia insegnava, come Socrate, per le strade e il prefetto
romano Oreste si diceva che cercasse il suo consiglio
nelle questioni di carattere pubblico e che addirittura
fosse suo discepolo. Ella non teneva il suo sapere per
sé, né lo condivideva soltanto con i suoi
allievi. Al contrario, lo dispensava con grande liberalità
a chiunque e per questo si conquistò grande considerazione
fra i suoi concittadini. Le fonti attestano che questa
donna straordinaria insegnò ininterrottamente
ad Alessandria per più di vent’anni.
Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia
rifiutò sempre di scendere a compromessi con
il Cristianesimo fanatico e intollerante del vescovo
Teofilo, e da taluni è stata considerata come
una gnostica che cercò di difendere la rinascita
del Platonismo contro il Cristianesimo.
La Scuola di Alessandria appartiene, stando alle fonti
classiche, all’ultima grande corrente del Neoplatonismo,
fiorita tra la prima metà del V e la prima metà
del VII secolo. La tendenza erudita, che aveva man mano
acquistato rilevanza nelle scuole che la precedettero,
era diventata qui prevalente, respingendo in secondo
piano la speculazione prettamente metafisica. Il disinteresse
per la costruzione della gerarchia emanatistica che
era stata concepita nei suoi tre momenti della permanenza
in sé, dell'uscita da sé e del ritorno
in sé, aveva condotto all'abbandono di quel politeismo
classico che in tale gerarchia era stato inquadrato,
soprattutto ad opera della Scuola Siriaca.
In teoria, come alcuni storici delle religioni hanno
sottolineato, le possibilità d'intesa col Cristianesimo
(ovvero con la scuola catechetica alessandrina) sembravano
essere maggiori proprio ad Alessandria che altrove,
ma proprio la sensazione che questa forma di Neoplatonismo
potesse costituire un'alternativa valida al Cristianesimo,
faceva dei cristiani i nemici più accesi dei
filosofi, in quanto le gerarchie cristiane cittadine
mal digerivano l'accentuato interesse del Neoplatonismo
per le questioni di carattere scientifico.
Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile
di Alessandria fu occupata, nel 412, da suo nipote Cirillo,
di idee fondamentaliste, specie contro i novaziani e
i giudei, e che venne subito in urto col prefetto romano
Oreste.
Vari scritti del cristianesimo primitivo, quali l'Epistola
agli Ebrei, quella attribuita a Barnaba,
la Didachè, secondo
molti storici proverebbero che in Alessandria c'era
una spiccata tendenza della stessa chiesa ufficiale
verso lo gnosticismo. A questa tendenza intellettualistica
aveva cercato di porre rimedio la scuola catechetica,
ma la difesa non era stata condotta senza far gravi
concessioni all'avversario, ammettendo, oltre all'interpretazione
allegorica delle scritture, l'esistenza di una gnosi
ortodossa, che rendeva perfetto chi la possedeva e l’innalzava
al di sopra del semplice fedele.
Cirillo si trova nella difficile situazione di porre
un argine alla scuola catechetica che intreccia rapporti
sempre più stretti con i rappresentanti neoplatonici
alessandrini e la necessità di dettare la formula
della retta fede in Oriente, in virtù di quella
tradizione dottrinale che gli derivava da Demetrio.
Ad Alessandria vi erano, allora, oltre a gentili di
ogni culto, cristiani di tutti gli scismi ed eresie,
nonché una cospicua colonia di ebrei fatta oggetto
di discriminazioni da parte dei cristiani. Gli ebrei
insorsero e si difesero e il patriarca Cirillo li cacciò
dalla città saccheggiandone le sinagoghe.
Il prefetto Oreste fece arrestare un seguace di Cirillo,
sottoponendolo a pubblica punizione, ma una folla cristiana,
per rappresaglia, ferì il prefetto. A motivo
di ciò l'attentatore, un monaco, fu giustiziato
e Cirillo ne fece l'elogio come fosse stato martirizzato.
Cirillo tentò di riconciliarsi con Oreste, ma
il tentativo fallì, forse anche a causa di Ipazia.
Oreste invano sollecitò un intervento diretto
dell'Imperatore, il quale però era soggetto alla
volontà della sorella Pulcheria, imperatrice
di fatto e strettamente legata al cristianesimo di Cirillo.
Cirillo, che mal sopportava la predicazione “pagana”
di Ipazia, divenuta ad Alessandria la rappresentante
più qualificata della filosofia ellenica, si
convinse che l'ostacolo maggiore alla risoluzione della
controversia fosse proprio lei.
Pur non dando un esplicito ordine, egli istigò
il gruppo fanatico di monaci parabolani
ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore
a togliere di mezzo Ipazia. E così, dopo averla
trascinata fino alla chiesa che prendeva il nome da
Cesario, quasi volessero compiere una sorta di sacrificio
umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli altri
monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono
il corpo di Ipazia e lo bruciarono. Era l'anno 415,
il IV dell'episcopato di Cirillo.
Gli assassini rimasero impuniti. Oreste chiese un'inchiesta;
Costantinopoli non poté non concederla, e mandò
ad Alessandria un tale Edesio, il quale non fece nulla,
poiché si lasciò corrompere da Cirillo.
Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare
l'ingerenza politica dei vescovi nei poteri civili.
Cirillo in seguito verrà addirittura santificato
come esempio di sicura ortodossia.
Fu il grande filosofo neoplatonico Damascio, quinto
successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia,
che per primo, nella Vita di Isidoro, incolpò
Cirillo del delitto.
Nella Storia ecclesiastica dell'ariano Filostorgio,
nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti
narrati, si arriva a sostenere che l'assassinio non
era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel clero
cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva
spadroneggiare su tutti.
La scomparsa di Ipazia segnò l'inizio del declino
di Alessandria come il più grande centro di erudizione
dell’antichità.
Gli ultimi neoplatonici furono tolti di mezzo dall'imperatore
Giustiniano, che chiuse la Scuola neoplatonica nel 529
d.C. Essi fuggirono in Persia presso Chosroe I, illuminato
sovrano amante della Filosofia, che garantì loro
di professare liberamente il Platonismo (531). Questo
diritto fu addirittura sancito nel trattato di pace
tra Giustiniano e Chosroe. E' degno di nota come, al
crepuscolo ormai del pensiero greco, la libertà
di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il
loro cristianissimo imperatore, dall'ultimo grande sovrano
persiano, della dinastia dei Sassanidi.
*
* *
Diamo
adesso la parola ad alcune fonti dirette e contemporanee
ai fatti, che meglio di qualsiasi nostra interpretazione,
possono fare chiarezza sulla tragica fine di una delle
più grandi donne di tutti i tempi.
I.
Dalla “Vita di Isidoro” di Damascio, riprodotta
nel “Suda”. Damascio (480-550), pagano,
fu filosofo neoplatonico e ultimo direttore della Accademia
di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel
529.
«Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata
ed istruita. Poiché aveva più intelligenza
del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle
scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio
della filosofia.
La donna era solita indossare il mantello del filosofo
ed andare nel centro della città. Commentava
pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche
altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla.
Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì
a elevarsi al vertice della virtù civica.
Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così
bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò
di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò
apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che
Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l'aiuto
della musica. Ma la storia della musica è inventata.
In realtà lei raggruppò stracci che erano
stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò
a lui come un segno della sua sporca discesa e disse,
"Questo è ciò che tu ami, giovanotto,
e non è bello!" Alla brutta vista fu così
colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò
un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore.
Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente
nel parlare come prudente e civile nei suoi atti. La
città intera l'amò e l'adorò in
modo straordinario, ma i potenti della città
l'invidiarono, cosa che spesso è accaduta anche
ad Atene. Anche se la filosofia stessa è perita,
il suo nome sembra ancora magnifico e venerabile agli
uomini che esercitano il potere nello stato.
Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della
setta di opposizione [il Cristianesimo], passò
presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di
persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni
stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano.
Quando lui chiese perché c'era là una
tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu
detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia
il filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo
seppe questo fu così colpito dall’invidia
che cominciò immediatamente a progettare il suo
assassinio e la forma più atroce di assassinio
che potesse immaginare.
Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il
suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che
non temono né la punizione divina né la
vendetta umana la attaccò e la tagliò
a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso
e disonorevole contro il loro paese d'origine.
L'Imperatore si adirò, e l'avrebbe vendicata
se non fosse stato subornato da Aedesius. Così
l'Imperatore ritirò la punizione sopra la sua
testa e la sua famiglia tramite i suoi discendenti pagò
il prezzo. La memoria di questi eventi ancora è
vivida fra gli alessandrini.»
II.
Dalla “Historia Ecclesiastica” di Socrate
Scolastico. Socrate Scolastico (380-450), di religione
cristiana, di professione avvocato, scrisse la “Historia
Ecclesiastica” in sette libri.
«Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia,
figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi
nella letteratura e nella scienza da superare di gran
lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla
scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i
principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei
quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla
facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza
dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve
in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si
sentì confusa nell'andare ad una riunione di
uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità
straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano
di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva.
Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo
fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano
che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di
riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero
e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro,
le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero
fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa
chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente
e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto
il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in
un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.
Questo affare non portò il minimo obbrobrio a
Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria. E certamente
nulla può essere più lontano dallo spirito
del cristianesimo che permettere massacri, violenze,
ed azioni di quel genere.
Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima,
nel quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il
decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio.»
III.
Dalla “Cronaca” di Giovanni, vescovo cristiano
di Nikiu.
«In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo
femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò
completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti
di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi
satanici.
Il governatore della città l'onorò esageratamente
perché lei l'aveva sedotto con le sue arti magiche.
Il governatore cessò di frequentare la chiesa
come era stato suo costume. Ad eccezione di una volta
in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma
attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette
gli increduli in casa sua.
Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo
teatrale con ballerini, il governatore della città
pubblicò un editto riguardante gli spettacoli
pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli
abitanti della città erano riuniti nel teatro.
Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo,
era ansioso di comprendere esattamente il contenuto
dell'editto.
C'era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva
comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare
i pagani. Era un seguace affezionato all'illustre padre
il patriarca ed obbediente ai suoi consigli. Egli era
anche molto versato nella fede cristiana.
Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere
la natura dell'editto. Ma quando gli ebrei lo videro
nel teatro gridarono e dissero: 'Questo uomo non è
venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare
un baccano'.
Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della santa
chiesa, e Hierax fu afferrato e sottoposto pubblicamente
a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente
senza colpa.
Cirillo si irritò con il governatore della città
per questo fatto, ed anche perché aveva messo
a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di
Pernodj, ed anche altri monaci.
Quando il magistrato principale della città venne
informato, rivolse la parola agli ebrei come segue:
”Cessate le ostilità contro i cristiani.”
Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano
sentito; si vantarono dell'appoggio del prefetto che
era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio
a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.
Di notte posero in tutte le strade della città
alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: “La
chiesa dell'apostolico Athanasius è in fiamme:
corrano al soccorso tutti i cristiani.” Ed i cristiani
al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari
della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani
vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono
i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene
fossero senza alcuna colpa.
Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono
del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro,
si recarono dal patriarca. Ed i cristiani si chiamarono
a raccolta tutti insieme. Marciarono in collera verso
le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono
e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata
a S. Giorgio.
Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono
tutte le loro proprietà e li derubarono completamente.
Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun
aiuto.
Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò
sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente
in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti,
e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva
ingannato le persone della città ed il prefetto
con i suoi incantesimi.
Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso
di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia. Avendola
fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella
grande chiesa chiamata Caesarion. Questo accadde nei
giorni del digiuno. Poi le lacerarono i vestiti e la
trascinarono attraverso le strade della città
finché lei morì. E la portarono in un
luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo. E
tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e
lo chiamarono “il nuovo Teofilo” perché
aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella
città.» |